LUI E LEI … LE FIGLIE E L’ALTRA

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“Gemma sogna di trovarsi con sua figlia di fronte a uno strano sentiero che bisogna percorrere.

Lei va per prima e incoraggia la figlia di fronte all’acqua; la figlia devia trovando la via.

Gemma, invece, barcolla e sta per cadere da uno scalino; poi vede uno strano essere e sceglie un’altra strada.

Finalmente arriva alla cassa, come se il percorso di prima fosse stato un supermercato.

Dietro di lei c’è lui, alto, e le dice che è venuto da lei, ma si rammarica di aver lasciato a casa la moglie e la figlia piangenti.”

Il sogno di Gemma propone un tema importante: l’innamoramento e l’amore,

un dilemma da districare tra gli affetti storicamente consolidati e istituzionalizzati e gli affetti in deroga e sensibili alla colpa.

La trama è semplice e i simboli sono significativi.

Questo sogno è stato fatto anche in dormiveglia su un vissuto in atto e altamente considerato:l’innamoramento. La valenza narrativa si alterna e a volte prevale sulla valenza simbolica.

Vediamo subito la decodificazione dei simboli e poi componiamo la psicodinamica.

Il “sentiero strano che bisogna percorrere” condensa l’ineluttabilità dell’esercizio del vivere e la ricerca della soluzione di un conflitto o la risoluzione di un progetto.

La “figlia” è l’affetto consolidato e la proiezione dell’altra parte di sé, quella che vuol conoscere, quella che vuol sapere.

L’”acqua” condensa l’universo femminile, le pulsioni neurovegetative e le emozioni profonde, gli affetti e la recettività sessuale, la madre e la donna. Gemma è una buona educatrice e incoraggia la figlia e se stessa a crescere e a diventare autonoma. La figlia o l’altra parte di sé è una brava scolara perché devia subito trovando la via: tutto questo è nei desideri di Gemma.

Barcollare e stare per cadere rappresentano il dubbio e l’induzione alla colpa, la tentazione e la crisi della coscienza morale, il richiamo alla trasgressione e la censura.

“Vede uno strano essere e sceglie un’altra strada”. Si tratta della parte emergente e nuova di sé, la parte non agita ma latente, il “non nato” che vuole nascere ma che fa paura.

La “cassa” rappresenta il “Super-Io”, la censura morale e l’espiazione della colpa: “il redde rationem”, il rendimi conto di quello che fai.

Il “supermercato” condensa la socializzazione e lo scambio, la relazione e l’opinione, la trattativa e lo scambio, la seduzione e la truffa.

“Lui” condensa la trasgressione e il desiderio, la pulsione e la seduzione, l’investimento della “libido” e l’oggetto dell’attrazione, l’oscurità subdola e clandestina.

Lui è “dietro di lei” ad attestare la volitività di Gemma, la sua sicurezza e la sua determinazione nel prendere ciò che vuole: una buona consapevolezza del suo valore globale.

Lui è “alto”, un piccolo dio, qualcosa di sacro, un padre eterno, un fascinoso Marcantonio, una figura autorevole e inarrivabile. Questa caratteristica fisica e simbolica, “alto”, viene attribuita al padre dalle bambine in piena fase edipica. Gemma ha qualche pendenza verso il padre, deve liquidare ancora qualcosa verso l’augusto genitore.

Lui “dice che è venuto da lei”: ottimismo e potere di Gemma nell’esporre il suo desiderio.

Il “rammarico” etimologicamente contiene il termine “amaro” per rappresentare il travaglio della consapevolezza e della scelta, il dolore della deliberazione e della decisione da parte dell’”Io” di agire il desiderio.

Del resto, ha “lasciato a casa la moglie e la figlia piangenti”, per cui la scelta non è indolore e spavalda, è dettata dalla consapevolezza sadica di nuocere agli affetti costituiti e conclamati.

Ricostruiamo il quadro narrativo del sogno.

Gemma s’imbatte in un’esperienza nuova di vita che non aveva pensato di poter fare e la sua premura va alla figlia: l’amore materno in primo luogo. Pur tuttavia, Gemma è decisa a seguire i suoi nuovi vissuti e incoraggia la figlia all’emancipazione dalla sua figura, una soluzione ai suoi sensi di colpa più che una “maieutica” evolutiva.  Gemma segue la sua pulsione e la figlia devia trovando la via. La madre è libera e pronta alla trasgressione nel momento in cui si libera dell’amore materno e sceglie se stessa.

Pur tuttavia, Gemma non è convinta di quello che sta vivendo e che sta facendo anche se è più forte della sua volontà. S’imbatte nella “parte negativa di sé” e si censura correggendo il tiro con un’altra soluzione. Si rende conto di quello che sta facendo e teme il giudizio della gente.

Ecco il “casus belli”, il conflitto di Gemma:  lui ha scelto lei, ma ha lasciato la sua famiglia in lacrime.

Il sogno attesta di una tentazione trasgressiva e dei conti da fare con il “Super-Io”, l’istanza psichica morale, un conflitto che arriva quando meno te l’aspetti e quando pensavi di essere sopravvissuta a certe esperienze. Non bisogna mai pensare di essere al di sopra di ogni sospetto e di ogni possibilità, così come non bisogna mai rassegnarsi di fronte al gioco del caso. Bisogna tenerlo sempre in considerazione e averne una piena consapevolezza perché la “rimozione” può non funzionare e il rimosso può ritornare con la forte esigenza di tradursi in esperienza concreta.

La prognosi impone a Gemma di valutare attentamente le ingiunzioni del “Super-Io” fino al grado di accettabilità e di convenienza e di deliberare e di decidere con piena consapevolezza in riguardo alla possibilità pratica e pragmatica. In questo severo compito la funzione mediatrice dell’”Io” è particolarmente importante per equilibrare il desiderio e la frustrazione.

Il rischio psicopatologico s’incentra nel sacrificio della “libido” ridestata e immessa in circolo. La frustrazione dell’energia vitale porta immancabilmente a una conversione somatica con una serie di disturbi collegati. Inoltre, la vanificazione del progetto di agire il vissuto sentimentale ed erotico risveglia il tratto depressivo.

Considerazioni metodologiche: il sogno di Gemma induce a riflettere

sul fenomeno dell’innamoramento e sui risvolti psichici che comporta quando avviene nella piena maturità e con situazioni personali e istituzionali affermate. Perché il marito o la moglie, il padre o la madre, il compagno o la compagna si abbandonano alle sensazioni e ai sentimenti dell’adolescenza, il periodo in cui si era “ignoranti” e “infanti” ossia senza esperienza e senza parole? Perché? Perché un uomo di cinquant’anni lascia moglie e figli con la semplice giustificazione del suo innamoramento per una trentenne? Perché una donna si perde irrimediabilmente per un altro uomo con la giustificazione che verso il marito non provava più niente? E perché..? E perché..? La casistica è tanta. Poche idee ma chiare sono necessarie a questo punto. Ci si innamora a una certa età per “fuga dalla depressione”. Di fronte alle frustrazioni personali e alle delusioni esistenziali scatta il meccanismo di difesa dall’angoscia della “regressione” a tappe gratificanti in riguardo agli investimenti della “libido”. Di fronte alle minacce della senilità e alla progressiva perdita di potere libidico, scatta il tratto depressivo che abbiamo incamerato sin dal primo anno di vita e che immancabilmente di tanto in tanto abbiamo ridestato e nutrito con le esperienze traumatiche della vita. Ecco che operiamo una fuga salutare difensiva dal presente con la regressione a tappe evolutive gratificanti ma vissute nella convinzione che si tratta di qualcosa di nuovo e d’inaspettato. In effetti si tratta di una soluzione inconsapevole dell’istanza depressiva che urge e chiede di essere curata. E allora? Allora bisogna sempre stare all’erta con l’autocoscienza, curarla gelosamente e sapere dove mi trovo e cosa possiedo. L’amore era per Schopenhauer una illusione ingannevole della maligna essenza dell’universo chiamata “Volontà di vivere”. Leggete a tal proposito il testo intitolato “L’amore”. Ma, al di là dei filosofi e delle personali convinzioni, il benefico “sapere di sé” evita disastri individuali e sociali, evita di fare del male a se stessi e ai figli in questo caso. L’autonomia psichica dà ed è disposta anche a non ricevere, è essenzialmente “genitale” ossia donativa. Non è sempre opportuno  immettersi nel circuito delle dipendenze affettive con la fasulla convinzione che si tratta del vero e grande amore della vita. Il vero e grande amore della propria vita deve essere in primo luogo il proprio sé. Per quanto riguarda innamoramenti celestiali e infatuazioni uniche si tratta di assolute minchiate inventate dai preti in vena di sballo o dal “Genio della Specie”, come diceva il grande Arturo.

EMPATIA E SIMPATIA “ANCH’IO SONO MADRE”

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“Miky sogna la proprietaria del suo bar, seduta sui gradini fuori che piangeva perché era stanca e perché non aveva tempo per sé.

Miky prova molto dolore nel vedere la sua sofferenza e piange con lei.

I gradini erano tre.”

“Miky sogna di parlare con la madre di una ragazza che conosce e che è vissuta con lei e di cui conosceva i problemi.

La madre è gentile con lei e le dà ragione.

Miky, allora, si chiede perché fino a quando la figlia era con lei, la odiava e, ora che si è rotto tutto, ragiona cordialmente. Si sveglia in lacrime.”

 

I sogni sono anche semplici descrizioni di quel che si vive e di quel che è successo nel giorno precedente e si sviluppano non necessariamente con colossali simbologie e non si raccontano con enfasi retorica. Quest’ultima caratteristica appartiene al sistema difensivo della persona che sogna e non al sogno. Quest’ultimo è di per se stesso complicato nei suoi meccanismi e nelle sue difese, ma spartano nel contenuto perché la gran parte non viene ricordata e quindi viene irrimediabilmente perduta. Ma perché il sogno a volte viene composto come una piccola “divina commedia” o come una breve  “odissea”? Si mettono in atto da svegli le difese dall’angoscia di essere dominati dal sogno durante il sonno e il bisogno di dominare il sogno: un problema di eccessiva vigilanza finalizzata a tenere sotto controllo il proprio materiale psichico traumatico che urge dal profondo e che vuole vedere la luce. La “logorrea” nel sistemare un sogno attesta di una struttura psichica particolarmente angosciata che si cura da sé con il tanto parlare senza chiedersi se l’altro lo segue o è interessato al suo dire.

Il sogno di Miky è il classico esempio di semplicità nella forma e di linearità nel contenuto, ha la sua bella psicodinamica madre-figlia e i suoi giusti meccanismi di difesa. Il sogno di Miky è profondo nel tema evocato e si può sintetizzare in questo modo: “empatia e simpatia”, “sono madre anch’io”, “identità al femminile completata e riconoscimento della madre portato a buon fine”.

Non è decisamente poco e allora avanti con la decodificazione!

Miky condensa nella proprietaria del bar la figura materna e la sua condizione di madre, collocandosi nello stesso tempo come figlia e come madre. Tratta il classico tema della madre stanca e addolorata perché si sente sacrificata  per il benessere dei figli e della famiglia, oltretutto senza essere riconosciuta nel suo ingrato e umile ruolo: il classico tema della donna che ha abdicato al suo benessere e al suo successo per i figli.

Chi non ricorda le lamentele della mamma e le litanie intese a colpevolizzare i figli? “Dopo tutto quello che fatto per te, tu mi ripaghi in questo modo” recita una diffusa lagna dell’augusta genitrice non riconosciuta e non abbastanza amata. Ma c’è di più! Spesso ricorre alla formula della sua frustrazione “tu mi farai morire”, una formula tremenda che lascia strascichi profondi nel tratto paranoico e depressivo dei figli. Le mamme tendono a colpevolizzare i figli e specialmente le figlie, perché con il maschio hanno un vissuto diverso e spesso stabiliscono una relazione edipica all’incontrario.

“Miky prova molto dolore nel vedere la sua sofferenza e piange con lei.”

Il processo d’identificazione nella madre e d’identità al femminile, insieme alla soluzione della pendenza edipica, in Miky  è definito e compiuto. Guarda caso, i gradini erano tre: io, lui e lei. Il numero “tre” condensa la posizione edipica e la famiglia. La simbologia del “pianto” è catartica e rafforza il ruolo acquisito: le lacrime sono parole liquide che liberano il “non nato di sé” ossia quello che si sente dentro e non trova espressione. La prima realtà del “non nato di sé” è l’emozione, di poi la lacrima che si tradurrà in parola. Il “dolore per il “non nato di sé” attesta il meccanismo psichico della “empatia” e della “simpatia, vissuti complessi fatti di senso e sentimento che si possono definire processi.

E’ opportuno soffermarci su questi fenomeni psichici perché ci riguardano quotidianamente. La “empatia” significa letteralmente “dentro l’emozione o il sentimento”o meglio “dentro il senso e il sentimento”. Trattasi della capacità d’immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne, più che i pensieri, gli stati d’animo, i movimenti del senso e del sentimento. Si tratta di un processo d’immedesimazione e di “proiezione” in cui si conserva la coscienza della propria identità. Freud tratta l’”empatia” come una forma psichica che dall’identificazione giunge all’immedesimazione passando per l’imitazione, un meccanismo mediante il quale è possibile partecipare le sensazioni, i sentimenti e le emozioni, il “pathos” di un’altra vita psichica. Fin qui l’empatia!

