INCONTRO CON L’AUTORE

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In occasione della pubblicazione del libro “Ma cosa sognano i bambini” di Salvatore Vallone, edito da Edizioni Psiconline, abbiamo posto alcune domande all’autore per una migliore comprensione del testo.

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Come nasce il suo libro?

“Ma cosa sognano i bambini” è il risultato di quarant’anni  di ricerca teorica e di pratica clinica, la giusta ratifica di un lungo periodo di studi e di esperienze. Nel libro ho elaborato i sogni dei bambini tutelando la loro privacy in ogni senso.

Com’è strutturato?

La prima parte del libro tratta la teoria essenziale sul sogno, la seconda parte contiene l’interpretazione di 156 sogni. Questa è la parte più consistente per la sua valenza psicologica e clinica. Ogni sogno, oltre l’interpretazione, contiene la prognosi e il rischio psicopatologico.

A chi si rivolge “Ma cosa sognano i bambini?

In primo luogo ai genitori particolarmente attenti al benessere psicofisico dei loro figli, perché capire il sogno aiuta ad affidarsi e a parlare di argomenti delicati. Inoltre i genitori possono avere una radiografia psicologica dell’evoluzione psichica e dei conflitti i che i figli stanno vivendo. Di poi, il testo è indicato per tutte le persone intenzionate a conoscere il loro bambino dentro, le radici del mondo adulto nell’infanzia. E’ anche utile agli psicologi e agli insegnanti.

Che cos’è il sogno?

Il sogno è il prodotto psichico del sonno e attesta il quadro psicologico in atto. Il sogno sviluppa psicodinamiche interiori e relazionali attraverso l’elaborazione dei “fantasmi” e secondo le modalità del “processo primario” ossia del pensiero prelogico, un’elaborazione dei dati molto prossima alla fantasia.           

Quali caratteristiche ha il sogno?

Il sogno è un insieme di “segni”, ha un “contenuto manifesto” che è il ricordo più o meno logico e più o meno rattoppato al risveglio, un “contenuto latente” che è il significato profondo e nascosto. Quindi il sogno deve essere interpretato perché viene elaborato dai meccanismi del “processo primario” che sono la “condensazione”, lo “spostamento”,la “drammatizzazione”, la “simbolizzazione” la “rappresentazione per l‘opposto” e la “figurabilità”. In questo modo il sogno è il guardiano del sonno perché consente di dormire senza che scatti l’incubo e di conseguenza il risveglio. Queste sono alcune caratteristiche della formazione e della funzione del sogno. Per il resto rimando alla parte teorica del libro, le prime cinquanta pagine accessibili anche ai profani senza perdere in scientificità.

Perché è importante interpretare i sogni?

Il sogno è la radiografia della struttura psichica e dei conflitti in atto, quindi funge clinicamente da diagnosi, prognosi e terapia. Accelera i tempi della psicoterapia e favorisce la coscienza di sé. Inoltre il sogno contiene i rischi psicopatologici, per cui non va soltanto interpretato, ma studiato accuratamente per una finalità clinica.

A chi giova comprendere i sogni dei bambini?

La comprensione dei sogni è utile decisamente per i bambini se riesce a lenire sofferenze fisiche e psichiche e se riesce a farli crescere meglio possibile. Giova ai genitori che stabiliscono con il figlio un rapporto più profondo e possono sensibilizzarsi sulle sue problematiche senza errori madornali di interpretazione del suo disagio. E’ determinante per lo psicologo clinico e per l’insegnante. Dal sogno di un bambino si può anche evincere se ha subito un trauma o una violenza ed è, quindi, anche utile per la magistratura.

E’ difficile per un genitore capire il proprio figlio attraverso il sogno?

Il padre e la madre non hanno competenze per interpretare un sogno, ma hanno tanta sensibilità e perspicacia per capire che qualcosa nel figlio non sta andando per il verso giusto. Tanti genitori mi consultano e io dico sempre che bisogna preoccuparsi quando il bambino regredisce a tappe già superate: ad esempio ritorna a farsi la pipì e la cacca addosso, balbetta e fa mugolii, non mangia adeguatamente, si sveglia in preda a incubi, batte la testa contro il muro e altri sintomi regredienti. Questo vuol dire che il livello delle tensioni nervose ha superato i limiti di guardia e l’omeostasi è in crisi.

La logica del sogno e la logica della veglia sono diverse?

L’uomo pensa da sveglio secondo le modalità del “processo primario” e del “processo secondario”: l’uomo pensa da dormiente secondo le modalità del “processo primario”. Il “processo primario” si evolve nel “processo secondario” come il bambino si evolve nell’adulto: ad esempio la fantasia si evolve nella Logica, ma non si dimentica e tanto meno si distrugge. Ne sanno qualcosa gli artisti e non soltanto loro, purtroppo. Il sogno si evolve logicamente quando si interpreta o meglio si decodifica, dal codice primario si passa al codice secondario, dall’emisfero destro del cervello si passa all’emisfero sinistro.

Qual è la causa del sogno nell’adulto e nel bambino?

La causa del sogno si attesta nei “resti diurni”, stimoli appena avvertiti e non adeguatamente seguiti nel giorno precedente, esperienze in atto e ricordi emersi dal profondo, conflitti e traumi in atto o pensati, quel materiale che si definisce “resto diurno”.

Cosa contiene il sogno dei bambini?

Il sogno dei bambini contiene la storia e la formazione: le sensazioni, le emozioni, i sentimenti. Queste sono le tre poderose sintesi dei sogni dell’infanzia che nel bene e nel male formano la struttura psichica e il cosiddetto carattere: “formazione reattiva”. Il sogno contiene gli oggetti privilegiati dal bambino nell’evoluzione degli “investimenti della sua libido”: il corpo, la madre, il padre, i fratelli, gli altri e le altre cose. Il sogno dei bambini contiene i fantasmi della fase orale, anale, fallico-narcisistica e genitale, il complesso di Edipo.

Quali sono i sogni ricorrenti nei bambini?

Decisamente ricorrenti sono i sogni edipici, i sogni che riguardano la vasta e variopinta relazione con i genitori. Questi prodotti psichici formano il carattere e sono presenti anche nella vita onirica adulta.

Qual è il sogno più preoccupante per un genitore?

I sogni più delicati sono quelli che riguardano il “fantasma di perdita”, la sindrome abbandonica, l’angoscia del bambino di essere abbandonato dai  genitori e in particolare dalla madre o da una figura similare. Il “fantasma di perdita” è deputato alla psicopatologia più tragica, la depressione. Credo che a questo punto mi vorrà chiedere “cos’è il fantasma”. Anticipo e le dico che i fantasmi sono i concetti elaborati dai meccanismi del “processo primario”, ma forse è meglio un esempio. Il concetto logico della mamma afferma che la mamma è colei che mi ha generato, il fantasma della mamma grida “mamma, mamma!”  Il concetto è emotivamente freddo, il fantasma è emotivamente caldissimo. I fantasmi sono simboli universali che riguardano l’origine, i genitori, la perdita,la sessualità e altro materiale culturalmente in atto.

Tra i sogni riportati nel libro quale colpisce di più la sua attenzione?

Sono particolarmente colpito dai sogni che riguardano la sessualità semplicemente perché viviamo in una cultura sessuofobica che risente di remore morali e religiose. Non mi risulta a tutt’oggi che nelle scuole esiste una materia titolata “educazione alla sessualità”. Le storture educative a tal riguardo sono responsabili dei peggiori mali sociali e di una vasta branca della psicopatologia.

Quali sono i risultati scientifici di quarant’anni di ricerca sul fenomeno del sogno?

La base teorica resta la ricerca di Freud in riguardo all’evoluzione della “libido” e alla formazione dei “meccanismi di difesa” e ai paradigmi dei sistemi psichici, di poi è intervenuta la scienza semiologica e la neuroscienza in riguardo al cervello e al suo funzionamento. Importante è anche il concorso della filosofia del linguaggio. Personalmente sono arrivato a formulare un quadro sulla consistenza del sogno con l’implicazione della Psicoanalisi freudiana come modello psichico, della Neurofisiologia del cervello come base organica, della Semiologia come interpretazione dei segni, della Filosofia del linguaggio come paradigma comunicativo. Vorrei aggiungere che dall’inizio di quest’anno è attivo il mio blog “dimensionesogno.com”, interpretazione psicoanalitica dei sogni, un servizio di consulenza psicologica assolutamente gratuita e aperto a tutti coloro che gradiscono conoscere il significato profondo dei loro sogni. La mia ricerca scientifica, come vede, continua senza soste.

Come nasce la sua passione per lo studio dei sogni e a chi è dedicato “Ma cosa sognano i bambini”?

Io sono nato nella strana città di Siracusa, strana per il suo essere greca, romana, araba, normanna, francese, spagnola, italiana; una città ricca di miti e di riti, di chiese e di templi, di poesia e di natura, una città da interpretare. Nella prima parte della mia vita questa complessa e fascinosa città mi ha sensibilizzato verso la cultura classica. Per quanto riguarda la seconda domanda le dico che mia madre, donna di popolo, si metteva al balcone e interpretava i discorsi della gente a suo uso e consumo e vi coglieva i segni del futuro. Inoltre mi portava da una vecchietta, che fungeva da psicoterapeuta del quartiere con i suoi rituali magici, per risolvere le mie angosce infantili somatizzate nello stomaco, la zona simbolica degli affetti. Vista la sua sensibilità, non posso che dedicarlo a colei che mi ha indicato la strada: Giudice Concetta, detta Tita.

IMG-20160321-WA0003Puoi trovare il libro in libreria, nello store online psychostore.net oppure telefonando al numero 800090204 “Libri al telefono”.

LA  LETTERA  DI  MARY E LA RAZIONALIZZAZIONE DEL LUTTO

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“Dear Salvatore,

spero che stia bene.

Una mia amica mi ha fatto conoscere il suo blog, veramente interessante.

Mi piacerebbe se Lei potesse interpretare il mio sogno.

Premetto che sogno sempre mio padre, l’unica in famiglia che lo sogna, lui purtroppo é morto 16 ani fa.

Sembra sempre che ogni volta che lo sogno succeda qualcosa di brutto. Mi piacerebbe capire qualora ci fosse una spiegazione il perché sogno con tanta frequenza mio padre.

Per due volte ,due settimane fa ho sognato che ero a casa mia in Italia ( perché io abito in Uk ) e con  tutta la famiglia eravamo in giardino compreso mio padre di cui sapevo che c’era, ma non lo vedevo, ed erano tutti felici che finalmente conoscevano il mio ragazzo ( che purtroppo ormai ci siamo lasciati da due mesi ) cmq nel sogno erano tutti felici ormai di conoscerlo e che fosse venuto a casa. Tutti poi entravamo dentro casa, e a quel punto mi sono svegliata.

Due giorni fa ho sognato di nuovo mio padre, eravamo nella sala sempre a casa mia in Italia, con tutta la mia famiglia, compresa mia nonna, ( la madre di mio padre ). Mio padre era seduto a tavola, lo vedevo che sveniva e cercavo di aiutarlo, nel sogno sveniva due volte di cui ho sempre cercato di aiutarlo, e poi tutto ad un tratto al TG davano la notizia che erano arrivati gli UFO .

Poi mi sono svegliata.”

Spero di avere un suo commento

La ringrazio

Mary”

Nella premessa della sua gradita lettera Mary afferma che “sogna sempre suo padre”, che “purtroppo è morto” da sedici anni e che è “l’unica della famiglia” a sognarlo. Il sogno di una figura così importante e incisiva nell’ economia psichica è legato ai bisogni individuali e ai modi psichici d’immagazzinare e smaltire un trauma di questo calibro: la razionalizzazione del lutto e della perdita. In questo doloroso evento si manifesta più che mai la proprietà del sogno di difesa dell’equilibrio psichico e di progressiva “catarsi” dell’angoscia, al di là della precisa volontà di chi sogna: purificazione e integrazione nella struttura psichica del trauma. Il sogno è “profilassi” psichica, il sogno tutela l’equilibrio psicofisico non solo durante il sonno ma anche nella veglia, il sogno ripulisce la psiche senza una nostra precisa richiesta e senza una nostra diretta volontà. Il sogno è “filogenetico”, ama la Specie. E’ inquietante pensare che dentro di noi una funzione psicofisica lavora al di là della nostra precisa volontà, ma la stessa cosa succede per il battito cardiaco, per la respirazione, per la circolazione del sangue, per la digestione, per la pressione arteriosa e per le altre funzioni gestite mirabilmente dal sistema nervoso neurovegetativo, giustamente detto involontario ossia indipendente dalla mia volontà.

