O  TE  O  NESSUNO  MAI  PIU’! LE  ALTRE  RELAZIONI  NEGATE

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“Le scapole aperte”

“Marta sogna di trovarsi in un piccolo paesino, in circostanze che non ricorda più, in un edificio che era un misto tra una chiesa e un sito archeologico. C’era un viavai di gente, forse una festa che scemava.

A un tratto fa irruzione una ragazza con un forte torcicollo. Dice che le fa male il collo, ma si vede chiaramente che ha le scapole al rovescio, come se le spalle fossero state ruotate. E’ di statura piccola, con i capelli chiari e corti.

Marta si offre di spalmarle una pomata, mentre lei sta sdraiata sul pavimento di pietra antica e cerca di massaggiarla molto delicatamente sulle spalle. Poi le spiega che le scapole andavano rimesse a posto, ma lei preferisce non farlo. Arriva O.P. e Marta le dice che è un amico ed è bravissimo per questo intervento. Lui allora le prende la spalla e gliela ruota nel senso giusto, ma lei non sopporta quel dolore e pretende che le si metta la spalla di nuovo storta com’era prima. Dice che preferisce il vecchio dolore a quello nuovo.

L’accontentano, anche se Marta è un po’ preoccupata e si domanda come sia possibile una cosa simile e in che modo possa aiutarla.”

 

Vado subito al dunque onirico.

Il “piccolo paesino” è simbolo di convivenza parentale, di famiglia allargata. Le “circostanze” dimenticate rappresentano una difesa in quanto evitano al sogno di precisare e di disoccultare. “Un edificio misto tra chiesa e sito archeologico” esprime una forma di altolocazione dell’Io, un buon narcisismo, un Io ideale, un’ipertrofia sempre dell’Io, un Io sublimato tra il sacro e il profano, una forma religiosa di culto del proprio Io. Un “viavai di gente” condensa la rete delle relazioni, la festosa coreografia ed è inserito in un processo di perdita accompagnato al dubbio: “forse una festa che scemava”. Marta esibisce un buon senso dell’Io e un forte amor proprio, è una persona orgogliosa che socializza facilmente e che riesce conciliare gli opposti: una buona presentazione di sé, frutto anche di un buon lavoro su se stessa e di una proficua ricerca dell’autocoscienza. Questa è la sua “parte positiva”.

“Fa irruzione una ragazza con un forte torcicollo”: termini forti a livello linguistico e a livello psichico. Il “torcicollo” rappresenta un trauma collegato al rapporto tra testa e torace, un’interruzione tra mente e sentimento, tra “Io” ed “Es”, tra ragione ed emozione, tra “processo secondario” e “processo primario”. In termini semplici si profila una dissonanza tra la funzione razionale e la funzione emotiva, una distonia tra la ragione e il sentimento. Questa ragazza che fa irruzione nella scena del sogno è la chiara “proiezione” di Marta, rappresenta il suo conflitto psichico e si profila anche fisicamente in seguito: “di statura piccola, con i capelli chiari e corti”. Non significa che Marta ha questi tratti fisiologici, ma la statura piccola e i capelli corti attestano del contrasto tra un “Io ipertrofico” e un corpo piccolo. Questa è la “parte negativa” di Marta. Il sogno va per opposizioni.

“Male al collo”, “scapole al rovescio”,”spalle ruotate” confermano la presenza di un disturbo della sfera affettiva e relazionale. In sostanza questa strana ragazza esprime una simbologia onirica che si traduce in una difesa spasmodica dalle relazioni e dai sentimenti. In particolare le relazioni affettive non sono inserite nella realtà in atto, non sono filtrate con il cervello e non sono valutate criticamente, per cui sono in un primo tempo rifiutate e di poi negate. Trattasi chiaramente di un trauma relazionale e affettivo, di una delusione sentimentale che ha portato questa ragazza a non fidarsi più del suo prossimo e a non affidarsi più a nessuno, come in seguito si evidenzierà in maniera forte.

Marta cura se stessa, la sua sfera affettiva attraverso la presa di coscienza del suo conflitto relazionale e della sua difesa di affidarsi a qualcuno, di non mettersi in gioco nella realtà sociale di tutti i giorni. “Spalmarle una pomata”, ”cerca di massaggiarla molto delicatamente”,”le spiega”: Marta si conosce, sa di sé e si vuole anche bene, ma non riesce ad affidarsi a livello affettivo, non vuole abbandonarsi emotivamente in maniera direttamente proporzionale alle delusione subite. Ma a chi non vuole affidarsi? Alla mamma o al papà? Marta non vuole affidarsi a un uomo. Ecco che “arriva O.P. e Marta dice che è un amico ed è bravissimo per questo intervento”. La frustrazione dell’investimento relazionale e affettivo riguarda un uomo.

“Lui allora le prende la spalla e gliela ruota nel senso giusto, ma lei non sopporta quel dolore e pretende che le si metta la spalla storta com’era prima”. E’ giusto relazionarsi con un uomo; così suggerisce il fisioterapista della Provvidenza, ma le resistenze di Marta sono talmente forti da pretendere che il senso giusto della sua spalla sia quello doloroso e che il senso sbagliato della sua spalla sia quello normale.

Il meccanismo di difesa di Marta è la “fissazione”: Marta è bloccata in quel trauma relazionale e affettivo e si difende dal prossimo fissandosi a quello e  soffrendo per non soffrire di più. “O te o nessuno mai più”, “se l’amore fa soffrire, io non voglio amare più”: così recitano delle canzoncine leggere degli anni settanta. Certo che questa “fissazione” a investimenti dolorosi del passato comporta anche una mancata risoluzione del complesso di Edipo, ma nel sogno questo tratto non si esprime, si desume. “Dice che preferisce il vecchio dolore a quello nuovo”.

A questo punto “Marta si domanda come possa aiutarla”? Meglio: come posso aiutarmi?

La prognosi impone di alzare la soglia della tolleranza delle frustrazioni relazionali e affettive, di ridurre l’ipertrofia dell’Io e di diminuire le esigenze a carico degli altri. Bisogna evitare l’autocondanna alla misantropia e a una vita ispirata alla paura di abbandonarsi e affidarsi a relazioni significative. L’orgoglio in eccesso è una difesa spasmodica e coincide con la stupidità.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’isolamento depressivo e nella caduta della qualità della vita, nell’autolesionismo difensivo all’interno di una visione pessimistica delle relazioni e degli affetti. Il rischio è uno stato limite.

Riflessione metodologica: il meccanismo psichico di difesa della “fissazione” è un processo tramite il quale l’evoluzione della “libido” e i suoi investimenti, a causa di specifiche situazioni affettive ed emotive, si arrestano, arretrano e si legano a persone, a situazioni, a immagini, a relazioni e a eventi particolarmente forti e significativi a livello psicologico, perché rassicuranti,protettivi, soddisfacenti, specialmente in un presente ricco di frustrazioni o di traumatiche gratificazioni. La “fissazione” è collegata inevitabilmente alla “regressione” o a un processo regressivo o a una evoluzione all’incontrario, anzi ne è la logica conseguenza riparatoria; mentre la seconda non si considera un meccanismo di difesa vero e proprio, la prima è da ritenere in maniera più marcata un processo psichico difensivo dall’angoscia. Esempio: il figlio unico che non vuole crescere e rendersi autonomo dalle figure genitoriali e dall’ambiente ovattato della famiglia o il primogenito in preda al sentimento angosciante e struggente della rivalità fraterna in occasione della nascita di un fratello. Entrambi usano il “processo psichico difensivo della fissazione”.

