IL TERREMOTO E LA SOLITUDINE

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“Silvia sogna di dormire rannicchiata sul fianco sinistro.

Si sveglia nel sonno per una fortissima scossa di terremoto ondulatorio che dura a lungo.

Silvia non si muove perché è terrorizzata.

Focalizza che può crollare il tetto o aprirsi il pavimento.

Ha paura di alzarsi e pensa che, se non reagisce, può restare sotto le macerie.

Poi la scossa termina e Silvia si alza velocemente e pensa che è ancora in tempo per scappare. Cerca i telefonini, due sul comodino alla destra e quello del marito sul cuscino alla sinistra, ma non li trova.”

Il sogno di Silvia è intensamente poetico, un breve “canovaccio” da sviluppare in teatro da parte di un attore esperto: i tratti dominanti di una struttura psichica e le note caratteristiche di un’esistenza sofferta. Bisogna  rilevare la poderosa capacità di sintesi e di elaborazione creativa del sogno anche in riguardo ai temi più drammatici. Ricordo, a tal proposito, che spesso prima sogniamo e poi agiamo, prima immaginiamo e dopo operiamo nella concreta realtà. Sviluppiamo il sogno di Silvia per avvalorare soprattutto la valenza estetica e la carica di bellezza del suo sogno.

“Silvia sogna di dormire rannicchiata sul fianco sinistro.”

Silvia vuole obnubilare la coscienza, vuole “dormire“ e non vuole vigilare, ama lo stato crepuscolare, ha bisogno di disimpegnarsi dalle mille e altre mille attività della sua quotidianità, vuole temporaneamente “rimuovere” le sue ansie e le sue angosce: questo è il simbolo del “dormire”. Quest’ultimo non tratta di un sonno maligno, tipo il sonno eterno e un fantasma di morte, bensì di una ricostituzione benefica del sistema nervoso e di un rafforzamento della struttura psichica. La postura è fetale. Silvia è nostalgica del grembo materno, ha tanto bisogno di protezione e di accudimento, è contratta nella difesa di sé e dei suoi vissuti dalle minacce del mondo esterno: questo significa simbolicamente l’essere “rannicchiata”. Silvia è rivolta verso il passato, propende alla nostalgia, indulge alle emozioni e ai ricordi, regredisce di buon grado alla rassicurazione delle esperienze vissute, piuttosto che guardare in faccia il futuro e vivere il nuovo che si profila e avanza: questo è il significato del “fianco sinistro”, un rafforzamento dell’essere “rannicchiata”.

“Si sveglia nel sonno per una fortissima scossa di terremoto ondulatorio che dura a lungo.”

La “scossa di terremoto” arriva “fortissima” e improvvisa a turbare la dolce e apparente quiete psichica, la benefica e ambigua stasi regressiva di Silvia: un trauma “ondulatorio”, una violenza sottile che riguarda gli affetti importanti e le relazioni significative. Silvia “si sveglia nel sonno”, è riportata alla coscienza del presente psichico in atto, un presente “che dura” da lungo tempo e dal cui coinvolgimento non può disimpegnarsi. Silvia è costretta alla vigilanza, a pensare ai suoi conflitti e a rimuginare sui suoi traumi, quelli affettivi nel caso specifico. Il moto ondulatorio del terremoto psichico di Silvia evoca gli affetti della culla e il rilassamento legato all’esercizio della “libido”. Sull’ambivalenza simbolica del “terremoto” dirò in seguito nelle “riflessioni metodologiche”.

“Silvia non si muove perché è terrorizzata.”

Ecco il trauma dell’inanimazione! Silvia è bloccata dall’angoscia abbandonica. Silvia è inerte di fronte alla perdita affettiva. Silvia ha nostalgia della rassicurante premura materna. Silvia è sola, esiste, è gettata nel mondo, è regredita al grembo materno e le manca la madre e le sue carezze vitalizzanti per il suo corpo bambino: la madre, in versione maschile o femminile, poco importa. La figura simbolica è evocata, per cui basterebbe anche un padre presente e affettuoso con le funzioni psichiche materne. Silvia è cresciuta sola e da sola.

“Focalizza che può crollare il tetto o aprirsi il pavimento.”

Si profila una prima reazione e si tratta di una reazione mentale, un’idea. Ancora la paralisi isterica della “conversione d’angoscia” è operante. Il sogno di Silvia è quasi incubo, ma Silvia continua a dormire perché le figure legate alla sua angoscia sono adeguatamente camuffate dalla censura onirica. Certo che non è un bel dormire, ma la riflessione di Silvia verte su simboli importanti: il “tetto” o il “sopra”, il “pavimento” o il “basso”, il “crollare” o “l’aprirsi”. Si tratta di un movimento che va dall’alto verso il basso, quel “crollare” che attesta processi depressivi di perdita all’interno della struttura psichica di Silvia. Il “tetto” rappresenta simbolicamente la parte mentale, le idee della nostra “casa psichica”, le riflessioni profonde e i vissuti sublimati all’interno della nostra “formazione reattiva” o carattere. Il “tetto” attesta di una giusta difesa del nostro libero pensare. Nel mio “dizionario dei simboli onirici” trovo scritto alla voce tetto: “difesa ideologica e tendenza alla sublimazione della libido, paura di plagio e istanza psichica dell’Io”. Il “pavimento” condensa la concretezza materiale e il legame alla madre, il pragmatismo e il principio di realtà dell’”Io”. Il “pavimento” che si apre in una voragine attesta di un processo depressivo di perdita degli affetti materni e di un conflitto sempre della sfera affettiva. Non dimentichiamo che il “basso” è il luogo simbolico della colpa e della pena da espiare.

“Ha paura di alzarsi e pensa che, se non reagisce, può restare sotto le macerie.”

Il conflitto tra la passività e l’attività, tra il fare e il giacere, tra l’agire e il subire si profila in maniera drammatica ed è il nucleo profondo della sua dialettica profonda. Silvia oscilla tra la depressione e la reazione. Depressione non significa “morire in vita”, perché è associato al simbolo di “alzarsi” che attesta  un’azione vitale e pragmatica e una sofferta volitività: il tormento del giacere e del muoversi. Le “macerie” rappresentano ciò che resta degli “investimenti della libido” operati nel corso del vivere, un profondo pessimismo sul proprio valore e sul proprio operato. “Alzarsi” è la terapia giusta per “sublimare” l’angoscia in un vago benessere psicofisico.

“Poi la scossa termina e Silvia si alza velocemente e si dice che è in tempo per scappare.”

La crisi depressiva è passata e si prospetta la “fuga nella guarigione”. Silvia  reagisce al suo terremoto ondulatorio scappando, non affronta il conflitto in maniera consapevole e costruttiva, opera una temporanea quanto benefica fuga nella risoluzione del sintomo. Pur tuttavia, si dice che è in tempo. Silvia  sa di come si svolgono queste sue psicodinamiche e trova nella remissione del sintomo un temporaneo sollievo.

“Cerca i telefonini, due sul comodino alla destra e uno sulla sinistra sul cuscino del marito, ma non li trova.”

Silvia si muove alla ricerca dei suoi alleati psichici ed esistenziali, delle sue relazioni significative: “i telefonini”. Ma le relazioni sono conflittuali perché Silvia non trova i collegamenti con le persone importanti come il marito, una relazione intima che si trova “sulla sinistra sul cuscino” ossia appartiene al passato, mentre le altre relazioni del presente ”due sul comodino alla destra, sono contrastate perché Silvia non li trova. Silvia è destinata alla solitudine dopo il terremoto. Uscendo fuor di metafora, il sogno di Silvia attesta di un tratto depressivo esaltato e di un conflitto relazionale in atto che non portano a nessuna soluzione e consolazione. E’ più importante il fatto che non trova i telefonini rispetto alla “scossa di terremoto ondulatorio”.

La prognosi impone a Silvia di rivedere le sue modalità relazionali e le sue esigenze a carico degli altri. Bisognerà ridimensionare le aspettative e approcciarsi in maniera tollerante senza incorrere in sovraccarichi emotivi e nel rigore di attese difficili. Silvia deve acquisire maggiore sicurezza e non deve sentire il bisogno di mettere alla prova coloro a cui è legata nella ricerca di una conferma affettiva.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’isolamento legato all’esaltazione del tratto depressivo e alla sofferenza affettiva: una nevrosi fobico- ossessiva con crisi di panico.

Riflessioni metodologiche: la simbologia del “terremoto” ha una specifica ambivalenza nel suo oscillare tra la vita e la morte, tra gli affetti e i distacchi. Nel suo versante positivo il terremoto comporta una ristrutturazione psichica decisa  e una riformulazione mentale affermativa, una forte capacità di evoluzione e una carica volitiva di spessore. Nel suo versante negativo il terremoto richiama un “fantasma di morte”, la perdita depressiva in vita e la corrispondente caduta degli investimenti della “libido”, un’incapacità a reagire agli eventi più drammatici della vita. Il sogno conferma questa ambivalenza simbolica, ma offre nello stesso tempo altro materiale per capire la giusta decodificazione. Nel sogno di Silvia hanno più rilevanza i telefonini introvabili rispetto alla scossa di terremoto e al suo benefico significato ondulatorio-affettivo.

ANCORA A PROPOSITO DI FABIO… E DEI DIRITTI DEL CORPO

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“Fabio sogna di trovarsi al lato del guidatore della macchina in mezzo al buio, in una strada buia e a fari spenti.
Fabio è solo nell’oscurità e due figure animali attraversano la strada di corsa.
Fabio inchioda istintivamente la macchina nel mezzo della strada, apre la portiera dal lato del passeggero e fa di tutto per far salire quegli animali in macchina.
Mette le quattro frecce e cerca di farli salire perché teme per lo loro incolumità.”

