SIGNORI, IN CARROZZA ! I TRENI DI LUCIA

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“Lucia sogna spesso i treni, tanti treni e, come sempre, non riesce a prenderne neanche uno.

Le capita spesso di sognare mezzi di trasporto, soprattutto treni e navi o imbarcazioni in generale, ma in quest’ultime riesce a salire, sui treni quasi mai.

In alcuni periodi le capita di sognare spessissimo ascensori. Lucia si trova dentro e gli ascensori salgono, scendono, si muovono in orizzontale, spesso velocemente, e non si fermano mai provocandole una certa angoscia.”

Attendevo da tempo il sogno del “treno” e finalmente sono arrivati tanti treni nella stazione del mio “blog” e non da soli, ma in compagnia di navi e di ascensori e tutti in attesa di essere interpretati per ripartire. Una giornata fausta per la mia ricerca sull’essenza e sul significato dei sogni, perché il sogno di Lucia mi dà modo di approfondire le angosce collegate al “fantasma di morte” e di aprire, soltanto aprire, un tema complesso e ricco di implicazioni come quello della vita affettiva. Inoltre, il sogno di Lucia evidenzia come oggetti similari in quanto contenitori, il treno e la nave e l’ascensore, a livello simbolico sono diversi. Nella decodificazione procederò in maniera libertaria e senza costrizioni logiche e consequenziali, analizzerò i simboli singolarmente, operando le giuste riflessioni ed eventuali collegamenti psicoculturali man mano che si evidenzieranno. In conclusione, evincerò la psicodinamica in atto nel teatro onirico di Lucia.

Partiamo subito dal simbolo dominante e inquietante, il “treno”. Trattasi di un inequivocabile “fantasma depressivo di morte”. Il treno nello “Immaginario collettivo” appare nero, fumoso, sporco, fatto di freddo ferro, lugubre nella sua dominante funzione di trasportare da un punto all’altro in maniera coatta e, soprattutto, non si può pensare un treno senza binari. Questi ultimi, oltre al senso della costrizione spaziale e direzionale, condensano l’ineluttabilità meccanica di un cammino che porta alla fine temporale senza un fine progettuale: la vita trova la sua fine nella morte, escludendo altre possibilità e tanto meno altre fantasie creative sul tema come quelle offerte dalle religioni o dalle superstizioni. Lungo i binari si consumano le energie e si percorrono le ambizioni di ogni uomo. Il “treno” include simbolicamente la concezione pessimistica della vita, classica dell’Ottocento e del Novecento nell’arte e nella filosofia, dal “pessimismo cosmico” di Leopardi alla filosofia di Schopenhaeur, dal “simbolismo” di Munch all’esistenzialismo di Heidegger e di Sartre. Il treno è un simbolo culturale forgiato nella cultura occidentale e nelle società cosiddette tecnologicamente avanzate, un simbolo che s’innesta nell’archetipo, simbolo universale, della “Vita” e della “Morte”. Quindi la “Morte” si collega necessariamente alla “Vita” ed entrambe si collegano all’archetipo della “Madre”, al punto che non si può non essere d’accordo con le “cosmogonie” che proclamano il “principio femminile” come origine del “Tutto”, per cui la “Madre” è responsabile simbolica della “Vita” e della “Morte”.

Fino a questo punto il mito e la cultura.

Ma di quale morte stiamo parlando? Di quale morte stiamo speculando?

Si profila chiaramente la “morte in vita” e non la “morte in se stessa” o tanto meno la “morte dopo la morte”. Per quanto riguarda la “morte in vita” porgiamo un ossequio alla lezione filosofica ed esistenziale del grande Epicuro, vissuto a cavallo del quarto e terzo secolo “ante Cristum natum”, con la sua sintetica teoria in esorcismo della sua angoscia di morte: “quando c’è la vita, non c’è la morte e quando c’è la morte, non c’è la vita”. Sembra la scoperta  di Bracalone per il suo essere una semplice tautologia; in effetti si basa sul principio logico di Aristotele del “terzo escluso”: “o è A, o è non A”, “o è la morte o è la non morte” ossia è la vita. Ma Epicuro va oltre con le sue intuizioni sintetiche, insegnandoci la “atarassia”, la risoluzione delle angosce, per incarnare la migliore vitalità possibile dentro il nostro corpo attraverso la “edonè” (piacere) e la “aponia” (assenza di dolore). Epicuro era tanto avanti, non solo rispetto al suo tempo, ma anche rispetto a noi cosiddetti animali evoluti. Il grande Epicuro voleva significare che la morte non è una “erlebnis”, un’esperienza vissuta che si può conoscere e raccontare: tutt’altro!  Non essendo “erlebnis”, la morte non può avere parole e non può esser detta: “di ciò di cui non si può parlare”, (la morte), “si deve tacere”, dirà il grande Wittgenstein. Ciò non impedisce che si possa supporre un’essenza e una consistenza del fenomeno organico della morte, essenza e consistenza sempre legate a un contesto di materia vivente. Fin qui Epicuro.

Esiste, purtroppo, la “morte in vita” ossia la “depressione”, la pesante sindrome depressiva, la più subdola e infausta malattia della Psiche.