Dopo questa importante digressione torniamo alla lettera di Mary. La morte del padre comporta la necessità psichica di assorbire la tragica notizia e di traghettarla nei livelli psichici profondi. L’informazione viene subito rifiutata dalla psiche che a tal uopo istruisce i “meccanismi di difesa dall’angoscia” e in particolare quelli che la struttura psichica di Mary è educata a usare. Soltanto a livello razionale Mary al tempo del tragico evento sapeva della morte del padre, ma dentro c’era soltanto un vago sapere e un incerto sentire, perché l’angoscia della morte e della perdita sarebbe stata ingestibile in quel momento storico dalla coscienza del suo “Io”. Questa difesa naturale e involontaria vuol significare che nella psiche profonda vigono le emozioni forti e non le semplici ansie, i fantasmi e non i concetti logici, i contenuti neurovegetativi forti e non i dolori convenzionali. La psiche non accetta in un primo tempo il lutto e l’angoscia collegata, si difende con l’automatismo di vagliarlo lentamente fino all’accettazione. La psiche è il corpo e il corpo è la psiche: lutto e angoscia coesistono e convivono. Il sistema psichico progressivamente procede alla “razionalizzazione del lutto” anche attraverso il sogno, che di per se stesso è camuffato nel suo “contenuto latente”. E allora, pian piano, prendiamo atto che il nostro adorato padre è partito per chissà dove, ma sicuramente da qualche parte e quanto meno è rimasto nei nostri pensieri e nelle nostre angosce. La razionalizzazione di un lutto importante e significativo abbisogna minimo di due anni per essere portata a buon fine. Ricordiamo che a volte il tempo si dilunga nella vita intera, perché il trauma non viene smaltito e si vive nell’angoscia perenne con una pesante caduta della qualità della vita. In questo caso si usa il meccanismo nefasto della “negazione” del lutto e si presenta un disagio pesante da curare. Non si può negare la realtà, ma si deve progressivamente accettare. Ma perché è così lungo il decorso della razionalizzazione del lutto? I nostri cari e preziosi defunti ci lasciano sempre dei sensi di colpa da espiare per tutto quello che non abbiamo detto a loro e per tutto quello che non abbiamo fatto con loro, per tutto quello che non abbiamo vissuto con loro e per tutto quello che volevamo vivere con loro. La morte del padre ci lascia soli con i nostri ricordi, le nostre nostalgie e i nostri conflitti.

Riconvergiamo su Mary, “l’unica in famiglia che lo sogna”. Riaffiora il sentimento della rivalità fraterna, un vissuto tanto importante per l’economia psichica su cui non si è ancora abbastanza ricercato. Cara Mary, i tuoi fratelli o i tuoi familiari possono tranquillamente sognare il papà o il marito o il fratello con un semplice simbolo: al posto del padre ci mettono un re o un cavallo o un altro condensato, dipende da quale qualità è prevalsa nel loro vissuto in riguardo a questa figura sacra. Inoltre bisogna rilevare che il padre di Mary è morto da sedici anni e ancora è vivo nei ricordi e nei sogni della figlia. Si desume che l’imprinting è stato molto forte nel bene e nel male; del resto questa figura è investita di forti sensazioni e forti sentimenti, l’amore e l’odio, l’attrazione e la repulsione, il rifugio e il pericolo. Anche se insignificante nella realtà, il padre viene investito di grandi cariche di “libido”, figuriamoci quando è presente e invadente nell’agire in pieno il suo ruolo. Per quanto si è argomentato Mary conserva il padre nel suo cuore e nella sua mente e il suo sogno provvede a lenire il suo dolore e a sistemare il suo lutto.

“Sembra sempre che ogni volta che lo sogno succeda qualcosa di brutto.”

Questa è soltanto una difesa superstiziosa. Soltanto la casualità gestisce questa coincidenza, non la causalità, la categoria logica di causa ed effetto che risale alla codificazione del grande Aristotele ventiquattro secoli or sono. Certo che la morte del padre è stata una disgrazia e allora ci può essere una traslazione al presente del tragico evento. Ma perché Mary non pensa che sognare il padre porta tanta fortuna? Anche in questo caso il sogno non riconosce queste categorie interpretative. Il sogno è un prodotto psicofisico complesso e rappresenta soltanto e solamente lo stato psichico in atto. Sul perché Mary sogna il padre con tanta frequenza ho risposto in abbondanza, per cui si può analizzare il sogno nella speranza di trovare conferme a quanto affermato o nuove verità.

“Per due volte, due settimane fa ho sognato che ero a casa mia in Italia( perché io abito in Uk ) e con  tutta la famiglia eravamo in giardino compreso mio padre di cui sapevo che c’era, ma non lo vedevo, ed erano tutti felici che finalmente conoscevano il mio ragazzo ( che purtroppo ormai ci siamo lasciati da due mesi ) cmq nel sogno erano tutti felici ormai di conoscerlo e che fosse venuto a casa. Tutti poi entravamo dentro casa, e a quel punto mi sono svegliata.”

Analizziamo i simboli e le psicodinamiche. Mary ricostituisce tutta la famiglia dentro di lei, “a casa mia” e “in giardino”, a riprova del suo bisogno affettivo e protettivo e dei suoi buoni sentimenti e valori: una leggera e benefica “regressione” al tempo in cui c’eravamo tutti e stavamo bene insieme. Il fatto di non vedere il padre è una difesa dall’angoscia per continuare a dormire. Ecco il perché del sogno di Mary: “tutti felici che finalmente conoscevano il mio ragazzo”, “(che purtroppo ci siamo lasciati da due mesi)”. Questo è il nuovo lutto di Mary! All’uopo il sogno fornisce l’unità affettiva della famiglia. Quindi questo sogno non verte sul lutto del padre, ma approfitta di quest’ultimo per rievocare la rottura affettiva con il suo ragazzo. Il dolore di Mary è composto e abbastanza razionalizzato: “tutti poi entravamo dentro casa”. Il sogno ha compensato una frustrazione affettiva in atto.

Passiamo alla decodificazione del secondo sogno di Mary.

“Due giorni fa ho sognato di nuovo mio padre, eravamo nella sala sempre a casa mia in Italia, con tutta la mia famiglia, compresa mia nonna, ( la madre di mio padre ). Mio padre era seduto a tavola, lo vedevo che sveniva e cercavo di aiutarlo, nel sogno sveniva due volte di cui ho sempre cercato di aiutarlo, e poi tutto ad un tratto al TG davano la notizia che erano arrivati gli UFO.”

L’unità familiare si allarga alla nonna: la nostalgia degli affetti di Mary è tanta, ma veramente tanta. La scena onirica è sempre la sua interiorità:”sempre a casa mia”, nella sala. Compare il padre “seduto a tavola”; quest’ultima rappresenta l’affettività familiare, la cultura del gruppo familiare, lo scambio delle idee e la dialettica psichica. Sulla tavola si posa il cibo, per cui la tavola è il palcoscenico del cibo, l’altare della famiglia. Il cibo condensa l’amore della madre o di chi ne fa le veci secondo la formula antica e ultramillenaria “chi mi ama mi nutre e chi mi nutre mi ama”. Di poi, il simbolo si allarga a tutti i membri della famiglia. Ecco perché è importantissimo mangiare tutti insieme per l’evoluzione e l’economia psichica. La famiglia a tavola trasmette il senso di appartenenza e lo spirito di gruppo. La solitudine nel mangiare fomenta anaffettività e disturbi della relazione. Non dimentichiamo che i riti mistici cristiani si basano sulla condivisione e sull’assunzione del cibo mistico del corpo di Cristo. Il padre di Mary è presente, ma sviene per ben due volte. Lo “svenimento” è un meccanismo organico primario di difesa dall’angoscia. Lo “svenimento”, quindi, rappresenta la caduta della vigilanza della coscienza per continuare a vivere, ma per Mary è un forma simbolica attenuata di accettare la morte del padre, una compensazione dell’angoscia della perdita, così come l’aiutarlo ’è un’assoluzione del senso di colpa: “ho sempre cercato di aiutarlo”. Ecco che si profila l’assurdo logico consequenziale, assurdo per la Logica, ma non per la logica del “processo primario”: “poi tutto ad un tratto al TG davano la notizia che erano arrivati gli UFO”. Cosa rappresentano questi ultimi? Ragioniamo: gli ufo vengono dall’alto, dal cielo e si concretizzano manifestandosi a noi nelle loro fattezze. Il simbolo dinamico “dall’alto verso il basso” condensa il processo psichico e fisico della “materializzazione”, il diventare realtà concreta. “E il Verbo si fece carne e abitò tra noi” scrive Giovanni nel suo evangelo. Inoltre in questa dinamica rientra la radice etimologica della parola “desiderio”: “de sideribus”, dalle stelle. I desideri cadono dalle stelle e diventano realtà. Mary desidera che il padre sia vivo, ma si deve adattare alla realtà dei fatti e il sogno compensa i fantasmi e reintegra la psiche a livello strutturale, dinamico ed economico: Mary si sente meglio e senza averne coscienza sta progressivamente razionalizzando il lutto del padre. Attraverso il sogno, che è un fenomeno psicofisico involontario, agisce la profilassi psichica, la tutela psicologica. Il fatto che il sogno non si può controllare nella sua origine e guidare nella sua dinamica è inquietante ed è un motivo per cui sul sogno durante i secoli e i millenni si è tanto fantasticato con superstizioni e con magie, si è sognato sul sogno. Necessita un poderoso  risveglio.

Questo è abbondantemente quanto dovuto alla gentilezza di Mary.

La prognosi impone di accettare la fenomenologia progressiva del lutto, di accomodare i normali sensi di colpa senza ossessionarsi sulla loro impossibile riparazione, di lasciare che il sogno prosegua nella naturale razionalizzazione del lutto. Sognare e pensare il padre è un atto di grande nobiltà. Si chiede a Mary di non demordere nella ricerca dell’amore giusto per lei e degno di lei.

Il rischio psicopatologico si attesta nella degenerazione psichica del “fantasma di perdita” e nella mancata razionalizzazione del lutto con il ritorno di una sindrome d’angoscia e una caduta della qualità della vita.

Riflessioni metodologiche: la lettera di Mary mi ha dato la possibilità di spalmare gli approfondimenti su determinati fenomeni psichici nel corso dell’interpretazione dei suoi sogni, per cui rimando le riflessioni metodologiche al prossimo sogno.

 

LA SESSUALITA’ FEMMINILE E IL SENSO DI COLPA

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“Nora sogna di trovarsi in auto con il suo uomo.

Sta guidando, ma non vede niente, né il volto, né la strada davanti.

Vede soltanto lo scorrere della strada lateralmente.

A un certo punto Nora vede il bagliore di due autovelox e pensa che pagherà una multa veramente salata.”

Il sogno di Nora tratta di una donna che vive bene la sua sessualità, ma non può fare a meno alla fine di colpevolizzarla. La sfera erotica rientra tra i sogni ricorrenti dell’universo femminile ed esiste una ragione ben precisa. Rispetto all’universo maschile la formazione psichica della donna in riguardo alla sessualità risente di fattori biologici, culturali e sociali più complessi. Esaminiamone alcuni. A livello biologico la donna è ricca di orologi finalizzati alla continuazione della Specie e con il rapporto sessuale è passibile di essere fecondata. La donna matura prima del maschio sempre a livello biologico e psicologico, ma anche a livello umano e culturale. La bambina è più giudiziosa e docile, si usa dire. A livello socioculturale in un recente passato la donna era ritenuta quasi un peso per la famiglia, dal momento che non aveva la forza di un maschio e quindi non era una valida forza lavoro. A livello culturale la donna sin da bambina è oggetto di pressioni educative e di vincoli sociali collegati a tradizionali pregiudizi. A livello psicologico, inoltre, la bambina è chiamata a evolversi con una buona duttilità anche a causa del fatto che il suo corpo si trasforma rapidamente in un corpo di donna. In quest’ultimo, pur tuttavia, abita ancora la psiche e la mente di un’adolescente e il rischio della deflorazione e della gravidanza. Inoltre la donna bambina è oggetto privilegiato delle insidie e delle violenze sessuali da parte degli adulti, dei pedofili, dei bruti. La complessità di questi fattori spiega come la donna  sia sottoposta con naturale superficialità a frustrazioni e a repressioni della “libido” da parte delle istituzioni rispetto al maschio. Ma convergiamo sul sogno alla ricerca di pezze giustificative di quanto affermato.

Il sogno di Nora esordisce con una situazione di fusione erotica: “in auto con il suo uomo”. “L’auto” rappresenta il sistema neurovegetativo e in particolare la sessualità con i suoi meccanismi neurofisiologici autonomi. Nora è in intimità con il suo uomo. Si profila la decodificazione di un sogno erotico molto frequente, gratificante e altamente emotivo al punto che l’eccitazione sessuale nel maschio e nella femmina si può manifestare nelle sue espressioni più alte: l’erezione e la lubrificazione, l’eiaculazione e l’orgasmo. Potenza vitale del sogno!

Nora “sta guidando”. L’iniziativa e la partecipazione nell’appagamento della “libido genitale” non mancano alla protagonista del sogno. Si attesta un facile coinvolgimento e una spedita sicurezza, oltre alla pulsione erotica e sessuale.

“Ma non vede niente, né il volto, né la strada davanti”. Il “vedere” rappresenta simbolicamente il “principio di realtà” e la “funzione razionale dell’Io”; di conseguenza, il non vedere “niente” comporta l’abbandono completo alle emozioni e alle pulsioni, nonché la caduta della vigilanza e dello spirito critico. Nora è in piena “trance” erotica, com’è giusto che sia in una corretta collocazione psicofisica introduttiva all’amplesso sessuale. Non vedere il volto del partner in sogno è particolarmente inquietante sia per chi sogna e sia per chi interpreta. Infatti si tratta di una censura onirica: viene impedita la visione perché non è stato possibile lo “spostamento” in un altro soggetto similare e per continuare a dormire. E allora di chi si tratta? Teoria psicoanalitica impone che si tratti delle figure genitoriali e in questo caso del padre. Ma bisogna essere anche elastici con i sogni e non ricorrere sempre al famigerato complesso di Edipo. Pur tuttavia, bisogna riconoscere che l’imprinting dei genitori nella vita sessuale dei figli è notevole, se non determinante. Del resto sono le figure che abbiamo frequentato quando eravamo innocenti, solo sensazioni e senza conoscenze. Progressivamente abbiamo sperimentato fisicamente e psicologicamente noi stessi attraverso le loro persone e abbiamo imparato a conoscere, a discernere, a rielaborare  e ad archiviare. La teoria impone che la matrice della nostra vita sessuale si colleghi al desiderio di loro, ma in questo sogno è preferibile riconoscere a Nora gli “occhi chiusi” durante l’abbandono alla vita dei sensi. Non è finita, perché Nora non vede “la strada davanti”. La strada è simbolo del percorso della vita e del cammino esistenziale, una soluzione attraverso il fare e un progetto da realizzare, l’avventura e la creatività sempre finalizzate alla realizzazione di un programma. Il guidare la macchina senza vedere la strada è pericolosissimo nella realtà, ma tanto diffuso e significativo nel sogno. Quando siamo particolarmente stressati dalla quotidianità banale e dagli impegni inautentici, quando non ascoltiamo i nostri bisogni cosiddetti materiali, quando sacrifichiamo la nostra vita sessuale in nome del lavoro e della conseguente stanchezza, ebbene, allora siamo pronti a sognare di guidare la macchina senza vedere la strada. Questa è la funzione importantissima del sogno di diagnosticare lo stato psicofisico e di indicare il ripristino dell’equilibrio nervoso e dell’armonia corpo-mente: la prognosi.

