ANCORA  A  PROPOSITO  DI  MIA  MADRE …

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“Cinzia sta salendo le scale esterne di casa, ma sente che cigolano. C’è una fessura tra lo scalino e il muro.

Poi, quando entra in casa sua, la mamma le dice che ha sbattuto contro un’anta dell’armadio e che da quel momento la casa ha iniziato a cedere.

Cinzia ci resta male e prova angoscia.”

 

Il “meccanismo di difesa dall’angoscia della sublimazione” ricorre tantissimo nei sogni sicuramente perché viene tanto usato nella veglia all’interno della cultura in cui viviamo e di cui siamo portatori, la “cultura occidentale” per l’appunto, quella che ha le sue radici nella Grecia di venticinque secoli or sono. La “sublimazione” può anche essere considerata una modalità d’interpretare la realtà e di vivere la propria realtà. In ogni caso questo meccanismo di difesa serve moltissimo, quando non è indispensabile, per vivere all’interno di una società e di uno stato. Freud aveva individuato anzitempo questo processo e l’aveva definito una deflessione di cariche istintuali dagli originari fini sessuali verso altri propositi più nobili e socialmente utili. La cultura occidentale investe paesi ad alta organizzazione politica e sociale, industriale  e tecnologica con i suoi schemi a prevalenza razionali. Lo spazio per lo schema emotivo è riservato all’arte e alla religione. La “sublimazione” si attesta bene nel versante sociale del partecipare e del condividere, nello stemperare istinti ed emozioni, ma comporta un sacrificio trasformativo della “libido” per ogni individuo.

Il sogno di Cinzia ci dice che “sta salendo le scale esterne di casa”: ecco la doppia “sublimazione” del salire e delle scale. In ogni caso si tratta di tendenza e non di costrizione a sublimare. Le scale sono esterne e simboleggiano l’apertura verso l’ambito sociale, le relazioni e le amicizie, gli amori e gli odi. La “casa” è la struttura psichica che socialmente appare nella sua personalità, nei suoi modi di essere e di offrirsi agli altri. Cinzia “sente che cigolano”: le relazioni si sono fatte difficili e inaffidabili. Oltretutto sono scollate dal muro della casa: Cinzia si sta difendendo dalle relazioni e tende a non collegarle alla sua interiorità. Il sistema relazionale cigola, è artefatto e non autentico e Cinzia teme le intromissioni e tende a tenersi fuori, a non coinvolgersi, a distaccarsi: una difesa della sua interiorità e del suo mondo intimo dalle inopportune intromissioni e dalle malefiche invadenze. Capita anche questo nel normale esercizio della vita.

“C’è una fessura tra lo scalino e il muro”. Il sistema relazionale di Cinzia è proprio in crisi. Diventa lecita la richiesta del perché e il sogno immancabilmente risponde secondo il suo linguaggio simbolico.

La causa è dentro di lei e si chiama “mamma”. “Entra in casa sua”: la casa è simbolo della struttura psichica, come si diceva in precedenza. Il sogno di Cinzia fa sbattere la madre contro un’anta dell’armadio e questo gesto maldestro mette in crisi la struttura psichica:”ha sbattuto contro l’anta dell’armadio e da quel momento la casa ha cominciato a cedere”. Decodifichiamo: l’armadio in quanto contenitore rappresenta la madre, ma ha una valenza in più, contiene i modi di essere e di apparire di Cinzia, in quanto gli abiti condensano l’offerta che lei quotidianamente fa nel suo sociale. Trattasi di abiti femminili che la figlia ha mutuato dalla madre, ma che alla figlia non stanno bene o meglio non stanno ancora bene. L’identificazione della figlia nella madre in risoluzione del complesso di Edipo è in corso e ancora non trova Cinzia del tutto consenziente ad allearsi in versione femminile con il nemico di ieri, la mamma per l’appunto.

Tanta madre ancora interiorizzata e non liberata, per cui la struttura psichica vacilla e Cinzia non si sente padrona in casa sua. La mamma viene vissuta come un’intrusa, una presenza ingombrante dentro di lei. Cinzia vive i suoi abiti femminili, i suoi atteggiamenti e i suoi modi di apparire come delle falsificazioni o delle forzature che la mettono in crisi di autenticità. Ma quale autenticità è possibile ai figli? Cosa si può inventare per affermare la propria originalità in ambito psichico e soprattutto in riferimento alle figure magiche dei genitori? Il riconoscimento del padre e della madre comporta l’autonomia psichica e la vertigine della libertà. Nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma  e si evolve anche in ambito psicologico. L’identificazione consapevole e liberatoria si baserà sulla riedizione dei tratti psichici, dei valori, degli atteggiamenti e dei pensieri migliori e sull’abbandono degli schemi giudicati decisamente negativi e dannosi. Una libertà condizionata dal fatto che non ci si può formulare “ex novo” o “ex nihilo”, dal nuovo o dal nulla, ma ci si può evolvere da quel materiale psichico che si dai primi anni di vita, quando eravamo senza parola e innocenti, ci hanno infilato nel cuoricino e nel cervello di bambini. Accoglieremo il meglio che ci ha fatto bene e star bene, mentre abbandoneremo gli schemi psicologicamente deleteri e culturalmente  superati: anche la storia vuole la sua parte.

“Cinzia ci resta male e prova angoscia.” Angoscia è il dolore indefinito, il dolore senza oggetto, il dolore di non so che cosa, ma l’angoscia di Cinzia è collegata all’identificazione nella figura materna ancora in via di definizione. Cinzia è chiamata a migliorare i tratti già buoni della mamma e a reinventare una personale identità riformulando i suoi vissuti.

La prognosi impone a Cinzia di emanciparsi dalla madre e di risolvere la relazione edipica portando avanti un’identificazione ancora incompleta. “Riconosci il padre e la madre” grida dal deserto il comandamento psicoanalitico. Ascoltiamolo!

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi edipica e nello specifico una sindrome depressiva dovuta dal persistere della dipendenza dalla figura materna e dalla paura di perderla: conflitto nevrotico e sindrome d’angoscia.

Riflessione metodologica: quanta importanza psicoaffettiva, meglio globalmente umana, ha la figura della mamma. Lo si constata anche dalle decodificazioni dei sogni dove immancabilmente la mamma si presenta sotto svariate forme, a volte fata a volte strega, a volte positiva  a volte negativa, eppur sempre mamma. Dedico alla mamma di Cinzia e a tutte le mamme in atto o in attesa, alle mamme “in corpore” i versi scolastici e popolari di Edmondo de Amicis, una poesia che si può definire un sogno a occhi aperti, un desiderio dedicato a questa figura immarcescibile che ci segue fuori o dentro da quando nasciamo a quando partiamo.

 

A MIA MADRE

Non sempre il tempo la beltà cancella

o la sfioran le lacrime e gli affanni:

mia madre ha sessant’anni

e più la guardo e più mi sembra bella.

Non ha un accento, un guardo, un riso

che non mi tocchi dolcemente il core;

ah, se fossi pittore,

farei tutta la vita il suo ritratto!

Vorrei ritrarla quando inchina il viso

perch’io le baci la sua treccia bianca

o quando, inferma e stanca,

nasconde il suo dolor sotto un sorriso.

Pur, se fosse un mio prego in cielo accolto,

non chiederei del gran pittor d’Urbino

il pennello divino

per coronar di gloria il suo bel volto:

vorrei poter cambiar vita con vita,

darle tutto il vigor degli anni miei,

veder me vecchio

e lei, del sacrificio mio ringiovanita.

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