Il sogno di Fabio propone un tema di delicata rilevanza e un dilemma del tutto inutile: il rapporto tra la mente e il corpo e il pericoloso, quanto diffuso in Occidente, schema culturale e religioso che privilegia i diritti della mente e dell’anima sul povero soggetto di vita e di vitalità, “libido”, che è il corpo.
Procediamo con cautela, soprattutto vista la portata degli argomenti e dei coinvolgimenti.
Ritorna nel sogno di Fabio la solita diffusissima “macchina”: il “sistema neurovegetativo” nella valenza sessuale, piuttosto che cardiorespiratoria. Ritorna la vita sessuale nei fantasmi di un maschio più che adolescente, ma la causa di questo tema non risiede soltanto nei contenuti immessi nel processo psichico di formulazione dei “fantasmi”, ma anche nella mancata educazione sessuale e nella sessuofobia culturale e religiosa, schemi e concetti che esigono di essere corretti ed evoluti in maniera fausta e “in primis” dai genitori.
Fabio si trova a lato del guidatore. Fabio, quindi, non è il pilota, ma è traportato in macchina da una figura maschile, almeno si suppone, che non vede, ma di cui sente la presenza e nella quale si è identificato, il “padre”, ma un padre che non vede e, proprio perché non vede, è il padre. Ricordo che il sogno ha bisogno di censurare per favorire il sonno e affinché il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto”, pena l’incubo e il risveglio immediato. “Il sogno è il guardiano del sonno”, sosteneva a spada tratta il capostipite Sigmund Freud.
Ritorna il “buio”, il solito “buio”, ad attestare del crepuscolo della coscienza, della disposizione psicofisica alla pulsione e all’emozione, del bisogno di distrarsi dalla vigilanza razionale dell’”Io”, del desiderio di abbandonarsi alla “libido” e all’appagamento dei sensi.
Anche la “strada è buia e i fari sono spenti”, quasi a confermare, se ce ne fosse bisogno, che Fabio è proprio deciso a lasciarsi andare tra le braccia del suo “Eros” nel migliore dei modi. I “fari spenti” attestano di una sessualità che non ha bisogno di un ragioniere che calcoli l’ammontare delle tasse per la dichiarazione di redditi. Il rafforzamento del “buio” si attesta nelle reiterazioni della “strada buia” e dei “fari spenti”. Fabio si sta dicendo che, se vuole vivere bene la sua sessualità e il suo corpo, deve sospendere le attività dell’”Io”, almeno nei momenti pulsionali tanto naturali, quanto desiderati. Fabio è proprio convinto e deciso nell’assecondare questo naturale progetto.
“Fabio è solo nell’oscurità e due figure animali attraversano la strada di corsa.”
Ecco che gli vengono in aiuto “due figure animali”. Ma cosa rappresentano? E perché due e non quarantaquattro come i gatti di una famosa canzoncina? Le figure animali condensano gli istinti, le pulsioni, la vitalità ormonale, la forza della “libido”. Fabio incontra fuori dalla sua “macchina”, anche se guidata dal padre, la carica libidica rappresentata da “due figure animali” non meglio identificate. Il primo problema è il perché gli istinti sono fuori dalla macchina? Fabio deve riappropriarsene e farle sue. Freud sosteneva che si nasce maschi, ma si diventa maschi. Voleva significare che il processo evolutivo verso l’identità maschile deve passare attraverso l’identificazione nel padre a conclusione del travaglio edipico e nel pieno rispetto dell’acquisita autonomia. Fabio deve appropriarsi della sua macchina e incorporare gli istinti nel suo apparato sessuale, “la macchina”. Fabio deve avere meno scrupoli e meno censure nel vivere la sua carica di “libido”. Si nota una presenza invadente e censoria del “Super-Io” che ridimensiona l’”Es”, la sede delle pulsioni, per cui l’”Io” va in affanno, ma non in quello amoroso, in quello morale della colpa o del disagio in ogni senso. Siccome il “Super-Io” è definibile come l’“introiezione del padre”, Fabio ha qualche pendenza psichica con il padre. Ritornando al “due” in riguardo agli “animali-istinti”, bisogna ricordare che il numero condensa la coppia, la linea, il femminile, ma in questo caso riguarda il corpo che possiede in coppia le braccia, le gambe, i piedi, le orecchie, le mani, gli occhi, i reni, i testicoli, i seni e altro su cui non mi soffermo. Il numero “due” ha qualche riferimento simbolico personale, per cui si lascia a Fabio la giusta riflessione e non ci resta che procedere con la decodificazione del suo interessante e intrigante prodotto psichico.
“Fabio inchioda istintivamente la macchina nel mezzo della strada, apre la portiera dal lato del passeggero e fa di tutto per fare salire quegli animali in macchina.”
Fabio si è rassicurato e adesso guida la sua macchina visto che la può inchiodare nel mezzo del cammino che porta all’emancipazione dal padre e alla sua autonomia psicofisica. E meno male! Bisogna incorporare gli istinti estromessi, perché avevano subito l’improvvida “castrazione” come punizione del desiderio estremo di aver desiderato la donna d’altri, la madre e la moglie del padre, e come giusta espiazione alla colpa di non aver riconosciuto il padre. Fabio fa di tutto per appropriarsi senza inibizioni e nella sua naturalità biologica la sua vitalità sessuale, la “libido”, la “libido genitale”, quella donativa che esige la presenza del partner, nel passato freudiano si trattava della donna.
“Mette le quattro frecce e cerca di farli salire perché teme per lo loro incolumità.”
Le “quattro frecce” attestano di una richiesta d’aiuto, indicano un’emergenza psicofisica che esige la ricostituzione dell’unità psicosomatica di Fabio. Le “quattro frecce” richiedono la consapevolezza dello “status” critico, per procedere alla definitiva soluzione attraverso l’ottemperamento al comandamento psicoanalitico “riconosci il padre e la madre”.
Il sogno di Fabio si svolge secondo le seguenti coordinate dinamiche: dal rapporto di dipendenza dal padre e dall’alienazione degli istinti dall’apparato sessuale alla progressiva e decisa ripresa in carico della sua sessualità e del suo corpo. Le quattro frecce significano S.O.S. e non soltanto in sogno. Fabio ha esaltato il “processo secondario” e la razionalità, ha favorito la presa di coscienza dei suoi “fantasmi”, ma ha corso il rischio di usare malignamente il meccanismo di difesa, non certo fausto, della “razionalizzazione”. Quest’ultimo si attesta nel “nondum matura est”, “non è ancora matura”, della favola del greco Esopo titolata “la volpe e l’uva”: una giustificazione razionale dell’incapacità di raggiungere un grappolo d’uva per mangiarlo da parte di un animale furbo come la rinomata volpe. Se è doveroso aver coscienza di sé, è pericoloso costruire un castello di idee in fuga dal corpo per giustificare ciò che non si accetta e che si vive male, sempre in riguardo al proprio corpo. Il meccanismo di difesa della “razionalizzazione” consiste nella giustificazione e nell’organizzazione logica di idee aggressive e di atti illegittimi e il delirio paranoico ne è il classico esempio.
La prognosi impone a Fabio di concludere il tempo delle dipendenze e di rafforzare la consapevolezza della sua autonomia psichica attraverso il riconoscimento del padre e il ridimensionamento della funzione inibitrice del “Super-Io”. Questo obiettivo passa attraverso la risoluzione del complesso di Edipo. Inoltre e soprattutto Fabio non deve alienare i diritti del suo corpo a favore delle pretese della sua mente, come si diceva in precedenza.
Il rischio psicopatologico si attesta nella mancata risoluzione della posizione edipica con il conseguente irrigidimento del “Super-Io” nella sua tirannia inibitrice. A tale improvvida situazione conseguirebbe un mancato gusto della propria vita sessuale con frustrazioni della “libido”. Trascuro il rischio paranoico di un eccesso di “razionalizzazione”, qualora Fabio istruisse una fuga dal suo corpo.
Riflessioni metodologiche: il sogno di Fabio induce il tema del rapporto tra “mente e corpo”, tra “psiche e soma”, dal momento che gli istinti sessuali erano stati in un primo tempo estromessi dal corpo e alla fine fortunatamente recuperati. La domanda è semplice ed è la seguente: “noi siamo il nostro corpo e possibilmente la nostra mente”, “noi siamo la nostra unità psicosomatica”? Al di là di ogni legittima e rispettabile aspettativa per il “post vitam”, come dobbiamo vivere il nostro corpo e gli annessi e connessi istinti e pulsioni? Il grande Epicuro aveva ragione nel dire che la morte non è un’esperienza vissuta, per cui la vita e il corpo sono da amare in maniera sacra. A tal uopo riporto un brano del mio testo in attesa di pubblicazione (probabilmente da “Psiconline”) e titolato “Io e mia madre”, psicodramma dell’anoressia mentale, proprio sul tema del corpo e dei suoi diritti. Chi riflette è una ragazza di vent’anni affetta da anoressia, per l’appunto. Seguiamola in questo breve estratto.
“Alla monotonia della vita e alla gabbia del corpo si è pesantemente aggiunta la prigione del lavoro: io non riesco a immaginare per me una buona armonia dei tre elementi.
L’inerzia del vivere mi trascina e Luca, il traditore, non spinge più il mio sgangherato carro ed è anche sceso dal mio corpo.
La sessualità si è spenta e l’erotismo è un’arte antica trasmessa dai Romani in versione letteraria a volte nobile e a volte volgare.
Il mio orologio mestruale si è rotto e dell’esser femmina non vedo traccia da molto tempo.
Ogni mattina, appena sveglia, mi assale la paura di me stessa e della realtà che mi circonda: il soffitto sopra di me, le pareti bianche della stanza, il manifesto del “Che”, l’armadio laccato di rosa, i jeans di velluto, la sedia in vimini, il reggiseno nero, la foto di lui, i numeri luminosi della radiosveglia, le opprimenti coperte, il mio corpo in un sudario di cotone, le braccia conserte, le gambe rannicchiate, il mio odore, il mio sudore, il dolore allo stomaco, il respiro pesante, il cuore in corto circuito.
Per magia cerco e trovo la forza di staccarmi da tutto e di collocarmi al di là di una spessa vetrata.
Provo a sondare me stessa e la mia situazione, ma inevitabilmente la paura traligna nell’angoscia di non essere capace di rientrare nella realtà da cui sono appena fuggita, per cui tutti i miei sforzi si concentrano nell’attaccarmi nuovamente alle cose, quasi un arrampicarmi su di esse.
In tale trambusto di sensi e di ragione ho il coraggio di pormi il dilemma: il soffitto, le pareti, il manifesto, l’armadio, i jeans, la sedia, il reggiseno, la foto, i numeri, le coperte, il corpo, le braccia, le gambe, l’odore, il sudore, il dolore, il respiro, il cuore mi accetteranno di nuovo o mi rifiuteranno per sempre ?
Riprenderò possesso di me stessa e riavrò potere sulle mie cose o sarò punita per la mia prepotenza narcisistica ?”

UNA MACCHINA DA SVENIMENTO

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“Fabio sogna di essere in macchina e di sentirsi svenire.