Nora “vede soltanto lo scorrere della strada lateralmente”. Nora è dentro la macchina con il suo uomo, Nora è in intimità e la visione laterale si spiega con la postura dell’amplesso, così come il non vedere nulla si spiega con gli occhi chiusi durante il suddetto amplesso. Il sogno non mente e addirittura ci suggerisce le posizioni assunte dagli attori protagonisti nel teatro dei sensi. Lo “scorrere” condensa l’evoluzione vitale, lo slancio pulsionale dell’istinto.

Fin qui tutto è ok! Gli amanti sono in pieno trasporto erotico ed esaltano misticamente il dio Eros, ma ecco che arriva l’inghippo. Nora “vede il bagliore di due autovelox  e pensa che pagherà una multa veramente salata” ai vigili che a suo tempo ha messo dentro di lei. Subentra l’istanza psichica del “Super-Io” a ridimensionare, se non a bloccare, il trasporto dei sensi e l’abbandono al piacere. Il senso di colpa é legato alla censura morale, al rispetto della norma, all’adempimento del dovere, all’infrazione dei dettami vigenti nella società, alla paura del peccato legato all’insegnamento religioso che esige castità e verginità, alla sessuofobia imperante nella società mediterranea in riguardo alla figura femminile e al ruolo della donna, figura e ruolo che oscillano tra la soccombenza al maschio e la perversa provocazione. Una bambina che diventa adolescente spesso riceve questi messaggi malevoli e infami dai genitori in primo luogo e guarda caso nel sogno di Nora gli autovelox sono due. Del resto, il “Super-Io” si sviluppa dai cinque anni in poi ed è collegato alla figura paterna, per cui Nora rievoca gli insegnamenti del padre e i divieti da lui imposti nell’economia psichica familiare e da lei naturalmente introiettati in maniera più o meno rigida. Nora pensa con la sua dimensione bambina che “pagherà una multa veramente salata” perché ha fatto gli atti impuri, quegli atti moralmente vietati perché permeati di fornicazione. La “multa” è simbolo dell’espiazione della colpa e sarà veramente pesante. Povera Nora! Era partita bene con la sua libera iniziativa e il suo abbandono all’istinto e al desiderio, ma ha rischiato di concludere male o quanto meno è stata disturbata dai retaggi moralistici familiari, dai pregiudizi sociali e dalle remore religiose. Questo è il prezzo che si paga all’evoluzione della “libido” nella cultura mediterranea aliena ai diritti del corpo, propensa ai diritti dello spirito, interessata ai privilegi culturali. Ma ci sono prezzi più tragici nella società contemporanea che la donna è costretta a pagare. In questi settori siamo ancora nella preistoria della civiltà e neanche agli albori. E’ opportuno ascoltare come consolazione “Imagine” di John Lennon.

La prognosi è fausta e suggerisce a Nora di ridurre le esigenze morali in contesti di per se stessi naturali e gratificanti, di liberarsi dagli insegnamenti familiari che riportano al passato e che non servono al presente, di prepararsi un futuro affermativo.

Il rischio psicopatologico si attesta nel fomentare il Super-Io con una serie di doveri morali e nel ridurre la libera espressione delle pulsioni sessuali con grave danno per l’equilibrio psicofisico e con la conseguente conversione della “libido” repressa in sintomi psicosomatici.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Nora induce a rispolverare la mitica  colpevolizzazione culturale della donna e all’uopo riesumo Lilith. Nella cultura mesopotamica Lilith era il demone della tempesta, nella cultura ebraica era la prima donna e la prima compagna di Adamo. E’ presente nella prima formulazione del Genesi, di poi definito Antigenesi. Quindi, la prima donna di Adamo non è stata Eva, ma Lilith. Quest’ultima fu espulsa dal giardino di Eden e relegata a principio del male per il semplice motivo che aveva preteso durante il coito di stare sopra Adamo. Lilith non voleva stare sotto. La simbologia del “sopra” e del “sotto” impone la decodificazione del rifiuto di Lilith di soccombere al maschio e alla sua cultura. Lilith contesta il potere sessuale di Adamo e il primato culturale maschile che impone alla donna di stare sotto e non sopra: discuterne non è dato. Quant’è viva ancora oggi Lilith e quant’è moderno il suo insegnamento! Dio ascoltò Adamo e lo liberò dalla sofferenza preparando per lui e per le sue necessità psicofisiche Eva, una donna docile e fatta “ad hoc”:”questa è finalmente osso delle mie ossa, carne della mia carne, questa sarà chiamata donna perché dall’uomo questa è stata tratta.”  Lilith restò l’ambiguo malanno dell’uomo, un oggetto di amore e di odio, di desiderio e di ribrezzo, di attrazione e di repulsione. Lilith fu criminalizzata e destinata a rappresentare il leader delle divinità femminili maligne e infernali; di poi vennero le Erinni, le Furie, le sirene, le streghe, la “parte negativa della donna”, l’oggetto parziale persecutorio, la sessualità perversa che distrugge il maschio. Il resto va da sé.             

IL TRAUMA DELLA GRAVIDANZA

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“Francesca sogna di guardare il telegiornale e di sentire che una ragazza è  morta perché è stata punta da alcuni insetti che aveva nei capelli. Erano tre insetti neri.

La ragazza aveva i capelli biondi e lunghi.

Francesca va a dormire e si accorge che c’è una mosca nera e grossa, una mosca che sogna spesso, e ha paura di essere uccisa da quella mosca così grande e ha paura che va nei suoi capelli che ora sono lunghi e castani.

Non vuole ucciderla perché non è nella sua indole uccidere gli animali e pensa che, se la mosca si posa al suo fianco, non le farà nulla. Oltretutto ha troppo sonno per preoccuparsi.

Era sola in casa.”

Il sogno di Francesca verte su un tema molto diffuso nella veglia tra le donne, la paura della gravidanza indesiderata o non voluta o non programmata. Si tratta di un tema che coinvolge la donna sin dalla prima adolescenza, sin da  quando la giovane donna viene a sapere, per vie traverse o per vie dirette, del coito e della gravidanza. Il tema onirico è universale e riguarda, quindi, l’universo psichico femminile al di là delle varie culture. La paura della gravidanza richiama i dolori del travaglio e il rischio di morire durante il parto, un “fantasma di morte” per l’appunto. Non aver vissuto la paura della gravidanza e del parto è anomalo e anormale. L’antidoto al “fantasma di morte” e la ricetta a che la paura non traligni nella fobia e nell’angoscia sono l’educazione sessuale in famiglia e nelle istituzioni educative senza blocchi assurdi, senza moralismi culturali o tanto meno religiosi. In questo modo la normale paura non viene alimentata dalle angosce collegate al fantasma della perdita della vita proprio nel momento in cui si dona la vita. Nelle categorie fantasiose del “processo primario” gli opposti vita e morte coincidono, nella logica del “processo secondario” questi opposti sono inconciliabili. Il sogno merita di essere approfondito alla luce del tema che tratta e del vasto coinvolgimento che implica.

In una questione così traumatica l’atteggiamento immediato di Francesca nel sogno è il distacco tramite il telegiornale, la freddezza di una notizia, di un qualcosa che non la riguarda, una difesa dal coinvolgimento emotivo. La gravidanza indesiderata riguarda le altre donne e quindi “guardare il telegiornale e di sentire …” si spiega come una traslazione difensiva. Degno di nota è come il sogno esordisce in modo di consentire a Francesca di continuare a dormire senza che insorga l’angoscia della gravidanza e il fantasma di morte. Il sogno è la principale profilassi del sonno. Il sogno opera a favore del sonno perché senza sonno si muore: il sogno è una difesa biologica in primo luogo ed è reso possibile dai meccanismi che lo formano e dalla difesa per eccellenza che è la censura onirica.

Vediamo i simboli fondanti: gli insetti e i capelli. Gli insetti condensano gli spermatozoi, i capelli condensano i pensieri. Il tema si annuncia come il pensiero su una possibile gravidanza.  Attenzione, però, che il pensiero non degeneri nell’ossessione e che quest’ultima non si associ alla compulsione, alla necessità di compiere un’azione per esorcizzare l’angoscia. Francesca ha in mente la gravidanza e questo è assolutamente nella norma anche se la norma è soltanto una convenzione sociale utile alla convivenza. Ma la ragazza del telegiornale “è morta perche è stata punta da alcuni insetti che aveva nei capelli”. Ecco l’associazione: la morte si associa ai pensieri di gravidanza. La puntura richiama la penetrazione; la fecondazione degli insetti è succedanea. Una ragazza è morta di parto: questa è la paura di Francesca.

Gli assassini “erano tre insetti neri”. Il nero è il colore culturale del lutto, il tre è un numero significativo a livello simbolico, ma in questo caso attesta della vasta popolazione degli spermatozoi e della possibilità che a Francesca è capitato alcune volte di aver rischiato una gravidanza inopportuna e indesiderata. Ricordiamo che il tre è anche il simbolo della triangolazione edipica: io, il papà e la mamma. Ma di questo si parlerà avanti.

“La ragazza aveva i capelli lunghi e biondi.” La ragazza del telegiornale aveva tanti bei pensieri sulla gravidanza e desiderava avere un figlio. La gradevolezza del desiderio si evince dalla bellezza della ragazza ed è collegata per “conversione nell’opposto” alla sua morte.

A questo punto Francesca si coinvolge in prima persona ed entra in ballo:”va a dormire e si accorge che c’è una mosca nera e grossa, una mosca che sogna spesso …”. Il dormire equivale a una riduzione della vigilanza della coscienza, a un disimpegno dell’attività razionale, a un prevalere delle funzioni neurovegetative sulle funzioni del sistema nervoso centrale. In questo ritorno allo stato crepuscolare della coscienza Francesca rievoca la “mosca nera e grossa”, la prima pulsione desiderativa di un figlio” e quella volta avvenne in omaggio al padre nel pieno della tempesta edipica e in piena competizione con la figura materna. La mosca, in quanto insetto, condensa sempre il seme maschile, ma il simbolo si evolve nella gravidanza in grazie all’attributo “grossa”, alla caratteristica di essere unica e al fatto che la “sogna spesso”. Questa mosca grossa condensa uno spermatozoo andato a buon fine, fecondato ed evoluto in un feto e in un figlio, ma vertendo il sogno su tematiche fantasmiche si propende verso il desiderio di avere un figlio dal padre, classico delle bambine nel pieno della situazione edipica. Francesca “ha paura di essere uccisa da quella mosca così grande …”. Si presenta il travaglio mentale e il flusso dei pensieri più drammatici e addirittura funesti dell’età in cui la bambina pensa a come nascono i figli, a come avviene la deflorazione e la fecondazione, a come fa a entrare il pene in vagina e il figlio a uscire dal suo organo genitale. Di queste riflessioni prende paura dal momento che prevale il gioco delle dimensioni in atto. Il “fantasma di morte” è contenuto nella paura di essere uccisa da “quella mosca così grande”, una mosca decisamente anomala. La paura, in particolare, si concentra nei suoi pensieri di donna adulta, ”ha paura che va nei suoi capelli che ora sono lunghi e castani” e che allora erano “biondi e lunghi” come la ragazza del telegiornale, quella che è stata uccisa dagli “insetti che aveva nei capelli”. E questi insetti erano tre. Ma guarda caso! Questo è il numero del complesso di Edipo, io, il papà e la mamma: il triangolo basilarmente evolutivo per la formazione del carattere.

Francesca è a favore della vita, ha una vocazione femminile e un forte istinto materno, “non vuole ucciderla, perché non è nella sua indole uccidere gli animali”. Può correre il rischio di una gravidanza e superare le paure del travaglio e del parto. La Francesca bambina ha desiderato e ha provato angoscia, la Francesca donna ritiene che la maternità sia un evento naturale e pensa che “se la mosca si posa al suo fianco, non le farà nulla”. Nella realtà al suo fianco si possono posare un uomo o un bambino, i soggetti coinvolti dal tema del sogno. E poi, “oltretutto”, Francesca ha “troppo sonno per preoccuparsi”. Francesca si abbandona volentieri al piacere dell’orgasmo, prima di pensare alla fecondazione, alla gravidanza e al parto. Francesca vive bene il suo corpo e la sua sessualità.

Nel finale si presenta una nota apparentemente stonata, ma perfettamente in linea con il significato del sogno. “Era sola in casa.” Francesca non ha un uomo, ma non nell’attualità. Francesca non aveva un uomo nel passato, in quel passato in cui ha abbandonato le sue pretese sul possesso del padre e sulla fantasia di avere un figlio con il primo amore della sua vita, quell’amore che non i scorda mai, come dice saggiamente la voce popolare e le canzonette cosiddette leggere. Resta in lei la normalissima paura della gravidanza e del parto, ma questa non traligna in “angoscia di morte” e tanto meno in quella pericolosissima “angoscia di frammentazione” che fa perdere il contatto con se stessi e con la realtà.