COMPLESSO  DI  EDIPO  E  ANGOSCIA  DI CASTRAZIONE

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“Giuliana sogna un corridoio che ricorda la vecchia casa dove abitava.

Distesa sul pavimento blocca la porta d’ingresso con i piedi sulla maniglia.

Dietro quella porta c’è qualcuno che vuole entrare per farle del male o per rubare.

Giuliana è terrorizzata.

E’ disperata perché sente che non sarebbe resistita per tanto tempo.

Continua a urlare chiamando il marito, ma la voce non esce e le si strozza  in gola.

Chiama anche la figlia perché a sua volta chiami il papà, ma sa che non può sentirla.

Alla fine urlando si sveglia da una terribile angoscia.”

 

Il sogno di Giuliana è classico e universale, non conosce distinzioni di sesso e di razza, di tempo e di spazio, di cultura e di politica, di economia e di religione perché riguarda il naturale rapporto psichico dei figli con il padre e con la madre, una psicodinamica antichissima e formativa che Freud elaborò psicologicamente come “complesso di Edipo”. La dimensione edipica è il degno tributo che paghiamo per la conquista della nostra identità psicofisica e della nostra autonomia, dopo aver vissuto tanto travaglio e altrettanto struggimento nell’elaborazione dei fantasmi in riguardo ai nostri genitori. All’incontrario di quanto pensava Freud, la valenza sessuale non è esclusiva e dominante in questa fase evolutiva della “libido” e della formazione del carattere, ma è una componente consistente che porta alla “libido genitale” e alla maturazione psichica della vita sessuale. La situazione edipica contiene sensazioni e sentimenti, modi affettivi e modi amorosi, modalità di relazione con persone e oggetti, la fantasia e la ragione, i fantasmi e i concetti: “in nuce” il nostro essere adulti. La fase edipica è il prezzo degnamente onorato e investito nei riguardi del mito delle origini e nei riguardi degli archetipi “Madre” e “Padre”. Di poi, la vita o meglio l’esercizio del vivere ci può riservare idee ed eventi, fantasie e fatti che possono scatenare in qualsiasi momento e in qualsiasi spazio tutto il materiale edipico vissuto e sedimentato, chiaro e oscuro, con i suoi fantasmi e i suoi vissuti, i suoi ricordi e le sue dimenticanze, le sue caratteristiche così personali nel loro essere così universali. Ecco che il sogno custodisce nel suo presente e nel suo “breve eterno” il magma psichico legato ai nostri genitori e lo può in qualsiasi momento recuperare e rimettere in edizione sulla scena onirica con quella precisione apparentemente dimenticata e in quel linguaggio caduto in disuso. L’esempio concreto a portata di mano è Giuliana, una donna già figlia, già moglie, già madre, almeno da quello che ci dice la trama del sogno. La sua condizione psichica non dimentica e non confonde i suoi vissuti, per cui basta ancora uno stimolo di poco spessore o un trauma notevole per rimettere in palcoscenico il suo antico desiderio di tanto padre nella valenza del trauma sessuale e nella figura del ladro. Giuliana si trova in una situazione ambigua di figlia e di madre, da questa parte della barricata con i suoi genitori e dall’altra parte della barricata con i suoi figli e, perché no, anche con il marito che possibilmente cerca ancora la madre nella propria donna. Gli stimoli a ridestare l’edipico sono tanti nel quotidiano vivere e non mancherà un “resto diurno” a fungere da causa scatenante del sogno di Giuliana e di tutti quelli che sono nati da madre e padre o hanno avuto madre e padre. Ricordo che esiste la distinzione tra genitori naturali e genitori psichici: non sempre devono coincidere o possono anche non coincidere. Ma perché tanta angoscia edipica nei sogni? Semplicemente perché la situazione edipica non è stata elaborata in maniera adeguata a suo tempo e il complesso edipico non è stato liquidato in maniera ottimale: semplicemente non si sono riconosciuti i genitori e questi ultimi non ci hanno aiutato a crescere anche in questi ambigui versanti. Un’ultima questione è la seguente: si liquida totalmente il complesso di Edipo? La risposta non solo è negativa, ma addirittura la dimensione edipica riesce a camuffarsi in mille modi e a capovolgersi nei ruoli. Ma di questo parleremo in altra circostanza.

Procediamo con l’analisi del sogno di Giuliana, una trama altamente emotiva che riguarda e coinvolge tutti proprio perché facilmente l’abbiamo vissuta e rappresentata negli stessi termini.

“La vecchia casa dove abitava” si trasla dalla dimensione spaziale in quella  temporale ed equivale a “quand’era piccola”, ai vissuti e ai fantasmi di quando abitava con i suoi genitori. Il corridoio rappresenta il tramite di un vissuto, il collegamento di un fantasma, un nesso emotivo. Giuliana torna indietro nel tempo e si ritrova bambina o adolescente con la struttura psichica e le psicodinamiche di quel periodo tradotte dai meccanismi del sogno.

“Distesa sul pavimento blocca la porta d’ingresso con i piedi sulla maniglia.” La scena del sogno va subito al dunque e propone, più che simboli, la psicodinamica edipica tramite i meccanismi della “figurabilità” e della “drammatizzazione”: Giuliana distesa che si protegge dai suoi fantasmi  immaginando un uomo fuori dalla porta pronto alla violenza, quella sessuale in questo caso dal momento che è “distesa sul pavimento”. I piedi e la maniglia sono simboli fallici, ma non sono importanti perché la scena onirica è chiara nel suo essere drammatica. Giuliana si ritrova addosso l’angoscia edipica collegata alla violenza sessuale di un maschio simile alla figura paterna. Giuliana si trova davanti a quel suo desiderio pulsionale e al conseguente fantasma di “castrazione”. Giuliana s’imbatte nella colpa di aver tanto malignamente fantasticato seguendo la direzione dei suoi ormoni.

“Dietro quella porta c’è qualcuno che vuole entrare per farle del male o per rubare”. Trattasi di violenza e di castrazione, la prima in espiazione del senso di colpa di aver desiderato il padre e la seconda in base alla sua condizione sessuale femminile, la mancata crescita del clitoride nella forma del pene. Non indifferente è la frustrazione del senso e del sentimento collegata al fallimento del suo progetto,del suo desiderio, della sua pulsione. Ma perché è un maschio che viene a punirla e per assurdo un surrogato del padre?Perché non può essere la madre? Semplicemente perché la violenza fisica si ascrive simbolicamente all’universo maschile, al corredo degli attributi psicofisici del  maschio. La punizione compete al padre e a lui, sempre simbolicamente, si ascrive. In effetti Giuliana teme il suo desiderio, quello che a suo tempo fu l’investimento della sua “libido” nel padre. Adesso, sempre in sogno, teme la punizione dall’oggetto del suo desiderio di allora, sempre il padre.