Si rende conto che sta svenendo e una mano da dietro gli prende la nuca con due dita facendogli male.

Una voce dice ripetutamente: lascialo che gli fai male.”

 

Il sogno di Fabio verte decisamente sulla sfera sessuale e descrive il conflitto tra la mente e il corpo, tra il senso e il sentimento, tra il “principio del piacere” e il “principio di realtà”, tra l’”Es” e l’”Io”, tra la pulsione istintiva e la riflessione cosciente.

Iniziamo a decodificare questo semplice “resto notturno” di Fabio.

La prima associazione a portata di mano è la macchina e lo svenimento. Come più volte ho scritto la “macchina” rappresenta il “sistema neurovegetativo” nella sua valenza sessuale per il semplice fatto che è un meccanismo automatico, un meraviglioso congegno che va al di là della volontà individuale e che gestisce i fattori vitali determinanti. Lo “svenimento” è il simbolo del lasciarsi andare e del disimpegno psicofisico, dell’abbandono della sfera intellettiva e dell’autocontrollo, della caduta delle resistenze mentali per ascoltare il corpo e le sue esigenze biologiche. Lo “svenimento” è un meccanismo prototipo di difesa da un trauma improvviso e si attesta nel rifiuto del corpo di mantenersi in contatto con la realtà arrestando le funzioni vigilanti in maniera transitoria.

“Fabio sogna di essere in macchina e di sentirsi svenire.”

Fabio è in preda alla pulsione sessuale, vuole abbandonarsi al moto della “libido” e agli effetti benefici del “sistema neurovegetativo”. Proprio quando sta per lasciarsi andare, subentra la paura di vivere la sessualità in maniera libera e senza inibizioni, si presenta l’ostacolo doloroso di un mancato collegamento tra la razionalità vigilante e la sfera affettiva e sentimentale. La “nuca” è il simbolo del “tramite” tra la testa e il torace, tra la sede della ragione e la sede del sentimento, tra la vigilanza e l’affetto. Ma a cosa serve nella vita sessuale la vigilanza e l’autocontrollo? Sono i peggiori compagni di viaggio nel trasporto dei sensi verso le acrobazie erotiche. Eppure Fabio comincia bene e finisce male, conosce la “grammatica” ma non la mette in “pratica”. Nel momento in cui si appresta a lasciarsi andare e si dispone al gusto della “libido genitale”, si blocca per un inutile e inopportuno bisogno di vigilare su se stesso e di controllare la situazione in cui si trova.

Ecco che “Si rende conto che sta svenendo e una mano da dietro gli prende la nuca con due dita facendogli male.”

Fabio si rende conto di questa odiosa interferenza e di questa blasfema intromissione del “sistema nervoso centrale” sul “sistema nervoso neurovegetativo” e si ripete che è un dolore gratuito e un “fantasma” da sgominare e da tenere sotto controllo in special modo nei momenti dell’intimità sessuale. Fabio ha ben chiara la consapevolezza di questo conflitto che lo vuole da un lato disposto al piacere e dall’altro titubante a lasciarsi andare. Il fantasma in questione è quello che riguarda la dimensione sessuale. E’ vero che Fabio ha bisogno di affidarsi alla donna che appetisce e con cui si relaziona, ma è in primo luogo verissimo che Fabio deve vivere bene la sua sessualità e disinibire la pulsione in atto. La causa può ritrovarsi nella soluzione incompleta del complesso di Edipo, ma in questo caso si predilige il rapporto con il corpo in assenza di elementi edipici e soprattutto per il sogno successivo, confezionato nella stessa notte, e che analizzerò nella prossima decodificazione con il titolo “A proposito ancora di Fabio”.

“Una voce dice ripetutamente: lascialo che gli fai male.”

Fabio ha piena consapevolezza della necessità di abbandonare il conflitto doloroso e di abbandonarsi tra le braccia del suo Eros e dell’altrui Afrodite in particolare.

La prognosi è favorevole perché la coscienza del conflitto è limpida.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’istruire difese intellettive per giustificare il mancato coinvolgimento sessuale, il meccanismo di difesa, anche delicato e pericoloso, della “razionalizzazione”.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Fabio verte sul problema antichissimo del rapporto tra la “Natura” e l’”Uomo” e, convergendo sull’Uomo, tra la “mente” e il “corpo”, tra la “psiche” e il “soma”, un problema classico della “cultura occidentale” di cui siamo degni eredi nel bene e nel male. La “cultura occidentale” nasce nella Grecia del primo millennio “ante Cristum natum” e matura dell’Uomo e della Natura una concezione “olistica” in un contesto “ilozoistico”: “Uomo” e “Natura” sono il “Tutto vivente”. L’uomo greco, pur tuttavia, elabora la questione antropologica oscillando tra una concezione di “fusione” e una concezione di “scissione” e questo travaglio è confermato dai miti specifici di Orfeo in riguardo alla “scissione” tra la parte maschile e la parte femminile e quello di Dioniso in riguardo alla “fusione” dell’uomo con la Natura. Agli esordi la cultura greca opta per una sintesi olistica vivente di Uomo e di Natura, di psiche e di soma in riguardo all’uomo. L’anima greca, in particolare, si riduce al “daimon”, allo spirito vitale. La rivoluzione dei Sofisti, Socrate compreso, mette in primo piano l’Uomo sulla Natura, opera la prima scissione portata avanti da Platone con la trascendenza della Verità e da Aristotele con il primato della ragione scientifica sulla Natura. Eccezion fatta per Platone, si parlava di “anima alla greca”, in termini più concreti di vitalità, piuttosto che d’immortalità. La religione cristiana introduce in Occidente la scissione tra anima immortale e corpo mortale, concezione mutuata dall’Ebraismo da cui era derivato. Inoltre, il Cristianesimo apporta la rivoluzione dell’estensione del privilegio ebraico di essere figli di Dio a tutta l’umanità. Subentra in Occidente il concetto di anima immortale, di peccato e di Regno dei cieli. L’uomo è scisso tra l’anima immortale e il corpo mortale, tra i valori dello spirito ei valori del corpo, il primato dei primi sui secondi. La scissione è compiuta e siamo nel primo secolo “post Cristum natum”. Trattasi di una scissione metafisica e culturale che ha inciso e incide sull’uomo occidentale in continua tensione tra il sacro e il profano. Questa scissione tra mente e corpo ha pesanti risvolti clinici nella vita sessuale dell’uomo occidentale. In effetti tale scissione non ha motivo di esistere, dal momento che l’uomo è una unità psicosomatica e la relazione tra mente e corpo non si attesta tra dimensioni diverse, ma semplicemente tra funzioni diverse. La “scissione” è un naturale meccanismo psichico di difesa, classico della modalità mentale dell’infanzia, ma diventa molto pericoloso nell’età adulta perché porta alla formulazione delirante di una “neorealtà” tutta personale e, di conseguenza, alla crisi del “principio di realtà” gestito dall’”Io”. In riguardo a Platone, ricordo che la sua teoria dell’anima o delle anime, immortali e superiori al corpo mortale, vuole l’anima razionale aver sede nella testa, l’anima irascibile nel torace e l’anima concupiscibile nel bassoventre. In base all’esaltazione di una delle anime si distinguono socialmente i filosofi, i guerrieri e i mercanti. Gli altri uomini erano schiavi perché senza diritti politici ed erano stimati indegni del valore uomo. Ricordo ancora che al potere politico erano destinati i filosofi perché competenti della “Verità”. Questo si diceva e avveniva ieri. Oggi è tutto un altro discorso.

IL CONFLITTO EDIPICO AL MASCHILE

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Sam sogna un uomo che non conosce e che sta litigando con un altro uomo più giovane.

A un certo punto il primo uomo uccide l’altro colpendolo alla testa con un sasso per prendergli qualcosa di materiale.

Ma non sa perché litigano e che cosa devono ottenere.”

 

Il sogno di Sam è universale nella forma e nel contenuto, un quasi “archetipo” onirico, condensa il conflitto “padre- figlio” nella chiara cornice edipica e nella classica versione, conferma il modo di operare della Psiche con i vissuti  universali del Padre e della Madre. Questo sogno, descritto in questi termini, esula dalle culture e dalle razze e fa ricorso a simbologie naturali come la testa, il sasso, l’uomo sconosciuto, il litigio cruento, la vittoria dell’uomo adulto, l’ignoranza della causa del contendere e del profitto. Gli adolescenti di tutti i colori sognano gli stessi colori. La “multirazzialità” attesta di una psicologia comune e questa condivisione è bellissima, quasi meravigliosa, perché al cambiare dei paralleli e dei meridiani gli uomini esibiscono   un’essenza psicofisica comune.

Andiamo a decodificare il sogno di Sam.

“Sam sogna un uomo che non conosce e che sta litigando con un altro uomo più giovane.”

Un uomo più  grande e soprattutto “che non conosce” è chiaramente il padre o una figura similare. Sam non ricorre a una simbologia eccentrica e sofisticata, ma si limita alla versione più semplice e lineare, la versione naturale, “un uomo”. Sam non elabora simboli equivalenti come il “toro” o il “re” o il “cavallo”. Sam sogna la figura paterna nella sua concretezza vivente e manifesta una struttura psichica propensa alla chiarezza e alla semplicità: un “Io” e un “principio di realtà” dominanti. Sam in sogno non è un sofisticato intellettuale e tanto meno un eccentrico poeta, perché ha una linearità di elaborazione e di riflessione. Eppure nel suo sogno è presente la difesa per continuare a dormire: “un uomo che non conosce”. Non scatta l’incubo e il conseguente risveglio, perché il “contenuto latente” non è coinciso con il “contenuto manifesto”. Il sogno è truce nella sua semplicità, ma opportunamente coperto con un benefico “non conosce. Meraviglia del “processo primario” e della “condensazione”!

Proseguendo con l’interpretazione del sogno si evidenzia il conflitto del figlio con il padre: “litiga con un altro uomo più giovane”. La competizione inizia con un litigio che è il giusto segnale di un rapporto dialettico in un ambito di diversità e di riconoscimento dell’altro. Sam si sente uomo giovane e vive il padre alla pari. Questo esordio della “posizione edipica” dispone verso una conflittualità assolutamente normale e verso una risoluzione in atto, se non addirittura già risolta, per cui Sam sta soltanto rievocando nel suo sogno il rapporto dialettico con il padre.

Ma procediamo con calma e riflessione.