La “simpatia” si traduce letteralmente “un sentimento e un senso vissuti insieme”, “una sensazione vissuta insieme”, “una partecipazione a uno stato affettivo” che denota un’affinità tra persone e una  comunicazione nel “sentire” sensazioni e sentimenti. In filosofia gli Stoici, (Grecia e quarto secolo “ante Cristum natum”) avevano bellamente esteso questo circuito psichico a tutte le parti dell’universo, un’attrazione magnetica che governava la realtà vivente, uomini compresi. Questo riferimento serve a capire come e quanto la sapienza di oggi è antica.

Tornando al sogno, possiamo affermare che Miky si è immedesimata nella madre perché si è identificata in lei, completando il tormentato viaggio edipico e rafforzando la sua identità femminile. Di poi, la maternità ha portato Miky alla parità dell’esperienza e del vissuto, anche se la madre deve restare una figura carismatica nel bene e nel male e non una semplice figura. Eppure Miky è vissuta con lei e ne ha conosciuto i disagi e le sofferenze, oltre che i pregi e le virtù, ma non l’ha mai colta in questa dimensione umanamente solidale: “Miky sogna di parlare con la madre di una ragazza che conosce e che è vissuta con lei e di cui conosceva i problemi.”

Nel secondo sogno esprime il suo conflitto con la madre legato alla sua visione della madre sofferente nell’accudire i figli e alla sua incapacità di poterla aiutare. La maternità si capisce con la maternità a tre livelli:  fisiologico, psichico e culturale. Il livello fisiologico si attesta nel travaglio, nel parto e nella fatica dello svezzamento e dell’educazione. Il livello psichico si attesta nello sforzo di capire e di alleviare e nella gioia di capire e di alleviare. Il livello culturale si attesta nel ruolo che alla madre viene riservato dalla società in cui vive.

Tornando al sogno di Miky si vede come il rapporto conflittuale con la madre si evolve nel rapporto di “empatia” e “simpatia”: anche Miky piange liberando il passato conflittuale. Le lacrime sono acqua che pulisce i sensi di colpa e libera nuovo benessere.

“La madre è gentile con lei e le dà ragione. Miky, allora, si chiede perché fino a quando la figlia era con lei, la odiava e, ora che si è rotto tutto, ragiona cordialmente. Si sveglia in lacrime.”

“La odiava” conferma un sentimento edipico universale o meglio costante in tutti quelli che hanno bisogno di vivere un padre e una madre: le radici.

“Ora che si è rotto tutto” offre il senso traumatico del distacco, il passaggio dalla dipendenza all’autonomia.  Che termini forti e veri, ragazzi!

La prognosi impone a Miky di allargare la “empatia” e la “simpatia” nei confronti della madre e di prendersi cura di lei quando il tempo sarà severo.

Il rischio psicopatologico si attesta nel senso di colpa in riguardo ai sentimenti negativi verso la figura materna con struggimento per la mancata comprensione di quel tempo in cui era figlia adolescente. Il logorio ossessivo consegue e contribuisce a far cadere la qualità della vita: una psiconevrosi.

Riflessioni metodologiche: la questione che si pone con il sogno di Miky è  come si deve giostrare una mamma nell’accudire se stessa e i figli. La prima condizione è non vivere i figli come limiti ma come variazioni evolutive. In questo modo si riduce la carica aggressiva già implicita nella gravidanza e nel parto. I figli variano la qualità della libertà. Di poi, la mamma non deve assolutamente smarrire l’amor proprio e l’autostima. Deve considerare adeguatamente la sua evoluzione psicofisica nella maternità e farne un fiore all’occhiello della sua natura femminile. La mamma non deve proiettare sui figli i propri vissuti in riguardo ai suoi genitori. Dei suoi vissuti deve mettere in atto quelli positivi e accantonare quelli negativi. La frustrazione materna nasconde altri disagi e quindi è opportuno rivolgersi alla loro soluzione.

Una buona mamma ha tempo per sé e per il servizio amoroso dei figli specialmente se è affiancata da un uomo degno di lei.

 

BETTINA … TRA MAMMA E PAPA’

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“Bettina sogna di trovarsi in macchina con suo padre, sua figlia e suo nipote, ma non li vede in viso. E’ seduta dietro, al volante c’è suo padre. La strada è lunghissima ed è un susseguirsi di dossi che a volte le impediscono di vedere la strada. Bettina segue con gli occhi la strada quando sale e quando scende.

Percorrono un bel po’ di strada, ma Bettina non sa dove stanno  andando.

A un certo punto si trova in una stanza con sua madre e guardano alla “tv”  quel percorso come fosse un “videogame”. Non vedono la macchina del  padre, ma soltanto ciò che accade davanti.

A questo punto la strada comincia a cedere e si formano dei buchi sull’asfalto. Bettina vede un uomo caduto dentro un buco, ma senza auto; un soccorritore lo aiuta e nel frattempo urla a sua madre che non riesce a capire se la macchina dietro a quell’uomo caduta nel buco è quella del padre :”ma non hai capito che la macchina che sta arrivando in quel posto è quella di papà con G. e M. a bordo?!!!!’

Bettina è agitata e si porta le mani alla bocca. E’ sconvolta, ma non ricorda quale espressione avesse sua madre.

A un certo punto si forma una voragine sulla strada. Prima di vedere chi fosse caduto dentro, ha preso il viso di sua madre e l’ha girato perché non voleva che vedesse la scena. Un istante dopo, girandosi a sinistra con il volto, guarda la “tv” e l’inquadratura fa vedere chi è caduto dentro. Bettina vede soltanto il volto di sua madre, praticamente già inghiottita dall’asfalto, con un po’ di rosso in viso e sembra impassibile mentre viene ricoperta dall’asfalto molto velocemente. Bettina urla mentre continua a tenere il viso della madre voltato verso la sua destra. Nel frattempo i soccorritori con le mani cercano di togliere a piena forza e velocemente l’asfalto che ormai l’ha interamente coperta. Bettina a questo punto si sveglia.”

Bettina visita in sogno la madre e il padre o meglio le sue “introiezioni” delle figure genitoriali, i fantasmi in riguardo alla mamma e al papà, i tratti psichici con cui ha incastonato i genitori dentro di lei.

Il sogno esordisce con tre generazioni dentro la “macchina”, il sistema procreativo: padre, Bettina, figlia e nipote. Indiscutibilmente si esibisce un  culto religioso della famiglia, un valore psichico e sociale veramente nobile.  Pur tuttavia Bettina “è seduta dietro” e“non li vede in viso”: Bettina non si è sentita particolarmente importante e valutata nella sua famiglia e non ha avuto piena consapevolezza della realtà psichica in atto man mano che la viveva: Bettina sa che c’è, ma non è particolarmente coinvolta. Riconosce il padre come figura importante della famiglia, “al volante”. La sua vita in famiglia è stata varia con alti e bassi psichici, con coinvolgimenti più o meno coscienti, con umori diversi e con una visione mentale non sempre lucida: “Bettina segue con gli occhi la strada quando sale e quando scende”,

“un susseguirsi di dossi che a volte le impediscono di vedere la strada”.

L’infanzia e l’adolescenza trascorrono insieme al padre che guida la famiglia, ma non dà quella sicurezza e quella chiarezza di cui Bettina ha bisogno:

“percorrono un bel po’ di strada, ma Bettina non sa dove stanno  andando.”

Bettina mostra un’introiezione ambivalente della figura paterna: riconosce il padre come guida, ma non lo ritiene autorevole e rassicurante.

Cambia la scena del sogno e Bettina visita la madre o meglio il modo in cui ha vissuto la madre e l’ha messa dentro: “si trova in una stanza con sua madre”.  La “televisione” e il “videogame” rappresentano una mediazione della tensione nervosa legata alla modalità psichica con cui ha vissuto la madre, così come il “non vedere la macchina del padre” rappresenta una difesa dal sentirsi coinvolta emotivamente nella dinamica familiare e anche  un mancato riconoscimento della funzione paterna rispetto alla figura della madre. Il sogno è particolarmente angosciante e la censura opera i giusti accorgimenti per far continuare a dormire Bettina.

A questo punto l’angoscia in riguardo alla figura paterna si manifesta nella sua interezza. Bettina teme che il padre possa cadere dentro la crepa aperta sull’asfalto della strada e che ci vadano dentro anche la figlia e il nipote. Si profila in Bettina tutta l’angoscia di perdita in riguardo al suo ruolo di figlia e in riguardo al suo ruolo di madre.

I “buchi nell’asfalto” della strada rappresentano i rischi nel cammino della vita, i momenti di crisi e di conflitto vissuti nell’ambito familiare nel corso della sua evoluzione psichica. Bettina rievoca nel sogno la conflittualità con cui ha vissuto i genitori e accusa l’angoscia della perdita del padre, oltre che della figlia.

Ci sono dei soccorritori, figure gratificanti e provvide, ma Bettina teme il peggio e invoca la madre ignara del pericolo incombente. Bettina è cresciuta con l’angoscia della perdita affettiva del padre e non ha trovato nella madre la consolazione che cercava e di cui aveva bisogno:” ma non hai capito che la macchina che sta arrivando”, “non ricorda quale espressione avesse sua madre”.

La simbologia di “cadere” in “una voragine” rievoca un fantasma di perdita affettiva e quindi il sogno di Bettina è dentro questa dimensione depressiva: angoscia legata alla possibile perdita del padre.

Ma, in effetti, la scena successiva dimostra che la madre è coinvolta nella proiezione aggressiva di Bettina: “Bettina vede soltanto il volto di sua madre, praticamente già inghiottita dall’asfalto, con un po’ di rosso in viso e sembra impassibile mentre viene ricoperta dall’asfalto molto velocemente.” Bettina manifesta tutta la sua aggressività nei confronti della madre seppellendola nell’asfalto. A nulla valgono i soccorsi, le giustificazioni per assolvere la figura materna nel suo ingrato e complicato ruolo, alla fine prevale l’aggressività: “velocemente l’asfalto che ormai l’ha interamente coperta.”

Il sogno di Bettina attesta i vissuti nei riguardi dei suoi genitori. Verso il padre vive l’angoscia di perdita, verso la madre vive l’aggressività. Questi sono i fantasmi dominanti del sogno di Bettina offerti in una cornice discorsiva con la presenza di alcuni simboli dominanti.

La prognosi impone a Bettina di mettere a posto le figure dei genitori dentro di lei e di portare a soluzione la posizione edipica riconoscendo i ruoli imposti dall’economia psichica della coppia e della famiglia. Se la madre è stata vissuta in maniera autoritaria e prepotente è anche perché il padre ha delegato e ha lasciato vuoto lo spazio che necessariamente la madre doveva beneficamente occupare nell’accudire i figli. Il solito discorso dei sociologi: dove c’è un vuoto di potere, qualcuno lo deve occupare. E’ necessario che Bettina si identifichi nelle parti migliori della madre per avere una sicurezza in se stessa e nella sua figura di madre. Il padre lo può anche lasciare nella tenerezza protettiva con cui lo ha avvolto. Ribadisco: curi la sua identità psichica, identificandosi nel meglio della madre.

Il rischio psicopatologico si attesta in un conflitto d’identità nel suo essere  figlia e nel suo essere madre, una psiconevrosi isterica con somatizzazioni qualora la tensione nervosa accumulata non viene scaricata per i giusti  canali. Sono, inoltre, possibili difficoltà affettive e relazionali per eccesso di autonomia o di dipendenza. Una via di mezzo è auspicabile.

Riflessioni metodologiche: il mio metodo di decodificare i sogni. Alla luce del buon gradimento avuto dal mio “blog” in segno di ringraziamento spiego come opero sin dal momento in cui ricevo un sogno. Lo leggo e lo lascio ristagnare una notte nella memoria. Di solito intuisco di notte la profondità e i significati nascosti e le psicodinamiche sottili. Di poi vomito sulla tastiera la prima vendemmia dei dati ricorrendo alla memoria della mia pratica clinica. Lascio decantare quello che ho volgarmente depositato. Dopo due giorni passo alla pulizia dei dati buttati giù in modo isterico e li elaboro in maniera accurata controllando la correttezza dei simboli con il mio personale “dizionario dei simboli onirici” che conta quasi trentamila voci. Alla fine del quarto giorno passo alla limatura estetica dell’eloquio e alla duttilità del dire le peggiori verità. In tutto questo trambusto mi sento mentalmente vivo e affettivamente appagato. Prossimamente pubblicherò la mia teoria sul sogno, un discorso più tecnico e meno discorsivo delle interpretazioni, ma la spiegherò in maniera democratica ossia accessibile anche agli appassionati e ai cosiddetti non addetti ai lavori. Intanto grazie a tutti quelli, meglio quelle, che hanno dimostrato interesse e partecipazione.

 

PROIEZIONE E NEGAZIONE SADICA

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“Clotilde sogna una donna dai capelli neri che di notte la guarda dal balcone del condominio di fronte al suo.

Poi si trova a prenderla per le caviglie e a rotearla con forza in modo di farle sbattere la testa contro il muro fino a svuotarla.

Poi appiattisce il suo corpo. 

E’ morta, ma in una sorta di rito espiatorio ne conserva i resti tra due fogli di carta.”