“Disperata” e “terrorizzata” perché Giuliana sa di subire una violenza sessuale. Possibilmente la causa scatenante è stata un altro tipo di violenza, magari molto più sottile, subita nel giorno antecedente e magari “intra moenia”. Ricordiamo che i sogni parlano di noi e in forma specifica ci dicono la nostra verità in atto anche tramite rocambolesche associazioni.

Giuliana cerca aiuto e chiama il marito, anzi urla, ma la voce si strozza in gola: classico sintomo di “castrazione” e d’impotenza, di vanificazione delle energie e di solitudine. Trattasi di scene classicamente edipiche ed emotivamente direttamente proporzionali all’intensità del desiderio e dell’innamoramento vissuti nei riguardi del padre a suo tempo. L’oggetto del desiderio di prima nel sogno di Giuliana viene convertito nell’oggetto del dolore, della condanna e della colpa.

“Chiama anche la figlia”, ma Giuliana sa già che non può sentirla, perché  Giuliana è una donna sola e questa sua solitudine è più angosciante della violenza sessuale temuta e trasfigurata in sogno. A questo punto il sogno traligna e l’angoscia diventa ingestibile. Il risveglio soccorre Giuliana con l’emissione della parola gridata, la gola non è più strozzata, il risveglio è la soluzione salvifica per il suo equilibrio psicofisico.

La castrazione nella vita attuale porta Giuliana a sognare la castrazione edipica del tempo adolescenziale e a sentirsi sola come allora quando doveva districare la matassa del suo magmatico complesso senza poterne parlare con nessuno: la solitudine e l’impotenza, la colpa e l’espiazione, insomma un quadro normale anche se fortemente drammatico.

La prognosi impone a Giuliana di razionalizzare le situazioni di disagio psichico che evocano lo struggimento edipico e di razionalizzare il quadro umano ed esistenziale anche attraverso l’ironia e lo spirito critico. L’angoscia è della realtà in atto e richiama quella edipica che a suo tempo era normale.

Il rischio psicopatologico si attesta nella caduta della qualità della vita a causa dell’esaltazione di tratti depressivi con somatizzazione dell’angoscia collegata al senso d’impotenza. Si possono presentare inspiegabili variazioni dell’umore. Siamo, pur tuttavia, nell’ambito delle psiconevrosi.

Riflessione metodologica: la psicodinamica edipica nella bambina si snoda nel modo seguente: una forte attrazione globale verso il padre e una conseguente ostilità verso la madre. L’angoscia di “castrazione” la indurrà a recuperare  quest’ultima e a ’identificarsi al femminile. Mentre il bambino si trova il pene, la bambina si convince che il suo clitoride non crescerà, per cui matura la coscienza della differenza sessuale e indirizza la sua “libido” nel desiderio di avere un figlio dal padre e successivamente nella forza della seduzione verso il maschio per accedere definitivamente nella risoluzione edipica con l’identificazione sessuale nella madre. L’assunto di base è il seguente: si nasce bambini, ma si diventa maschi e si nasce bambine, ma si diventa femmine. Da questo travaglio psichico dipende non solo la scelta dell’oggetto d’amore dopo la pubertà, ma anche l’istanza del limite, della norma e della realtà. I fantasmi della fase edipica sono prevalentemente erotici e struggenti: il desiderio, il possesso, il piacere, la colpa, la castrazione, il conflitto. In particolare i fantasmi della “parte positiva e negativa del padre e della madre”, che il bambino aveva già elaborato nella “fase orale” sia pur in maniera rudimentale ed elementare, si arricchiscono e si complicano dopo la fase edipica. I sogni edipici sono dominanti non solo nell’infanzia e nell’adolescenza, ma anche nella vita adulta come nel caso di Giuliana. Il simbolo del “ladro” è molto ricorrente e traumatico e si traduce nel mio “dizionario psicoanalitico” come “castrazione psicofisica e compensazione traslata, difesa dall’angoscia edipica”: la castrazione mi porta a cercare appagamento fuori dall’ambito familiare e questa figura del ladro mi consente di sognare, condensandola e spostandola, la mia dimensione edipica.

MAMMA  AIUTO !  MI  SON  CADUTI  CINQUE  DENTI

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“Caro dottor Vallone,

come vede sono nuovamente qua a scriverle. Sono una persona che sogna molto: il fatto di raccontarle i miei sogni è che non sogno mai i prati verdi e cose gioiose, ma sempre cose tristi e che mi spaventano.

Dunque per prima cosa vorrei chiederle, se riesce a dare una risposta, perché?!  Perché sogno spesso avvenimenti spiacevoli?

Nello specifico questa notte ho sognato di essere andata in bagno e di vedere un molare destro muoversi, così ho chiamato mia mamma per farmi vedere. Mi guarda e non parla. Poi ad un tratto richiudo la bocca e iniziano a cadermi 1, 2, 3, 4, 5 denti che raccolgo nella mia mano. Piangevo dicendo “mamma aiutami, mamma, cosa mi succede, ho paura !” Ma, stranamente mia mamma non ha risposto una parola.

Mi sono svegliata impaurita e non ho più dormito.

Tanti credono in un brutto presagio, quale idee di superstizioni. Io confido in lei, in un’interpretazione più coerente. La ringrazio nuovamente per la gentile risposta.

Wendy “

 

Ho voluto pubblicare la lettera per ribadire che nel mio “blog” potete usufruire anche di consulenze cliniche e di consigli specifici e compatibili con le mie competenze di psicologo psicoterapeuta.

Non sognare “mai i prati verdi e cose gioiose, ma sempre cose tristi che mi spaventano”, non significa essere oniricamente monotona e tendenzialmente tragica, addolorata nel midollo e impaurita all’osso. Il sogno usa i meccanismi del “processo primario” (a tal proposito è importante leggere i “lineamenti teorici sul sogno” presenti nel blog), per cui non riusciamo a cogliere i sogni di gioia e di pienezza psichica perché non conosciamo il linguaggio dei simboli. Magari  sogniamo una grande gioia che condensa un grande dolore per il meccanismo della “conversione e rappresentazione nell’opposto” o viceversa. Quindi Wendy può sognare una gioia intensa o un dolore immenso e non esserne consapevole. Ancora Wendy vuol significare con la sua domanda che si è rassegnata a sogni tristi e che fondamentalmente si è autodiagnosticata come una persona triste o tendente tale. In effetti la verità ci suggerisce che del sogno non conosciamo il “contenuto latente”, ma possiamo raccontare il “contenuto manifesto”.