“A un certo punto il primo uomo uccide l’altro colpendolo con un sasso in testa  per prendergli qualcosa di materiale.”

Ecco che il conflitto si complica e viene agito fino alle estreme conseguenze: la “castrazione” completa e nella forma classica. Il padre spacca la testa al figlio con un sasso. Meglio: il figlio si fa spaccare la testa con un sasso dal padre. La “testa” è il simbolo delle funzioni nobili del cervello, il “processo secondario”. La “testa” trasla il senso del primato dell’Io” sull’Es e sul Super-Io,  sugli istinti e sulle pulsioni, sui limiti e sulle censure. La “testa” condensa il ruolo maschile del capo: il padre. Il “sasso” condensa il “fantasma dell’inanimazione” psichica e la freddezza affettiva, la crisi degli investimenti della “libido” e la caduta dei sentimenti. La dialettica violenta tra padre e figlio si scatena “per prendergli qualcosa di materiale”. Il padre esige “qualcosa di materiale” dall’uccisione onirica del figlio: Sam proietta sul padre la sua richiesta materiale degli affetti e delle premure della madre, qualcosa di concretamente vissuto e di reale. La “madre” è l’oggetto del truce contendere.

La “castrazione” è servita con un sasso in testa ed è possibile in un ambito di violenza anaffettiva: la vittima è proprio colui che fa il sogno, il figlio, e il vincitore è colui che subisce il sogno, il padre. La conclusione violenta del dramma edipico sembra attestare di una mancata risoluzione del rapporto con il padre da parte del povero Sam. Invece si tratta del classico epilogo simbolico, sia pur nella versione tragica, della risoluzione del conflitto psichico

padre-figlio e non certo di un nudo e crudo omicidio.

Sam “non sa perché litigano e che cosa devono ottenere.”

In effetti non compare l’autonomia dal padre, ma si vede soltanto la competizione funesta. Del resto, Sam godrà della sua conquista nel tempo futuro. Il sogno ha camuffato in termini semplici e naturali il “complesso di Edipo” nella versione maschile. Sam ha superato la prova e l’ha sognata a conferma dell’avvenuta emancipazione e della conquistata autonomia. Adesso non gli resta che attendere e vivere gli effetti benefici.

La prognosi impone a Sam di portare avanti il processo di emancipazione psichica dalla figura paterna e di spostare le sue mire espansionistiche dalla madre alle sue coetanee, superando dannosi blocchi e inutili competizioni e coltivando la sua concretezza realistica.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nella “fissazione” a tappe già vissute negli investimenti della “libido”, difese eventualmente causate da un trauma nell’esercizio della sua autonomia psichica con improvvide cadute nella dipendenza dalle figure genitoriali.

Riflessioni metodologiche: i sogni truci nel “contenuto manifesto”, diventano meno truci nel racconto del giorno dopo e non sono truci nel “contenuto latente” e per questo non ci svegliano. Quindi, i sogni brutti non sempre sono brutti e si possono portare avanti perché trattano magari dello  sviluppo di un problema risolto. Per quanto riguarda il sogno di Sam, volevo introdurre qualche nozione sul sentimento della “rivalità fraterna”. Di fronte alla nascita di un fratellino o di una sorellina il primogenito è costretto a riformularsi psicologicamente. Ha perso il ruolo di protagonista e attore unico nel teatro della famiglia e adesso si trova a riadattarsi al nuovo contesto e a instruire le strategie giuste per sopravvivere . Inizia il “sentimento della rivalità fraterna” e in aiuto al malcapitato subentrano i “meccanismi di difesa dell’Io” per sistemare l’aggressività legata alle inevitabili frustrazioni. I “meccanismi di difesa” sono lo “spostamento”, la “rimozione”, la “formazione reattiva”, il “rivolgimento delle pulsioni” contro il Sé, la “regressione”, la “identificazione con il rivale”, l’”isolamento”, la “relazione a distanza”, il “ripiegamento narcisistico”, le “difese mediante fantasie”. Consideriamoli concretamente con esemplificazioni. Lo “spostamento” si attesta nello scaricare l’aggressività su un altro bambino o su un oggetto associato al fratello. La “rimozione” si attesta nel diventare mite e buono e nel reprimere l’aggressività che può esplodere quando meno ci si aspetta. La “formazione reattiva” si attesta nella conversione degli istinti nell’opposto: il bambino troppo bravo e troppo serio per la sua età. L’aggressività viene inibita da una censura molto forte e si attesta nelle inibizioni che lo rendono docile, scrupoloso, remissivo, triste e silenzioso. Il “rivolgimento delle pulsioni” contro il Sé si attesta nell’infliggersi ciò che avrebbero voluto fare ai fratelli rivali. Sono i bambini melanconici, d’umore depresso, sensibili alla colpa, che non si sanno difendere, che si svalutano, che si sentono incapaci, brutti, stupidi e inferiori. La “regressione” si attesta nel tornare indietro e nel fissarsi psicologicamente  a tappe già superate dell’evoluzione degli investimenti della “libido” per l’angoscia di un conflitto ingestibile dall’”Io” del bambino. Si rievoca e si riproduce il desiderio di essere accudito come un neonato. Ecco che il bambino ritorna a fare la pipì a letto, a mangiare pappine, a balbettare, a voler dormire nel lettone con i genitori e altra sintomatologia regressiva. La “identificazione con il rivale” si attesta nell’imitazione del fratello per essere grande se il fratello è minore o per essere piccolo se il fratello è maggiore. Se si tratta di fratello e sorella può avvenire l’identificazione con l’altro sesso. L’”isolamento” rende possibile all’aggressività di non essere esternata proprio evitando il contatto con i corpi. Il fratello si isola entro un cerchio in cui il suo rivale non ha accesso e dove le sue pulsioni aggressive non possono toccarlo. Il “ripiegamento narcisistico” si attesta nella convinzione del bambino di non essere amato dai genitori, per cui, non essendo capace di risolvere il conflitto, si ripiega su se stesso e sospende le relazioni con i suoi familiari. Le “difese mediante fantasie” consistono nell’elaborazione da parte del bambino di un mondo tutto suo, sognando “a occhi aperti” una realtà gratificante per continuare a mantenere relazioni di poco spessore con l’ambito familiare. Il sogno dei bambini è pieno di sentimenti di rivalità fraterna e anche in questo caso il sogno funge da “diagnosi” e da “prognosi” e indica il “rischio psicopatologico” per orientare i genitori verso la tutela dei figli con un comportamento adeguato al fine di evitare reazioni eccessive e degenerazioni. E’ chiaro che il “sentimento della rivalità fraterna” incide moltissimo nella formazione del carattere. E allora è meglio avere soltanto un figlio? No, perché il figlio unico ha i suoi problemi e poi nulla gli vieta d’immaginare un fratello o di spostarlo su altre figure similari. E’ determinante la presenza umana e la sensibilità clinica dei genitori. All’uopo è auspicabile leggere “Ma cosa sognano i bambini?”.

“DE SENECTUTE”

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“Achille sogna di giocare a golf, ma si sta facendo buio.

Allora in fretta ricostruisce il golfcart, ma ha solo la struttura e la aggancia con le cinghie di uno zainetto.

Parte verso la buca numero uno.

E’ lontana e in salita e Achille ha la sensazione di non arrivare mai.

Intanto si fa buio.”

Marco Tullio Cicerone scrisse nell’anno 44 “ante Cristum natum” l’opera filosofica “Cato maior, de senectute”, un testo che mi è subito venuto in mente alla prima lettura del sogno di Achille. Ho anche pensato che non a caso il sognatore ha scelto questo pseudonimo: Achille l’invulnerabile dal tallone sensibile alla morte. Cicerone insegnava l’antidoto alla malattia della vecchiaia, il sogno evidenzia il conflitto psichico in atto e dispone la giusta cura.

Procediamo con l’interpretazione del sogno de “piè veloce” Achille.

“Giocare a golf”: il “gioco” condensa la maniera migliore d’intendere e di affrontare l’esistenza. “Giocare” rappresenta l’evoluzione degli investimenti della “libido” e la realtà esistenziale in atto, i vissuti psichici e l’esercizio del vivere,  la maturazione esistenziale. Il gioco del “golf”, nello specifico, evoca una simbologia squisitamente sessuale perché è fatto di mazza e di buca, un classico inequivocabile simbolo fallico e un altrettanto classico ed inequivocabile simbolo vaginale, oltre che di “golfcart”, un chiaro e inequivocabile simbolo del sistema neurovegetativo a cui la vita sessuale è assoggettata.

“Si sta facendo buio”: il “buio” rappresenta l’obnubilamento crepuscolare della coscienza e la caduta degli investimenti della “libido”, la crisi della vitalità e un fantasma di perdita, un tratto depressivo mentale e affettivo. Nel suo versante buono il “si sta facendo buio” contiene la consapevolezza dell’avvento della vecchiaia, della senescenza, della maturità, della terza età con tutti i suoi svantaggi, più che vantaggi.

“In fretta ricostruisce il golfcart”: di quest’ultimo si è detto in precedenza, il “ricostruire” rappresenta una revisione e un rafforzamento dell’organo debole ossia del sistema neurovegetativo, una consapevolezza di malattia o d’invecchiamento. “Ricostruire” comporta simbolicamente, secondo il mio “Dizionario psicoanalitico dei simboli onirici”, la consapevolezza e la riparazione di traumi e di scissioni, la progressiva razionalizzazione del “rimosso” e la migliore autocoscienza legata a un ricompattare psichico dopo la soluzione di un conflitto. Si tratta decisamente di un processo positivo.

Ma il golfcart “ha solo la struttura”: un brutto fantasma depressivo di perdita! Il golfcart accusa una crisi estetica più che funzionale: i segni del tempo. Achille avverte una caduta di vitalità neurovegetativa e la vive come un peso da buttare alle spalle, da “rimuovere” per il momento: “l’aggancia con le cinghie di uno zainetto”. Achille ha una soglia di tolleranza dell’invecchiamento molto bassa, per cui non vuol pensare a questo inevitabile evento che deve capitare soltanto agli altri.

E allora Achille “parte verso la buca numero uno”. La simbologia della “buca” esprime la recettività sessuale femminile. Il “numero uno” è casuale e attesta di una predilezione verso l’universo femminile. L’iter della seduzione è iniziato e Achille fa i suoi investimenti di “libido”.