 

Il sogno di Clotilde è al primo impatto decisamente macabro e induce a pensare quanta crudeltà omicida e quanta ferinità possano albergare in quella che si definisce la “psiche” di un essere umano. Alla luce del “contenuto manifesto” di questo sogno non si può essere in disaccordo con la concezione pessimistica dell’uomo: “homo homini lupus”. Fortunatamente siamo a livello di “psiche”, ma purtroppo spesso questi fantasmi travalicano dalla dimensione interiore nella realtà e vengono agiti. E allora tutti ci meravigliamo del come è potuto succedere e del perché è successo, proprio perché ingenuamente ci piace seguire la concezione ottimistica dell’uomo: ”homo homini agnus”. Freud aveva del bambino una concezione pessimistica e arrivò a definirlo “perverso polimorfo” proprio per la sua valenza psichica prevalentemente pulsionale e per la poca presenza della funzione dell’Io. Concepiva l’uomo adulto un sacrificato nella sua “libido” a causa della necessità di vivere in società, ma nel suo secondo sistema psichico diede grande importanza alla funzione equilibratrice dell’”Io” nei riguardi delle pulsioni dell’”Es” e delle repressioni del “Super-Io”. Come non condividere quest’ultima tesi, apportate le giuste correzioni legate al tempo e alla cultura?

L’”Io” è salvifico, l’autocoscienza è salutare per sé e per gli altri, la superstizione e la suggestione sono deleterie, così come l’ignoranza di sé porta a grandi disastri individuali e collettivi. John Lennon in “Imagine” illustra il mondo migliore possibile a cui aspirerei.

Dopo quest’ampia digressione occorre convergere sul sogno di Clotilde.

Il “contenuto latente” ci dice la seguente semplice verità: la distruzione della “parte negativa di sé” proiettata nella signora del condominio di fronte al suo in una coreografia decisamente sadica. Clotilde ha scisso il “fantasma di sé” in la “parte buona” e la “parte cattiva” e non riuscendo a gestire la “parte cattiva” ha fatto ricorso a tutto il suo “sadomasochismo”, legato alla “fase anale” degli  investimenti della “libido”, per liberarsene in una “catarsi” secondo un “rito espiatorio” della colpa. La scissione,”splitting”, del “fantasma di sé” è logicamente antecedente e supposta, perché nel sogno non c’è traccia, mentre è perfettamente rappresentato il meccanismo psichico di difesa della “negazione” attraverso l’atto sadico distruttivo.

Riepiloghiamo: il sogno di Clotilde è paradigmatico per spiegare agli studenti di “Psicologia dinamica” i meccanismi di difesa della “proiezione”, della “scissione dell’imago”, della “negazione”, facendo un significativo collegamento alla “fase anale” degli investimenti della “libido”: un sogno universitario a conferma che il sogno non è un semplice “resto notturno”, ma è un prodotto psichico polivalente e complicato nella sua elaborazione più di quanto si possa pensare. Altro che quattro numeri al lotto per una volgare ma ricca quaterna!

Questo è il “significato latente” del sogno di Clotilde e io lo spiego ai miei affezionati lettori del “blog” in maniera più semplice possibile, chiedendo anticipatamente scusa per qualche necessario tecnicismo e per qualche caduta nella semplificazione.

Il primo dato importante da considerare è il mancato risveglio per incubo di Clotilde di fronte a tanta sua atroce ferocia. Questo vuol dire che il sogno era gestibile a livello di tensione perché il suo “contenuto latente”, il significato, non era il suo “contenuto manifesto”, la trama. Il meccanismo onirico della “censura” ha ben funzionato, così come i meccanismi dello “spostamento” e della “condensazione”: “spostamento” nella dirimpettaia anziché in se stessa e “condensazione” in una donna dai capelli neri da uccidere.

Il secondo dato è il meccanismo psichico di difesa della “proiezione”. Trattasi di un meccanismo primitivo di attribuzione ad altri di idee, sentimenti e fatti disdicevoli e censurati di propria appartenenza. Un pericolo interno viene trasformato in pericolo esterno, questa è la “proiezione primaria” e serve a stabilire la distinzione tra “Io” e l’altro da me, tra “lo” e il “non Io” senza ricorrere alla “rimozione” ed attribuendo al mondo esterno la causa delle proprie sgradevolezze e delle proprie inaccettabili mancanze. Questo  processo serve a fortificare “l’Io”. La “proiezione secondaria” inibisce e rimuove la parte inaccettabile e ingestibile e la rende persecutoria in quanto l’oggetto esterno è investito dell’odio proiettato. Questo processo è progressivo nella sua intensità e può arrivare fino al delirio ossia fino a perdere il controllo di se stesso e all’abdicazione del principio di realtà. Non è bastata la “rimozione” in entrambi i casi, non era sufficiente relegare a livello inconscio o meglio nel dimenticatoio il materiale psichico non accettato e rifiutato di sé.

Altro meccanismo di difesa chiamato in causa è lo “sdoppiamento

dell’imago” che si attesta nella lotta contro l’angoscia di perdita dell’oggetto gratificante e contro il rischio di arrivare al modo psicotico di difesa attraverso lo “sdoppiamento dell’Io”. Lo “sdoppiamento dell’imago” è stato scoperto da Melanie Klein, psichiatra infantile, con la teoria dell’oggetto parziale nella “posizione schizo-paranoide”, la madre scissa in “seno buono” e “seno cattivo”, lo “splitting”, e con la teoria dell’oggetto totale nella “posizione depressiva”, la madre; il tutto avviene durante il primo anno di vita. L’”Io” distinguerà nello stesso oggetto una immagine positiva e rassicurante e una negativa e terrificante senza possibilità di conciliare le immagini contraddittorie e opposte. Una parte dell’”Io” rimane organizzata, mentre un’altra parte, rivolta verso l’esterno, considera buoni alcuni aspetti e li investe di “libido” rigettando gli aspetti frustranti e minacciosi. Fin qui lo “sdoppiamento dell’imago”.

Il meccanismo di difesa della “negazione” è arcaico e consiste nel rifiuto di riconoscere aspetti sgradevoli o angoscianti della propria realtà psichica in atto, i quali non sono stati rimossi e che, quindi, si presentano alla coscienza senza poter essere ammessi e razionalizzati come vissuti o fantasmi propri. Ma può succedere che queste parti psichiche rifiutate di sé si immettono in circolo nell’esercizio della vita perché stimolate da qualche  esperienza traumatica.

Questa è la parte teorica che ci consentirà di spiegare non solo il sogno di Clotilde, ma anche di conoscere meglio la nostra essenza e la nostra dialettica psichica ossia come siamo fatti dentro.

Analizziamo il sogno di Clotilde per avere la conferma oggettiva della teoria: dalla grammatica passiamo alla pratica.

Clotilde si trova di fronte all’altra se sessa nel crepuscolo della coscienza,”di notte”: “Clotilde sogna una donna dai capelli neri che di notte la guarda dal balcone del condominio di fronte al suo.”

Poi procede a liberarsi di questa immagine negativa di sé devitalizzandola in maniera sadica. Un’orribile centrifuga liberatoria per Clotilde che vuole liberare la sua testa da tutte le inaccettabili “parti negative di sé”. Anche l’espressione linguistica “fino a svuotarla “ dà chiaramente il senso di risolvere l’angoscia in maniera repentina e totale: “fuori il dente e fuori il dolore” si dice nel nobile gergo della saggezza popolare.

“Poi si trova a prenderla per le caviglie e a rotearla con forza in modo di farle sbattere la testa contro il muro fino a svuotarla.”

Ma ancora non basta. Le macabre sequenze liberatorie hanno bisogno di una ulteriore manovra di appiattimento dopo lo svuotamento organico. Ma quanta angoscia ha Clotilde, visto che non è ancora appagata nella sua interiorità da queste macabre manovre?

“Poi appiattisce il suo corpo.”

La simbologia dell’appiattimento porta a buon fine il meccanismo della “negazione”. In effetti, nel mio dizionario dei simboli onirici leggo: appiattire rappresenta “l’uniformità emotiva difensiva”, rendere indistinte le emozioni perché ingestibili dall’”Io” e irriducibili alla consapevolezza.

“E’ morta, ma in una sorta di rito espiatorio ne conserva i resti tra due fogli di carta.”

Clotilde si vuole tanto bene da completare l’opera difensiva dall’angoscia  con il rito espiatorio della colpa di conservare la memoria del misfatto, come si faceva da adolescenti con il quadrifoglio portafortuna tra le pagine del quaderno di botanica o con la rosa regalata dalla persona di cui si era infatuati, “senza parole”.

I meccanismi di difesa dall’angoscia hanno perfettamente funzionato e Clotilde in sogno li presuppone, lo “splitting” e lo”sdoppiamento dell’imago” o del “fantasma di sé”, o li rievoca uno per uno, la “proiezione” e la “negazione” in una cornice sadica. Per quest’ultima vi rimando allo studio della “fase anale” dell’evoluzione della “libido” secondo le teorie di Sigmund Freud.

Resta il problema del perché questo sogno?

Qual è il “resto diurno” di questo “resto notturno”?

La vita di Clotilde deve essere incorsa in qualche esperienza importante ma traumatica, dal momento che esulava dalla sua quotidianità e anche dal suo modo di pensare e di viversi. Si sono scatenate in lei fantasmi antichi ed emozioni represse che adesso chiedono di essere, non solo ascoltate, ma anche appagate, pena un disturbo psichico più pesante del semplice  struggimento.

Quale prognosi? Bisogna vivere al tempo giusto e al momento opportuno le esperienze: “ogni cosa al suo tempo”, dice la saggezza popolare.
La prognosi clinica impone a Clotilde di rafforzare la consapevolezza delle difese instruite in questa emergenza psichica della sua vita, perché i meccanismi chiamati in causa sono particolarmente delicati e pericolosi. Clotilde deve ben capire le sue necessità psicofisiche per poi agire di conseguenza nella realizzazione dei suoi progetti esistenziali. Dal momento che il sogno ci dice la psicodinamica del conflitto ma non la causa, è opportuno riflettere ben bene sulla qualità della consapevolezza di tutto il quadro.
Il rischio psicopatologico si attesta nell’evoluzione dei meccanismi di difesa verso uno “stato limite” in cui si oscilla tra il desiderio e la realtà, tra la fantasia e lo stato delle cose, tra una neorealtà gratificante e la quotidianità severa. 

Riflessioni metodologiche: bontà dei meccanismi di difesa e meno male che esistono. I meccanismi di difesa sono funzionali all’equilibrio psichico e alla formazione del carattere al punto che si può definire quest’ultimo come l’organizzazione delle difese. Dallo stato di quest’ultime si può supporre, più che definire, il concetto di normalità psichica. La difesa è un’attività dell’”Io” destinata a proteggere ogni uomo da un’esigenza pulsionale troppo forte. Il sistema delle difese non si deve intendere esclusivamente come una serie di comportamenti psicopatologici,( più o meno giustificata dalla presenza di un conflitto o tra le varie istanze psichiche dell’”Es”, dell’”Io” e del “Super-Io” o tra queste istanze e la realtà), perché il sistema delle difese forma anche i tratti originali del nostro cosiddetto “carattere” o meglio formazione reattiva, i quali non sono necessariamente patologici. I meccanismi di difesa dell’”Io” servono, quindi, sia alla formazione psichica di ogni soggetto e sia al suo adattamento nei confronti della realtà. La psicopatologia si attesterà soltanto nell’uso inefficace o rigido delle difese oppure nel loro dannoso adattamento alla realtà esterna o perché la Psiche non funziona in maniera armoniosa e flessibile o perché il sistema delle difese è stereotipato. Rivedendo i meccanismi di difesa in prospettiva economica, bisogna rilevare che esiste un costante e sincronico articolarsi di molte difese, oltre che un gerarchizzarsi delle stesse in vari gradi. La “normalità psichica” esige il possesso di buone difese diversificate ed elastiche, le quali permettano un sufficiente gioco pulsionale che non opprime l’”Es”, una giusta considerazione della realtà che non inquieta e disturba il “Super-Io”, un arricchimento costante dell’”Io” in un ambito di relazioni mature e scambi soddisfacenti. Le difese non devono essere energeticamente dispendiose, bensì efficaci a ripristinare lo stato di equilibrio psicofisico nel minor tempo possibile e legate alla migliore espressione del realismo utilitaristico. L’”Io” deve oscillare attorno a un asse medio che lo arricchisce e che previene i rischi del suo affascinante e avventuroso cammino.

 

LE TRE SCIMMIETTE E LO SCIMPANZE’

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“Betty sogna di trovarsi in collina su una strada sterrata che non vede. Ci sono molte persone che non conosce e che non vede. La colpisce il fatto che sia una bellissima e splendente giornata primaverile, l’erba è di un verde brillante riflessa dal sole e c’è qua e là qualche tarassaco giallo. C’è chi passeggia e chi è seduto lungo la strada. Betty non sa se sta camminando o è ferma, ma è in pace e serena.

C’è qualcuno che Betty non vede e non sente, ma sa che ha detto che ci si doveva spostare dalla strada per l’arrivo di un uomo. Così tutti quanti sorridenti e gioiosi si apprestano a sedersi lungo la parte destra della strada e sono tutti molto vicini.

Una bella signora sorridente e riccia che non conosce, la invita a prendere posto vicino a lei tra l’erba verde, abbastanza alta e sotto un filare di viti. Betty si siede, guarda di fronte a lei e da in fondo alla collina, ma non molto distante, sta salendo verso di loro uno scimpanzé eretto sulle due zampe posteriori e cammina come un uomo. Betty ha un primo piano del suo muso.

Inizialmente Betty pensa che deve aver paura e scappare, invece decide di non averne, di tranquillizzarsi, di aspettare osservandolo mentre avanza per capire se è buono o cattivo. A questo punto si sveglia.”

Il problema che il sogno di Betty offre immediatamente è il seguente: “non vede”, “non conosce”, “non so”. Le tre scimmiette di Betty sono il “non vedere”, il “non conoscere”, il “non sapere”. Chi meglio del siciliano sottoscritto poteva analizzare la sindrome mafiosa delle tre scimmiette? Parto subito con l’analisi delle simbologie al positivo e poi le volgerò al negativo.