“Perché sogno spesso avvenimenti spiacevoli?”  La domanda è interessante. Esiste un fondo di verità in quello che Wendy chiede, perché il sogno proviene dalla dimensione profonda che io, seguendo la tesi filosofica, non chiamo “Inconscio” semplicemente perché ciò che non è cosciente non sta né in cielo, né in terra, né in ogni luogo perché per definizione non è consapevole e quindi non se ne può parlare e quindi attualmente non esiste. Io definisco questa dimensione profonda “Rimosso”, “Oscuro”, perché contiene materiale psichico pronto a prendere luce, ad “allucinarsi” dormendo nel sogno, da svegli con la fantasia, da psicopatici con i sintomi. La “rimozione” è il meccanismo di difesa principe e consiste nel dimenticare il materiale psichico angosciante e non gestibile dall’Io cosciente. E allora può succedere che gli stimoli del giorno precedente associano ed evocano materiale conflittuale e traumatico rimosso e di notte, durante il sonno, questo magma si presenta sulla scena onirica e viene gestito e ordinato dai meccanismi del “processo primario”. Tutti usiamo la “rimozione” e gli altri meccanismi di difesa per continuare a vivere con il migliore equilibrio possibile e tutti abbiamo pendenze psichiche importanti e conflitti interiori utilissimi, perché attraverso questi elementi reagiamo formando il nostro cosiddetto carattere: quest’ultimo si può tecnicamente definire “formazione reattiva”. Tutti siamo sensibili alla tristezza e al dolore, ma questa non è una disgrazia. Ma come abbiamo risolto le nostre angosce e razionalizzato i nostri  conflitti? Il grado di consapevolezza e l’autocoscienza riducono il materiale rimosso e, di conseguenza, si riducono le angosce nel sogno e si dorme meglio. Se io non ho ben razionalizzato un lutto importante, è ovvio che mi tornerà fuori in sogno l’angoscia della perdita sotto forme varie e magari non so collegarle a quel lutto. Meglio essere padroni in casa propria per quanto è possibile.

Andiamo al sogno.

“Ho sognato di essere andata in bagno e di aver visto un molare destro muoversi”. Analizziamo subito i simboli di questo sogno che tutti immancabilmente abbiamo fatto e continuiamo a sviluppare: il bagno è il luogo dell’intimità e racchiude i sentimenti, le pulsioni, i desideri. Il molare condensa il potere e l’aggressività, tecnicamente un potere fallico, non come un simbolo sessuale maschile, ma come forza gestionale. Wendy ha una perdita di potere in riguardo al suo futuro e alla sua sicurezza: il molare destro traballa.

“Così ho chiamato mia mamma per farmi vedere”. E’ classico il ricorso alla mamma come aiuto e consolazione per il semplice fatto che per diventare grandi siamo stati piccoli. Chissà quante volte abbiamo fatto ricorso alla mamma buona per avere un consiglio, una cura e una premura. Bisogna precisare che prima del “concetto” mamma abbiamo formato il “fantasma”  mamma. Mi spiego: il concetto logico dice che mamma è colei che mi ha generato, il fantasma prelogico dice che mamma è colei a cui mi affido per  alleviare l’angoscia. Il concetto è freddo, il fantasma è caldo.

“Mi guarda e non parla.” Sembra una madre ingrata e anaffettiva, ma il sogno è di Wendy e ci sta dicendo come Wendy vive la mamma, aldilà di come la mamma è in realtà. Wendy vive la mamma inadeguata ai suoi bisogni di protezione e di accudimento, Wendy è ancora dipendente da questa importante figura, ma è tempo di razionalizzarla e salutare il mondo incantato dell’infanzia per riconoscerla come la “madre” e senza dimenticare che si tratta di una figura sacra. Aggiungo che da adulti i figli devono accudire i genitori e non spedirli a morire anticipatamente nelle migliori case di riposo o nei peggiori ospizi per vecchi, accorciando loro la vita di un buon cinquanta per cento di quel tempo che la buona madre natura aveva geneticamente programmato per loro. Ma questo soltanto en passant. La mamma nel sogno di Wendy non parla e non è generosa, non regala le parole rassicuranti, ma soltanto la sua muta presenza ed è emotivamente glaciale. Questo è il fantasma della “parte negativa della madre” di Wendy. Ma i guai non vengono mai da soli.

“Poi richiudo la bocca e iniziano a cadermi uno, due, tre, quattro, cinque  denti che raccolgo nella mia mano.” La perdita di potere è notevole, la “castrazione” è imponente; Wendy li raccoglie pietosamente nella mano per ammirare l’aggressività che non c’è più, i resti del suo potere.

 

Questa immagine si poteva anche spiegare con la valenza sessuale del coito o come la perdita della verginità o come qualche trauma di questo genere, una violenza sessuale subita a causa della presenza delle “labbra”, della “bocca” come simboli vaginali e del “dente” come simbolo fallico, ma in questo caso prevale la versione della “castrazione” nei riguardi della madre e la competizione al femminile con annessa lotta per la femminilità, nonché la  dipendenza psichica di natura edipica.

“Mamma aiutami, mamma, cosa mi succede, ho paura.” Quante volte, tante volte, abbiamo formulato questa invocazione alla santa mamma con grande dolore e sofferenza come nel sogno da parte di Wendy. Quella richiesta di aiuto che da svegli ci sembra superata o ridicola, in sogno è intensa e fortemente vibrata come da bambini. Wendy è legata alla madre in maniera forte come da bambina e non ha risolto il complesso di Edipo o meglio non ha concluso l a fase edipica di maturazione del carattere; Wendy non si è identificata nella madre o per rifiuto o per inferiorità o semplicemente per i suoi bisogni di dipendenza.

“Cosa mi succede, ho paura!” grida Wendy, come se fosse successo un evento che va oltre il suo controllo, un grido di dolore e d’angoscia in sogno, un’invocazione disperata tra il sonno e la veglia. Questa è la vera riedizione della dipendenza dall’amore materno e la “regressione” difensiva a bambina: una scena già vista e già vissuta. La mamma stranamente non risponde; meglio, Wendy non fa rispondere la mamma. Ecco la terapia di Wendy, da lei offerta a se stessa in un piatto d’argento, a conferma, qualora ce ne fosse bisogno, che i sogni non soltanto diagnosticano, ma prescrivono la terapia. Sono cresciuta e non posso fare rispondere la mamma come se fossi infante,”senza parola”. La mamma non è cattiva e io devo sbrigarmela da sola: l’emancipazione finale dalla madre e la conquista dell’autonomia attraverso il semplice “riconoscimento” e l’identificazione al femminile. La mamma non regala parole, non è generosa, tanto meno affettuosa: Wendy non ha più bisogno delle parole della mamma. La figlia adulta deve voler bene alla mamma e ribaltare il suo vissuto e il suo comportamento. Eppure Wendy, come tutti, continuerà a fare di questi sogni semplicemente perché è stata figlia e volentieri regredirà, soltanto in sogno, alla fusione con la mamma e alla dipendenza dalla figura materna anche quando sarà possibilmente mamma e nei momenti di difficoltà e da sveglia invocherà come allora, “mamma, mamma, aiutami!” Recupererà il caldo “fantasma mamma”, non sapendo cosa fare in situazioni di emergenza e d’angoscia del  freddo “concetto mamma”. Ecco a cosa servono i nostri fantasmi, a tenere al caldo le nostre emozioni, ad amare la nostra storia, a voler bene alle figure più care, a tenerci vivi, a darci personalità. I fantasmi sono i nostri naturali antidepressivi e ci conciliano fortemente con la vita: le endorfine psichiche.