“E’ lontana e in salita e Achille ha la sensazione di non arrivare mai.” Si profila il travaglio psichico della seduzione e dell’amplesso: la lontananza e la fatica attestano la fatica fisica e confermano la caduta delle energie, la senescenza e le difficoltà legate alle offese del tempo. Achille ha una questione tutta personale con l’invecchiamento e dimostra una certa consapevolezza, nonostante il tentativo di rimuoverla. Il “non arrivare mai” evoca una simbologia clinica di “eiaculazione ritardata” e un chiaro segnale di  giovinezza perduta.

“Intanto si fa buio.” Bellissimo l’epilogo del sogno. Mentre Achille confabula nel tentativo di rimuovere la brutta sorpresa dell’incipiente maturità psicofisica, la coscienza si obnubila e Achille preferisce non pensare alla sua naturale evoluzione vivendola come una maligna involuzione. “Ed è subito sera” a suo tempo aveva scritto sul tema della labilità della vita il poeta siciliano Salvatore  Quasimodo, fortunato premio Nobel. Il sogno di Achille si conclude poeticamente come soltanto il “processo primario” sa fare: un epilogo metaforico.

La psicodinamica dell’invecchiamento è brillantemente servita nella sua versione travagliata, per cui si consiglia la lettura brillante e rilassante del “De senectute” di Marco Tullio Cicerone. Ricordo che il tempo non insulta il corpo, ma lo protegge da un danno ulteriore, offrendo la possibilità agli uomini di buona volontà di curarsi e di compensarsi per continuare a vivere al meglio possibile.

La prognosi impone ad Achille di operare una graduale presa di coscienza dell’evoluzione psicofisica e di convincersi che la Natura non procede per salti e che provvede sempre a i processi di progressiva perdita con delle compensazioni adeguate al tempo e alla persona. La “negazione” della realtà dei fatti è un meccanismo infausto di difesa dall’angoscia depressiva.

Il rischio psicopatologico si attesta in una sindrome depressiva legata al mancato riconoscimento della modificazione psicofisica vissuta come una pura e semplice perdita di potere.

Riflessioni metodologiche: a chi capita il sogno di Achille? La psicodinamica è elettiva delle strutture psichiche narcisistiche o meglio delle organizzazioni narcisistiche. Cosa ci può essere di meglio, a questo punto, di dare la parola alla grande psicoanalista americana Nancy Mc Williams? Ecco cosa dice sull’organizzazione narcisistica della personalità.

“Le persone con struttura narcisistica sono consapevoli a un qualche livello della propria fragilità psicologica. Temono di essere messe da parte,di perdere improvvisamente l’autostima o la coesione dl Sé (per esempio quando vengono criticate) e di sentirsi di colpo nessuno,invece che qualcuno. Sentono di avere un’identità troppo debole per tenerla insieme e per tollerare le tensioni. Il timore della frammentazione del Sé interiore viene spostato in una preoccupazione per la salute fisica; e quindi tali persone possono anche indulgere a pensieri ipocondriaci e a morbose paure di morire. Una possibile conseguenza del perfezionismo di narcisisti è il tentativo di evitare ogni sentimento e azione che esprima la consapevolezza sia della fallibilità personale sia di una realistica dipendenza dagli altri. In particolare i narcisisti tendono a denegare rimorso e gratitudine. Il rimorso per un proprio errore o un’offesa arrecata implica l’ammissione di un difetto;provare gratitudine per l’aiuto offerto da qualcuno vuol dire riconoscere il proprio bisogno. Poiché la persona narcisistica tenta di edificare un senso di sé positivo sull’illusione di non avere né difetti né bisogni, teme che l’ammissione di un senso di colpa o di dipendenza tradisca qualcosa di vergognosamente inaccettabile. Scuse sincere e ringraziamenti sentiti saranno quindi rigorosamente evitati o gravemente compromessi nella persona narcisistica con grande impoverimento delle loro relazioni con gli altri.”

Nancy Mc Williams – La diagnosi psicoanalitica – Casa editrice Astrolabio

 

L’UOMO SENZA QUALITA’… MA SOLO PELLE

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“Maria sogna un uomo alto, senza occhi, senza bocca, senza naso, …. solo pelle.”

Il sogno di Maria è sicuramente verace nel suo essere ridotto a tratti simbolici  non viziati dalla difesa della retorica. I dadi sono lanciati sul tavolo: “alea iacta est”. Adesso bisogna decodificare l’altezza di un uomo, gli occhi, la bocca, il naso, la dominanza totale della pelle, di poi bisogna convertirli nell’opposto. Buttiamoci nel fascino dell’impresa.

Carissimi internauti,

vi offro subito le sintesi: l’uomo alto condensa la figura paterna, gli occhi condensano la realtà e la funzione razionale, la bocca condensa la “libido orale”, il naso condensa la “libido sessuale maschile”, la pelle condensa la “libido epiteliale”.

Approfondiamo i simboli e poi li combiniamo nella loro psicodinamica per venire in aiuto alle emergenze psichiche di Maria.

La “altezza” rappresenta le valenze dell’autorità e dell’autorevolezza, la figura paterna agli occhi e nei vissuti dei figli bambini, il fascino imponente delle dimensioni e del ruolo, la garanzia della protezione e della sicurezza, il futuro e benefico “Super-Io” come riconoscimento del limite etico e morale, il senso del sacro.

Gli “occhi” condensano il “principio di realtà” su cui si basa la funzione razionale dell’”Io”. La “vista” segna simbolicamente il discernimento del “processo secondario” con i suoi principi logici di “identità” ( A = A), di “non contraddizione”( A non è NON A), del “terzo escluso” (o è A o è NON A), come ventiquattro secoli fa sentenziava il grande Aristotele. Gli “occhi” implicano la vigilanza dell’Io e la limpidezza della coscienza.

La “bocca” è l’organo primario dell’aggressività finalizzata alla sopravvivenza, l’organo privilegiato di contatto con la realtà esterna subito dopo la nascita e durante il primo anno di vita. La bocca sviluppa la “libido orale” ed evolve la rudimentale organizzazione psichica. Oltre che l’organo dell’aggressività, la bocca è soprattutto l’organo dell’affettività, perché la traslazione simbolica del cibo è l’amore materno che, di poi, si evolve nella sfera affettiva.

Il “naso” rappresenta simbolicamente l’organo sessuale maschile. Di conseguenza, condensa, oltre alla capacità erotica, l’orgoglio virile che poi si trasla nel potere. Il “naso” si associa alla “fase fallico-narcisistica” dell’evoluzione degli investimenti della “libido” e, di poi, si evolve nella “fase genitale”, quando la “libido” viene investita con finalità generose di dare e di avere: in questo caso si parla di maturazione affettiva e sessuale, di capacità d’amare l’altro.

La “pelle” condensa la “libido epiteliale”, la sensibilità erotica fine a se stessa e intenzionata al proprio appagamento. La “pelle” rievoca simbolicamente la figura materna e le carezze della prima infanzia, i benefici psicofisici del calore affettivo e del contatto corporeo.

Queste le decodificazioni dei simboli del sogno di Maria.

Adesso bisogna convertirle al negativo per tracciare la psicodinamica di questo sintetico ma denso “resto notturno”.

Maria sogna una figura maschile importante e significativa, senza “principio di realtà” e senza discernimento, ottuso a livello intellettivo, senza vigilanza e senza limpida coscienza di sé, senza affettività e incapace di amare, senza aggressività e in balia dell’altrui volontà, senza capacità di amare e di amarsi, senza potere su di sé e sugli altri, senza amor proprio e dignità, svirilizzato, immaturo a livello affettivo e sessuale, un uomo “infante” tutto preso egoisticamente dalle carezze della mamma e incapace di relazionarsi in maniera adulta. Il sogno di Maria traccia questa tipologia di uomo non certo esaltante e raccomandabile, un uomo bambino e incapace d’intendere e di volere: uomo senza qualità e senza dignità che nasconde una “scissione” psichica o una pesante depressione.

A questo punto la domanda è lecita: si tratta della “proiezione” della “parte negativa del fantasma del maschio” di Maria o si tratta dei vissuti collegati a un’esperienza relazionale? La risposta ponderata esige il concorso di entrambe le “proiezioni”. Inequivocabilmente la precisa simbologia del sogno attesta che si tratta di “proiezione” del fantasma della “parte maschile rifiutata”, una simbologia fantasmica elaborata dalla psiche dormiente. Ma non basta, perché il fantasma deve essere scatenato dal “resto diurno” di Maria, dall’aver pensato, visto o contattato questo tipo di uomo senza qualità e di averlo rielaborato nel “resto notturno” , il sogno.

Maria sa e Maria decide.

La prognosi impone la valutazione adeguata degli investimenti della “libido” nella sfera affettiva. Maria non deve relegarsi al ruolo materno di protezione e di soccombenza nei confronti degli uomini.

Il rischio psicopatologico si attesta nel sacrificio dell’affettività e nella conversione isterica delle pulsioni e dei bisogni inappagati, oltre alla conversione della rabbia in scariche nervose di varia intensità.

Riflessioni metodologiche: esiste un uomo senza qualità e solo pelle? Il sogno di Maria cosa indica e cosa insegna? Clinicamente si tratta di una pesante “sindrome depressiva” o di uno stato “borderline” presenti nelle “organizzazioni narcisistiche del carattere” e di poi maturate nella conseguente struttura. In sintesi, si tratta di un arresto dell’evoluzione degli investimenti della “libido”e di una “fissazione” alla “fase fallico-narcisistica”. E’ compromessa la capacità di amare l’altro. La “organizzazione narcisistica” viene definita il “complesso di Dio” e si attesta nell’esibizionismo, nel distacco affettivo, nell’inaccessibilità emotiva, nelle fantasie di onnipotenza: una brutta bestia!

 

TRA MADRE E PADRE

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“Michele sogna di essere in canoa nel Gran Canyon.

Dopo si trova in albergo a fare le valige per tornare a casa.

Cammina lungo la piscina e viene morso alla caviglia da un cobra.

Il padre lo porta in ospedale dove viene curato.”

 

Michele riattraversa in poche e precise battute oniriche la sua “posizione edipica”, la sua relazione con il padre e con la madre: potenza di sintesi chiarificatrice del sogno! Questo riepilogo, di solito, avviene nel periodo contrastato dell’adolescenza, quando la liquidazione psichica delle figure genitoriali è ancora in fase evolutiva e il traguardo dell’autonomia è ricco di contrasti.

Andiamo a cambiare il codice al sogno di Michele: dal “contenuto manifesto” al “contenuto latente”.