Il “vedere” condensa la razionalità e l’esercizio logico-consequenziale, il principio di realtà e lo spirito critico, il collegamento tra interno ed esterno, la consapevolezza e le funzioni dell’Io. Il “vedere” è collegato strettamente al “sapere”.

Il “conoscere” condensa il processo di acquisizione e di sistemazione delle esperienze in un sistema organizzato di cui usufruire nel quotidiano vivere e soprattutto nel quotidiano relazionarsi. Il “conoscere” è collegato strettamente alla “cultura” intesa come apprendimento di schemi che permettono di capire la realtà e di agire in essa.

Il “sapere” condensa il gusto di sé, la soddisfazione di avere il sapore di se stessi e del patrimonio psichico acquisito, esprime la concretezza fisiologica del senso e del gusto, la consapevolezza dell’autostima e dell’amor proprio. Il “sapere” è collegato al “vedere” e al “conoscere” perché non esiste conoscenza che non si traduca correttamente nel gusto e nel senso di sé, piacevoli o dolorosi che siano.

Fin qui le interpretazioni al positivo. Convertiamole al negativo per il caso di Betty.

Betty non vive la consapevolezza di sé, non usa le sue conoscenze, non gusta se stessa. “Io non so se sto camminando o sono ferma, ma sono in pace e serena.” Eppure, la sua vita scorre in una realtà personale e sociale gratificante se guardiamo la coreografia in cui Betty è inserita e in cui la psicodinamica si svolge: “una bellissima e splendente giornata primaverile, l’erba è di un verde brillante riflessa dal sole e c’è qua e là qualche tarassaco giallo. C’è chi passeggia e chi è seduto lungo la strada.”

Betty ha detto all’inizio “di trovarsi in collina su una strada sterrata che non vede”.

La sua realtà psichica in atto è particolarmente difficile, ma è compensata da una forte sensibilità estetica, “tarassaco giallo”, e da una vita sociale gratificante,”chi passeggia e chi è seduto”.  Aggiunge anche: “Io non so se sto camminando o sono ferma, ma sono in pace e serena.” Betty si lascia vivere dalla vita e con una sapienza orientale preferisce la “atarassia”, assenza di affanni, all’ambizione e all’arroganza della consapevolezza di sé. Anche in questo caso non sa, non ha sapore di sé.

Le difese dal coinvolgimento emotivo e affettivo continuano a presentarsi ed ecco che il sogno si dirige verso il disvelamento della verità, quello che c’è sotto il velo difensivo dell’apparenza.

“C’è qualcuno che Betty non vede e non sente, ma sa che ha detto”: continua a non vedere e a non sentire, a sentirsi vivere e a non vivere, ma sa che  qualcuno ha detto. Chi è questo qualcuno? Si tratta di una persona direttiva e affidabile, una figura carismatica e importante nell’evoluzione psichica di Betty, una figura genitoriale. E tutti ubbidiscono volentieri: i figli che seguono i consigli della mamma o del papà. Sta per arrivare un uomo e “così tutti quanti sorridenti e gioiosi si apprestano a sedersi lungo la parte destra della strada e sono tutti molto vicini.” La parte destra della strada attesta di un qualcosa di razionale e progettuale, qualcosa di organizzato e comprensibile che s’innesta nel futuro, una presa di coscienza da fare perché quasi necessaria: “sorridenti e gioiosi”. La solidarietà non manca nell’essere “tutti molto vicini”: un quadro familiare.

Si tratta di una famiglia, la famiglia di Betty che aspetta un uomo che dovrebbe essere il padre.

Procediamo nel chiarimento dell’arcano.

“Una bella signora sorridente e riccia che non conosco” rappresenta l’alleato affettivo che consente il prosieguo del sogno e del sonno, ma anche una figura femminile gradevole e ideale, una figura solare e rassicurante per una Betty crepuscolare che non conosce, non sente e non sa: un surrogato della figura materna.

A questo punto tutti sono pronti a vedere l’uomo del mistero: “uno scimpanzé eretto sulle due zampe posteriori e cammina come un uomo”. Razionalmente è una delusione, emotivamente è un colpo gobbo, uno scherzo da prete, un inganno del potere. Si aspettava un piccolo dio e compare una scimmia.

Quest’ultima è la vergogna dell’uomo, “qualcosa che fa ridere oppure suscita un doloroso senso di vergogna”, secondo Nietzsche. La scimmia è l’antenato biologico dell’uomo, secondo le teorie evoluzionistiche di Darwin e, per la precisione, un “gradino inferiore rispetto all’uomo”. Simbolicamente la “scimmia” rappresenta il sistema neurovegetativo, la parte animale e istintiva, la pulsione e la caduta della ragione: un uomo inferiore, un uomo inteso come istinto e pulsione o come “forza lavoro”. Betty “ha un primo piano del suo muso”: muso, non viso, a testimoniare la valenza animale dell’olfatto e del gusto che Betty giustamente dà allo scimpanzé.

La scimmia, essendo ai limiti della parte razionale e della coscienza, sembra essere come Betty che “non sa”, “non conosce”, “non vede”, che si lascia vivere, ma può essere anche la figura paterna vissuta dalla bambina e in seguito offerta dalla madre come la figura di un uomo che lavora e che non è  valutato a livello psicoaffettivo. Della serie: “bambini fate i bravi, adesso arriva il papà che è stanco perché ha lavorato tanto” e non invece  “battiam battiam le mani che arriva il vostro caro papà”. Il sogno risolve decisamente il dubbio: non si tratta della parte neurovegetativa di Betty, ma della figura paterna semplicemente perché Betty dice” per capire se era buono o cattivo”. Betty inconsapevolmente usa il meccanismo di difesa dall’angoscia classico dei bambini, lo “splitting”, la scissione del “fantasma del padre” in buono e cattivo  che consegue al “fantasma della madre” elaborato e scisso sin dai primi mesi di vita in parte buona e parte cattiva. Il sogno rievoca la primissima infanzia, quando Betty si approcciava al padre e si apprestava a sentirlo come presenza affettiva e protettiva. E’ sorprendente e meraviglioso come nel nostro “profondo” tutto si conserva e il sogno lo tira fuori a modo suo e al momento opportuno dietro lo stimolo giusto.

Il sogno di Betty rievoca una bambina che si affida alla figura materna e che si accosta al padre con cautela vivendolo in primo luogo come una figura neurovegetativa e non affettiva, istintiva e non razionale, colui che con il suo lavoro ci dà da mangiare. La bimba non ha avuto confidenza con il padre e si è costretta a tenerlo ai margini della sua affettività legandosi in silenzio e temendolo sempre in silenzio, una bambina che non si è saputa districare tra una madre ingombrante e direttiva e un padre minimizzato e ridotto al suo essere vivente. E’ consequenziale che questa situazione psichica e relazionale ha impedito a Betty la corretta evoluzione della posizione edipica. Lascia ben sperare in una riappropriazione progressiva dell’alienato e in una ripresa psichica di Betty il “doveva aver paura” e il “decide di non averla”, la volitività del fare e la volontà di affermazione, al di là delle titubanze e delle attese.

La prognosi impone a Betty di recuperare la sua autoconsapevolezza e la sua sicurezza riconoscendo le figure genitoriali, non soltanto come si sono manifestate, ma anche come le emergenze di allora le hanno offerte. Betty si è evoluta con la figura incompleta del padre e con la figura “XXL” della madre. Lo spazio occupato dalla madre è indotto anche da circostanze storiche e culturali che hanno contraddistinto la famiglia borghese al suo primo formarsi. Di poi, quando anche la madre è andata al servizio del sistema produttivo emancipandosi, la famiglia ha conosciuto problematiche di grande spessore e conflitti di sottile qualità.

Il rischio psicopatologico si attesta nel persistere della disistima e  nell’evitare il coinvolgimento affettivo. Inoltre il rischio comporta la caduta della qualità della vita e delle relazioni affettive secondo una deleteria filosofia della modestia e dell’accontentarsi. E’ da dire che conseguirebbe un’infausta sindrome depressiva.

Riflessioni metodologiche: ancora a proposito della teoria sul sogno si può definire quest’ultimo “resto notturno”. In base a quanto ho affermato   nell’interpretazione del sogno di Gregorio, titolato “il travaglio della rinascita”, e nello specifico sul dato di fatto che i sogni al risveglio passano dal parrucchiere per essere acconciati e sul dato di fatto che è quasi impossibile avere il prodotto onirico nella sua integrità e purezza, aggiungo che il sogno si può definire “resto notturno”. In base a questa riflessione si possono anche  analizzare le fantasticherie e le fantasie da svegli elaborate. Freud aveva attribuito la causa del sogno ai “resti diurni”, agli stimoli del giorno precedente non adeguatamente indagati che agganciano materiale psichico rimosso ed elaborano di notte il sogno. Alla luce di quanto risulta su quello che ricordiamo nelle fasi R.E.M. del sonno, quando il sogno si elabora e prende consistenza perché nelle fasi NON R.E.M. non si sogna perché è labile la  memoria, si può definire il sogno “resto notturno” con due finalità importanti. La prima consente di analizzare i prodotti psichici elaborati nella veglia come le fantasticherie e le fantasie e le opere artistiche e culturali come la pubblicità e come altre espressioni del polivalente animale vivente chiamato uomo. La seconda consente d’interpretare i sintomi delle problematiche psichiche come le psiconevrosi e le psicosi e le fenomenologie dei disturbi psicosomatici e di tutto quell’altro che rientra nella fenomenologia dello strano animale chiamato uomo e che lo contraddistingue dalla scimmia, per restare in tema con il sogno di Betty. In sintesi: il sogno è un resto notturno e si possono decodificare i prodotti psichici e culturali.

IL TRAVAGLIO DELLA RINASCITA

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“Gregorio sogna di trovarsi in compagnia di una donna dentro una cabina a due posti e con vetrate e sospesa in aria sui binari.

A un certo punto Gregorio si è ritrovato fuori dalla cabina e la guardava dall’esterno e percepiva di dover fare un salto perché le rotaie finivano e la cabina sarebbe precipitata.

Infatti la cabina andava giù e Gregorio si sentiva sicuro, poi ha percepito che qualcosa non andava e ha avuto paura e subito dopo c’è stato lo schianto.

E’ caduto a terra a pancia in giù cosciente guardando la donna che era in sua compagnia. Ha sentito la testa come in una morsa tra la strada e la cabina, ma senza alcun danno fisico.

Subito dopo si è rialzato come se niente fosse successo chiedendo all’amica se stesse bene. L’amica aveva delle perdite di sangue nel viso, ma stava bene.”

 

Il sogno di Gregorio si presenta simbolicamente ben quadrato con le sue acrobazie aeronautiche o con i suoi voli da montagne russe del miglior lunapark di Vienna. Le condensazioni sono particolarmente significative e intessono la consueta psicodinamica edipica intessuta in maniera personale.

Procediamo con chiarezza e sintesi.

Gregorio si trova “in compagnia di una donna dentro una cabina a due posti con vetrate”. Si evince che questa donna è la madre dal fatto che la “cabina”, in quanto recettiva, rappresenta la figura materna, “a due posti” è un rafforzamento della coppia edipica, le “vetrate” esprimono  l’esibizione sociale protetta dei ruoli di madre e di figlio, l’essere “sospesa in aria” condensa il meccanismo psichico di difesa della “sublimazione”, i “binari” esprimono il senso della costrizione e della necessità naturale. Il “binario” esprime un “fantasma di morte” collegato alla figura materna, un’istanza depressiva di dipendenza e di perdita. Tirando le somme, Gregorio ha una relazione con la madre contraddistinta da dipendenza affettiva e il tutto secondo i dettami edipici della “sublimazione” ossia della nobilitazione desessualizzata del legame. Gregorio ha superato la tappa del possesso della madre e dell’odio verso il padre e si sta avviando verso la liquidazione della posizione edipica. Sognando si è portato la mamma in alto sublimandola e dentro una cabina lucida e trasparente a testimonianza della consapevolezza del suo “status” psichico e della qualità del suo legame.

“A un certo punto Gregorio si è ritrovato fuori dalla cabina e la guardava dall’esterno”; per accrescere la consapevolezza della possibilità del distacco Gregorio esce fuori dalla cabina, sempre in un dimensione sublimata, per capire il rischio psichico di mantenere la sua relazione con la madre in termini squisitamente edipici. Gregorio si autopartorisce, “percepiva di dover fare un salto perché le rotaie finivano e la cabina sarebbe precipitata.” Le costrizioni psichiche, le dipendenze dalla madre, le psicodinamiche dell’infanzia devono evolversi in un salto di qualità della relazione con la madre e della vita psichica. Si profila per Gregorio un’auspicabile maturazione umana, un distacco anche doloroso, le rotaie, ma necessario per crescere. Gregorio e la mamma devono precipitare perché i binari sono terminati con le costrizioni psichiche, Gregorio è cresciuto ed è pronto per trovare la dimensione giusta del suo rapporto con la madre. Il precipitare comporta una simbologia depressiva di perdita, dal momento che la dinamica è rischiosa e drammatica, ma include anche il simbolo della concretizzazione materiale della figura materna, il viverla così com’è, il “riconoscerla” secondo i dettami della Psicoanalisi.

“Infatti la cabina andava giù e Gregorio si sentiva sicuro, poi ha percepito che qualcosa non andava e ha avuto paura e subito dopo c’è stato lo schianto.”