La prognosi impone a Wendy di risolvere il conflitto edipico e la dipendenza dalla figura materna, operando identificazione al femminile per acquisire una migliore identità al fine di migliorare i rapporti senza incertezze e paure.

Il rischio psicopatologico si attesta nella psiconevrosi fobico ossessiva e nei rituali nevrotici per acquisire sicurezza avendo abdicato allo spirito critico.

Riflessione metodologica: i sogni hanno una capacità diagnostica e terapeutica. Trattano di noi e noi siamo direttamente responsabili dei nostri sogni perché li facciamo in maniera naturalmente coatta. Ancora senza volerlo subiamo il loro contenuto, non conosciamo la verità oggettiva ma la trama manifesta, ci inquietano e ci disturbano il sonno, ci spaventano perché possono tralignare in incubi, ci fanno vedere o sentire cose da pazzi, non ci portano fortuna, non ci aiutano in alcun modo, sono fastidiosi come le zanzare, sono inutili come le mosche, et cetera, et cetera, et cetera. Quante ne ho sentite sui sogni! Queste sono alcune valutazioni negative, ma ce ne sono tante altre positive e simpatiche: “i sogni nel cassetto ammuffiscono”. I sogni sono stimolati dai “resti diurni”, da quelle emozioni o libere associazioni o stimoli del giorno precedente, e vanno a pescare nella nostra “dimensione profonda”, che non è l’ ”Inconscio” di Sigmund Freud, ma è prevalentemente il “Rimosso”, tutto quel materiale oscuro che è stato archiviato o dimenticato perché ingestibile dall’”Io” e dalla “Coscienza” sia per la qualità angosciante e sia per la quantità pesante. Non possiamo star dietro a tutte le emergenze fisiche  e psichiche, esistenziali e fattuali,lavorative e relazionali, et cetera, et cetera, et cetera. E allora ci riempiamo oltremisura di questo materiale ingombrante ma importantissimo perché “psicofisiologicamente” vitale. Ripeto, trattasi di materiale che fa bene al corpo e alla mente, lo “psicosoma”, benessere che gestiamo costituendo i “fantasmi” e sognando per dormire o dormendo per sognare, ricostituendo l’energia nervosa utile per vivere. Bisogna, pur tuttavia, non riempirci troppo, rimuovere meno possibile, riflettere di più sulle evenienze ed emergenze del vivere quotidiano, quindi razionalizzare più che si può, capire ciò che ci succede il più possibile. La ragione è vincente e non è arida, non inaridisce le emozioni, come si dice in giro, anzi le fa vivere meglio. Il “rimosso” va sempre ridotto e tenuto sotto controllo nella quantità e nella qualità. Ritornerò con chiarezza e cautela su questi argomenti così importanti. Intanto, buon sogno e buon sonno a tutti!

UNA  MADRE CAPSULA E UN PADRE CLOWN

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“La capsula folle.

Sono nell’androne di un palazzo abbastanza ombroso, devo prendere l’ascensore per salire al quinto piano. La gabbia in cui è contenuto l’ascensore è simile a quella del palazzo in cui abitava L.B., una gigante griglia metallica tutta arrugginita.

Entro nel cubicolo ed appare sulla soglia del portone un altro inquilino. Si avvicina. E’ un padre con un bambino. E’ sulla cinquantina. Li aspetto. Anche loro vanno al quinto piano. Partiamo.

L’ascensore è strettissimo, le porte si chiudono e sembra di stare in una capsula spaziale, che al posto di salire verso il quinto piano, utilizzando il normale percorso dentro la gabbia metallica, ne esce fuori e balzella buffamente per il cortile, facendo un percorso alternativo, come se fosse diventato un grosso essere animato che compie il percorso a piedi.

Al che, un po’ preoccupata e un po’ divertita, assisto alla scena: la vedo sia da fuori, seguendo la goffa andatura della capsula,che da dentro, con il corpo completamente aderito alla parete curva della capsula.

A questo punto il tizio, il padre del bambino, inizia a molestarmi. Prova a baciarmi, mi infila le mani nelle mutande, mentre il bambino resta immobile e ignaro. Io mi chiedo come possa fare una cosa del genere di fronte a suo figlio e perché insista se vede che io non sono consenziente. Per di più in cortile davanti a tutti.

Riesco a fuggire dalla capsula, senza andare al quinto piano. Inizio a gridare a tutti che quell’uomo ha cercato di molestarmi; ma credo di scoprire poco dopo che quell’uomo è un clown e che la comunità di clown che viveva lì lo avrebbe difeso e non mi avrebbe creduta. Invece mi credono, scendono dai loro piani e mi ascoltano, mi dicono che ho ragione.

Tra questi, arriva anche G. in pigiama, mi ascolta e mi dà un bacio per calmarmi. Gli sono molto grata per questo.”

Questo è il sogno di Marta; così come l’ha scritto, io l’ho trascritto per una prima riflessione: la retorica, la discorsività, il racconto. Il sogno di Marta ha tutti i requisiti di una sceneggiatura futurista o qualche attributo del teatro dell’assurdo. Marta ha dato il titolo alla sua produzione onirica , “la capsula folle”, e si è compiaciuta nello scriverla con la migliore affidabilità possibile. Ma questo è il vero sogno o ha subito dei rammendi logici durante la trascrizione? Il “processo secondario”, il pensiero logico, si è inserito sul “processo primario”, i meccanismi adibiti all’elaborazione del sogno? La risposta è nettamente positiva: il sogno è stato rielaborato e rammendato con toppe logiche e consequenziali. Si vede in special modo sul sogno di Marta,la quale ha trascritto il “contenuto manifesto” aggiungendo i nessi logici per compilare in maniera credibile la trama della “capsula folle”. Eppure il sogno ha mantenuto il senso dell’assurdo, del paradosso e dell’imprevedibile. Il  sogno nella sua integrità e nella sua integralità al momento ci è escluso.

Procediamo con l’analisi del sogno di Marta e in questo caso estrapolerò i punti salienti, quelli che hanno una consistente essenza simbolica, i “fantasmi” di un certo spessore, per poi inserirli nella giusta psicodinamica.

“Sono nell’androne di un palazzo abbastanza ombroso, devo prendere l’ascensore per salire al quinto piano. La gabbia in cui è contenuto l’ascensore … una gigante griglia metallica tutta arrugginita.”

Il sogno esordisce con simboli della socialità quotidiana e con un umore grigio, un’atmosfera crepuscolare dov’è inserito un simbolo materno, “l’ascensore”, un grande grembo, di poi la “gabbia” che contiene l’ascensore. Sono tutti simboli di madre, condensazioni che riguardano l’universo femminile. Si aggiunge un rafforzamento peggiorativo ”gigante griglia metallica tutta arrugginita”: una madre affettivamente fredda, arida e tanto ingombrante. Marta esordisce offrendo il “fantasma” della madre, il suo vissuto profondo sulla figura materna nel suo versante negativo. Il simbolo del “salire al quinto piano” si traduce nel “processo psichico di difesa dall’angoscia della sublimazione”. Marta ha tutte le buone intenzioni di difendersi dalla possente e fredda figura materna proprio sublimandola, destituendola delle parti negative e rendendole positive. Per libera associazione anche L.B. ha una madre pesante ed enigmatica.