La “canoa” rappresenta l’universo femminile rafforzata anche dall’acqua del fiume Colorado nell’Arizona settentrionale in cui Michele si trova. Ecco come il sogno serve la figura materna tra una canoa e l’acqua di un fiume! L’acqua rievoca il liquido amniotico del grembo materno in cui si forma la vita. L’acqua è il principio del “Tutto” secondo il primo filosofo, Talete.

La scena onirica si sposta “in albergo a fare le valige”: la valigia è un grembo materno, un simbolo ontogenetico di recettività femminile, l’archetipo “Madre”, finalizzata alla “filogenesi”, amore della Specie.

Michele deve fare le valige per “tornare a casa”, riappropriarsi della propria struttura psichica e della propria autonomia. La “casa” è il simbolo dell’organizzazione caratteriale, della “formazione reattiva” altrimenti definita carattere. La tensione di Michele è intenzionata alla conquista della propria indipendenza psichica.

I simboli materni non si fermano qui perché subentra “la piscina” lungo la quale Michele cammina.Nel riattraversare la figura materna Michele incontra il padre e ne sperimenta il rigore: la “castrazione” edipica è servita nel morso del cobra alla caviglia. Michele si imbatte nella furia paterna per aver tanto osato nei confronti della madre e automaticamente espia la colpa del suo desiderio di possesso: questo è il vero significato della “castrazione”. Il “cobra” è chiaramente un simbolo fallico e riguarda la sfera sessuale del padre e del figlio, l’identificazione al maschile nel padre e l’identità maschile del figlio. Il serpente condensa anche la colpa e il sapere di sé, la colpa e l’autonomia psichica. Il serpente tentò l’ingenua Eva nel giardino di Eden promettendogli proprio la fine della dipendenza e la consapevolezza di sé.

Perché il cobra morde Michele alla “caviglia”? Perché la caviglia è il simbolo del progresso evolutivo e questo tratto psichico è rappresentato dall’organo debole di Michele in questo momento della sua vita. Si pensi a Omero e all’Iliade, si pensi ad Achille, l’eroe vulnerabile soltanto nel tallone, la parte del corpo rimasta fuori dall’immersione nelle acque della palude Stige, invulnerabilità voluta dalla madre Tetide. Correva il secolo ottavo “ante Cristum natum” e i Greci allucinavano la loro “fantasia collettiva” elaborando miti o “sogni a occhi aperti”. Ritornando alla caviglia di Michele, è opportuno precisare che tutti abbiamo almeno un organo debole, quello che abbiamo vissuto in maniera sofferta e contrastata o per malattia o per “scissione”, la “parte negativa” del corrispondente fantasma.

Convergiamo sul sogno di Michele. “Il padre lo porta in ospedale dove viene curato.” Ecco puntuale l’epilogo giusto: il padre, che prima era stato condensato parzialmente nel “cobra”, adesso esce allo scoperto e soccorre il figlio. Diciamo meglio: il figlio si fa soccorrere dal padre stringendo alleanza con il nemico di prima e procedendo, nonostante la caviglia avvelenata dal cobra, verso la liquidazione della posizione edipica identificandosi nelle parti migliori della figura paterna e acquisendo l’identità maschile. L’adolescenza di Michele è in attesa di riconoscere il padre e la madre, il giusto epilogo del travaglio edipico.

La prognosi impone a Michele di proseguire il suo cammino verso l’autonomia psichica e di ridurre le turbolenze psicofisiche evolutive, classiche dell’adolescenza, semplicemente accettandole con il fascino del nuovo che avanza.

Il rischio psicopatologico si attesta nel blocco clinico dell’emancipazione edipica e nelle conseguenti psiconevrosi con somatizzazioni e nell’insicurezza ingiustificata assunta come compagna del viaggio esistenziale.

Riflessioni metodologiche:il sogno di Michele e la presenza del “cobra” induce a parlare della liceità e della bontà dell’esposizione della nudità dei genitori ai figli. Freud raccontò, in latino per uno strano pudore, la visione traumatica della madre nuda: “vidi matrem nudam”. In nome di un forzato senso della modernità sin dagli anni settanta i nuovi genitori hanno esteso, sulla scia della contestazione giovanile del ’68 e delle opere sociologiche di Marcuse e della scuola di Francoforte, la liberalizzazione sessuale anche in ambito familiare e in giusta opposizione al bieco moralismo culturale e religioso del recente passato. Era anche il tempo del progresso economico e dell’emancipazione femminile. L’innovazione dell’istituto familiare è proceduta in maniera oscillante, tra eccessi e carenze, tra nuovi schemi e antiche  nostalgie. La famiglia borghese soppiantava la famiglia patriarcale, ma portava i suoi pregi e i suoi difetti, come avviene in tutte le umane cose. Tra i punti labili si colgono alcune forzature nell’ambito psicologico. Se l’emancipazione sessuale e la questione femminile sono da sposare in blocco insieme all’educazione sessuale, l’esibizione del corpo in maniera gratuita ha procurato più guasti che vantaggi, dal momento che non è stato ben individuato se la nudità dei genitori fosse un problema dei genitori o un’esigenza psichica evolutiva dei figli. Specialmente durante il tormentato periodo edipico, la nudità dei genitori accentua i tormenti del desiderio psichico e fisico di possesso e favorisce l’incidenza del “fantasma di castrazione”. La bambina vive la sua diversità rispetto al maschietto e quest’ultimo vive la sua inferiorità rispetto al padre. Le implicazioni psichiche profonde sono tante e notevoli e non si riducono a quelle più semplici che ho in precedenza elencato, ma la prognosi vuole che la nudità dei genitori sia esibita con giudizio e con le giuste cautele e senza compiacimenti, in attesa che il senso del pudore e l’amor proprio si insinuino nei figli adolescenti. Domanda: quanto è bisogno dei figli vedere i genitori nudi? Quanto è bisogno dei genitori mostrarsi nudi? Spesso i bambini chiedono alla mamma di mostrare la sua intimità agendo direttamente le loro pulsioni edipiche. L’adolescente si chiede perché la sessualità non è materia di educazione familiare. Al fine di evitare conflitti nevrotici e ritardi nella risoluzione edipica, è auspicabile per i genitori riacquistare il giusto pudore maturato nell’adolescenza; il tutto anche al fine di evitare la presenza velenosa del “cobra” nel corredo dei fantasmi dei loro figli. In conclusione, consiglio la lettura del testo di Herbert Marcuse “Eros e civiltà”, un insegnamento ancora attuale e tanto utile.

L’ADOLESCENZA TRA SACRO E PROFANO TRA “ES” E “SUPER-IO”

 

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“Marco sogna di andare a Roma in pullman con i compagni di scuola e di aver visto la colonna di Traiano, l’abbazia di Westminster e poi il Colosseo”.

Il sogno di Marco appare immediatamente confuso perché travisa la realtà:  l’abbazia di Westminster si trova a Londra e non a Roma. Ma in verità il sogno di Marco è correttissimo in quanto ubbidisce alla “Logica” onirica e può mettere insieme anche l’impossibile. Il sogno non ubbidisce al “principio di realtà” gestito dall’”Io” cosciente, ma ai meccanismi del “processo primario”, per cui ha una sua realtà e i suoi nessi specifici, oltre alle libere e personali associazioni. In compenso Marco colloca giustamente a Roma la colonna di Traiano e il Colosseo. Al sogno e a Marco non interessa la geografia, ma i seguenti significati profondi: la rivisitazione conflittuale della relazione con il padre nella colonna di Traiano, la psicodinamica sottesa al processo di “sublimazione della libido”in un’abbazia gotica londinese di religione anglicana, la riedizione della “fase anale” con la sua componente sadomasochistica nel Colosseo, gli investimenti della “libido” nel tormentato periodo dell’adolescenza.

A questo punto non ci resta che decodificare  la “Logica” di Marco e del suo sogno, per poi combinarla in una trama psicodinamica.

Roma, “caput mundi”, rappresenta in questo sogno soltanto la meta della gita, una classica tappa esistenziale per tutti gli studenti. Roma acquista una valenza simbolica consistente quando è inserita in altri contesti onirici.

Il “pullman” condensa il sistema neurovegetativo e la goliardia dell’adolescenza e nello specifico il “principio del piacere” coniugato con le istanze della socializzazione.

I “compagni di scuola” rappresentano la socialità e la condivisione, un condensato di giovinezza e di nostalgia, ma nel caso di Marco prevale il simbolo dell’alleato che attesta le varie modalità di vivere l’adolescenza.

La “colonna di Traiano” è una condensazione complessa in quanto coniuga alcuni fantasmi apparentemente diversi: la guerra, la violenza, la morte, il ricordo, la memoria, la vittoria, la sacralità del padre, il narcisismo del capo e la superbia del condottiero. In ogni caso prevale l’aspetto truce della guerra, per cui il “fantasma di morte” domina sulla gloria del capo e del popolo romano. Freud avrebbe privilegiato la simbologia fallica nella sua valenza sessuale, ma il “pansessualismo” è una teoria ristretta. Nel simbolo di Marco si privilegia la forza della figura paterna nell’esperienza e nel desiderio del figlio bambino, una forza che protegge e una forza che opprime.

“L’abbazia di Westminster” rappresenta il processo della “sublimazione della libido”. Marco è chiamato a nobilitare la sua carica vitale per renderla socialmente compatibile e la investe di finalità altruistiche, ma, di certo, non può contrastare  le pulsioni ormonali e i suoi desideri. L’abbazia condensa anche la sacralità delle figure genitoriali, del padre nel caso specifico. L’istanza psichica rievocata è il “Super-Io” con le sue bieche censure e con le sue improvvide inibizioni.

Il “Colosseo” rappresenta un fantasma ambiguo che oscilla tra il piacere macabro del popolo e il dolore irreparabile della morte, tra l’eroe buono e forte e la vittima necessaria voluta dal potere politico e dalla suggestione collettiva. In ogni caso prevale il “fantasma di morte” nella componente sadica e masochistica collegata alla “fase anale” degli investimenti della “libido”.

Fin qui le decodificazioni!

Ma come si possono combinare questi simboli nella psicodinamica di uno studente in gita scolastica?