Ma cos’è la morte in vita? La “morte in vita” è la caduta degli investimenti e lo stallo della “libido”, la caduta dello “slancio vitale” quando l’energia ristagna e non si trasforma in risultati e in traguardi. A livello psicologico si traduce in una questione affettiva essenzialmente collegata alla perdita dell’oggetto d’amore e l’oggetto primario d’amore è la figura materna nella primissima infanzia. A questa irrimediabile perdita si collega la “psicosi

maniaco- depressiva”. Al “fantasma di perdita d’oggetto” si collega la depressione. Alla paura della perdita dell’oggetto si collega il tratto depressivo della formazione caratteriale, tratto che tutti da bambini abbiamo incamerato pensando semplicemente “ e se la mamma non torna più?” ,“e se la mamma mi lascia?”, “e se la mamma non mi vuole più bene?”

Ma cosa vuol dire tutto questo?

Il padre si può perdere senza grave danno, la madre non si può perdere senza pericolosi trambusti psichici.

Concludendo la disamina psichica e filosofica si attesta che la “morte in vita” è la depressione nelle sue varie forme e nelle sue varie intensità: la depressione nevrotica e la depressione psicotica, la depressione come tratto del carattere e la depressione come perdita di contatto con la realtà e assenza totale di emozioni: quest’ultima si attesta, dopo un periodo di pesante angoscia, in una realtà psichica freddamente metallica, al punto che la morte diventa la soluzione conseguente al precedente “quasi nulla”.

Meno male, quindi, che Lucia non riesce a prendere nessun treno!

“Lucia sogna spesso i treni, tanti treni e, come sempre, non riesce a prenderne neanche uno”. Questo non vuol significare che è esente dal “fantasma di perdita”, ma che il suo sistema psichico lo tiene sotto controllo. In generale questo non vuol significare che chi sogna di prendere un treno è candidato alla depressione e al suicidio. Tutto dipende sempre dal grado di consapevolezza e di dimestichezza che noi abbiamo con i nostri fantasmi: la salvifica autocoscienza, l’ambito e mai abbastanza raggiunto “sapere di sé”.

Lucia sogna anche le “navi e le imbarcazioni in generale, ma in quest’ultime riesce a salire, sui treni quasi mai”. E allora andiamo a sondare la simbologia delle navi e delle imbarcazioni in generale. La nave condensa fondamentalmente la vita e il vivere, l’esistenza e l’esercizio dell’esistenza, l’unità psicosomatica e gli investimenti della “libido”. La nave è un simbolo complesso per le notevoli implicazioni che comporta e per le tante interazioni che include. Si pensi al mare, al vento, alla tempesta, al cielo, alla protezione, all’avventura, alla gioia, al naufragio, al sole, alla notte, alla luna e chi più ne ha più ne metta. Decisamente Lucia ama la simbologia in grande stile, visto che sogna il “treno” e la “nave”; di certo non si accontenta dei simboli caserecci. Lucia  ama viaggiare, ama la vita intensa, le nuove esperienze e in particolare quelle significative e non banali, le emozioni a nastro e le conoscenze originali: una sapiente curiosità e una fervida attività. Ricordiamo che Ulisse navigava nel mar mediterraneo alla ricerca di Itaca secondo Omero, “per seguir virtute e canoscenza” secondo Dante Alighieri, nel mare delle parole secondo James Joyce. Interessante è, a tal proposito, la visione del film di Federico Fellini “E la nave va”, per capire cosa si può fare simbolicamente con una nave.

Ricapitolando, Lucia controlla il suo tratto depressivo e vive la sua vita con notevole interesse.

Tutto va bene fino adesso.

Ma ecco che arrivano gli ascensori, oltretutto strani e impazziti.

“Lucia si trova dentro e gli ascensori salgono, scendono, si muovono in orizzontale, spesso velocemente, e non si fermano mai provocandole una certa angoscia.”

L’ascensore, in quanto contenitore o grembo meccanico e metallico, condensa la figura materna nella sua funzione protettiva e oppressiva, il “fantasma della parte negativa e della parte positiva della madre”, la madre vissuta in maniera ambivalente perché chiamata a soddisfare i bisogni di onnipresenza dei figli e a riconoscere anche i loro bisogni di autonomia: la mamma che blocca e la mamma che libera. L’ascensore implica nel sogno di Lucia lo spazio e il dinamismo dei punti cardinali. L’ascensore che “sale” rappresenta la “sublimazione” della figura materna, la madre gradevolmente sacra e accettabile, la madre nobilitata nella sua funzione e collocata al di sopra di ogni sospetto: questo quadro sempre nei vissuti di Lucia e aldilà di come la madre è nella sua realtà. Non dimentichiamo che il sogno appartiene a chi sogna e non a chi si sogna.

L’ascensore che “scende” rappresenta la madre concretamente e umanamente vissuta, materialmente concepita nel suo corpo e nella sua mente,nei suoi pregi e nei suoi difetti, la madre reale e non la madre ideale o tanto meno la madre idealizzata.