La prognosi impone la perseveranza nell’emancipazione psichica dai genitori e il rafforzamento dell’autonomia anche dagli affetti significativi e importanti per un migliore gusto delle relazioni.

Il rischio psicopatologico si attesta nel degenerare della normale paura in dolore nel coito, in fobia del parto, in angoscia di morte.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Francesca impone una breve digressione sulla fenomenologia psicopatologica pre-puerperale e puerperale, su cosa si manifesta a livello clinico in una donna che si accinge a diventare madre e dopo l’esperienza del parto: le “psicosi gravidiche” e le “psicosi post partum”. In ogni caso e al di là delle classificazioni nosologiche si tratta di reazioni al vissuto traumatico della gravidanza e del parto. Ripeto, si tratta di come la donna vive la gravidanza e il parto, di quali fantasmi si scatenano in questa meravigliosa ed eccezionale esperienza di dare la vita. Non a caso a livello simbolico l’universo femminile condensa “l’ontogenesi”, l’origine di ciò che è, e la “filogenesi”, l’amore della Specie. Le manifestazioni che si riscontrano dalla seconda metà della gravidanza fino al parto, anche in maniera acuta, possono essere a sfondo nevrotico e in particolare fobico-ossessivo, a sfondo psicotico, a sfondo depressivo. La donna può vivere il feto come un intruso e un pericolo per la propria vita e allora si scatena un “fantasma di morte”. Si verificano, quindi, situazioni conflittuali legate allo stato di gravidanza, al timore del travaglio e del parto, all’angoscia del prossimo ruolo materno, ma fondamentalmente è il “fantasma di morte” che la fa da padrone. Bisogna vedere come la donna riesce a gestire con la sua struttura psichica e i suoi meccanismi di difesa le pulsioni angoscianti del fantasma.  La psiconevrosi fobica e ossessiva esprime tale angoscia, ma la contiene in una dimensione conflittuale, per cui la donna soffre, ma non perde il controllo della realtà e a essa si attiene con la piena consapevolezza che si tratta di un problema da risolvere nel migliore dei modi. La psiconevrosi può tralignare e diventare “borderlines”, ai limiti tra la nevrosi e la psicosi; la donna perde il contatto con la realtà, ma poi si ricrede e critica il suo delirio. Le ”psicosi puerperali” si manifestano subito dopo il parto con ideazioni deliranti, disorganizzazione dell’esperienza della maternità, stati melanconici  maniacali, sensi di colpa abnormi, impulsi aggressivi verso il figlio e il marito e le persone intorno, fantasie proiettive sul neonato, stati confusionali contraddistinti da forme e contenuti onirici, come se la neomamma sognasse da sveglia. Trattasi di “psicosi reattive”, di sindromi scatenate dallo stato di gravidanza, dal dolore del travaglio e del parto, dall’angoscia di morte. La prognosi è sempre favorevole. Infatti, dopo un decorso di alcuni giorni la donna rientra nella sua normalità psichica vigilante e ritorna padrona a casa sua. Se esistono episodi psicotici precedenti, la remissione dei sintomi si allunga nel tempo. A livello psicologico le sindromi puerperali sono reazioni “post partum” legate anche alla rottura dell’unita madre-figlio e alla vulnerabilità psichica causata dal lieto evento. La terapia per eccellenza è la cura del figlio e l’allattamento. La prognosi impone la giusta educazione sessuale nell’adolescenza e la psicoprofilassi al parto e alla maternità. Quest’ultima non deve fermarsi a un’informazione su come avviene il travaglio e il parto e tanto meno a una visita della sala parto. La psicoprofilassi deve essere fatta da psicoterapeuti che hanno dimestichezza con i “fantasmi”, meglio con la psicologia del profondo. La psicoterapia è utilissima per ridurre i livelli d’ansia, per impedire che questi ultimi tralignino nella fobia e nell’angoscia, per accompagnare la donna al travaglio e al parto.

La preparazione al parto in ipnosi è indicata soprattutto per una catarsi psicofisica, per tranquillizzare e per rilassare. C’è tant’altro da dire e suggerire, ma mi fermo a questi elementi basilari. Buona fortuna alle aspiranti mamme!

 

UN  MARITO  COME  MADRE

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“Mathildas sogna di trovarsi dalla parrucchiera.

Ha fatto lo shampoo ed è pronta per la piega.

Mentre chiacchiera si guarda i piedi e si accorge che calza le scarpe di suo marito, scarpe bellissime, modello polacchine con piccole fibbie, acquistate  qualche anno prima.

Mathildas si accorge che le scarpe sono slacciate.”

 

Un sogno semplice e lineare con un “contenuto manifesto” evidente e per niente paradossale, Mathildas ha messo erroneamente le scarpe del marito e non le ha allacciate, e con un “contenuto latente” che andremo subito a disvelare.

La “parrucchiera” lavora sui capelli, simboli dei nostri pensieri, delle nostre idee e dei nostri prodotti mentali. Di conseguenza la parrucchiera rappresenta il maestro, il filosofo, lo strizzacervelli, lo psicologo, colui e colei, coloro che influenzano il modo di pensare e di riflettere su se stessi, sulla vita e sulla realtà. Possono essere anche i genitori, ma di solito questi ultimi sono condensati in altri simboli specifici ed esclusivi.

Mathildas è disposta a cambiare idea, a mettere in discussione il proprio patrimonio mentale e manifesta una certa elasticità mentale e una buona duttilità psicologica: “è pronta  a fare la piega”. In precedenza ha assolto i suoi sensi di colpa, sempre in riferimento ai pensieri, lavando i capelli con lo shampoo. La colpevolizzazione delle proprie idee, soprattutto di quelle più fantasiose e innovative, è assolutamente naturale nel corso dell’evoluzione mentale e ideologica di ogni persona.

“Mentre chiacchiera si guarda i piedi”. Mathildas si relaziona e comunica, generosamente esterna le sue idee. A questo punto scatta il nucleo psicodinamico del sogno. Il piede è un simbolo fallico e rappresenta il potere, così come le scarpe sono simboli femminili e rappresentano la recettività sessuale. Il piede condensa la libido fallico-narcisistica e il potere culturale, il compiacimento e la vanagloria, la suggestione e la prevaricazione, ma è anche un arto collegato alla terra e al cervello, all’universo femminile e ai due sistemi nervosi, il centrale e il neurovegetativo.

Mathildas “si accorge che calza le scarpe di suo marito”, rievoca e presenta i suoi vissuti in riguardo a quella che lei vive come la parte femminile del marito. Si evince che quest’ultimo è vissuto come particolarmente suadente e recettivo, materno e protettivo, amorevole e affettuoso, e chi più ne ha, più ne metta. All’incontrario Mathildas, calzando le scarpe di lui, si dimostra particolarmente incisiva nel chiedere e direttiva nel pretendere, precisa nei suoi bisogni e oculata nelle sue richieste, consapevole della sua sfera affettiva ed esigente nell’appagamento dei suoi desideri.

Mathildas rievoca un passato in cui si sentiva maggiormente capita e aveva più spazio d’ascolto per comunicare le sue idee e i suoi punti di vista. Il sogno di Mathildas evidenzia una crisi contingente di coppia, una modificazione della comunicazione di coppia, una nostalgia di quel passato in cui pensava di avere più comprensione e considerazione nei vissuti e negli atti del marito. Le fibbie rappresentano un decoro maschile in onore al combattimento e al conflitto, ma non sono particolarmente significative in quanto domina il simbolo della scarpa, la recettività.

A questo punto del sogno “Mathildas si accorge che” le scarpe “sono slacciate.” La capacità recettiva del marito esiste, ma è senza limiti e senza vincoli, libera e non costretta. Le polacchine sono state “acquistate qualche anno prima”: è questo il nodo del sogno e lo snodo del disagio psichico. In passato l’affettività del marito era ben allacciata e precisa, indirizzata e dedita, appagava i bisogni di Mathildas. Il sogno indica decisamente il suo desiderio di riavere un’affettività completa e una dedizione compatta da parte del marito.

E’ interessante come il sogno approfitti del rituale estetico della parrucchiera, per testimoniare di un disagio affettivo personale e di coppia, riportando la tecnica lavorativa per affermare la nostalgia di una migliore psicodinamica relazionale.

La prognosi impone il rafforzamento psichico di Mathildas, la riduzione dei suoi bisogni affettivi in riguardo al marito e la conversione verso una autonomia psichica che permetta una migliore qualità degli affetti e della relazione. Al di là delle possibili evoluzioni della coppia, Mathildas è chiamata a ridurre le pulsioni a dipendere.

Il rischio psicopatologico si attesta in una sindrome depressiva dovuta al ridestarsi di un nucleo abbandonico significativo; quest’ultimo può scatenare un fantasma di perdita, un vuoto affettivo pregresso e specifico della struttura psichica di Mathildas.

Considerazioni metodologiche: il sogno di Mathildas induce una riflessione sulla coppia e sulle psicodinamiche di coppia. Trattasi di due strutture psichiche che entrano in relazione e si cimentano sul convivere e non sulla compatibilità, dal momento che quest’ultimo criterio non ha motivo di esistere. Tutte le strutture psichiche sono compatibili, in quanto tutte ricercano un equilibrio nelle psicodinamiche e acquistano una nota caratteristica in base al prevalere di determinati meccanismi psichici dell’uno o dell’altro o di entrambi. La coppia è “osmotica” ossia si basa su un passaggio e su una fusione di attributi psichici e di fantasmi personali che la caratterizzano: una dialettica tra i tratti delle due personalità. La psicologia della coppia si basa su  un sistema topico, economico e dinamico. Il primo consiste nella gamma di strutture psichiche, il secondo si attesta nella quantità potenziale di “libido”  traducibile in investimento, il terzo si basa sulla dialettica delle strutture e dei tratti caratteristici. I tipi di organizzazione psichica di coppia sono i seguenti: la coppia psicopatica, la coppia narcisistica, la coppia schizoide, la coppia paranoide, la coppia depressiva, la coppia maniacale, la coppia masochistica, la coppia ossessiva, la coppia compulsiva, la coppia isterica, la coppia dissociativa. Non esiste una tipologia di coppia unica ed esclusiva, ma soltanto una tipologia dominante. Ogni coppia ha una qualità psichica prevalente, ma può riconoscere al suo interno la presenza di connotazioni di altre tipologie. Esempio: la tipologia narcisistica include tratti della tipologia depressiva e paranoide. Non esiste una tipologia pura e le stesse tipologie sono astrazioni teoriche utili per la psicoterapia della coppia e della famiglia. La psicodinamica della coppia può essere simmetrica o complementare: la prima si basa sull’interazione armonica, paritaria e consapevole dei tratti delle due tipologie. La seconda si basa sull’interazione sperequata e dipendente: una tipologia subordinata all’altra o in funzione dell’altra. La coppia consente una dialettica mista di grande interesse e di notevole ricchezza,oltre all’arricchimento che comporta l’incontro delle diversità psichiche. Ho già detto che non esiste l’incompatibilità all’interno della coppia e che ogni tipologia di personalità è compatibile con le altre tipologie. Oggi la rottura della coppia è diffusissima rispetto al passato più recente. Tale costume è dovuto prevalentemente a fattori socioculturali, più che a fattori di effettiva discrasia psichica. La malattia principale della coppia è lo “stallo”, la cessazione degli investimenti della”libido” e la conseguente assenza dell’esercizio di coppia. Lo “stallo” comporta lo scatenamento della psicopatologia potenziale implicita alla struttura psichica di uno dei componenti della coppia, non genericamente il più debole, ma necessariamente il meno compensato e difeso. La rottura della copia non è indolore e la cronaca nera è purtroppo pienamente densa di atrocità verso le donne. La rottura della coppia comporta anche un danno soprattutto per i figli, i quali vogliono separare i genitori seguendo le pulsioni fisiche e psichiche del complesso di Edipo, mentre li vogliono uniti e inossidabili per i loro bisogni evolutivi.

IL  RISCATTO  AFFETTIVO  DI  GIULIANA

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“Giuliana sogna di dover partire in aereo con il figlio, la mamma e il suo compagno.

L’aereo ha problemi tecnici e lo sostituiscono. Di poi salgono e l’aereo parte.

Giuliana è seduta e ha sulla sinistra il suo uomo, la mamma è alla sua destra e alla destra della madre c’è il figlio, vicino al finestrino. Sono in prima fila e  vedono il panorama davanti.

A un certo punto il figlio e il compagno si accorgono che qualcosa non va.  Infatti l’aereo fa di nuovo rotta verso l’aeroporto. Tenta di atterrare, ma capiscono subito che non ce l’avrebbe fatta. L’aereo sbatte contro una struttura.

Si aspetta il colpo, ma non arriva. L’aereo riprende quota e si vedono delle fiamme nella parte anteriore. Poi l’aereo comincia a precipitare e Giuliana  prende le mani di tutti e tre e comincia a pregare con loro.

Non è disperata e sa che morirà, ma ha a fianco le persone più care. Il figlio è troppo lontano da lei, il figlio è vicino a sua madre e non a lei. Giuliana piange. Il figlio è più piccolo rispetto alla realtà e Giuliana vorrebbe abbracciarlo, ma non riesce e prova angoscia solo per questo motivo.

Poi non ricorda nulla, ma sa che non si è svegliata. Quando si sveglia non ha angoscia.”

 Giuliana ha condensato nel sogno la sua realtà affettiva, la madre, il figlio e il suo uomo. Tutti e quattro si trovano dentro un aereo che rappresenta simbolicamente la figura materna, il grembo protettivo, gli affetti primari e consolidati, la radice biologica e psichica, la figura più importante della vita, il fantasma più complesso e inquietante, un archetipo. Giuliana è madre e concepisce i suoi affetti all’interno della cornice materna, l’aereo, sua madre. Giuliana non è autonoma dalla figura materna, non ha liquidato la relazione edipica, si è evoluta senza risolvere la dipendenza affettiva dalla madre.