In un primo tempo il distacco dalla madre avviene in maniera sicura, Gregorio è pronto a liquidare il complesso di Edipo. Di poi, subentra la vertigine della libertà e la paura che quest’ultima non traligni in solitudine. Lo “schianto” è il prezzo che si paga alla perdita del rassicurante passato e all’acquisto di una dimensione nuova e ambita, la realtà adulta; l’aspetto tragico dello schianto è legato anche al senso di colpa di aver rotto l’unità della diade madre-figlio.

“E’ caduto a terra a pancia in giù, cosciente e guardando la donna che era in sua compagnia. Ha sentito la testa come in una morsa tra la strada e la cabina, ma senza alcun danno fisico.”

La consapevolezza accompagna il “fantasma della rinascita” simbolicamente presente nel sentire “la testa in una morsa tra la strada e la cabina”. Gregorio elabora in sogno la simbologia di un parto travagliato “ma senza alcun danno fisico”. Interessante la scena onirica di Gregorio caduto “a pancia in giù” che guarda la madre “che era in sua compagnia”. La diade si è liberata dopo lo schianto. La pancia in giù attesta di una posizione fetale così come lo schianto attesta di un “fantasma di morte” depressivo o di una soluzione violenta alla perdita. In effetti, la caduta dalle montagne russe di Gregorio e della madre avviene in un contesto meno tragico rispetto al contenuto del simbolo.

A questo punto abbiamo la conferma del parto simbolico andato a buon fine: “l’amica aveva delle perdite di sangue nel viso, ma stava bene.” E per quanto riguarda Il figlio il sogno dice che “si è rialzato come se niente fosse successo”.

Il sogno di Gregorio dimostra come il riconoscimento della madre, fatto al momento giusto, sia impresa indolore, nonostante la scenografia acrobatica e la soluzione finale da ossa rotte. Nel sogno ci si può permettere acrobazie che nella veglia sarebbero tragiche. Gregorio era pronto e degno della sua autonomia: “fare legge a se stesso”.

La prognosi impone a Gregorio di rafforzare la sua emancipazione dalla madre e la sua acquisita autonomia rivolgendosi all’universo femminile con intraprendenza e sicurezza.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” per bisogni affettivi o per il tralignare della libertà in solitudine e nella sintomatologia classica delle psiconevrosi edipiche: isterica, fobico-ossessiva e depressiva.

Riflessioni metodologiche: il sogno è ricordato,composto, raccontato. Da energia ribelle in piena elaborazione psichica nella fase del sonno R.E.M. viene progressivamente ridotto al risveglio in parole tranquille. In queste operazioni il sogno riceve un accomodamento emotivo e logico attraverso dei nessi che necessariamente non contiene perché non viene elaborato dai “processi secondari” e, quindi, è esente dalla consequenzialitàlogico-discorsiva. Di per se stesso il sogno è prossimo al delirio perché viene elaborato dai “meccanismi primari” o in maniera generica dalla “fantasia”, quella modalità funzionale della mente che da bambini o in sogno è assolutamente normale, ma da adulti e da svegli è delicata perché rappresenta il linguaggio delle psicosi o dell’arte, delle malattie gravi o del linguaggio creativo. Del sogno vero e proprio perdiamo la gran parte e la parte migliore, l’essenza, del sogno ricordiamo soltanto una minima parte e quest’ultima la riduciamo a congettura e a possibilità. Il sogno ridotto a storia e a psicodinamica, da “contenuto manifesto” a “contenuto latente”, non equivale al vero sogno, al sogno nella sua purezza e nella sua verità oggettiva. Quello che chiamiamo sogno, in effetti, può esser considerato un “sogno a occhi aperti” o a “occhi semichiusi” o a una “fantasticheria” da svegli elaborata. Pur tuttavia, il sogno resta sempre e in qualsiasi modo un prodotto psichico significativo che da dormiente ha più probabilità di essere profondo. Il sogno ricordato e accomodato è una traccia del vero sogno integro e profondo. L’interpretazione o la decodificazione è la ricostruzione archeologica di un reperto antico o lo studio di un fossile sopravvissuto al presente, dal momento che la psiche temporalmente si riduce a un “breve eterno”. Questo commento problematizza il sogno, ma conferma che è una “via regia di accesso all’Inconscio” o alla dimensione profonda, come voleva il padre della Psicoanalisi Sigmund Freud.

IL MASTINO CHE PUZZA

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“Micol sogna di trovarsi spesso dentro a un ascensore che la porta in vari piani di una struttura molto grande, potrebbe essere un ospedale o forse una scuola, e in questi piani vaga alla ricerca non sa di cosa e quasi si perde.
Poi Micol si ritrova dentro a un locale dove c’è una sua conoscente che ha un cane mastino che puzza.
Micol si siede dall’altra parte del tavolo per non sentire l’odore, ma non ritiene giusto che il cane esca dal locale considerato che fuori piove tanto, ma non ritiene neanche giusto che gli altri avventori debbano sopportare la puzza del cane.
Poi Micol si ritrova in collina tra varie coltivazioni e in uno di questi pendii dispone in modo ordinato e parallelamente tra loro dei lunghi tralci di una pianta rampicante simile al luppolo, dal punto in cui era coltivata appoggiandoli lungo il terreno scosceso come fosse una lunga chioma.”
Scrive Micol: “avrei anche una curiosità a proposito di sogni ricorrenti. Il mio riguarda da decenni sempre la solita situazione: devo andare in bagno, ma mi è impossibile farlo perché o il bagno non è accessibile perché intasato, rotto o particolarmente sporco, ma molto spesso perché non è possibile chiudere la porta o la porta è molto bassa e quindi impossibilitata ad avere privacy.”

La gradita lettera di Micol verte inizialmente su un tema onirico già trattato come l’“ascensore”, di poi offre la possibilità di allargare la simbologia onirica sui temi della “puzza” e del “bagno” con l’intermezzo della “lunga chioma”.
Procedo con l’ascensore. Trattasi della solita figura materna, vissuta come inglobante e fagocitatrice, che oscilla tra una dimensione concreta e una dimensione sublimata. In particolare si tratta di una dipendenza e di una pendenza verso la madre: dipendenza affettiva e pendenza edipica. Il conflitto si manifesta nel “trovarsi spesso dentro a un ascensore”, ma si tratta di un ascensore veramente impegnativo e poliedricamente funzionale perché ”la porta in vari piani di una struttura molto grande, potrebbe essere un ospedale o forse una scuola”. Micol proietta sulla madre il suo bisogno di essere una donna particolarmente importante e ricca di attributi psichici: “struttura molto grande”. L’ospedale o la scuola sintetizzano la complessità della personalità nel versante non solo sociale, ma anche donativo, in quanto si tratta di luoghi in cui si dà e si riceve in un interscambio gratificante. Forse si tratta di un lavoro, ma sicuramente Micol attesta il bisogno di una buona autostima e la consapevolezza di un buon valore di sé. Bisogna stare sempre attenti a non costruire un “Io” ipertrofico soltanto perché si è insoddisfatti della triste e avara realtà; in questo caso si rischia di essere esosi e tirannici con se stessi.
“E in questi piani vaga alla ricerca non sa di cosa e quasi si perde.” Micol rievoca “e il naufragar m’è dolce in questo mare.” di leopardiana memoria. Ci sono parti della struttura psichica di Micol che aspirano a essere visitati meglio e portati alla coscienza, ci sono sfere psichiche che non sono evolute adeguatamente, ci sono costellazioni psichiche che vale la pena conoscere. Ma intanto queste parti di sé restano oscure e vaghe per Micol che “vaga” e quasi ha il senso della vertigine di fronte a questa serie di vissuti che sono obnubilati e crepuscolari. Ma, del resto, la perfetta e totale autocoscienza non è raggiungibile perché non è umana e perche è un traguardo che si evolve e si sposta continuamente: meno male! Quindi, il materiale psichico che resta nella dimensione profonda è assolutamente naturale e crea quell’oscurità che si definisce fascino del “non nato di sé” e quella sofferenza che si definisce struggimento da tesori nascosti.
Cambia la scena onirica e “Micol si ritrova dentro a un locale dove vi è una sua conoscente che ha un cane mastino che puzza.” Il “locale” rappresenta il sistema relazionale e la rete sociale di Micol, ma il problema intrigante è la puzza del cane mastino della sua conoscente. E’ ovvio che si tratta di una “proiezione” sulla conoscente di un problema delicato di Micol in riguardo all’intimità e alla sessualità. La “puzza” condensa la carnalità nel versante della colpa, l’odore intimo del corpo nella sua espressione libidica genitale: sensi di colpa riferiti alla sessualità, colpevolizzazione e degenerazione della “libido”, colpa e rifiuto delle cariche libidiche. Micol vive la sua sessualità in maniera negativa a causa di un senso di colpa collegato alla censura degli adulti che da bambina ha dovuto subire e alla censura che da adulta ha operato il suo “Super-Io”, l’istanza psichica che fissa limiti e norme, imposizioni e divieti. Si presentano i soliti danni di un’educazione sessuale assente o, per quello che è presente, ammantata di notevoli sensi di colpa: genitori e adulti improvvidi, bambina sensibile, donna indifesa. Oggi Micol si difende dal coinvolgimento sessuale e dal vivere la “libido” del suo corpo con il senso di colpa e la censura moralistica e religiosa, si difende con la sessuofobia. La “puzza” implica una difesa paranoica: mi sento da un verso perseguitata dalla “libido” del mio corpo, “libido” che per un altro verso sento, desidero e voglio appagare. Il sogno di Micol offre il quadro psichico di una vita sessuale contrastata e conflittuale. Eppure questa sessualità è prepotente nelle sue cariche erotiche e quasi selvaggia: un mastino! Non è mica un cagnolino di poca stazza, è un cane aggressivo e pericoloso. Più Micol lo tiene in gabbia e più diventa feroce.
Ed ecco che si profila il conflitto: è giusto sentire l’odore? E’ giusto che il cane esca fuori dal locale, visto, oltretutto, che piove? E’ giusto che gli avventori subiscano la puzza del mastino? Micol allarga la sua questione in un ampio spettro sempre personale. Per non sentire la sua carica libidica “si siede dall’altra parte del tavolo”: risolve il suo problema anestetizzandosi nell’ambito sociale e non manifestando l’offerta sessuale del suo corpo. Micol evita il coinvolgimento erotico e sessuale. A questo punto arriva una salvifica consapevolezza che “non è giusto che il cane esca dal locale”, non è naturale reprimere la sessualità e addirittura alienarla e non considerarla. Meno male! Micol è sulla buona strada per il recupero della sua “libido”, in questo caso non è certamente amica degli animali, ma di se stessa. “Considerato che fuori piove tanto”, si può leggere in due modi: considerato che la mia eccitazione sessuale è presente con i suoi umori o considerato che la pioggia mi libera dal senso di colpa in riguardo alla sessualità, una “catarsi”. Il mastino è feroce e più lo castri e più esige in termini di “libido”. Ma non è neanche “giusto che gli altri avventori debbano sopportare la puzza del cane”. Ecco che ritorna la sua difesa dal coinvolgimento sessuale. Gli avventori non sono quelli che desiderano il corpo di Micol, ma la parte di Micol che desidera le relazioni amorose. Micol non si piace e non si accetta a livello di sessualità, mentre per altri versi ha già dimostrato di avere una buon concetto di sé, una buona autostima, un “Io” ben nutrito sicuramente in compensazione di altre magagne, quali la vita sessuale, il corpo oggetto d’amore, la concretezza dei sensi, la materia vivente e le pulsioni neurovegetative.
A questo punto il sogno devia e cambia totalmente argomento, almeno così sembra.
“Poi Micol si ritrova in collina tra varie coltivazioni e in uno di questi pendii dispone in modo ordinato e parallelamente tra loro dei lunghi tralci di una pianta rampicante simile al luppolo, dal punto in cui era coltivata appoggiandoli lungo il terreno scosceso come fosse una lunga chioma.”
Micol “dispone in modo ordinato …”,fa chiarezza, prende coscienza, razionalizza, capisce che i suoi conflitti sono autoalimentati, sono tutte sue paturnie, seghe mentali, sciocchezze paranoiche: “lunghi tralci di una pianta rampicante”. Micol sa che può restare vittima delle sue paranoie, sa che può essere invasa dalla mala pianta rampicante dei pensieri insinuanti e maligni. Micol cerca di mettere ordine alle sue ideazioni assurde estendendole fino alle estreme conseguenze. Micol visita tutto il suo materiale persecutorio, il suo nucleo psichico di natura paranoica. Micol si lascia andare nel “terreno scosceso” e sistema questi pensieri persecutori “come fosse una lunga chioma.” I capelli sono simbolicamente pensieri, i prodotti della testa e del cervello e, se sono troppo lunghi, sono compiacimenti mentali difensivi. Micol continua a difendersi dall’angoscia di un coinvolgimento sessuale e dagli investimenti della sua “libido”.
In effetti il sogno non ha cambiato tema e psicodinamica, ha solo cambiato i simboli e la scena. Un filo conduttore si evolve nel sogno di Micol nell’apparenza di una simbologia strana e incongrua: “il mastino che puzza”.
Questo è il sogno di Micol, ma ancora resta da interpretare la richiesta di chiarimento su alcuni temi onirici ricorrenti e chissà che non si tratti dello stesso argomento e della stessa psicodinamica. Intanto completiamo il sogno con la prognosi e il rischio psicopatologico.