“Entro nel cubicolo e appare sulla soglia del portone un altro inquilino … E’ un padre con un bambino … Anche loro vanno al quinto piano. Partiamo. L’ascensore è strettissimo: le porte si chiudono e sembra di stare in una capsula spaziale,…”

Si presenta la figura paterna, un alleato di Marta che usa la “sublimazione” per sopravvivere e che condivide la stessa oppressione dell’ascensore, della griglia, della gabbia, del cubicolo, della moglie in termini chiari, della madre di Marta in termini ancora più chiari.

“… sembra di stare in una capsula spaziale che al posto di salire … ne esce fuori e balzella buffamente per il cortile, facendo un percorso alternativo … un grosso essere animato che compie il percorso a piedi.”

Il senso di oppressione si coglie tutto e specialmente nella “capsula”, un simbolo di grembo materno in gravidanza con tutto il potere della madre, un potere di vita e di morte. Non funziona più la “sublimazione” della figura materna o meglio della “parte negativa della madre” e allora la psiche nel sogno provvede a ridicolizzare il nemico: “balzella buffamente”,”un grosso essere animato”. La metafora della mamma con annessa satira è servita. Marta si sta difendendo in tutti i modi dalla “parte negativa della figura materna” secondo la teoria di Melanie Klein e secondo un processo di “splitting”, di scissione. Adesso si scinde anche Marta in una che assiste da dentro la capsula e soffre, in una che è fuori dalla capsula e ride. Da mettere in rilievo la capacità di Marta di tradurre in immagine i contenuti che formano la trama del sogno: la “figurabilità” si scatena nell’elaborare la capsula o il cubicolo per rappresentare il senso di costrizione attribuito alla madre.

“… un po’preoccupata e un po’ divertita … seguendo la goffa andatura con il corpo completamente aderito alla parete della capsula.”

Le strategie di Marta  sono due: con la prima riesce a staccarsi dalla figura materna e a razionalizzarla con ironia affermando la sua autonomia, con la seconda si costringe a subirla e a dipendere irrimediabilmente. Pur tuttavia è opportuno precisare che stiamo parlando non della mamma reale di Marta, ma del “fantasma” della mamma di Marta, di come Marta ha introiettato ed elaborato la figura materna nella sua parte negativa.

“A questo punto il tizio, il padre del bambino, inizia a molestarmi.”

Si presenta di botto il complesso di Edipo nella sua valenza erotica e si rompe l’alleanza del padre con la figlia o meglio della figlia con il padre. Il bacio, le mani, il bambino immobile e ignaro, l’incredulità, l’immoralità e altro di turpe e di incestuoso … questi  sono gli elementi atti a rappresentare la seduzione paterna e la “scena primaria”, il coito dei genitori immaginato dalla figlia o a cui ha assistito suo malgrado. Ma il punto più ilare del dramma edipico di Marta è questo:”Per di più in cortile davanti a tutti”. In termini pacati e in sequenze calibrate si consuma la pulsione erotica della  bambina Marta verso il padre, le sue fantasie edipiche, i suoi desideri erotici. Tutto è normale e nulla di nuovo si manifesta sotto il sole, per cui non mi dilungo.

“Riesco a sfuggire dalla capsula, senza andare al quinto piano. Inizio a gridare a tutti che quell’uomo ha cercato di molestarmi … ma quell’uomo è un clown … la comunità dei clown non mi avrebbe creduta e invece mi credono … scendono dai loro piani … e mi danno ragione.”

La liberazione dalle angherie materne è evitata per il momento anche senza il processo di difesa della “sublimazione”: “senza andare al quinto piano”. Marta, allora, aggredisce il padre incestuoso, ma il padre nei suoi vissuti non è soltanto oggetto di desiderio, ma è soprattutto un uomo triste e solo, il re dei pagliacci, quell’uomo che la gente crede che sia di buonumore, ma che nel suo cuore ha un dolore, il dolore dell’anaffettività, di chi non si è sentito mai amato. Il “clown” condensa la mancanza d’affetto e si compensa in maniera traslata facendo divertire gli altri per farsi accettare e per avere un ruolo, ma resta nel suo fondo più profondo un uomo solo. E’ presente nel ”clown” un complesso d’inferiorità che viene riscattato mettendosi al servizio del piacere degli altri. … Sogna Marta:“ma quell’uomo è un clown”, è un uomo che ha sofferto, un uomo frustrato negli affetti e nella dignità. Marta pensa di essere creduta o non creduta. Anche quelli come lui mi danno ragione. Marta oscilla come in precedenza tra l’essere approvata e l’essere disapprovata, tra il fuori la capsula e il dentro la capsula.

“Tra questi arriva anche G. in pigiama, mi ascolta e mi dà anche un bacio per calmarmi. Gli sono molto grata per questo.”

E’ Marta che fa il sogno ed è corretto scientificamente addebitare a lei la maternità del significato di tutto quello che produce, il sogno è tutto materiale di sua proprietà. Marta condanna il padre per le sue pulsioni erotiche, ma in effetti è Marta che condanna e assolve se stessa per le sue pulsioni edipiche verso il padre e per le sue frustrazioni affettive verso la madre. Ecco che nel finale arriva l’uomo giusto, un pagliaccio molto intimo, “in pigiama”, che non è il padre ma che è come il padre. Questo clown giusto e morigerato riesce a calmarla con un bacio e lei gli è grata come a un genitore.

Marta ha risolto il suo complesso di Edipo dopo avere rischiato di essere fagocitata dalla madre, ingombrante come una capsula, inimitabile e astiosa. Si rivolge al padre, di poco carattere perché non si è ribellato alla moglie, ma oggetto del suo ambiguo interesse. Comunque un uomo come il padre l’ha trovato e ha risolto il versante paterno, ma ha paura di identificarsi nella madre ed è alla ricerca della sua identità femminile, almeno di un completamento.

La prognosi impone a Marta di accrescere la consapevolezza sulla sua identità femminile e portare avanti il processo di autonomia psichica dalle figure genitoriali.

Il rischio psicopatologico si attesta nelle difficoltà a gestire il ruolo femminile e a oscillare tra i cambiamenti d’umore e qualche somatizzazione nevrotica dell’ansia.