Marco è un adolescente che sta combattendo la sua battaglia con gli ormoni, con l’istinto e con i valori sociali e culturali, per cui coniuga il sacro con il profano, la tempesta delle pulsioni con le norme morali. Il conflitto è evidente e si struttura classicamente nella funzione di mediazione dell’”Io” tra le spinte libidiche dell’”Es” e le censure del “Super-Io. Il processo della “sublimazione” corre in aiuto al giovane Marco con la consapevolezza della pulsione sadomasochistica della “fase anale” e del narcisismo della “fase fallica”. Marco sta portando avanti la sua identità psichica evolvendo a suo uso e consumo l’identificazione nel padre a risoluzione della “posizione edipica”. Marco sta perfezionando la sua identità psichica avviandosi verso la  maturazione della “libido genitale”: l’innamoramento e l’esercizio della sessualità nelle funzioni acquisite e nelle funzioni in acquisizione.

La prognosi impone a Marco di migliorare il suo vissuto corporeo, di viversi nel suo corpo- mente maturando la “libido” verso la “fase genitale”, passando dal sadomasochismo al piacere elettivo di qualità genitale. Bisogna che consideri la sua identità psichica tralasciando le parti negative del padre e assimilandone le parti vissute positivamente.

Il rischio psicopatologico si attesta nella riduzione critica della funzione di mediazione dell’”Io” che porterebbe alla repressione da parte del “Super-Io” sulle pulsioni desideranti dell’”Es”. A un infausto squilibrio conseguono inibizioni e conflitti.

Riflessioni metodologiche: mi pregio di riportare il simbolo tecnicamente completo di ”abbazia” dal mio “Dizionario psicoanalitico dei simboli” onirici.

“Rappresentazione simbolica della sacralità.

Proiezione del fantasma della castrazione.

Espressione dell’istanza psichica del Super-Io intenzionata al principio della coazione a ripetere, Thanatos.

La psicodinamica sviluppa il difficile ruolo dell’Io nel conciliare i divieti del Super-Io e le  pulsioni dell’Es . Il vissuto onirico attesta la prevalenza della censura morale sull’espressione della libido: castrazione.

I meccanismi psichici di difesa richiamati sono la rimozione, la fissazione, il disinvestimento, il controinvestimento, la formazione sostitutiva, la formazione di compromesso e la formazione di sintomi.

I processi  psichici implicati sono la sublimazione e in maniera ridotta la regressione.

Le figure retoriche strutturate sono la metonimia e l’allegoria.”

I simboli del “Colosseo” e della “colonna di Traiano” sono complessi perché condensano psiche e cultura, storia e politica, antropologia e psicologia delle masse. Fondamentalmente sono monumenti “aere perennius”, più duraturi del bronzo avrebbe detto Orazio, “proiezioni” dell’onnipotenza degli imperatori romani in funzione della “romanità”, del senso politico di ogni uomo che godeva i diritti civili.

MATERNITA’ E COLPA

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“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte: la strada che porta da casa sua a quella dei genitori.

E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.

Le viene intorno un cane piccolo color crema, che poi sparisce in quel buio. Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo.

Allora torna lì dove lo aveva perso di vista. E’ buio e la luna non c’è a farle  chiaro.

Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.

Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.

Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.

Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella strada di sassi.”

 

Il sogno di Martina è intenso e denso di sensi e di significati, di emozioni e di simboli, di ricordi e di traumi, di soluzioni e d’integrazioni.

Procederò con la decodificazione progressiva dei “segni” onirici portanti.

“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte”.

L’esordio del sogno attesta di uno stato crepuscolare della coscienza e di una situazione psichica “d’interiorità intima”: si profilano vissuti personali di un certo spessore e di una certa delicatezza. La strada con i sassi indica una situazione esistenziale difficile in cui Martina è chiamata a deliberare e a decidere.

“La strada che porta da casa sua a quella dei genitori”, dall’attualità e dal presente al passato e a ciò che è stato vissuto, condensa una “regressione”.

Uso il termine “regressione” non in senso di “processo di difesa dall’angoscia”, ma in senso esclusivamente temporale. Martina torna indietro nel tempo, magari stimolata dal “resto diurno”, da un ricordo occasionale o da un incontro fortuito o da un fatto insignificante che sfugge alla sua coscienza e alla sua riflessione.

“E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.” La strada è di sassi, ma la “luna bellissima” accompagna Martina in questo suo conflitto o meglio in questo suo “ritorno del rimosso”. La luna è un classico simbolo femminile, una femminilità nella sua globalità e interezza, dal versante buono al versante cattivo: la luna nuova e la luna nera. Oltretutto la luna è bellissima per attestare che nel sogno è coinvolta la femmina Martina e la femminilità di Martina: il buio della piena notte e il chiaro della luna, una sintesi simbolica globale e meravigliosa dell’universo psicofisico femminile. C’è tutto in questa sintesi: la maternità, la seduzione,  il ciclo mestruale, la sensualità, la sessualità, il sistema neurovegetativo non dissociato dal crepuscolo della ragione.

“Le viene intorno un cane piccolo color crema”: alla femminilità si associa l’esser femmina e la maternità. Il “cane piccolo” rappresenta l’oggetto vivente dell’amore materno, la “traslazione” o lo “spostamento” del figlio. Il “color crema” evoca la pelle e il calore affettivo, le carezze e le premure materne.

Ma la maternità e l’amore materno subiscono una pesante frustrazione: il cane piccolo “poi sparisce in quel buio”. Sparire è un brutto “fantasma di morte”, condensa l’impossibilità affettiva e la drasticità della fine, l’angoscia depressiva della perdita e dell’abbandono materno. Così leggo nel mio personale dizionario dei simboli onirici. Il “fantasma di morte” è aggravato dal “buio”: dimensione psichica profonda e meccanismo di difesa dall’angoscia della “rimozione”, colpa e male, assenza di coscienza e di razionalità.

“Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo”: “ritorno del rimosso” e “riedizione del trauma”. La “rimozione” è il meccanismo principe di difesa dall’angoscia e funziona relegando nel “dimenticatoio” il materiale psichico ingestibile dall’”Io”. Il “ritorno del rimosso” è dovuto al mancato funzionamento della “rimozione” e al conseguente riemergere alla coscienza  del materiale, per l’appunto rimosso, insieme alle emozioni collegate. Martina aveva rimosso il trauma del piccolo “cane che è solo”, ma quest’ultimo riemerge con tutto il suo carico emotivo e si presenta in forma adeguatamente camuffata in sogno. Si deve ulteriormente rilevare la benefica funzione catartica del sogno.

Martina “allora torna lì dove lo aveva perso di vista.” E’ chiarissimo il “contenuto manifesto” e il “contenuto latente”: il trauma è tornato alla memoria e alla coscienza.

“E’ buio e la luna non c’è a farle chiaro.” Martina si trova in piena crisi perché non riesce a razionalizzare il trauma che le è piombato addosso senza avere avuto la possibilità di prepararsi per rielaborarlo. Il “buio” simboleggia l’assenza di coscienza razionale e la dimensione psichica cosiddetta inconscia. Il “buio” è piombato nella sua dimensione femminile:”la luna non c’è a farle chiaro”. Martina ha litigato con la sua “luna”, la sua femminilità, la sua femmina, la sua maternità. Si profila questo trauma nel passato di Martina e precisamente quando era figlia in famiglia.

“Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.” Martina persiste nel tentativo di assolvere il senso di colpa di aver abbandonato al suo destino di solitudine il “cane piccolo color crema”: riparazione del trauma in grazie all’istinto materno. L’assenza di paura attesta della rassegnazione legata a un’esperienza  vissuta, per cui Martina sa che non troverà il “cane piccolo color crema”, ma esprime il bisogno legato al suo universo desiderante e sempre nel tentativo di assolvere quella che vive come una colpa.

“Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.”

“Chiudere gli occhi” equivale a un disimpegno della coscienza, a un non voler vedere in faccia la realtà dei fatti, a una “rimozione” del trauma. “Tornare a casa dei suoi” equivale a rivisitare il luogo e il tempo del trauma, rafforzato dal fatto che la sua vita in famiglia la ricorda bene perché è stata vissuta intensamente nel bene e nel male.

Mi ripeto soltanto per confermare la funzione dei meccanismi psichici di difesa: il trauma è riemerso perché la “rimozione” non ha funzionato in riguardo a quel trauma. Quest’ultimo è stato scatenato da un evento fortuito o da un’associazione mentale e allora si è verificato il “ritorno del rimosso” con la rappresentazione o l’immagine del trauma e l’emozione collegata.

“Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.”

Alla fine del travaglio c’è il trauma nel simbolo della “tenda”: la madre e la maternità nella sua componente sacrale. Sentire e spostare con le mani la tenda attesta dell’istinto materno e della “rimozione”, entrambi esenti da riflessione razionale. Martina non ragiona, ma si emoziona sul tema della maternità e la rimanda, la dimentica pur sentendo la spinta pulsionale di natura organica e psichica.

“Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella stradina di sassi.”

E’ tutto passato, l’esperienza è stata rivissuta in sogno e si può nuovamente comporre. Adesso Martina sa il significato profondo della” tenda”, la madre e la maternità, in rievocazione di quel travagliato momento della sua vita di adolescente.

 

Basta la frustrazione di una gravidanza o una mancata maternità per scatenare questo sogno. Basta che uomo e donna discutano sul tema della paternità e della maternità, perché si presenti il “fantasma” in riguardo all’essere stato figlio, il come uomo e donna si sono vissuti da bambini in seno alla famiglia. Esistono altri fattori più traumatici legati a esperienze drastiche che aspirano a essere considerati clinicamente. Il sogno di Martina attesta della delicatezza dell’argomento maternità nella psiche di una donna o meglio nella “borsa di una donna” come recita una canzone di musica leggera, non tanto leggera in questo caso.

 

La prognosi impone a Martina di considerare il “ritorno del rimosso” e di approfittare per un’adeguata e decisa presa di coscienza: razionalizzazione del trauma o della frustrazione. Il sogno è sempre un buon alleato perché non mente anche se racconta le storie in maniera camuffata per non angosciarci e farci dormire.

 

Il rischio psicopatologico si attesta nella variazione d’umore collegata al persistere del “ritorno del rimosso” e soprattutto nelle tensioni collegate e congelate a livello profondo, in quei settori della psiche che contengono tutti i vissuti che non si possono tenere nella dimensione cosciente. Queste tensioni in eccesso ritrovano il loro equilibrio turbato nella “conversione isterica” e nella “formazione di sintomi”. In ogni caso viene sensibilizzato anche il tratto depressivo della “formazione reattiva”, il carattere per la precisione. Martina non deve essere vittima della tirannia del “rimosso”.