La prognosi impone a Micol di accorciare i capelli con un taglio decisamente più sbarazzino e di recidere la lunga chioma che, anche se esteticamente fascinosa, indebolisce il capello. La metafora significa che Micol deve liberarsi delle sue paranoie in riguardo al suo corpo e alla sua sessualità ed evolvere questa sua ideazione difensiva in atteggiamento spavaldo e seduttivo mettendo al posto giusto il mastino ben profumato, la padrona ben sicura di sé e gli avventori ben desiderosi. Micol deve ridurre il suo “Io” a una dimensione domestica ossia essere padrona a casa sua senza la difesa illusoria dell’ipetrofia. Per fare questo deve uscire dall’ascensore definitivamente risolvendo le ultime pendenze edipiche con la madre.

Il rischio psicopatologico si attesta nella costruzione di un sistema di idee come difesa dal coinvolgimento operato dagli investimenti della “libido”. Questa improvvida e sofferta strategia porta all’isolamento e a un doloroso conflitto tra la parte di sé che vuole e la parte di sé che nega: una psiconevrosi fobico-ossessiva con crisi di panico.
Scrive ancora Micol: “avrei anche una curiosità a proposito di sogni ricorrenti. Il mio riguarda da decenni sempre la solita situazione: devo andare in bagno, ma mi è impossibile farlo perché o il bagno non è accessibile perché intasato, rotto o particolarmente sporco, ma molto spesso perché non è possibile chiudere la porta o la porta è molto bassa e quindi impossibilitata ad avere privacy.”
La simbologia del “bagno” racchiude la sfera dei bisogni intimi e delle pulsioni sessuali, il vissuto del corpo come sede di istinti e di appagamenti fisiologici. Vediamo adesso le varianti sul tema ossia gli impedimenti difensivi a vivere degnamente il corpo e i suoi diritti biologici, le sue funzioni più naturali. Il “bagno intasato” condensa la costrizione della “libido” e la forzatura a negare i bisogni intimi. Il “bagno rotto” condensa l’ossessione difensiva di una supposta disfunzione sessuale o incapacità erotica. Il bagno “particolarmente sporco” condensa la colpevolizzazione delle pulsioni organiche di varia natura,in particolare quelle sessuali. Il bagno che non si può “chiudere” rappresenta all’opposto il desiderio di Micol di disinibirsi e di esporsi nella sua intimità condividendo il suo corpo e appagando i suoi bisogni erotici e realizzando i suoi desideri. Della sua “pivacy” Micol non sa che farsene perché è la sua principale difesa, la sua principale resistenza a cambiare registro, l’impedimento a prendere coscienza del suo sistema difensivo di qualità persecutoria e di superarlo in un contesto più degno della sua bella persona.

La prognosi conferma l’inutilità di difendersi dal suo corpo, nello specifico dalle pulsioni erotiche e sessuali, esibendo una formale delicatezza dei gusti e dei modi: una buona educazione. Micol deve essere più concreta e misticamente materiale, deve riflettere sul dato di fatto che fondamentalmente il suo essere è il suo corpo e la sua mente, la sua unità psicosomatica e che deve dare la giusta importanza al corpo come sede dei bisogni più carnali e non per questo meno spirituali.

Il rischio psicopatologico si attesta nella conversione isterica in sintomi collegati alla “libido” colpevolizzata e repressa.

Riflessioni metodologiche: in precedenza ho scritto che Micol “ visita il suo nucleo psichico di natura paranoica”. Tranquilla Micol! Si tratta di un tratto psichico assolutamente normale nella formazione psichica secondo le teorie psicoanalitiche sull’infanzia di Melanie Klein, una grande donna e una grande psichiatra infantile. Adesso spiego in termini semplici, ma non semplicistici, i cardini della sua teoria desunta e ratificata dalla sua pratica clinica. Melanie Klein (Vienna 1882-Londra 1960) ha messo in luce l’esistenza nel bambino di una vita psichica ricca di esperienze sin dalla nascita, ricca di vissuti primari e di meccanismi psichici fondamentali. Il bambino incarna “l’istinto di vita” e “l’istinto di morte” e percepisce in maniera allucinatoria la forte pulsione della fame, il cibo e la madre: la parola “fantasia” ha radice greca antica, “fas”, e si traduce “allucinazione”. L’organizzazione mentale e psichica del bambino produce il “fantasma” della fame, del cibo e del seno come percezione rudimentale e conoscenza primaria. Il bambino, secondo la Klein, si rapporta con il suo corpo e con l’oggetto esterno della madre, ha, quindi, un “Io” più organizzato e strutturato rispetto a quello che Freud aveva individuato. Per quest’ultimo il bambino nei primi anni di vita era un animale vivente, sede di pulsioni organiche che si appagano oralmente e analmente senza che si costituisca un “Io” adeguato. La Klein ha individuato e messo in luce nell’attività psichica del bambino una serie di esperienze e di meccanismi psichici fondamentali che si riferiscono a tutto il primo anno di vita e che costutuiscono i nuclei più profondi della vita affettiva originaria. La Klein ha evidenziato la successione di due diverse “posizioni” ,la “posizione
schizo-paranoide” e la “posizione depressiva”. Il concetto di “posizione” esclude che si tratti di una fase di passaggio, ma attesta che le angosce e le difese che si esperiscono nel primo anno di vita rimarranno attive nella struttura psichica: i nuclei profondi della vita affettiva originaria. Il bambino sin dalla nascita si trova esposto all’angoscia determinata sia dalla polarità degli istinti, “istinto di vita” e “istinto di morte”, sia dall’impatto con la realtà esterna. A questa situazione il bambino risponde scindendo i suoi oggetti ,“splitting”, il “seno buono” e il “seno cattivo”. Il primo è quello che mi nutre e appaga i morsi della fame, il secondo è quello immaginato fantasticamente, meglio fantasmicamente, e che angoscia il bambino in maniera persecutoria perché minaccia la sua sopravvivenza. Questo travaglio avviene nei primi quattro anni di vita. Subentra la “posizione depressiva”: il bambino comincia a non vivere la madre come oggetto parziale e scisso, il seno buono e cattivo, ma come oggetto intero, la mia mamma, stabilendo con lei ed esercitando la sua vita affettiva. La stessa Melanie Klein descrive la “posizione depressiva”: “ Ho osservato come i bambini nelle primissime fasi del loro sviluppo attraversino delle situazioni di angoscia”. Ancora: “si incontra regolarmente nei bambini questo passaggio tra l’esuberanza e l’abbattimento che è caratteristico degli stati depressivi.” Riepilogando abbiamo incontrato il meccanismo psichico di difesa dello “splitting”, scissione, che si usa anche da adulti, i meccanismi psichici di difesa della “proiezione” e della “introiezione”, la codificazione del fantasma e la presenza della fantasia, la determinante e primaria figura della madre e la vita affettiva, il passaggio dall’oggetto parziale all’oggetto intero, la madre come seno e la madre come persona da amare non soltanto perché mi nutre, la “posizione schizo-paranoide” e la “posizione depressiva”. Tutto si conserva e sul materiale acquisito si struttura il carattere a testimonianza della determinante funzione della vita psicofisica infantile. Attorno alle esperienze positive il bambino forma il suo carattere e organizza la sua struttura psichica espellendo le angosce e proiettandole fuori dal suo “Io”. Questa operazione si definisce “deflessione dell’istinto di morte” e fu riconosciuta anche da Freud.

In conclusione vi chiedo: la lezione è stata chiara?

I TRE SOGNI DI RITA

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“Rita sogna di avere il potere del dominio dell’acqua e di poterla anche far ghiacciare. Man mano che il sogno andava avanti, il suo potere diminuiva.”

“Rita sogna di essere sul treno con degli amici di notte. Dopo essere scesi, si sono accorti di aver dimenticato una valigia. Hanno continuato a cercarla salendo e scendendo dai treni. Poi sono arrivati alla stazione della loro città senza valigia.”

“Rita sogna che faceva fatica a svegliarsi la mattina. Non riusciva proprio a muoversi. Allora sua mamma spostava il letto, creando un passaggio verso la finestra.”

Primo sogno: “potere del dominio dell’acqua”. Epperò! Potere e dominio: una pericolosa combinazione! Non si tratta di una qualità incerta e approssimativa, qui è presente la convinzione rafforzata di un’abilità eccezionale o di un dono divino, forse un retaggio della visione di tanti cartoni animati improntati alla magia nell’età infantile, periodo in cui le fantasticherie sono giustamente curiose e assurde, ma sempre significative. Certamente si tratta di una compensazione di frustrazioni in atto e di una caduta dell’autostima, oltre che di un bisogno di disimpegnarsi dalla riflessione logica e dalla realtà avara e severa. Ma nel sogno tutto si spiega perché si decodifica e allora andiamo a cogliere la psicodinamica.
Rita sogna di avere un potere assoluto sulla madre e soprattutto sulla vita affettiva della madre nel versante calore e nel versante freddezza, nella modulazione della sua intensità affettiva, proiettata sulla madre. L’acqua, infatti, rappresenta la figura materna e l’universo femminile. Rita esorcizza l’angoscia di una madre fredda e anaffettiva proprio con la sua magia. Magari nella realtà la mamma è calorosa e ansiosa, ma lei la vuole all’opposto o teme che diventi in quel modo. Si tratta di una fantasia compensativa e di un desiderio sul modo di essere amata dalla madre con cui è evidente il conflitto. Il ravvedimento è nel prosieguo del sogno e si esprime con la consapevolezza che quel suo potere sulla madre è abnorme, innaturale e dannoso e a lei non conviene, per ché a lei non serve una madre affettivamente fredda. Del resto, il potere giusto che i figli chiedono ai genitori è di essere forti e rassicuranti, porto e rifugio, assolutamente non deboli e remissivi.
Secondo sogno: “Rita sogna di essere sul treno con degli amici di notte”. Il “treno” è un simbolo di morte, condensa un “fantasma depressivo” di perdita e di abbandono da parte della madre, particolarmente coinvolta nella vita affettiva dei figli e nella vita profonda con particolare riferimento ai sentimenti e ai legami. Gli “amici” rappresentano la capacità relazionale di Rita, ma, in effetti, fungono da alleati per continuare a dormire e a sognare senza incorrere nell’incubo e nel risveglio. La “notte” rappresenta simbolicamente il crepuscolo della coscienza, la pulsione e l’emozione, il sogno e la fantasia, la caduta della vigilanza dell’Io e il sistema neurovegetativo, la femminilità e la seduzione. Questo è il quadro onirico in cui si svolge il nucleo del secondo sogno di Rita. “Dopo essere scesi, si sono accorti di aver dimenticato una valigia.” La “valigia” rappresenta il grembo materno, la gravidanza, l’essere femminile e la “libido genitale”, il sistema procreativo. Rita e gli amici alleati, anche possibilmente il suo uomo, prendono coscienza di non aver considerato la possibilità della gravidanza possibilmente durante il trasporto dei sensi: un rapporto sessuale a rischio. Ma il sogno ci dice che “hanno continuato a cercarla (la valigia) salendo e scendendo dai treni”,ossia la morte si associa al grembo e alla gravidanza. Il sogno dice che Rita ha subito un trauma sessuale nel pensiero o nei fatti, una violenza sulla carne o una paura di gravidanza, un trauma o immaginato o temuto o effettivamente subito. Il sogno tratta inequivocabilmente il tema della perdita e della morte associato al grembo e all’apparato genitale femminile . Questo trauma non è stato riparato, ma è ancora in atto e in circolazione psichica, perché “poi sono arrivati alla stazione della loro città senza valigia.” Rita ha problematizzato la sua sfera sessuale, genitale nello specifico, in riferimento alla perdita. Il sogno si concentra su questa dimensione intima e interiore dell’universo femminile. Non è raro il caso che il sogno scatti dopo aver assunto la cosiddetta “pillola del giorno dopo” per riparare un rapporto sessuale a rischio e in questo caso il sogno è ispirato dal senso di colpa o dalla fantasia di infanticidio.
Terzo sogno: “Rita sogna che faceva fatica a svegliarsi la mattina.” Traduciamo: Rita vive un obnubilamento della coscienza e una caduta della vigilanza, è distratta e non è sul pezzo proprio quando dovrebbe essere sveglia e vigile: “la mattina”. “Non riusciva proprio a muoversi.” Si presenta un “fantasma d’inanimazione” totale, un blocco psicofisico del corpo, come una paralisi di natura isterica che si esprime nella veglia, come una conversione isterica di un trauma congelato dentro e che blocca il corpo nella sua interezza: una sensazione veramente pesante sia in sogno e sia nella veglia e a sua volta ulteriormente traumatica. Rita vorrebbe fare qualcosa, ma non riesce o per paura o per fobia o per convenienza: paura di peggiorare la situazione, fobia di far scattare l’angoscia, convenienza di perdere i vantaggi secondari dell’essere malata . Ma qual è la parte inanimata di Rita nello specifico? Procediamo con l’interpretazione del sogno. “Allora sua mamma spostava il letto, creando un passaggio verso la finestra.” Ecco la responsabile dell’inanimazione e del blocco psicofisico: il fantasma della madre. Rita ha un conflitto con la madre, le dà ancora il potere di animarla ossia di dare vita alle sue funzioni e alle sue caratteristiche psicofisiche. La mamma crea un passaggio verso la finestra, la possibilità di avere relazioni sociali. Anche questa volta la mamma ha risolto il problema. La “finestra” di Rita rappresenta l’esposizione verso gli altri e l’offerta di sé al mondo. Rita può invidiare alla madre il corpo o la capacità relazionale, ma in effetti persiste un conflitto edipico non risolto.
Il sogno di Rita attesta di un complesso di Edipo ancora in via di risoluzione e soprattutto di un rapporto conflittuale con la madre. Rita si deve ancora identificare in lei per la sua identità femminile e per l’esercizio della sua vita affettiva. Anche in questo modo si spiegano le difficoltà a vivere la sua sessualità e la sua vita affettiva. Dall’identificazione nella madre dipende la sua identità psichica femminile.