La decodificazione del sogno sottolinea in prima istanza il “dover partire”, la necessità di agire in un contesto conflittuale e con un disagio psichico di un certo spessore. Giuliana ha consapevolezza delle sue ambivalenze affettive in riguardo alla figura materna e dei suoi provvisori accomodamenti del conflitto. Infatti “l’aereo ha dei problemi e lo sostituiscono”: si presenta subito la qualità  del rapporto madre-figlia. La relazione è difficile e incorre in incongruenze, per cui occorre spostare la madre verso altre figure che possono compensare i bisogni affettivi di Giuliana, magari una nonna o un compagno o un figlio o un qualsiasi oggetto psichico similare che assolve il ruolo e la funzione della madre: “lo sostituiscono”.

“Di poi salgono e l’aereo parte”. Operazione compiuta! Nell’aereo ci sono tutti i suoi affetti, ma l’aereo sostituito contiene sempre la mamma, è sempre un aereo e soprattutto Giuliana sta dentro questo aereo: persiste la dipendenza affettiva e non s’intravede l’emancipazione e l’autonomia psichica.

Vediamo, a questo punto, quale terapia suggerisce il sogno sulla collocazione affettiva di Giuliana. Sulla sinistra c’è il suo uomo, a destra la madre e il figlio. L’uomo ha una collocazione regressiva che rimanda e riporta al passato. Si tratta della figura paterna, traslata nella figura del’uomo attuale di Giuliana. Questa traslazione attesta la buona relazione affettiva con il padre e la ricerca nel proprio uomo di connotati psichici paterni. Dal contesto si evince anche che quest’uomo non è il padre del figlio di Giuliana. Procediamo con la collocazione: la madre e il figlio si trovano a destra, nella realtà in atto e futuribile. Il figlio, in particolare, si trova vicino al finestrino con la possibilità simbolica di guardare il suo avvenire fuori dall’aereo materno. La madre è collocata sempre sulla destra ad attestare l’importanza psichica, oltre che affettiva, della sua figura per Giuliana, un bisogno contrastato e un conflitto inevitabile alla luce del fatto che Giuliana è cresciuta ed è a sua volta mamma. Giuliana è dentro l’aereo con la madre reale e con una  madre traslata, in ogni caso è sempre dentro l’aereo e non fuori ed è sempre alla ricerca di madre. Questo è il nucleo della questione, anche se Giuliana è “in prima fila e si vede il panorama davanti”: questa è la sua realtà psichica in atto.

“Il figlio e il compagno si accorgono che qualcosa non va.” L’aereo è inaffidabile e il rapporto madre-figlia è nuovamente in crisi e lo evidenziano il figlio e il compagno, gli uomini di Giuliana. La figura maschile del compagno oscilla nel sogno tra una connotazione paterna, a sinistra, e una connotazione protettiva, classica dell’uomo innamorato. Qualsiasi traslazione della madre in figure sostitutive non sortisce effetto positivo e non compensa i bisogni affettivi di Giuliana, per cui “tenta di atterrare, ma capiscono subito che non ce l’avrebbe fatta”. Il legame edipico con la madre è molto forte e strutturato nel tempo, per cui Giuliana non riesce ad atterrare per uscire fuori dall’aereo, non riesce a liberarsi di una madre massicciamente benefica e notevolmente ambigua. Anzi, “l’aereo sbatte contro una struttura”: Giuliana ha tentato di emanciparsi affettivamente dalla madre, ma si è imbattuta in forti resistenze al cambiamento e in notevoli difese dall’angoscia di abbandono, per cui è rimasta ancorata all’universo materno nel bene e nel male. I tentativi di emancipazione non hanno sortito l’effetto ricercato, ma non hanno destabilizzato la psiche di Giuliana in maniera traumatica: una madre ingombrante ha anche una sua utilità e offre tanti vantaggi secondari che sono sempre vantaggi. “Si aspetta il colpo, ma non arriva.”

Pur tuttavia, i conflitti con la mamma ci sono: “l’aereo riprende quota e si vedono delle fiamme nella parte anteriore”. Le fiamme, nello specifico, condensano l’impeto e la rabbia di Giuliana quando vive male la figura materna. “Poi l’aereo comincia a precipitare”: questa è una soluzione traumatica della parte affettiva del complesso di Edipo, la distruzione della madre. In questo modo si procede verso un concreto processo depressivo di perdita il precipitare. Ripeto per la precisione: il precipitare condensa simbolicamente la violenza traumatica di un “fantasma depressivo di morte”, non la morte biologica, ma la morte psichica, la classica perdita affettiva della madre e la conseguente angoscia di solitudine.  E adesso chi mi amerà?

“Giuliana prende le mani di tutti e tre e comincia a pregare con loro.” L’affettività è dominante e nell’aereo materno che precipita, per lasciare sola più che autonoma Giuliana, tutti si uniscono in un rito esorcistico dell’angoscia, la preghiera. E’ giusto notare come sono presenti tre generazioni nella sacralità della famiglia di Giuliana: la madre, lei e il compagno, il figlio. Il sogno ribadisce che il precipitare è una risoluzione traumatica della dipendenza psichica dalla madre. La maniera giusta di liberarsi dell’aereo non è ridurlo in pezzi, ma scendere comodamente dalla scaletta con tanto di tappetino color amaranto. La prima soluzione lascia in eredità l’angoscia di perdita, quella perdita che traligna nella solitudine depressiva.

“Giuliana non è disperata e sa che morirà, ma ha a fianco le persone più care.” Questa è la soluzione di Giuliana, quella possibile e compatibile con la sua economia psichica in atto. In effetti Giuliana si libera dell’aereo perché precipitando quest’ultimo si disintegrerà, ma ha vicino a sé la madre reale, quella di tutti i giorni, quella che occorre e soccorre sempre.

Adesso il problema si sposta sul figlio che “è troppo lontano da lei”: il sogno evidenzia che Giuliana ha sensi di colpa nei confronti del figlio. Ma questo è assolutamente normale. Guai a quelle mamme che non concepiscono sensi di colpa nei riguardi delle proprie creature! Guai alle madri che si ritengono onnipotenti e perfette! Grazie a questa consapevolezza Giuliana potrà migliorare se stessa in riguardo al figlio. Quest’ultimo è vicino alla nonna e piange. La nonna è ed è stata una presenza affettiva importante per il figlio. “Giuliana vorrebbe abbracciarlo”. Attenta Giuliana a non riprodurre il tuo conflitto con tuo figlio! Attenta a non diventare l’aereo di tuo figlio! Del resto, Giuliana ha vissuto questo tipo di madre e ne ha elaborato il fantasma, al di là di come effettivamente è stata sua madre. E’ sempre opportuno ricordare che “noi siamo i nostri sogni” e i personaggi che li popolano sono proiezioni di parti psichiche che ci appartengono. Il pianto di Giuliana contiene anche il sentimento della “pietas” materna, il senso della sacralità del suo essere madre, del suo aver vissuto l’esperienza di dare la vita. Giuliana si districa a livello psichico tra quel che ha vissuto e il provvidenziale riconoscimento del nuovo. Giuliana non è riuscita ad abbracciare suo figlio in sogno, come nella realtà non è riuscita ad abbracciare sua madre nella veglia. Tra madre e figlia non c’è stato rapporto corporeo che si è tradotto in calore affettivo e Giuliana lo manifesta in sogno, proiettandolo sul rapporto tra lei e il figlio dentro la cornice massiccia di un aereo. “Giuliana vorrebbe abbracciarlo, ma non ci riesce e prova angoscia solo per questo motivo”.

“Sa che non si è svegliata”: perché, visto che il sogno era così angosciante? Tecnicamente la risposta è che il livello di tensione non ha prodotto il risveglio perché il “contenuto manifesto” non coincideva con il “contenuto latente” e perché il conflitto di Giuliana è in via di risoluzione, dal momento che è presente nel sogno un grado di consapevolezza del conflitto, al di là della soluzione da rivedere. La tensione poteva essere gestita perché funzionava bene la “censura onirica”. “Quando si sveglia non ha angoscia”.

La prognosi impone a Giuliana di portare avanti senza drastiche soluzioni il riconoscimento della figura materna come simbolo della sua origine e di capovolgere il vissuto affettivo da bisogno di amore a esercizio di amore verso la madre. Intendo dire che Giuliana deve prendersi cura della madre, adottarla con il culto dell’accudire filiale e senza crearsi nuove dipendenze.

Il rischio psicopatologico si attesta nel’angoscia depressiva collegata al mancato riconoscimento globale della figura materna e al persistere di una relazione edipica con caduta della qualità della vita e pregiudizio verso le relazioni affettive di tutti i tipi, uomo e figlio “in primis”. Giuliana non deve collocarsi in maniera dipendente nelle relazioni affettive, ma in maniera attiva e autonoma.

Riflessioni metodologiche: dalle interpretazioni dei sogni si evince, qualora ce ne fosse bisogno, l’importanza determinante della figura materna nell’evoluzione psicofisica dei figli. Soprattutto il rapporto corporeo madre-figlio è prospero per la formazione dei fantasmi e del carattere, ma non solo. E’ determinate per sentire il corpo, per la consapevolezza cenestetica, la coscienza dei sensi e delle sensazioni. Le future relazioni libidiche saranno sempre basate su questa pregressa  e progressiva relazione con il proprio corpo instruita dalle carezze della madre e del padre.   Ma quante remore personali, culturali e moralistiche si presentano a ostacolare il rapporto corpo a corpo! Soprattutto i padri tendono a evadere questo bisogno dei figli, sia se sono maschi e soprattutto se sono femmine. Il padre non deve correre il rischio di proiettare i suoi fantasmi in riguardo alla sessualità nella relazione con i figli e la madre non deve correre il rischio di ripetere sul figlio la sua esperienza personale di freddezza ricevuta a suo tempo da i suoi genitori. Sul corpo senziente si basa la vita affettiva. Quest’ultima non è un’astrazione, ma un massiccio esercizio quotidiano che gratifica i genitori adulti e i figli infanti. Particolare attenzione va posta al complesso di Edipo, perché potrebbe essere rafforzato dai baci, dagli abbracci e dalle carezze soprattutto durante l’adolescenza. Il modo e la dose del contatto corporeo si evolvono con l’età. Una psiconevrosi edipica è assolutamente naturale e necessaria e fa bene alla formazione psichica; una frustrazione della “cenestesi” e dell’affettività nei primissimi anni di vita è particolarmente insidiosa e pericolosa. Il rischio psicopatologico grave è fortemente presente nei primi tre anni di vita, durante la “fase orale e anale” dell’evoluzione della libido. La cosiddetta “follia” s’incamera nella primissima infanzia, così come il morbo di Alzheimer si manifesta nell’età senile. Abbondare nelle carezze e procurare tante piacevoli sensazioni sono validi antidoti alle “psicosi” future, vaccini psicologici assolutamente naturali che la Cassa Mutua non passa.

ELOGIO  DELLA  FEMMINILITA’

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“Elsa sogna di correre con una macchina di grossa cilindrata, bianca e di tipo familiare, una macchina ammortizzata e con cerchi in lega e gomme larghe.

Non è in regola però.

Alla sua sinistra una pattuglia di carabinieri la ferma.

Elsa pensa che la fregheranno, ma subito cambia pensiero e si dice “sono donna e me la cavo invece”.

In quel posto c’è ferma una macchina quasi identica alla sua. C’è un ragazzo dentro e un carabiniere lo tartassa.

Elsa parla con i carabinieri e questi la lasciano andare senza chiedere nulla di lei e senza fare nulla alla sua macchina.  

Al ragazzo, invece, gli hanno sequestrato la macchina.

Elsa si sente superiore nel suo essere donna.”

Elsa sogna la sua femminilità filtrandola con le sue censure e con le sue inibizioni per concludere con l’affermazione di se stessa nella sua completezza di donna. Oppure: Elsa valuta criticamente la sua femminilità e conclude con l’autocoscienza sulle sue arti seduttive legate alla bellezza e alla bontà erotica degli attributi del suo corpo.

Procediamo con la simbologia: la “macchina di grossa cilindrata” rappresenta il suo corpo espressamente nella valenza sessuale.  Elsa ha un corpo ammortizzato “con cerchi in lega e gomme larghe”: chiari attributi sessuali ed  erotici da esibire esteticamente per la seduzione. Il “correre” condensa il vivere la sua vita con il suo corpo. Il sogno di Elsa dice: “io sono il mio corpo e lo esibisco in maniera seduttiva perché sono veramente bella e ben fatta. Elsa ha un culto della bellezza nell’esibirsi e tanto amor proprio nel curarsi. Si può apprezzare la consapevolezza estetica di offrire un belvedere al suo prossimo e l’orgoglio della sua femminilità.

“Non è in regola però.” Ahi, ahi, ahi! Qualcosa non funziona. Per arrivare a questo traguardo psicofisico Elsa ha dovuto superare un conflitto con se stessa dal momento che è consapevolmente fuori dalla norma. La macchina di Elsa è truccata e artefatta, non è autentica e naturale. Elsa ha dovuto superare certi limiti da lei vissuti come tali e da se stessa imposti a se stessa. E’ convinta di essere, a volte, volutamente eccessiva. La regola personale è superata, ma Elsa si ritiene anche compatibile con la regola sociale?