L’ascensore che “si muove in orizzontale” rappresenta i vissuti del sistema  relazionale di Lucia sempre nei riguardi della figura materna. L’ascensore che va a “sinistra” attesta che il vissuto della relazione è regressivo, verte sul passato, è nostalgico, è sognante e sognato, è senso e sentimento, è oscuro e struggente, è crepuscolare e con un filo di logica. L’ascensore che va a “destra” attesta che il vissuto della relazione è reale e razionale, attuale e prossimo, progressivo e logicamente chiaro, maschio e robusto. Il fatto che gli ascensori vanno “spesso velocemente e non si fermano mai” attesta di una relazione nevrotica o conflittuale con la madre. E’ anche vero che la relazione madre-figlia improntata a correttezza e perbenismo è soltanto un’utopia. Ogni relazione madre-figlia è a sé stante, è unica ed eccezionale come la formazione del carattere di ogni persona vivente. Quindi non è questo il problema. La cosa più delicata e problematica è che Lucia si trova dentro l’ascensore e si lascia sballottare a destra e a manca dal fantasma della figura materna. Lucia non è uscita dal grembo materno, è dipendente dalla madre e non ha una sua autonomia psichica e questo non è dovuto alla madre, ma ai suoi bisogni affettivi.

Anche degli ascensori si è detto in abbondanza.

La prognosi impone a Lucia di acquisire una migliore autocoscienza portando a risoluzione il complesso di Edipo con il riconoscimento della madre e la consapevolezza che bisogna tendere all’autonomia psichica e soprattutto all’autonomia affettiva. La madre non deve essere vissuta come un rifugio o una capanna e come un limite o una prigione da cui evadere. Lucia deve mettere al posto giusto la madre dentro di lei e, nel far questo, può essere aiutata dalla figura paterna che nel sogno non compare o da una figura sostitutiva che certamente esiste.

Il rischio psicopatologico si attesta in una relazione eccessiva e conflittuale con la figura materna ispirata a dipendenza. La psiconevrosi edipica sarà di natura isterica con la conversione dei bisogni affettivi in pulsioni della sfera orale. La questione affettiva può portare a difficoltà e a conflitti relazionali  con le persone significative per eccessiva esigenza a loro carico.

Riflessioni metodologiche: come si nota il tema della morte innescato dal simbolo del treno comporta non soltanto la psicopatologia più delicata della sindrome depressiva, ma anche tematiche filosofiche e culturali antiche e moderne. Mi piace rievocare, per quanto riguarda la “dialettica vita e morte” con l’angoscia implicita, il mito di Er di cui Platone ha scritto nel dialogo “Repubblica”.

“Io ti riferirò il racconto d’un valoroso eroe, Er l’Armeno, nativo della Panfilia, che, caduto in battaglia, ritornò in vita e raccontò ciò che aveva visto. Le anime arrivano in un luogo alle estremità del cielo dove è sospeso il fuso della Necessità, che dà la spinta a tutte le rivoluzioni celesti … Attorno al fuso e a distanze uguali sedevano, ciascuna su di un trono,le tre Parche, figlie della Necessità, Lachesi, Cloto ed Atropo,vestite di bianco e con la testa coronata d’una benda: Lachesi canta il passato, Cloto il presente ed Atropo l’avvenire … Appena le anime furono arrivate, esse dovettero presentarsi a Lachesi. Un sacerdote assegnò a ciascuno il suo posto, quindi prese sulle ginocchia di Lachesi le sorti e le diverse condizioni umane..  Quando tutte le anime ebbero scelto, secondo l’ordine della sorte, la loro vita, passarono nello stesso ordine dinanzi a Lachesi che diede a ciascuna di esse lo spirito custode che si era scelto perché fosse guardiano durante la vita e aiutasse a compiere il suo destino. Questi condusse l’anima a Cloto, la quale con la sua mano che faceva girare il fuso confermò il destino che ciascuno si era dato. Dopo che l’anima ebbe toccato il fuso, il genio la condusse da Atropo per rendere irrevocabile ciò che era stato filato. Di qui andarono dritti verso il trono della Necessità  sotto il quale l’anima e il suo genio passarono insieme. Quando tutte le anime furono passate, esse si recarono per un calore insopportabile nel piano di Lete, l’oblio: questo è nudo di alberi e di tutto ciò che porta la terra. Qui, essendo venuta la sera, si accamparono sulle rive del fiume Ameles, senza affanni, la cui acqua non può essere contenuta da un vaso. Tutte dovettero bere una certa quantità di quest’acqua: quelli che ne prendono smoderatamente perdono ogni memoria del passato. Era la mezzanotte quando scoppiò un alto tuono, accompagnato da un terremoto: tutte le anime furono proiettate qua e là come stelle cadenti verso il luogo della loro nascita.”

Le riflessioni sono le seguenti: Platone ha fatto tornare Er per raccontarci quello che aveva visto dall’altra parte. La dea fondamentale è la “Necessità”, in greco “Anankè”, la madre di tutte le dee della “Vita” e della “Morte”, la necessità biologica. Lachesi, Atropo e Cloto sono femmine a conferma che il “Tutto”, nel bene e nel male, si origina da un “principio femminile”.

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