La prognosi impone a Rita di risolvere la relazione con la madre attraverso il riconoscimento per raggiungere l’autonomia psichica. Il distacco dalla madre non equivale a una perdita affettiva, ma si tratta di variare la qualità e la modulazione del legame.

Il rischio psicopatologico si attesta nelle psiconevrosi edipiche: l’isterica, la fobico-ossessiva, la depressiva. Oltre il danno personale, il mancato riconoscimento della madre comporta relazioni affettive contorte e problematiche sessuali di vario genere.

Riflessioni metodologiche: per un approfondimento della simbologia del “treno” rimando al sogno “ Signori in carrozza. I treni di Lucia.” Il sogno di Rita induce a riflettere sulla psicodinamica madre-figlia in riguardo alla “identificazione” e alla “identità”. E’ l’ultima fase del complesso di Edipo per le bambine, dopo aver stabilito con il proprio corpo e con il padre una relazione proficua e non conflittuale, dopo aver accettato la conformazione sessuale recettiva e dopo aver definito benevolmente il sentimento d’amore verso il padre. “Identificazione” non significa essere come la madre, una nuda e cruda imitazione, ma assimilare progressivamente i modi dell’essere femminile che la bambina ritiene degni e utili e che pensa di poter fare suoi. La bambina opera nel corso dell’esperienza con la mamma una vendemmia delle doti invidiate e delle qualità auspicabili e progressivamente costruisce la sua “identità” psichica consapevole; ma la sua “identità si costruisce soprattutto con i “fantasmi” introiettati in riguardo alla madre e all’universo femminile durante la “fase orale”, “anale” e “fallico-narcisistica”. Ogni “identificazione” è l’esito di una “introiezione”; quest’ultima è un meccanismo di difesa dall’angoscia, un meccanismo arcaico e primario basato sull’indistinzione tra soggetto e oggetto. Ricordiamo anche che la “identificazione” è frutto di suggestione psichica e di imitazione sociale. L’assunto di base freudiano è che “si nasce bambini, ma si diventa maschi”, “si nasce bambine, ma si diventa femmine”. E’ anche vero che abbandonato l’interesse verso la figura globale del padre e ponendo fine alla competizione con la madre, per la bambina la sistemazione dei vissuti e dei fantasmi nella profondità psichica non è impresa facile e spedita. Secondo Freud ogni donna vive la conformazione genitale come una ferita per il fatto che il clitoride non è cresciuto. Questo fantasma di castrazione con tutta l’angoscia intrinseca si evolve e si sublima nelle arti della seduzione. Freud aveva iniziato a scrivere di questi temi nel 1905 ed era figlio di quella cultura. Tanta acqua è passata fortunatamente sotto i ponti, ma la ricerca della verità non trova appagamento e fine: meno male!

SIGNORI, IN CARROZZA ! I TRENI DI LUCIA

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“Lucia sogna spesso i treni, tanti treni e, come sempre, non riesce a prenderne neanche uno.

Le capita spesso di sognare mezzi di trasporto, soprattutto treni e navi o imbarcazioni in generale, ma in quest’ultime riesce a salire, sui treni quasi mai.

In alcuni periodi le capita di sognare spessissimo ascensori. Lucia si trova dentro e gli ascensori salgono, scendono, si muovono in orizzontale, spesso velocemente, e non si fermano mai provocandole una certa angoscia.”

Attendevo da tempo il sogno del “treno” e finalmente sono arrivati tanti treni nella stazione del mio “blog” e non da soli, ma in compagnia di navi e di ascensori e tutti in attesa di essere interpretati per ripartire. Una giornata fausta per la mia ricerca sull’essenza e sul significato dei sogni, perché il sogno di Lucia mi dà modo di approfondire le angosce collegate al “fantasma di morte” e di aprire, soltanto aprire, un tema complesso e ricco di implicazioni come quello della vita affettiva. Inoltre, il sogno di Lucia evidenzia come oggetti similari in quanto contenitori, il treno e la nave e l’ascensore, a livello simbolico sono diversi. Nella decodificazione procederò in maniera libertaria e senza costrizioni logiche e consequenziali, analizzerò i simboli singolarmente, operando le giuste riflessioni ed eventuali collegamenti psicoculturali man mano che si evidenzieranno. In conclusione, evincerò la psicodinamica in atto nel teatro onirico di Lucia.

Partiamo subito dal simbolo dominante e inquietante, il “treno”. Trattasi di un inequivocabile “fantasma depressivo di morte”. Il treno nello “Immaginario collettivo” appare nero, fumoso, sporco, fatto di freddo ferro, lugubre nella sua dominante funzione di trasportare da un punto all’altro in maniera coatta e, soprattutto, non si può pensare un treno senza binari. Questi ultimi, oltre al senso della costrizione spaziale e direzionale, condensano l’ineluttabilità meccanica di un cammino che porta alla fine temporale senza un fine progettuale: la vita trova la sua fine nella morte, escludendo altre possibilità e tanto meno altre fantasie creative sul tema come quelle offerte dalle religioni o dalle superstizioni. Lungo i binari si consumano le energie e si percorrono le ambizioni di ogni uomo. Il “treno” include simbolicamente la concezione pessimistica della vita, classica dell’Ottocento e del Novecento nell’arte e nella filosofia, dal “pessimismo cosmico” di Leopardi alla filosofia di Schopenhaeur, dal “simbolismo” di Munch all’esistenzialismo di Heidegger e di Sartre. Il treno è un simbolo culturale forgiato nella cultura occidentale e nelle società cosiddette tecnologicamente avanzate, un simbolo che s’innesta nell’archetipo, simbolo universale, della “Vita” e della “Morte”. Quindi la “Morte” si collega necessariamente alla “Vita” ed entrambe si collegano all’archetipo della “Madre”, al punto che non si può non essere d’accordo con le “cosmogonie” che proclamano il “principio femminile” come origine del “Tutto”, per cui la “Madre” è responsabile simbolica della “Vita” e della “Morte”.

Fino a questo punto il mito e la cultura.

Ma di quale morte stiamo parlando? Di quale morte stiamo speculando?

Si profila chiaramente la “morte in vita” e non la “morte in se stessa” o tanto meno la “morte dopo la morte”. Per quanto riguarda la “morte in vita” porgiamo un ossequio alla lezione filosofica ed esistenziale del grande Epicuro, vissuto a cavallo del quarto e terzo secolo “ante Cristum natum”, con la sua sintetica teoria in esorcismo della sua angoscia di morte: “quando c’è la vita, non c’è la morte e quando c’è la morte, non c’è la vita”. Sembra la scoperta  di Bracalone per il suo essere una semplice tautologia; in effetti si basa sul principio logico di Aristotele del “terzo escluso”: “o è A, o è non A”, “o è la morte o è la non morte” ossia è la vita. Ma Epicuro va oltre con le sue intuizioni sintetiche, insegnandoci la “atarassia”, la risoluzione delle angosce, per incarnare la migliore vitalità possibile dentro il nostro corpo attraverso la “edonè” (piacere) e la “aponia” (assenza di dolore). Epicuro era tanto avanti, non solo rispetto al suo tempo, ma anche rispetto a noi cosiddetti animali evoluti. Il grande Epicuro voleva significare che la morte non è una “erlebnis”, un’esperienza vissuta che si può conoscere e raccontare: tutt’altro!  Non essendo “erlebnis”, la morte non può avere parole e non può esser detta: “di ciò di cui non si può parlare”, (la morte), “si deve tacere”, dirà il grande Wittgenstein. Ciò non impedisce che si possa supporre un’essenza e una consistenza del fenomeno organico della morte, essenza e consistenza sempre legate a un contesto di materia vivente. Fin qui Epicuro.

Esiste, purtroppo, la “morte in vita” ossia la “depressione”, la pesante sindrome depressiva, la più subdola e infausta malattia della Psiche.

Ma cos’è la morte in vita? La “morte in vita” è la caduta degli investimenti e lo stallo della “libido”, la caduta dello “slancio vitale” quando l’energia ristagna e non si trasforma in risultati e in traguardi. A livello psicologico si traduce in una questione affettiva essenzialmente collegata alla perdita dell’oggetto d’amore e l’oggetto primario d’amore è la figura materna nella primissima infanzia. A questa irrimediabile perdita si collega la “psicosi

maniaco- depressiva”. Al “fantasma di perdita d’oggetto” si collega la depressione. Alla paura della perdita dell’oggetto si collega il tratto depressivo della formazione caratteriale, tratto che tutti da bambini abbiamo incamerato pensando semplicemente “ e se la mamma non torna più?” ,“e se la mamma mi lascia?”, “e se la mamma non mi vuole più bene?”

Ma cosa vuol dire tutto questo?

Il padre si può perdere senza grave danno, la madre non si può perdere senza pericolosi trambusti psichici.

Concludendo la disamina psichica e filosofica si attesta che la “morte in vita” è la depressione nelle sue varie forme e nelle sue varie intensità: la depressione nevrotica e la depressione psicotica, la depressione come tratto del carattere e la depressione come perdita di contatto con la realtà e assenza totale di emozioni: quest’ultima si attesta, dopo un periodo di pesante angoscia, in una realtà psichica freddamente metallica, al punto che la morte diventa la soluzione conseguente al precedente “quasi nulla”.

Meno male, quindi, che Lucia non riesce a prendere nessun treno!

“Lucia sogna spesso i treni, tanti treni e, come sempre, non riesce a prenderne neanche uno”. Questo non vuol significare che è esente dal “fantasma di perdita”, ma che il suo sistema psichico lo tiene sotto controllo. In generale questo non vuol significare che chi sogna di prendere un treno è candidato alla depressione e al suicidio. Tutto dipende sempre dal grado di consapevolezza e di dimestichezza che noi abbiamo con i nostri fantasmi: la salvifica autocoscienza, l’ambito e mai abbastanza raggiunto “sapere di sé”.

Lucia sogna anche le “navi e le imbarcazioni in generale, ma in quest’ultime riesce a salire, sui treni quasi mai”. E allora andiamo a sondare la simbologia delle navi e delle imbarcazioni in generale. La nave condensa fondamentalmente la vita e il vivere, l’esistenza e l’esercizio dell’esistenza, l’unità psicosomatica e gli investimenti della “libido”. La nave è un simbolo complesso per le notevoli implicazioni che comporta e per le tante interazioni che include. Si pensi al mare, al vento, alla tempesta, al cielo, alla protezione, all’avventura, alla gioia, al naufragio, al sole, alla notte, alla luna e chi più ne ha più ne metta. Decisamente Lucia ama la simbologia in grande stile, visto che sogna il “treno” e la “nave”; di certo non si accontenta dei simboli caserecci. Lucia  ama viaggiare, ama la vita intensa, le nuove esperienze e in particolare quelle significative e non banali, le emozioni a nastro e le conoscenze originali: una sapiente curiosità e una fervida attività. Ricordiamo che Ulisse navigava nel mar mediterraneo alla ricerca di Itaca secondo Omero, “per seguir virtute e canoscenza” secondo Dante Alighieri, nel mare delle parole secondo James Joyce. Interessante è, a tal proposito, la visione del film di Federico Fellini “E la nave va”, per capire cosa si può fare simbolicamente con una nave.

Ricapitolando, Lucia controlla il suo tratto depressivo e vive la sua vita con notevole interesse.

Tutto va bene fino adesso.

Ma ecco che arrivano gli ascensori, oltretutto strani e impazziti.

“Lucia si trova dentro e gli ascensori salgono, scendono, si muovono in orizzontale, spesso velocemente, e non si fermano mai provocandole una certa angoscia.”

L’ascensore, in quanto contenitore o grembo meccanico e metallico, condensa la figura materna nella sua funzione protettiva e oppressiva, il “fantasma della parte negativa e della parte positiva della madre”, la madre vissuta in maniera ambivalente perché chiamata a soddisfare i bisogni di onnipresenza dei figli e a riconoscere anche i loro bisogni di autonomia: la mamma che blocca e la mamma che libera. L’ascensore implica nel sogno di Lucia lo spazio e il dinamismo dei punti cardinali. L’ascensore che “sale” rappresenta la “sublimazione” della figura materna, la madre gradevolmente sacra e accettabile, la madre nobilitata nella sua funzione e collocata al di sopra di ogni sospetto: questo quadro sempre nei vissuti di Lucia e aldilà di come la madre è nella sua realtà. Non dimentichiamo che il sogno appartiene a chi sogna e non a chi si sogna.

L’ascensore che “scende” rappresenta la madre concretamente e umanamente vissuta, materialmente concepita nel suo corpo e nella sua mente,nei suoi pregi e nei suoi difetti, la madre reale e non la madre ideale o tanto meno la madre idealizzata.