“Alla sua sinistra una pattuglia di carabinieri la ferma.” La traduzione simbolica è la seguente: dal suo passato e dalla sua parte oscura emerge la censura dell’istanza psichica del Super-Io. Quest’ultima si attesta nel senso  del dovere e del limite. Elsa si è chiesta il senso logico e il limite morale dell’offerta del suo corpo e della sua seduzione. Elsa ha avuto a che fare con la sua timidezza e il suo pudore, ha dovuto superare barriere personali e sociali per arrivare a essere consapevole della sua libertà di agire con le sue bellezze. La disinibizione in atto ha fatto i conti con le inibizioni accumulate e collegate all’evoluzione della sua formazione psichica e della sua “libido”.

Una giusta titubanza si presenta: “Elsa pensa che la fregheranno” i suoi carabinieri dentro. Elsa pensa di non riuscire a superare le sue inibizioni, ma subito si ricrede e inizia la sfida con se stessa e con il suo pubblico. “Sono donna e me la cavo invece”: la consapevolezza del suo “Io” è decisa quanto perentoria in riguardo alla sua dimensione estetica ed erotica.

Ecco la differenza tra maschio e femmina, ecco la competizione tra maschio e femmina, ecco la rivincita di Elsa sul maschio, sull’oggetto del suo desiderio ambiguo fatto di seduzione e di vendetta, di approvazione e di contestazione.

“Una macchina quasi identica alla sua” con “un ragazzo dentro e un carabiniere che lo tartassa”. Elsa è convinta che un uomo non è libero al pari di una donna in questo settore estetico e sessuale e che il Super-Io maschile è più crudele e rigido di quello femminile. E’ come dire che gli uomini sono più bacchettoni e meno elastici delle donne.

“Elsa parla con i carabinieri e questi la lasciano andare senza chiedere nulla di lei e senza fare nulla alla sua macchina”. Elsa ha superato e risolto il suo conflitto con il Super-Io, all’incontrario di quel ragazzo tormentato dai suoi assurdi tabù in riguardo al corpo e alla sessualità: “gli hanno sequestrato la macchina”.

La conclusione è “viva le donne” decisamente superiori all’universo maschile per la migliore composizione psicofisica che la buona madre natura ha voluto elargire nel pensare e nel fabbricare Eva. Due precisazioni, in conclusione, sono opportune: Elsa intende la femminilità al servizio della maternità per la conformazione della sua “macchina” e la predilezione ad avere un corpo originale e non massificato dal canone ufficiale della bellezza degli accessori.

La prognosi impone di mantenere il Super-Io nelle giuste dimensioni senza inutili sacrifici della propria immagine erotica e della sessualità.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’eccesso e nel difetto ossia nell’esibizionismo e nell’inibizione.

 Considerazioni metodologiche: una questione si pone sulla misura etica dell’esibizionismo erotico e sessuale e sulla seduzione nella società contemporanea così ricca di stimoli e di provocazioni. La cultura evolve i suoi schemi interpretativi ed esecutivi in riguardo alla realtà e la gamma dei valori in riguardo alla società, per cui fortunatamente le remore bieche e i pregiudizi assurdi del passato sono stati in parte superati in riguardo alla sessualità e all’universo femminile. La misura etica è il buon gusto e il buon senso. Ognuno ha il diritto di esprimersi secondo le sue coordinate psichiche ed estetiche nei modi consoni ed elettivi. La seduzione è una norma naturale che non contrasta con la norma culturale. Qualsiasi deroga rientra nella volgarità e nella prevaricazione e va adeguatamente considerata. Una società culturalmente e umanamente avanzata è basata sulla tolleranza. All’uopo invito alla lettura del “Saggio sulla tolleranza” di John Locke.

 

MANCATO RICONOSCIMENTO DEL PADRE E CRISI DELL’AFFETTIVITA’

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Maurizio sogna di correre in bicicletta nella città natale. Va molto veloce e per  due volte rischia di cadere, ma riesce a fermarsi in tempo frenando sia con i freni e sia strisciando i piedi per terra. Prova una sensazione di angoscia per il pericolo scampato.  

Sta andando a comprare dei vestiti per una gita in montagna, ma dopo un po’ pensa che il negozio è troppo lontano, che la gita forse non si farà e che comunque quei vestiti non gli servono perché ne possiede già molti altri.

Quindi Maurizio rinuncia e continua a correre in bicicletta. Si ferma a casa dei nonni paterni. Non riesce a vedere i volti dei nonni, ma soltanto le figure in controluce: il nonno è in piedi e la nonna è seduta che lavora a maglia.

Parla quasi solo lui e dice che è appena arrivato da Dubai, che è lì per un saluto veloce e che si sarebbero visti con calma nei giorni seguenti. I nonni dicono che va tutto bene e che, quando vuole, loro sono sempre lì che lo aspettano. Maurizio percepisce che stanno bene e ha una forte sensazione di serenità, quasi di gioia. Poi se ne va promettendo di tornare presto.

Quando scende in strada Maurizio si accorge che gli hanno rubato la bicicletta e prova una sensazione d’angoscia. Ci sono molte biciclette rotte attorno alla casa, ma non riesce a trovare la sua. Pensa che i tempi sono cambiati e la sua città è diventata più insicura. Si accorge di non avere la chiave del lucchetto e che quindi ha parcheggiato la bicicletta senza chiuderla.

Pensa che suo padre lo rimprovererà per questo motivo. Pensa di chiamare qualcuno perché lo venga a prendere, ma poi riflette sul fatto che la casa dei suoi genitori è vicina e quindi s’incammina verso casa.”

Il tema del sogno è semplice: l’immancabile e immarcescibile complesso di Edipo, elaborato nel tempo da un figlio con toni affettivi apparentemente blandi, ma tanto carichi di nostalgia. Maurizio è alla ricerca di una nuova verità da disvelare a se stesso e il sogno non solo evidenzia il suo “status” psichico in atto, ma gli suggerisce cosa fare, lo spinge a riparare, lo prepara a livello interiore, lo educa al cambiamento. Il tutto avviene in una cornice emotivamente composta, eccezion fatta per lo struggimento nostalgico sotteso. “Il sogno siamo noi”, noi con le nostre dimensioni temporali e con il complesso dei vissuti importanti che ci hanno formato e contraddistinto. Il sogno di Maurizio verte sulle radici e vola sui risvolti futuribili in riguardo ai temi affettivi e sessuali. Il sogno di Maurizio è la consapevolezza del presente in atto e l’atmosfera dominante è la nostalgia: “il dolore del ritorno”. La nostalgia è struggimento proprio perché oggettivamente non è possibile il ritorno del passato, ma a livello psichico è magicamente possibile e avviene tramite i meccanismi di difesa della “regressione” e della “fissazione” e avviene sempre al presente: Maurizio ricorda e si colloca nella fase psichica più gratificante, la “fase fallico-narcisistica”.

Torniamo alla decodificazione del sogno. L’analisi sarà effettuata per scene, come se fosse un’opera artistica, un prodotto creativo che non nasce dal nulla, ma da un universo di vissuti da integrare nella propria struttura. Il nesso che unisce i diversi quadri si evidenzierà man mano che si procederà con l’analisi.

 Scena prima

Il primo quadro tratta dell’adolescenza di Maurizio e rievoca il tempo in cui andava in “bicicletta” da solo o con le ragazzine. La “bicicletta” è il classico simbolo del desiderio sessuale, il desiderio che prelude al coito, e  rappresenta l’ormone garibaldino e le pulsioni della vita sessuale. La bicicletta non a caso s’inforca, condensa la “libido pre-genitale”, quella che si appaga di se stessa e attende di evolversi nel sentimento amoroso. La naturale evoluzione della bicicletta è,quindi, la “libido genitale”, quella che si appaga con l’altro e ha bisogno dell’altro per essere completa nella sua psicodinamica. Però Maurizio non vuole legami affettivi e per ben due volte ha rischiato di essere coinvolto emotivamente in qualche storia di sesso che voleva diventare una storia d’amore. Ma per fortuna Maurizio ha frenato con i piedi, ossia sessualmente evitando il coinvolgimento o non lasciandosi emotivamente andare, e con i freni mentali, ossia con quelli meccanici della bicicletta. L’angoscia per il pericolo scampato è spropositata, per cui è lecita la domanda: da quale difesa è turbato Maurizio? Maurizio si appaga di sé e non riesce a legarsi affettivamente alle ragazze. Maurizio basta a se stesso,  non riesce a innamorarsi e fugge dalle ragazze come Narciso da Eco. Il primo quadro  fornisce elementi legati al desiderio erotico e all’anaffettività. Maurizio desidera sessualmente le ragazze, ma non riesce a legasi, a innamorarsi, a investire “libido genitale”. Maurizio si ferma all’investimento narcisistico, si attesta su se stesso e di se stesso si appaga. I termini che giustificano tali affermazioni sono i seguenti: “correre in bicicletta nella sua città natale”, “va molto veloce”, “rischia di cadere”, “riesce a fermarsi in tempo frenando”,“angoscia per il pericolo scampato”.

Scena seconda

Maurizio vuole “comprare vestiti per una gita in montagna”. Gli servono modi di essere evolutivi e in particolare gli serve la “sublimazione” della “libido

fallico-narcisistica” in un contesto più genitale o meglio affettivo. A Maurizio servono atteggiamenti nuovi e cambiamenti emotivi per comporre la sua carica erotica onde capirla meglio ed evolverla in affetto, evolvere il senso in sentimento, ma poi si convince che la “sublimazione” non è per lui e che userà, senza cambiare, gli stessi modi di essere che ha acquisito nel tempo. Maurizio perde una tappa evolutiva e continuerà ad amare se stesso fissandosi nella “fase fallico-narcisistica”. Qualcosa nella psicodinamica edipica deve essere andato storto.

Scena terza

“Rinuncia e continua a correre in bicicletta. Si ferma dai nonni paterni”. Ecco, si presenta l’affettività in “regressione” mentre si fissa negli affetti consolidati: le radici familiari, i nonni così importanti nella sua infanzia e nella sua prima  giovinezza quando Maurizio correva in bicicletta. La scena familiare è composta da figure evanescenti ma chiare nella loro funzione: i nonni hanno costituito la famiglia di Maurizio e gli hanno dato affetto e sicurezza nella quotidianità con i loro ruoli e con le loro consuete posizioni. Si capisce che i nonni sono ombre e che sono partiti per un viaggio da qualche parte in qualche parte, ma per Maurizio sono vivi e presenti dentro di lui in maniera indelebile, perché sono le uniche figure a cui si è affidato affettivamente senza resistenze e paure. I nonni sono i suoi genitori allo stato puro dell’affettività. “Non riesce a vedere i volti … ma soltanto le figure in controluce”: mi piace far notare come il sogno di Maurizio rappresenta la morte in maniera poetica come in un passo dell’Odissea di Omero o dell’Inferno di Dante Alighieri. Quante cose si possono dire sul rapporto tra poesia e sogno, ma non vado oltre e proseguo con la scena successiva.

Scena quarta

Maurizio racconta di sé al presente, di quello che fa, di come vive. Non c’è più la giovinezza di allora, ma ci sono gli affetti sicuri. Anche se Maurizio è anaffettivo, ai nonni vuole un gran bene e glielo dimostra con calma, tranquillizzandoli e tranquillizzandosi: gli affetti pregressi di Maurizio sono determinanti e sono gli unici vissuti nella giusta dimensione. Anche Maurizio sa amare ed ama i suoi nonni e di questo prova gioia. Non si scriverà mai abbastanza sulle figure dei nonni e sulla loro determinante importanza per l’evoluzione della sfera affettiva dei nipoti e della loro generosità nell’esternare affetti disinteressati che non chiedono nulla in cambio. Si potrà anche rilevare che i nonni riparano gli errori che hanno fatto coni figli, ma questo non vale nel nostro caso. Maurizio ha vissuto con i suoi nonni il vero sentimento e ha supplito con loro alle figure dei suoi genitori di cui il sogno non parla fino a questa scena quarta. Ma si sa che il sogno non mente e non te le manda a dire le cose giuste, ma si coinvolge in prima persona nel bene e nel male, categorie morali che, pur tuttavia, il sogno non conosce. “Percepisce che stanno bene e ha una forte sensazione di serenità, quasi di gioia.” I sentimenti sono esposti come la merce in fiera, senza trucco e senza inganno. “Poi se ne va …”: Maurizio deve vivere. Si sarebbe potuto fissare in questo gratificante contesto, ma sente il bisogno, quasi il dovere, di realizzarsi, di investire la sua “libido” nei sentimenti o nei fatti, nell’amore o nel lavoro, nell’ozio o nel negozio. Infatti ai nonni ha comunicato che ne ha fatto di strada, ma a livello di realizzazione lavorativa. Maurizio non ha comunicato ai nonni di avere una donna o dei figli perché ha amato se stesso nella versione del fare: ergoterapia.

Scena quinta

Si profila il dramma e la verità: il conflitto edipico e la castrazione paterna. “Si accorge che gli hanno rubato la bicicletta”. Maurizio prende coscienza che il trauma della “castrazione” ha impedito alla sua sessualità di maturare, di  evolversi nella “genitalità” e di essere sentimentalmente donativa. Sperava di potersi innamorare, ma non ha risolto il complesso di Edipo, non ha riconosciuto il padre e quindi non sa innamorarsi e legarsi a una donna, non sente il bisogno di avere dei figli. La donna, in particolare, non sa viverla come oggetto completo. Maurizio sa vivere la donna come oggetto parziale, come portatrice di sessualità, ma non la vive come degna di un legame affettivo con lui. L’angoscia nevrotica della “castrazione” gli suggerisce che non si può recuperare questa incapacità rubando un’altra bicicletta, magari vecchia e rotta. Maurizio non riesce a trovare la sua bicicletta nel luogo dove un ladro specializzato rompe le biciclette vicino casa sua. Non sono più i tempi di una volta! Ma perché Maurizio non sa amare le donne? Non ha la chiave del lucchetto: simbolo del coito. Maurizio non concepisce il coito a livello affettivo: “si accorge di non avere la chiave del lucchetto e che quindi ha parcheggiato la bicicletta senza chiuderla”. Proprio quando si lasciava andare affettivamente con le donne è subentrata il trauma della castrazione paterna. La chiave è un simbolo fallico, come il lucchetto condensa la recettività sessuale femminile. Ripeto: Maurizio non concepisce il coito come legame affettivo ed è rimasto fermo alla “fase della libido

fallico-narcisistica” e non si è evoluto nella “fase genitale” a causa della  mancata accettazione della “castrazione” edipica, unica condizione per risolvere il conflitto con il padre e per evolvere la sua sfera affettiva. Maurizio si è fissato alla sessualità gratificante e solitaria dei suoi cinque anni. Andare con una donna equivale a una masturbazione in due, una compresenza sessuale fine a se stessa che non s’infutura in un progetto di vita dettato da un forte investimento affettivo.