Riflessione metodologica: ognuno è responsabile dei suoi sogni, anche se non può impedirli, gestirli e condizionarli. Il sogno è una “coazione a ripetere” e ha tratti nevrotici e psicotici. Il sogno è la manifestazione profonda di un mondo interiore e di una dimensione poco conosciuta, ma per questo motivo non bisogna ricorrere alla superstizione per spiegare quello che attualmente è inspiegabile. Si resta in attesa che la scienza incrementi la conoscenza. Passiamo oltre. La “scena primaria” si concretizza nell’immaginazione del coito dei genitori da parte dei figli; questo episodio può essere immaginato o vissuto e condiziona in maniera traumatica l’evoluzione della “libido” nella formazione del carattere. Nel sogno di Marta la descrizione è evidente anche se indiretta: “bimbo che resta immobile e ignaro” “come possa fare una cosa del genere di fronte a suo figlio”. Passiamo oltre. Una definizione della figurabilità: meccanismo deputato a tradurre in rappresentazione o immagine i contenuti che formano la trama dei sogni, effettuando una selezione tra le diverse rappresentazioni che traducono il vissuto psichico, il fantasma, il bisogno, il desiderio, il trauma. La “figurabilità” sceglie la migliore immagine concreta per un concetto astratto.

“IN NOME DEL PADRE E DEL FIGLIO” IL RICONOSCIMENTO DEL PADRE

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Gobolino sogna a colori, ma riesce a guardare soltanto il centro della scena, perché lateralmente vede sfocato.

Sta camminando con due persone accanto, una per ogni lato, e stanno chiacchierando dentro una scuola. Sono nell’androne e vicino ci sono due scale.

Da un lato della scala compaiono due bambini, di un anno e mezzo o due, che parlottano tra di loro fino al momento in cui Gobolino incrocia lo sguardo di uno di questi due bimbi e si rende conto che quel bambino è suo figlio e il bambino stesso si rende conto di essere il figlio di Gobolino e si riconoscono come padre e figlio.

Il bambino allora comincia a correre verso Gobolino in maniera un po’ goffa a causa dell’età e Gobolino si abbassa aprendo le braccia per accoglierlo e abbracciarlo. Appena si abbracciano Gobolino si sente inondato da un senso di felicità estrema e comincia a piangere di gioia.

Mentre lo abbraccia comincia a sentire la necessità di attivarsi per sostenere questo suo figlio, poi lo allontana e guardandolo vede che è identico a come lui era da bambino.”

Gobolino esordisce collocando la scena onirica al centro e con un ridimensionamento delle parti laterali per attestare un distacco emotivo dal non essenziale e una concentrazione esclusiva sul tema, intenso e denso, del rapporto padre- figlio all’interno della psicodinamica edipica. Gobolino arriva al “riconoscimento del padre” con annessa la conquista dell’autonomia psichica. Il sogno è a colori e le emozioni sono adeguatamente stemperate, senza irruenza e con tanta dolcezza da libro “Cuore” di Edmondo de Amicis. Il colore serve anche per compensare l’indeterminazione delle scene laterali, “perché lateralmente vede offuscato”.

Il “centro della scena” condensa il presente psichico e l’attualità esistenziale di Gobolino con la psicodinamica in atto. Globolino va direttamente al dunque ed espone il suo conflitto psichico con soluzione finale a sorpresa da film giallo: “il riconoscimento del padre”. Gobolino è concentrato sul presente psichico in atto, il conflitto dominante, il fantasma in emersione dal profondo.

Percorre il cammino della vita con “due persone a fianco”, il padre e la madre. Gobolino si trova al centro, come in precedenza aveva individuato il centro della scena: “riesce a guardare soltanto il centro della scena”,”due persone accanto, una per ogni lato”. La centralità è ricorrente come il numero due.

L’androne della scuola rievoca la vita quotidiana e la relazione con i suoi genitori e con la gente. Ci sono “due scale”: è presente il “processo di sublimazione della libido”. Il sogno permette anche una dolce regressione all’infanzia e alla scuola: “stanno chiacchierando”. In questo contesto domina il numero due, il simbolo della coppia: i laterali della scena, le persone e le scale, quasi ad attestare che il sogno sviluppa il rapporto padre-figlio.

Ancora il numero due: due bambini di anni due al lato della scala, simbolo di “sublimazione”. Tutto tranquillo e senza angoscia, tutto il quadro onirico è ben compensato. Gobolino si trova con i suoi genitori a scuola, una scena vissuta o immaginata o desiderata chissà quante volte. Il sogno procede in lieta regressione, come si diceva in precedenza, verso la prima infanzia di Gobolino e si sviluppa come un dialogo bonario tra sé e se stesso. C’è poco spazio per gli altri e questo dipende dalla forza dell’amor proprio e dall’avvenuta risoluzione del conflitto con il padre. Questo sogno è il film romantico del rapporto “padre-figlio”, sequenza dopo sequenza con pathos e sorpresa finale, come nella migliore tradizione del neorealismo italiano.

A questo punto scatta l’empatia, il sentimento dentro e il sentire interiore: “incrocia lo sguardo … si rende conto … si riconoscono come padre e figlio”. Senza parole è avvenuto il miracolo. Gobolino proietta il suo bisogno di conciliarsi con il padre e la sua possibile paternità: “si riconoscono come padre e figlio”. Gobolino sta chiaramente proiettando il suo bisogno di empatia con il padre e attribuisce anche al figlio questo riconoscimento. Il bimbo trova il padre il padre trova il figlio, un rapporto unico ed esclusivo di cui Gobolino ha bisogno anche per identificarsi in lui. Empatia può esserci stata o può essere stata desiderata. Trattasi del comandamento psicoanalitico: “riconosci il padre e la madre per essere autonomo” e dell’abbandono degli altri due: “onora il padre e la madre per restare schiavo” e uccidi il padre e la madre per restare solo”. Trattasi di una parte del complesso di Edipo, la fase finale: l’identificazione nel padre, dopo aver subito il “complesso di castrazione” per aver tanto osato e per essere pronto ad andare verso il mondo delle altre donne da desiderare senza conflitti e senza colpe inutili, esulando da casa. Questo è il tributo universale imposto a chi nasce da padre e madre, i due sacri archetipi delle nostre origini.

Goffa è la corsa del bambino verso il padre ritrovato e riconosciuto, versione al maschile del racconto ”Dagli Appennini alle Ande” sempre del mitico Edmondo de Amicis, un grande scrittore di cose umane. Appare il simbolo del bisogno di protezione e di sicurezza:il bambino “comincia a correre verso Gobolino”, una scena molto bella, quasi magnifica nel suo essere obsoleta, l’incontro con il padre. Prima si sono guardati e di poi riconosciuti. Globolino si abbassa aprendo le braccia e lo abbraccia per accoglierlo: quel rapporto fisico con i figli che di solito con i padri non c’è. E’ il trionfo della felicità! Gobolino è inondato di gioia al punto di piangere: due emozioni apparentemente contrastanti. Quanto ha desiderato questo momento e il sogno appaga il desiderio di Gobolino e ripara la competizione funesta tra padre e figlio in risoluzione del complesso di Edipo. La catarsi è stata completa con il pianto liberatorio. Il sogno può essere gestito emotivamente, perché non crea angoscia e può andare avanti verso il disoccultamento dell’ultima verità. Gobolino ha introiettato il padre e si è identificato in lui e piange per la gioia, sconosciuta prima, di avere raggiunto una nuova dimensione psichica con la sensazione di compattezza e di autonomia. Gobolino ha risolto le pendenze con le figure sacre dei genitori, figure con cui non bisogna competere per tanto tempo, pena la sconfitta a vita e la persistente dipendenza psichica dalle loro figure e dai nostri fantasmi. Soltanto il tempo necessario per formare il carattere e di poi, via con il folle volo della propria esistenza. Anche i genitori devono capire questa legge psichica elementare e non ubbidire ai loro bisogni di avere i figli alla loro mercé, devono favorire il distacco senza traumi, un distacco quasi consenziente, quasi psicopedagogico.