 

Riflessioni metodologiche: un riepilogo sul meccanismo di difesa della “rimozione” è opportuno. Di poi, sintetizzerò il cosiddetto “istinto materno” e il significato psico-antropologico della “tenda”.

La “rimozione”è il meccanismo di difesa principe e nobile riscontrato da Freud nella sua pratica clinica come causa delle psiconevrosi isteriche e di poi elaborato per giustificare la cosiddetta scoperta dell’”Inconscio”. In realtà di “Inconscio” avevano parlato i filosofi sin dal tempo del greco Anassimandro a partire dal quinto secolo “ante Cristum natum”, del tedesco Leibniz e dell’ancora tedesco Shelling e di altri filosofi di varia nazionalità. Si distinguono tre livelli operativi.

La “rimozione primaria” è il residuo arcaico, individuale e collettivo, di rappresentazioni disturbanti non coscienti, come la “scena primitiva”, la “colpa” e la “seduzione”, che costituiscono di poi punti di fissazione per le rimozioni successive.

La vera “rimozione” consiste in un processo attivo dell’”Io” che mantiene fuori dalla coscienza le rappresentazioni inaccettabili per semplificare la vita corrente. La “rimozione” da parte dell’”Io” si attesta nel relegare a livello profondo rappresentazioni angoscianti. In quest’operazione di difesa  le istanze del “Super-Io” e dell’”Io” sono alleate nel disattivare la memoria da questi vissuti angoscianti inconciliabili e incompatibili con l’equilibrio psicofisico .

Il “ritorno del rimosso”, la fuga dalla “rimozione” delle rappresentazioni sottili e delicate, può essere utile e funzionale come nel sogno e nei fantasmi o imbarazzante come nei “lapsus” e nelle “paraprassie”, le false azioni, oppure può essere patologica come nei sintomi nevrotici che testimoniano del fallimento reale della “rimozione”. Al suo mancato funzionamento e al “ritorno del rimosso” si attribuiscono i fenomeni isterici, le inibizioni, le ossessioni e l’impoverimento psichico in generale. Il processo consiste nel disinvestimento delle rappresentazioni angoscianti e nel successivo controinvestimento dell’energia pulsionale disponibile in rappresentazioni autorizzate. Freud riteneva inizialmente che la “rimozione” fosse la causa dell’angoscia, di poi dimostrò che è l’angoscia a creare la “rimozione”.

Passiamo all’istinto materno. Può essere definito come la rappresentazione fantasmica della psicofisiologia genitale femminile, il modo di vivere la “libido genitale” e di sentire il corpo nel suo essere materno. Istinto materno è il complesso delle fantasie in riguardo al corpo, nello specifico l’apparato sessuale femminile, che di poi viene inquadrato e organizzato dalla mente. Tali vissuti si incamerano durante la “posizione edipica” e la “fase genitale” degli investimenti della “libido”, si fissano nell’identificazione nella madre e nell’acquisizione dell’identità femminile e si evolvono nell’adolescenza con la pubertà e la maturazione genitale.

Passiamo alla “tenda”. Il significato antropologico della “tenda” presso la cultura degli indiani americani, i cosiddetti “Pellerossa”, si attestava in una simbologia materna e in una forma di extraterritorialità. Chi, maschio ovviamente,  commetteva un reato e si rifugiava nella tenda della donna anziana della tribù non poteva essere catturato, perché il luogo godeva dell’impunità. Questa è memoria, perché la cultura dei Pellerossa è stata mirabilmente distrutta o relegata a coreografia turistica. In compenso ricordo che nella simbologia archetipale, universale e primaria, la “Madre” assolve le colpe dei figli in base al suo codice fusionale, al di là della “Legge del Padre” che invece condanna ed esige l’espiazione della colpa in base al suo codice dirimente.

Maestro nella decodificazione dei simboli universali e culturali è stato Karl Gustav Jung, collega di Freud e della prima psicoanalisi e di poi dissidente e fondatore della “Psicologia analitica”, semplicemente un grande per la sua vasta formazione e per la sua capacità di sintetizzare le varie conoscenze in una valida teoria. Senza il suo contributo oggi sapremmo poco sul fenomeno psicofisico del sogno. Invito a leggere il suo testo “L’uomo e i suoi simboli” per una prima introduzione alla “Psicologia analitica” e al tema del significato profondo dei sogni.

PICCOLE DONNE CRESCONO “SALDI EDIPICI”

 

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“Mia va da un dottore, il quale le sente il cuore e le dice che da lì a una settimana si sarebbe fermato.

Mia si sveglia, va dalla madre, racconta il sogno e le dice che praticamente è come se le avesse detto che sarebbe dovuta morire.”

Ho titolato il sogno di Mia “piccole donne crescono – saldi edipici” semplicemente perché si tratta del classico inizio della maturazione  fisiologica e psichica di una bambina, il tempo dell’adolescenza. A livello organico il corpo si evolve acquisendo le caratteristiche biologiche femminili, a livello psichico la mente si avvia verso la liquidazione del complesso di Edipo o meglio, secondo la terminologia di Melania Klein, della “posizione” edipica.

Pochi sono gli elementi simbolici di questa sintesi onirica di Mia, ma la psicodinamica s’inquadra bene nel triangolo “madre”, “padre- dottore”,

“figlia- cuore”. E’ presente, inoltre, il “tempo-settimana” a delucidare la trama e il significato profondo del sogno di questa piccola donna che cresce.

Mia comunica alla madre che è in via di emancipazione e che si sta liberando del padre e della madre, che ha iniziato la liquidazione e che restano soltanto frammenti edipici. Mia sta svendendo quello che resta dei fantasmi della  mamma e del papà, sia nel senso che si libera da inutili zavorre infantili e sia nel senso che il processo non è poi tanto doloroso. Il cambio psicofisico di ruolo è fascinoso, tutto da vivere e tutto da scoprire senza alcuna fretta.

E la morte, “che sarebbe dovuta” arrivare nello spazio di una settimana, che fine ha fatto?

Non si tratta di un “fantasma depressivo di morte” nel senso di perdita totale e definitiva, perché Mia prende tempo, “una settimana”, quello che basta per attestare di un’evoluzione, un passaggio e non una fine drastica. Oltretutto, questo tempo se lo fa prescrivere dal “padre-dottore”.Trattasi di rinascita evolutiva, dall’infanzia all’adolescenza, e dell’attesa che gli ormoni portino a compimento nel corpo il processo biologico. Mia si dà tempo non per morire, ma per andare oltre anche con la sfera affettiva e per commutare il legame con i genitori da dipendenza psichica a riconoscimento del padre e della madre, da semplice possesso a relazione possibilmente simmetrica, fatti salvi i ruoli e i compiti di ognuno. Mia si dispone, dietro gli stimoli dei genitori e del tempo  biologico, a viversi nella sua autonomia psicofisica.

Analizziamo i simboli.

Il “dottore” rappresenta l’autorità paterna, il “Super- Io”, il senso del dovere e del limite, la censura morale e la vita nella realtà insieme agli altri, la crisi dell’onnipotenza infantile e del bisogno di possesso. Il padre rappresenta per le figlie “l’uomo che sa e che apprezza” il corpo che si trasforma, l’autorità che approva e il primo oggetto di attrazione; la figura paterna stimola nella figlia una sensibilità delicata e avvolta da pudore. Del resto, il padre subentra alla madre nella posizione edipica per indicare anche il modo di inserirsi con fascino nella realtà sociale e nell’universo maschile. Perché il dottore? La competenza sul corpo viene riconosciuta a questa figura. Come si diceva in precedenza, il padre riconosce Mia come cresciuta e lei si sente cresciuta e pronta a diventare donna e pronta ad affrontare il “dramma rosa” di un corpo di donna che alberga in una psiche di adolescente.

Il “cuore” condensa la vita e il sentimento, la “libido” e gli affetti, l’emozione

e la vitalità neurovegetativa pulsionale. “Il cuore che si ferma” condensa la conclusione di una fase e l’inizio di una nuova avventura degli investimenti della “libido” e in specie di quelli affettivi.

Sul tempo si è già detto che, essendo definito in una “settimana”, attesta della fase finale della “posizione edipica”. Mia si dà tempo per evolversi e non per morire. La morte in sogno ha tutt’altra simbologia.

In conclusione, Mia si sta disponendo all’adolescenza e si avvia verso l’età adulta evolvendo anche le modalità affettive e i comportamenti.

La prognosi impone a Mia il rafforzamento della risoluzione edipica in corso. I genitori devono favorire il processo di emancipazione della figlia non indulgendo a nostalgici ritorni al passato. Bisogna, all’incontrario, sostenere Mia nel giusto cammino intrapreso.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nella “fissazione” a tappe precedenti dell’evoluzione della “libido” con il ritorno alla dipendenza psichica e ai timori relazionali e con l’aggravante di un corpo di donna.

Riflessioni metodologiche: il passaggio dall’infanzia all’adolescenza è per la bambina particolarmente traumatico. Come dicevo nel sogno di Mia, la bambina si trova nello spazio di pochi mesi con un corpo di donna e con la capacità genitale. Ancora gioca con le bambole e si trova a gestire un corpo  di potenziale madre. In questa tappa biologica e psichica si manifesta il modo in cui è avvenuta l’identificazione nella madre a conclusione del complesso di Edipo e quale identità psichica ha scelto e acquisito. Freud disse giustamente che si nasce femmine, ma si diventa femmine. In questo momento la bambina nata femmina diventa donna, ma a livello psichico la consapevolezza avviene in un tempo non breve, ossia lungo. La statistica parla di quattro anni, per cui l’adolescente sa di esser donna tra i sedici e i diciotto anni. La modificazione corporea viene esibita o nascosta e la giovane donna si trova di fronte al suo corpo che riconosce o non riconosce, che accetta o rifiuta, che gradisce o detesta. Da come reagisce, si evince come si è formata. Sia che occulta il suo essere femminile con larghi maglioni o sia che lo esibisce con compiacenza, è sempre necessario dare il tempo alla psiche per l’assimilazione dell’evoluzione avvenuta. L’adolescenza evidenza la modalità in cui è proceduta la formazione del carattere sotto la spinta dei fantasmi. L’identità psicofisica è un importante fattore che rende l’adolescenza un momento critico dell’esistenza. Ricordo a tutti, genitori e non, che nel periodo adolescenziale le gratificazioni gentili non sono tassate dal governo ladro, per cui si possono elargire in abbondanza e fanno solo e soltanto bene. Grazie!