Scena sesta

Ecco chi rompe le biciclette attorno casa sua! Trattasi del padre di Maurizio. Il vandalo è proprio il padre. S’immagina una persona severa e anaffettiva, un uomo tutto d’un pezzo e senza tanti fronzoli sentimentali, un uomo d’altri tempi e non di questi tempi. Maurizio ha litigato con il tempo, vive il presente tra passato e futuro. Eppure Maurizio fa “alleanza con il nemico”, una strategia severa e un meccanismo di difesa dall’angoscia di separazione. Maurizio sta in famiglia come un figlio e senza farsi aiutare da nessuno, rigido come il padre: “la casa dei suoi genitori è vicina e si dirige verso casa”. Il complesso di Edipo esiste e persiste nel non essere risolto tramite il superamento della necessaria “castrazione” per passare all’identificazione nel padre e nel riconoscimento della sua sacra persona. Maurizio ha rifiutato l’aiuto degli altri al prezzo di vivere la sua vita senza donne importanti e senza legami affettivi significativi. Maurizio non sa amare, non ha maturato la “libido genitale” e non è contento perché ha nostalgia degli affetti che non ci sono più ed è addolorato perché non sa rinnovarli investendo la sua libido nella coppia e nella famiglia. E allora si avvia verso la casa dei genitori e, in attesa di riparare il trauma, fa il figlio e sogna i nonni e la giovinezza, il tempo quando il problema si è formato dentro di lui. “La casa dei suoi genitori è vicina e quindi s’incammina verso casa.” Questo è il naturale epilogo di una mancata risoluzione del famigerato complesso edipico.

 

La prognosi induce Maurizio a ridimensionare l’istanza del Super-Io, il senso del dovere e del limite, la rigidità psichica e morale. Lo costringe, inoltre, a considerare i suoi bisogni affettivi e ad affidarsi agli investimenti della “libido genitale” che può maturare soltanto attraverso l’identificazione e il riconoscimento della figura paterna.

 

Il rischio psicopatologico si attesta in un Super-Io ipertrofico che induce a una visione paranoica della realtà e del prossimo, oltre alla caduta della qualità della vita a causa dell’isolamento, che, anche se splendido, è sempre portatore di solitudine.

 

Riflessione metodologica: la libido fallico-narcisistica contraddistingue  l’evoluzione psichica senza distinzione di sesso dai tre ai cinque anni di vita. Si attesta nell’organo genitale come zona erogena: il pene e il clitoride. Le fasi precedenti, orale e anale, si subordinano a quella fallica e tutte si conservano nella vita sessuale adulta. La ricerca generale del piacere si integra nella funzione sessuale. Nella fase fallico-narcisistica la “libido” trova soddisfazione nella manipolazione dell’organo sessuale, la masturbazione. Quest’ultima rientra, quindi, nella normale evoluzione psicofisica di ogni bambino e di ogni bambina. Trattasi della più naturale e gratificante relazione con il proprio corpo alla scoperta della sua funzionalità vitale. Qualsiasi intervento costrittivo dei genitori o degli educatori induce inibizioni e guasti nell’evoluzione della sessualità. Gli adulti moralisti e bacchettoni proiettano i loro tabù e le loro colpe sui bambini, mentre questi ultimi esplorano il corpo nella sua naturale funzione erotica.

ASSUNTINA TRA FOBIA E LIBERTA’

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“Assuntina sogna di trovarsi al mare con alcune donne.

Un aereo si dirige verso di loro volando molto basso e quasi sfiora le loro teste.

Assuntina non ricorda l’aereo che fine ha fatto. Forse è precipitato

Prende tanta paura e una delle donne la guarda e le dice: “Assuntina lascia perdere, non è cosa per te.”

Un sogno semplice e lineare con un “contenuto manifesto” sensato che può supporre la paura di Assuntina di viaggiare in aereo, un’aerofobia così diffusa tra persone di varia età e così resistente ai trattamenti psicoterapeutici, quasi come le malattie psicosomatiche delle pelle per la scienza dermatologica. Nella sindrome fobica del volare o dell’aereo si pensa che il problema sia legato all’insorgere di un “fantasma di morte”: se cade l’aereo, non c’è scampo e di certo si muore. Sbagliatissimo! Distinguiamo subito tra la “paura” dell’aereo e la “fobia” dell’aereo. Giustamente e normalmente si vola con una certa “paura”. La “fobia”, invece, non consente di volare perché l’oggetto dell’angoscia non è l’aereo, ma quello che simbolicamente rappresenta, il materiale rimosso a cui si collega e che si scatena con la cosiddetta “crisi di panico”. Mi preme precisare che la “fobia” è una paura con l’oggetto traslato, qualcosa al posto di qualcos’altro, mentre la “paura” ha sempre un oggetto preciso e azzeccato. La “fobia”, in quanto ha l’oggetto traslato, può tralignare nell’angoscia ed ecco che si presentano i sintomi della “crisi di panico”: mancanza di respiro, sudorazione, tremolio, paura di morire e quante altre orribili sensazioni si possono soggettivamente aggiungere. Chi più ne ha, più ne metta.

Mi sono dilungato per dare la possibilità a quelli che leggono l’interpretazione di questo sogno di usufruire di una conoscenza che può alleggerire emotivamente il problema di prendere l’aereo e che può aiutare coloro che soffrono di aerofobia conclamata a rimettersi in discussione e a cimentarsi con il malefico veicolo. La tesi di fondo è sempre la stessa: il “sapere di sé” è risolutivo e salvifico. Viva l’autocoscienza!

Riprendo in carico il sogno di Assuntina e ripeto che il “contenuto manifesto” istruisce una forma di paura dell’aereo, ma il “contenuto latente” è tutt’altro e lo voglio anticipare prima di dimostrarlo con la decodificazione. Questo è il classico sogno dell’ottimale risoluzione edipica in riguardo alla figura materna da parte delle figlie: l’accettazione della sconfitta e la consapevolezza dell’impari competizione, la sacralità della figura materna e l’opportuna identificazione nella madre per la conquista della propria autonomia.

Ebbene sì, cari lettori appassionati dei sogni come me, l’aereo di Assuntina non è quella volgare e colorata supposta volante tanto pericolosa per la mente e per il corpo, ma la figura materna, una madre potente e prepotente, una madre importante e consistente, una madre a misura dei bisogni dei figli e delle figlie che serve a formare il loro personale fantasma, “la parte positiva e la parte negativa della madre”. Mi preme ricordare a favore delle madri che si tratta sempre dei vissuti, evoluti in fantasmi, dei loro figli, senza alcuna affermazione e pretesa che nella realtà il loro operato sia stato di tale qualità e quantità.

Qualsiasi contenitore rievoca la figura materna per la sua recettività affettiva e genitale, qualsiasi recipiente è un grembo reale prima di nascere e un grembo traslato dopo essere nati. L’aereo condensa una madre possente a tutti i livelli, come la balena di Pinocchio o il lupo di Cappuccetto rosso e altri simboli similari e presenti a iosa nelle fiabe e nelle favole, materiale presente nell’ “Immaginario collettivo” come gli archetipi e come gli attributi, nel nostro caso, dell’archetipo “Madre”.

Assuntina sogna di trovarsi al mare con delle donne.” Queste ultime rappresentano l’alleanza e il “mal comune, mezzo gaudio” di toscana saggezza, la condivisione della stessa condizione psicofisica e la similarità di una psicodinamica: una questione al femminile e in questo ambito si colloca il problema e la soluzione nel finale del sogno. Il “mare”, come quello del mio “blog”, racchiude una simbologia vasta: la parte profonda e oscura della nostra psiche, l’Inconscio di Freud, il crepuscolo della ragione e il primato dell’emozione, l’universo psichico femminile e il mito dell’origine, il viaggio e il mistero da disvelare, il fascino dell’ancora fuso e confuso e che è in attesa d’individuarsi, l’evoluzione e il ritorno all’indistinto.

Ecco il dunque, ecco la chiave d’interpretazione del sogno di Assuntina e di tutte le aerofobie, delle psicodinamiche in riguardo alla figura materna: “un aereo si dirige verso di loro volando molto basso e quasi sfiora le loro teste”. Le madri “imprittano” non solo i pensieri, “le loro teste”, ma anche e soprattutto i cuori, formano la vita affettiva e la personalità, indirizzano la vita sessuale con l’identificazione. La madre che vola basso con il suo simbolico aereo condensa il bisogno di Assuntina di avere una madre presente ma non invadente, reale ma non immaginaria, effettiva ma non supplente delle sue debolezze. Assuntina è fuori dall’aereo e questo è altamente significativo a livello psicologico, perché vuol significare che non è fagocitata, non è dipendente, è autonoma, è libera, fa perno su se stessa, fa legge a se stessa. Pensate che iattura se Assuntina fosse stata dentro la madre come Pinocchio e come Cappuccetto rosso, pensate a quanta strada avrebbe dovuto ancora percorrere per la definitiva liberazione. Il riconoscimento del ruolo materno e l’identificazione al femminile hanno risolto la sua situazione edipica: Assuntina ha dato “a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, norma di evangelica memoria molto efficace per capire anche le fobie.

Assuntina non ricorda l’aereo che fine ha fatto. Forse è precipitato.” La liberazione dalla figura materna e l’averla messa al posto giusto dentro di lei non lascia sensi di colpa, ma riconoscimento dell’altro, della madre per l’appunto. Quest’ultima adesso può anche avere una sua collocazione, può anche cadere dal cielo dei desideri, può anche materializzarsi, può vivere una sua concreta dimensione, può essere l’altro da Assuntina, un “altro” molto importante e significativo, ma “l’altro” da Assuntina. Questo è il significato corretto del concetto di riconoscimento. Assuntina è paga della sua risoluzione proficua e della sua autonomia conquistata. Il precipitare dell’aereo non ha niente di drammatico, perché simboleggia la concretizzazione materiale, il meccanismo psichico di difesa opposto della “sublimazione”, la “materializzazione”. Assuntina è come la madre, vive la sua realtà di figlia nella piena autonomia esistenziale, psichica e materiale. Ha riconosciuto la madre e adesso può avere una coscienza di sé limpida e autonoma. Assuntina è stata figlia, adesso è donna, “domina”, padrona. Però ha preso “tanta paura” alla vista del ritorno minaccioso dell’aereo, del suo aereo, della madre introiettata nella fase edipica, ma è importante che si sia ripresa e abbia riaffermato la sua individualità. Questo vuol dire che il complesso di Edipo ce lo portiamo dentro e dietro perché non lo risolviamo mai del tutto, come le umane cose del resto. Non è dell’essere umano vivente la dimensione del “definitivo” e dell’“onnipotente”, al contrario di quella del “possibile” che lo contraddistingue, come Kierkegaard aveva indicato due secoli or sono per sue personalissime follie.

Ma il sogno di Assuntina non si è ancora fortunatamente concluso. “Una delle donne la guarda e le dice: Assuntina lascia perdere, non è cosa per te.” Le donne rappresentano l’universo femminile, la parte femminile conquistata con il riconoscimento e l’identificazione nella madre: la consolazione conseguente alla sconfitta della competizione funesta con la madre e la consapevolezza che le sconfitte servono per l’evoluzione psichica e per l’esistenza semplicemente perché ridimensionano i margini della folle onnipotenza. Non ti riguarda, “non è cosa per te”, per te che vuoi essere libera, per te che vuoi essere autonoma, per te che hai superato le dipendenze materne, per te che sei cresciuta e che hai un libero progetto di vita. Assuntina è pronta per una vita affettiva e sessuale ed è pronta a diventare madre a sua volta.

Chi ha lottato per conquistare la libertà, difficilmente la vuol perdere. Ma attenzione, perché si può presentare un campo di fobie minacciose per l’integrità dell’Io: “non si può morire dopo il successo”, “non si possono perdere le proprie cose conquistate con tanto sudor di fronte e stridor di denti”.

La prognosi impone ad Assuntina di essere sempre attenta e gelosa custode della propria autonomia e di non contrabbandarla con altre forme più sottili di dipendenza, di rafforzare la sua irripetibile individualità e di stabilire con la madre la relazione evoluta di “figlia della madre” e non di “madre-figlia”. Dalla superata prigionia materna dentro di lei, alla prigionia dell’aereo il passo non è breve, ma è sempre possibile. Se Assuntina soffre di aerofobia, il sogno ha preso due piccioni con una fava.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nella “fissazione” a forme di gratificante dipendenza dalla madre o da figure similari o da limiti liberamente elaborati o da fobie di varia gamma con la conseguente caduta della qualità della vita e l’insorgere di una nevrosi ansiosa collegata alla crisi della propria autonomia psichica.