L’ascensore che “si muove in orizzontale” rappresenta i vissuti del sistema  relazionale di Lucia sempre nei riguardi della figura materna. L’ascensore che va a “sinistra” attesta che il vissuto della relazione è regressivo, verte sul passato, è nostalgico, è sognante e sognato, è senso e sentimento, è oscuro e struggente, è crepuscolare e con un filo di logica. L’ascensore che va a “destra” attesta che il vissuto della relazione è reale e razionale, attuale e prossimo, progressivo e logicamente chiaro, maschio e robusto. Il fatto che gli ascensori vanno “spesso velocemente e non si fermano mai” attesta di una relazione nevrotica o conflittuale con la madre. E’ anche vero che la relazione madre-figlia improntata a correttezza e perbenismo è soltanto un’utopia. Ogni relazione madre-figlia è a sé stante, è unica ed eccezionale come la formazione del carattere di ogni persona vivente. Quindi non è questo il problema. La cosa più delicata e problematica è che Lucia si trova dentro l’ascensore e si lascia sballottare a destra e a manca dal fantasma della figura materna. Lucia non è uscita dal grembo materno, è dipendente dalla madre e non ha una sua autonomia psichica e questo non è dovuto alla madre, ma ai suoi bisogni affettivi.

Anche degli ascensori si è detto in abbondanza.

La prognosi impone a Lucia di acquisire una migliore autocoscienza portando a risoluzione il complesso di Edipo con il riconoscimento della madre e la consapevolezza che bisogna tendere all’autonomia psichica e soprattutto all’autonomia affettiva. La madre non deve essere vissuta come un rifugio o una capanna e come un limite o una prigione da cui evadere. Lucia deve mettere al posto giusto la madre dentro di lei e, nel far questo, può essere aiutata dalla figura paterna che nel sogno non compare o da una figura sostitutiva che certamente esiste.

Il rischio psicopatologico si attesta in una relazione eccessiva e conflittuale con la figura materna ispirata a dipendenza. La psiconevrosi edipica sarà di natura isterica con la conversione dei bisogni affettivi in pulsioni della sfera orale. La questione affettiva può portare a difficoltà e a conflitti relazionali  con le persone significative per eccessiva esigenza a loro carico.

Riflessioni metodologiche: come si nota il tema della morte innescato dal simbolo del treno comporta non soltanto la psicopatologia più delicata della sindrome depressiva, ma anche tematiche filosofiche e culturali antiche e moderne. Mi piace rievocare, per quanto riguarda la “dialettica vita e morte” con l’angoscia implicita, il mito di Er di cui Platone ha scritto nel dialogo “Repubblica”.

“Io ti riferirò il racconto d’un valoroso eroe, Er l’Armeno, nativo della Panfilia, che, caduto in battaglia, ritornò in vita e raccontò ciò che aveva visto. Le anime arrivano in un luogo alle estremità del cielo dove è sospeso il fuso della Necessità, che dà la spinta a tutte le rivoluzioni celesti … Attorno al fuso e a distanze uguali sedevano, ciascuna su di un trono,le tre Parche, figlie della Necessità, Lachesi, Cloto ed Atropo,vestite di bianco e con la testa coronata d’una benda: Lachesi canta il passato, Cloto il presente ed Atropo l’avvenire … Appena le anime furono arrivate, esse dovettero presentarsi a Lachesi. Un sacerdote assegnò a ciascuno il suo posto, quindi prese sulle ginocchia di Lachesi le sorti e le diverse condizioni umane..  Quando tutte le anime ebbero scelto, secondo l’ordine della sorte, la loro vita, passarono nello stesso ordine dinanzi a Lachesi che diede a ciascuna di esse lo spirito custode che si era scelto perché fosse guardiano durante la vita e aiutasse a compiere il suo destino. Questi condusse l’anima a Cloto, la quale con la sua mano che faceva girare il fuso confermò il destino che ciascuno si era dato. Dopo che l’anima ebbe toccato il fuso, il genio la condusse da Atropo per rendere irrevocabile ciò che era stato filato. Di qui andarono dritti verso il trono della Necessità  sotto il quale l’anima e il suo genio passarono insieme. Quando tutte le anime furono passate, esse si recarono per un calore insopportabile nel piano di Lete, l’oblio: questo è nudo di alberi e di tutto ciò che porta la terra. Qui, essendo venuta la sera, si accamparono sulle rive del fiume Ameles, senza affanni, la cui acqua non può essere contenuta da un vaso. Tutte dovettero bere una certa quantità di quest’acqua: quelli che ne prendono smoderatamente perdono ogni memoria del passato. Era la mezzanotte quando scoppiò un alto tuono, accompagnato da un terremoto: tutte le anime furono proiettate qua e là come stelle cadenti verso il luogo della loro nascita.”

Le riflessioni sono le seguenti: Platone ha fatto tornare Er per raccontarci quello che aveva visto dall’altra parte. La dea fondamentale è la “Necessità”, in greco “Anankè”, la madre di tutte le dee della “Vita” e della “Morte”, la necessità biologica. Lachesi, Atropo e Cloto sono femmine a conferma che il “Tutto”, nel bene e nel male, si origina da un “principio femminile”.

L’UOMO  DELLA  BANCARELLA

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“Svetlana sogna di andare in bicicletta e di raggiungere un luogo, tipo un prato verde con attorno degli alberi. Ci sono delle bancarelle, sembra un mercato  anche se in realtà vede anche fabbriche.

Di colpo Svetlana lascia la bici a terra e corre verso uno spazio libero del prato. Lascia la sua borsetta a terra e ritorna indietro a prendere la bici e non la trova più perché gliel’hanno rubata. Corre di nuovo verso la borsa e le hanno rubato anche quella.

E’ disperata e allora il signore di una bancarella le restituisce la borsa dicendo di averla vista a terra e che aveva preferito raccoglierla. Della bici però nessuna traccia.

Le viene da piangere perché la bici è di sua madre, anche se dopo ricorda che la mamma per fortuna ha un’altra bicicletta a casa.”

 

La chiave interpretativa del sogno di Svetlana è “il signore di una bancarella”, quello che “le restituisce la borsa”, quello che l’aveva “vista a terra  e che aveva preferito raccoglierla”. Questa è la figura paterna, il padre di Svetlana vissuto al tempo in cui la figlia maturava la relazione con il padre all’interno della cornice edipica, il solito inossidabile triangolo: padre, madre e figlia. Il quadro è stato conservato intatto nella memoria e rielaborato nel sogno con la stessa infinita tenerezza con cui è stato vissuto: il padre riconosce e rassicura la figlia sulla sua femminilità psicofisica. Tutto questo è presente nei vissuti di Svetlana evidenziati in sogno. Si rievoca il momento in cui la bambina si è sentita accettata dal padre nel suo ruolo femminile: la tensione amorosa del padre nel “raccoglierla”. Il simbolo del “raccogliere” contiene la “pietas” del mettere insieme tratti psichici per formare un’identità, il culto del comporre i fantasmi legati alla relazione con i genitori per un equilibrio esistenziale, il rispetto di un ordine naturale costituito per avere le sicurezze necessarie a vivere. “Raccogliere” si traduce in culto e “pietas”, un vissuto sacrale e mistico. Svetlana si fa “raccogliere” la femminilità dal padre per essere sicura della sua identità appena smarrita, contrastata e conflittuale. Svetlana sente forte il bisogno di essere rassicurata sul suo corpo e sulla sua psiche dal padre.

Meraviglioso!

Il sogno dà la luce alla poesia dei nostri bisogni e sentimenti più umani. La ricerca del padre è importantissima nelle bambine per la futura vita affettiva e sessuale. Il padre è quel primo amore che non si scorda mai perché l’eccesso del desiderio l’ha reso sacro e incontaminato.

Andiamo al dunque in base alle sequenze simboliche del sogno.

La “bici”, la “borsetta”, il furto: questi sono i simboli importanti del sogno di Svetlana. La “bici” condensa la “libido genitale” ossia l’esercizio della vita sessuale, la “borsetta” condensa la “recettività sessuale femminile” ossia la vagina, il “furto” condensa la “castrazione” della suddetta “libido genitale”e della “recettività sessuale femminile”: il furto della bici e della borsetta per l’appunto. La “castrazione” si traduce in una inibizione psicofisica, in un impedimento psichico e in un blocco fisico nel vivere la sessualità, un vissuto naturale e assolutamente normale nell’evoluzione degli investimenti della “libido”, ma da tenere sempre sotto controllo per impedire che si sposti nell’uomo che verrà dopo il padre. Se con la figura paterna la castrazione impedisce l’incesto, il rischio è proprio quello di operare la “castrazione” nelle relazioni future con grave danno per la vita sessuale personale e per quella di coppia.

Torniamo alla decodificazione. Svetlana sogna la sua vita sessuale e la sua dimensione femminile in un senso preciso e rafforzato. Il “prato verde con attorno degli alberi” è una bella condensazione della realtà psichica in atto della protagonista del sogno, la quale non ha difficoltà di relazione o di offerta e di disposizione verso il suo prossimo, dal momento che aggiunge le “bancarelle” di “un mercato” e anche l’operosità delle “fabbriche”. Non mancano a Svetlana bambina le speranze e le possibilità nella vita che l’aspetta: “corre verso uno spazio libero del prato”. In quanto a struttura psichica Svetlana si è evoluta nella sua completezza anche relazionale, per cui sembra che non debba mancarle alcunché.

Ma ecco che comincia il piccolo dramma della “castrazione” nella versione femminile. “Lascia la bici”,”lascia la sua borsetta”: Svetlana è pronta  e desidera affidarsi all’universo maschile, ma un trauma turba il suo equilibrio psicofisico dal momento che blocca la sua vita sessuale e opera un’inibizione della sfera erotica. Le hanno rubato “bici” e “borsetta” che aveva poggiato “a terra”; quest’ultima è un altro simbolo femminile a conferma che il sogno verte su una psicodinamica classica dell’essere femminile.

A questo punto la disperazione è il minimo che Svetlana possa vivere di fronte a tanta improvvisa disgrazia. Ma ecco che si profila una parziale soluzione: “il signore di una bancarella le restituisce la borsa dicendo di averla vista a terra e che aveva preferito raccoglierla”. La bici, pur tuttavia, sembra irrimediabilmente perduta:” della bici nessuna traccia”. Il benefico signore della bancarella, come si diceva in precedenza, è il padre, l’uomo che riconosce a Svetlana la “borsa”, la sessualità femminile, ma che per la “bici” non è provvidente, non può provvedere alla vita sessuale della figlia. Svetlana ha sentito la sua femminilità con il padre, ma ha dovuto bloccare il suo desiderio verso quest’uomo della “bancarella” e del “mercato”, un uomo fascinoso per la sua estroversione e di cui, magari, Svetlana bambina era tanto gelosa. Ecco che giustamente, a questo punto, il sogno deve offrire la figura materna, deve esibire la prima donna della vita affettiva di Svetlana, anche questo un primo amore che non si scorda mai.

“Le viene da piangere perché la bici è di sua madre.” Proprio la “bici” rubata era di sua madre e non era di Svetlana. Il richiamo alla madre attesta della contrastata e parziale identificazione al femminile nella figura materna e della incompiuta identità psichica di Svetlana. Il legame con la madre è molto forte e ha strutturato una forma di dipendenza da senso di colpa per essere stata affascinata, nel bene e nel male, dalla figura maschile del padre. La “bici” apparteneva alla madre, l’oggetto dell’attrazione sessuale di Svetlana riguardava la madre. Ecco che arriva la compensazione e l’assoluzione parziale del senso di colpa: “la mamma per fortuna ha un’altra bicicletta a casa”. La sessualità di Svetlana si è evoluta giustamente in riferimento alla madre per quanto riguarda l’identificazione al femminile, ma la madre ha conservato la sua sessualità e lei l’ha smarrita e per il momento non l’ha ritrovata.

La prognosi impone a Svetlana di riappropriarsi della sua vita sessuale nella sua interezza, superando le inibizioni legate alla risoluzione dei resti del complesso di Edipo riconoscendo la figura paterna nella sua reale consistenza e nella sua reale funzione. Svetlana deve liquidare il senso di colpa verso la madre e razionalizzare la dipendenza senza eliminare la solidarietà e la complicità elettiva.

Il rischio psicopatologico si attesta nel sacrificio della vita sessuale con conversioni isteriche della “libido” inibita nel suo naturale investimento e appagamento. Bisogna tenere sotto controllo la tendenza a limitare la vita sessuale con grave pregiudizio per la vita di coppia.

Riflessioni metodologiche: la figura materna è complessa nella sua struttura e nella sua funzione, per cui la relazione con i figli può contraddistinguersi anche di ambiguità e ambivalenza. La madre, ad esempio, può essere amica delle figlie e amante per i figli, solidale e seduttiva, competitiva e complice e tanto altro direttamente proporzionale ai bisogni della madre e dei figli. Bisogna, allora, che le mamme tengano sotto controllo la loro storia e la loro formazione specialmente quando i figli sono adolescenti e durante la prima giovinezza, sicuramente fino a quando i figli non sono diventati a loro volta padri e madri. I figli hanno bisogno soltanto della madre e non di altro. Non bisogna snaturare il ruolo e ridicolizzarlo

perché se la figlia inizialmente è contenta della solidarietà della madre perché le dà sicurezza sociale, di poi si sente sola quando ha bisogno di una presenza autorevole e di una stabilità affettiva. Inoltre non bisogna perdere potere nei confronti dei figli in nome di un falso mito della modernità. Inoltre,   comunicare i dissidi di coppia o esprimere giudizi pesanti sul coniuge è, oltre che disdicevole, dannoso a livello psichico per i figli. Denigrare la figura di un genitore ai figli da parte dell’altro genitore equivale a una bestemmia proprio per la sacralità del padre e della madre, un pesante discredito verso figure che devono essere rassicuranti e integre per i figli. I padri e le madri che sono insolventi a livello di rispetto dell’altro, magari per cercare un’alleanza contingente, seminano nei figli sensi di colpa che nel tempo fomentano legami conflittuali e sbagliati che possono avere ripercussioni nefaste nelle famiglie che costituiranno.