Riflessione metodologica: l’aerofobia non è la traslazione di un “fantasma di morte” nudo e crudo, ma è in prima istanza l’angoscia di tornare alla dipendenza materna, di una “regressione” e di una “fissazione” alla tappa gratificante della fusione madre-figlio. L’aereo riesuma la madre fagocitatrice, quella che divora i figli, la “parte negativa del fantasma della madre” che il bambino elabora si dal primo anno di vita, quando si chiede a suo modo: “e se la mamma mi abbandona?”. Le teorie della psichiatra infantile e psicoanalista Melanie Klein sono importantissime per far luce sulla psiche dei bambini proprio quando sono “infanti” e non hanno piena facoltà di parola e hanno una facoltà primaria di pensiero. Da madre si nasce e di madre si può morire. La morte più sottile non è quella dopo la vita, di cui nulla sappiamo, ma quella in vita, di cui tanto sappiamo e di cui tanto soffriamo. Risolta la dipendenza edipica, bisogna stare attenti all’attaccamento ai beni materiali, che è la traslazione delle conquiste fatte ed è direttamente proporzionale alla perdita della madre negativa e dei suoi tesori. Bisogna porre massima attenzione a non creare dipendenze di qualsiasi tipo, a meno che non siano pienamente consapevoli e accettate. Buona fortuna, Assuntina, da parte del tuo sogno! Buona fortuna a tutti quelli che non volano per un semplice “qui pro quo”, qualcosa al posto di un’altra cosa, da parte di “dimensione sogno.com”!

NOI  DUE … TRA  “EROS”  E  “PATHOS”

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“Brunilde sogna di trovarsi con il suo ragazzo in un bar dove spesso vanno a bere qualcosa. Lui è molto stanco, la sua giornata di lavoro è stata particolarmente dura.

Non ha neppure troppo appetito.

Brunilde vuole fare qualcosa di carino per lui, allora gli dice che lo avrebbe portato in un posto bello e non lontano da casa. Cammina con lui in braccio, ma non è assolutamente pesante. Lo porta in un belvedere vicino alla sua vecchia casa.

E’ una bella serata, ma c’è nebbia. Vicino al belvedere, scorgono un uomo che fuma in una macchina posteggiata. Pensano entrambi che sia sospetto. Dopo un po’ appaiono tre persone e uno di loro è molto infuriato con gli altri due.

Pensano allora di allontanarsi, ma quello li vede e dice che “non ci devono essere testimoni”. Prende allora in mano una pistola e la punta contro di loro. Di corsa scappano e riescono a mettersi in salvo.”

Il sogno verte su una psicodinamica amorosa tra senso e sentimento, tra “eros” e “pathos”. Brunilde esibisce la sua struttura psichica e i suoi fantasmi sul tema in questione, intreccia il sogno con i suoi vissuti in maniera leggera  con un andamento lento ma efficace. Il sogno condensa la sfera affettiva in maniera consistente, ammicca sull’erotismo, esterna le paure sessuali e ipotizza la presenza di sensi di colpa. Nonostante l’evoluzione culturale la vita amorosa mantiene nel sogno una sua delicatezza e una sua cautela. La liberalizzazione dei costumi e la libertà d’azione non necessariamente sono foriere di eccessi e di trasgressioni. La vita sessuale resta sempre un tabù culturale e incorre facilmente nel senso di colpa e nel conflitto a causa della condanna sessuofobica del sistema educativo a strascico della morale religiosa. La vita sessuale, anche se non tabuizzata, mantiene un suo specifico culto e un suo specifico rito nel suo essere fondamentalmente la conoscenza progressiva del proprio corpo e l’evoluzione degli investimenti della “libido”. Se a tutto questo trambusto culturale ed educativo aggiungiamo i risultati del conflitto edipico, il gioco è fatto ed è diventato veramente complicato. Il sogno di Brunilde contiene tutti i pregi e tutti i difetti della situazione culturale in cui le moderne generazioni si trovano a combattere tra un’apparente spudoratezza e un’incredibile delicatezza.

Il sogno inizia discorsivamente e gradualmente con le scene di un bel film del neorealismo italiano. I due innamorati s’incontrano nei luoghi della socializzazione: il bere qualcosa richiama la “libido orale”, una giusta introduzione in onore del dio Eros. Brunilde proietta sul suo ragazzo le sue titubanze amorose e le sue ansie erotiche: “lui è molto stanco”. Il quadro si precisa meglio:”non ha neppure troppo appetito”, una questione di desiderio, una paura che l’attrazione e la pulsione non siano abbastanza e che tutto scemi in una volgare “ansia da prestazione”, un vissuto critico sul suo corpo e un’invadenza della sua mente. Il termine “troppo” è sintomatico e giustificativo: Brunilde desidera, ma ha paura di non raggiungere i livelli di sufficienza e tanto meno di eccellenza e tanto meno ancora di eccesso.  Brunilde non sa che una resistenza iniziale all’approccio amoroso è assolutamente normale e che avviene in onore alla sacralità del corpo e al culto dell’atto sessuale contro tutte le volgari forzature sul tema; per le sue paure la distrazione dal coinvolgimento erotico è troppa, per cui si difende attribuendo al suo uomo la stanchezza e lo scemamento del desiderio, meglio del “troppo appetito”.

Per recuperare “Brunilde vuole fare qualcosa di carino per lui”, mostra che la disposizione amorosa c’è. E’ importante che tale disposizione psichica non si riduca a dipendenza sessuale e a servizio erotico. “Lo avrebbe portato in un posto bello e non lontano da casa”: Brunilde conduce il sogno e conduce il gioco d’amore in base all’intensità delle sue emozioni e in base al camuffamento del “contenuto latente” nel “contenuto manifesto”. Brunilde conduce il corteggiamento e si offre direttiva e accudente in base alla sua “casa”, nello specifico la sua formazione sessuale. Si evidenzia nel sogno la collocazione materna di Brunilde verso il maschio: “Cammina con lui in braccio, ma non è assolutamente pesante.” Trattasi del suo uomo o del suo bambino? I bisogni psichici di Brunilde vertono inequivocabilmente su un atteggiamento materno che le dà ruolo e sicurezza, un ruolo improprio e una sicurezza effimera. Brunilde si supera e si sublima in dolce mammina di un figlio leggero. I termini naturali della coppia sono stati evasi e si evidenzia un rapporto “madre-figlio”: una coppia asimmetrica che può durare una vita e festeggiare le nozze d’oro e di diamante a condizione che “fare il figlio” sia la vocazione elettiva del partner e “fare la mamma” sia la vocazione elettiva di Brunilde.

Ma Brunilde non ama fare la mamma del suo uomo, è soltanto in fase di approccio alla sua vita sessuale, si sta conoscendo in quel contesto non indifferente, dove possibilmente non ha avuto validi maestri e dove possibilmente è stata lasciata all’improvvisazione in piena ottemperanza alla  sessuofobia culturale e religiosa. Alle difficoltà implicite nel viversi e conoscersi nei livelli neurovegetativi della sessualità, alle inibizioni psichiche di varia natura e qualità si sono aggiunti i tabù e i veti religiosi, nonché la latitanza educativa. Povera Brunilde!

Ma la nostra eroina non si perde d’animo e “lo porta in un belvedere vicino alla sua vecchia casa.” La vecchia casa lascia ben sperare nell’avvento della nuova casa ossia nel superamento del vecchio modo di concepire e vivere il suo corpo e la sua sessualità. La vecchia Brunilde è più contemplativa e platonica, più che pratica e concreta. Ama l’ideale per difendersi dal coinvolgimento erotico, dal suo corpo che desidera e dalla sua mente che vuole disimpegnarsi dalla fatica della vigilanza e della dimensione logica.

Cominciano i problemi e il “belvedere” traligna in un “bruttovedere”. “E’ una bella serata, ma c’è nebbia.” La “nebbia” condensa, oltre le goccioline d’acqua, l’obnubilamento della coscienza e la riduzione della funzione razionale, richiama l’abbandono alle emozioni, il richiamo dello stato crepuscolare della coscienza, un lasciarsi andare al dramma del conflitto psichico di Brunilde in riguardo al suo corpo e alla sua sessualità.

“Un uomo che fuma in una macchina posteggiata”.  Subentra la paura: la macchina rappresenta il sistema neurovegetativo che gestisce la sessualità,  l’atto di appartarsi in macchina è un classico rito degli innamorati e richiama intimità e l’occultamento. Il fumare evoca ancora l’oralità libidica già riscontrata all’inizio del sogno nel “bere qualcosa”. “Sospetto”, pensano  entrambi: Brunilde proietta le sue paure e le sue insicurezze nel suo ragazzo e nell’uomo che fuma in macchina.

Ma i mali non vengono mai da soli ed ecco che “appaiono tre persone e uno di loro è infuriato con gli altri due”. Il conflitto psichico si manifesta e le cose si complicano strumentalmente a significare una difesa dall’intimità da parte di Brunilde, un impedimento alla riservatezza intima, un evitamento del conflitto sessuale. Il numero “tre” è un simbolo complesso e composito dal momento che condensa lo spazio chiuso nel triangolo, la famiglia, la trinità, la perfezione, l’onnipotenza. Inoltre per libera associazione e per convenzione richiama il complesso di Edipo, le istanze psichiche della seconda topica di Freud, l’intruso, il terzo incomodo, la gelosia e sentimenti struggenti. Ma il sogno di Brunilde non consente ardue interpretazioni, sia pur interessanti, e si riduce a non concludere il salmo in gloria ossia a evitare l’intimità sessuale. Brunilde inventa ostacoli istruendo la difesa psichica dell’“evitamento”. Quale ostacolo in particolare? Il conflitto tra il corpo che desidera, l’Io che acconsente e il Super-Io che censura e colpevolizza.

La soluzione si profila nel “pensano allora di allontanarsi, ma quello li vede”. Il Super-io di Brunilde si è manifestato nella versione più drastica: “non ci devono essere testimoni” come nei migliori film di mafia o come nella peggiore realtà. Bisogna affrontare il conflitto psichico senza mediazioni di alcun genere.

Ma qual’é il segreto dei testimoni, di coloro che sanno perché hanno visto?

“Prende allora in mano una pistola e la punta contro di loro.” La “pistola” con cui il tizio, uno dei tre, o il Super-Io vuole uccidere Brunilde e il suo ragazzo alla fine del sogno disocculta la paura di Brunilde del pene essendo la pistola un simbolo fallico per eccellenza. Brunilde ha paura della funzione penetrativa del pene, un fantasma della parte negativa dell’organo sessuale maschile, la deflorazione e la violenza del coito, un fantasma che risale alle fantasie dell’infanzia dopo la fase fallico-narcisistica e in piena situazione edipica. La soluzione consentita dall’angoscia e dal grado di risoluzione del conflitto è l’evitamento e lo scappar via. “Di corsa scappano e riescono a mettersi in salvo.” L’hanno fatta franca e in barba al Super-Io: meno male!

La prognosi impone la rassicurazione verso l’universo maschile, il superamento del fantasma della violenza e l’approccio verso il maschio non più materno ma alla pari. Il Super-io è presente, ma non procura espiazioni angoscianti del senso di colpa. Questo significa che si è ridimensionato al punto giusto.

Il rischio psicopatologico si attesta nelle problematiche sessuali e nelle paure legate al coito: la dispareunia. La somatizzazione del dolore è di ostacolo all’orgasmo.

Riflessione metodologica : l’importanza dell’educazione sessuale si ribadisce nel sogno di Brunilde. I primi educatori devono essere i genitori e, di poi, le strutture educative competenti; i termini devono essere sempre scientifici e oggettivi anche quando sono i genitori a essere chiamati in causa con le domande imbarazzanti dei figli. Bisogna capire che i bambini non sono curiosi, ma giustamente hanno solo bisogno di sapere per superare ansie e paure collegate alla loro evoluzione corporea biologica. Il linguaggio deve essere consono all’età e si deve rispondere in maniera veritiera alle richieste più strane. Ottimale attendere che l’esigenza di sapere del bambino si manifesti nella domanda e nel suo reiterato “ma perché mamma”, “ma perché papà”. Ma soprattutto è necessario che i genitori educhino i figli a sentire e ad amare il corpo attraverso il rapporto corporeo, l’abbraccio, il bacio,la carezza, superando inopportuni e insensati pudori, soprattutto i padri con le figlie, legati alla mancata educazione corporea dei genitori. Non bisogna persistere nell’educazione mancata o nell’educazione sbagliata. Bisogna ricordarsi che prima di altre entità metafisiche, noi siamo corpi viventi e campi d’amore da coltivare. La “libido epiteliale” è fondamentale nella formazione psichica e, come il cervello, la pelle ci segue dalla nascita alla morte. Mai raccontare storie e storielle ai bambini, soprattutto in riguardo al concepimento e alla nascita. Bisogna non correre mai il rischio che i bambini diffidino dei propri genitori o peggio che si sentano derisi nelle loro giuste richieste. Mi piace ricordare una significativa barzelletta. Alla mamma e al papà che rispondevano con il cavolo e la cicogna alla domanda classica di come nascono i bambini, il figlio, sorpreso più che deluso, decise di tutelarli pensando che era meglio farli morire nella loro ignoranza. I migliori educatori sessuali dei figli sono i genitori e non bisogna lasciare che i propri figli vengano traumatizzati per tutta la vita da estranei e da strani personaggi con gravi compromissioni della loro vita sessuale futura. La misoginia e la tragedia continua del cosiddetto “femminicidio” si possono ridurre nel tempo grazie alla modificazione del comportamento educativo sui temi riguardanti il corpo e la sessualità. La morale religiosa inficia la vita sessuale e la chiesa ne è la prima vittima con la diffusa pedofilia al suo interno. Quando il meccanismo della “sublimazione” non funziona, automaticamente la “libido” traligna e diventa dannosa per sé stessi e per gli altri. Bisogna evitare la colpevolizzazione delle manifestazioni della sessualità in ogni circostanza e in ogni situazione. La sessuofobia deve evolversi in sessuofilia.