Ecco che arriva la scena finale, come nei migliori trattati di psicoanalisi sul tema. Adesso che Gobolino ha ritrovato il figlio, deve accudirlo e necessariamente adesso che è autonomo deve accudirsi, adesso che è padre deve darsi da fare, necessità psichica, e deve fare il padre del suo bambino, il padre di se stesso: “comincia a sentire la necessità di attivarsi per sostenere questo suo figlio”. Degno di nota il lapsus ”questo suo figlio”; Gobolino si è benevolmente tradito e ha confermato che il figlio è “suo” nel senso che è di se stesso, non questo mio figlio o questo figlio. A questo punto Gobolino deve rendersi conto che il figlio è lui e che deve volersi bene e amarsi come Narciso alla fonte, ma non certo per innamorarsi follemente di se stesso. Gobolino riconosce se stesso nel figlio: “guardandolo vede che è identico a come lui era da bambino”: identificazione e consapevolezza. Missione compiuta! Il sogno ha parlato di lui, si è visto in quel bimbo e si è riconosciuto a conclusione di un complesso edipico che lo ha portato a conflittualità con il padre e con se stesso.

Il sogno di Gobolino si snoda come “appagamento del desiderio” a lieto fine e con sorpresa finale: una psicodinamica di figlio-padre compensata ed equilibrata senza uso di grandi simboli, descrittiva e non ermetica o tanto meno contorta, lineare ed equilibrata, a conferma che non c’è angoscia ma gioia in appagamento del desiderio di autonomia, conseguente alla risoluzione del complesso di Edipo e all’avvenuta identificazione nel padre. La figura materna resta evanescente in questo sogno a livello di profondità, ma è presente a fianco del figlio nell’androne della scuola, alla sinistra di Gobolino. L’età giusta per vivere il complesso di Edipo è proprio il periodo della scuola elementare, anche se i bambini del sogno al massimo avevano due anni; questo, invece, è il momento in cui si cominciano a “conoscere” i genitori dopo averli “sentiti”. Certo che questo bambino, il figlio di Gobolino, prima di riconoscere il padre ha sofferto la solitudine, ma era in compagnia di un altro bimbo, anche lui in cerca del padre e della sua autonomia.

La prognosi impone a Gobolino di rafforzare la risoluzione del conflitto edipico e di passare alla vera paternità dopo aver partorito il suo bambino dentro. Gobolino ha acquisito la consapevolezza di poter essere un padre solerte e premuroso a tutti gli effetti.

Il rischio psicopatologico si attesta in un’eventuale regressione difensiva con la caduta della qualità della vita e la frustrazione della “libido genitale”, la sessualità matura e “donativa” che ti porta a scegliere una donna e a formare una famiglia. Il rischio, come si diceva, è una psiconevrosi fobico-ossessiva, isterica, d’angoscia, come suggerito da Sigmund Freud.

Considerazioni metodologiche: da quando ho aperto il blog, ho analizzato soltanto sogni di donne di varia età. Gobolino è il primo maschio che mi ha chiesto d’interpretare il suo sogno. Mi sono dilungato di buon grado per chiarire, magari in maniera ripetitiva, i fantasmi di fondo e la psicodinamica implicita nel sogno di Gobolino, ma ho voluto anche evidenziare come la psiche sa sognare in maniera romantica e retorica, a conferma ulteriore di come ognuno di noi nel sogno, suo malgrado o suo bengrado, sa essere un artista creativo, un comico burlone, un personaggio satirico, un sensibile poeta, un solerte scrittore. Spesso in sogno si sperimentano e si vivono delle virtù e delle capacità che nella veglia non si manifestano e che non pensiamo minimamente di avere. Intuizioni matematiche o scientifiche, intuizioni liriche e artistiche, soluzioni di problemi e altro di varia natura possono presentarsi in sogno per poi essere elaborati nella veglia, a conferma che il sogno è una chiave del nostro mondo psichico profondo e ha risorse insperate che non conosciamo abbastanza. Tornando al dato che Gobolino è il primo maschio che ha chiesto l’interpretazione del sogno, risulta nelle statistiche che gli studi di psicoterapia sono frequentati al settanta per cento da donne e soltanto al trenta per cento da uomini. Le donne sono sempre state più sensibili alle questioni psicologiche e al migliore benessere possibile, mentre i maschi si sono rivelati più superficiali e con un termine analitico “resistenti” all’autocoscienza, a meno che non incorrono in problematiche della sessualità.

EROS  E  THANATOS VITA  E  MORTE

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“Ernestina si trova in un prato con alberi grandi e rigogliosi insieme a sua sorella.

Devono ricordare un uomo deceduto e devono appendere una sagoma maschile a uno degli alberi; la sagoma indossa una tunica bianca e ha lo stesso colore delle tuniche che Ernestina e la sua famiglia hanno indossato alla festa di carnevale fatta in asilo.

Ernestina e i suoi devono anche appendere delle carte da gioco a un filo, ma Ernestina non trova il mazzo di carte che doveva avere con sé e allora la sorella prova a telefonare al marito per recuperare un mazzo di carte.”

 

Un sogno paradossale nell’apparenza, ma che ha, nonostante i salti di logica e le caratteristiche fantasiose, una sua trama. Spesso si condensano nei sogni in maniera originale  esperienze vissute e fatti specifici; questo è possibile perché ognuno di noi è capace di formarsi una personale simbologia senza ricorrere al vocabolario collettivo e tanto meno a quello universale. Questa è la difficoltà del sogno di Ernestina. Ma non è scritto da nessuna parte che ogni sogno deve essere interpretato in maniera esaustiva: tentar non nuoce e dove arriveremo metteremo il punto.

Procediamo con la decodificazione delle condensazioni simboliche, per poi evincere un possibile significato alla psicodinamica del sogno.

Il “prato” rappresenta la realtà psichica in atto nella sua globalità, il principio  della vitalità e dell’azione; questi dati sono ancora più prosperi alla luce del rigoglio degli “alberi” e della loro grandezza. Gli “alberi” possono anche rappresentare figure e personaggi di un certo spessore e di un valido significato per il sognatore, in ogni caso condensano forza e vitalità.

La “sorella” nel sogno funge da alleata, ma può essere significativa perché condivide qualcosa con la protagonista. In ogni caso è frequente in sogno accompagnarsi con persone familiari per stemperare l’eventuale angoscia o per libera associazione o per condivisione di qualche attributo; in questo caso è presente una relazione familiare, un ruolo, una funzione che il sogno attesta nella successiva ricerca del mazzo di carte: “la sorella prova a telefonare al marito per recuperare un mazzo di carte”.

A questo punto subentra nel sogno un apparente “fantasma di morte”, apparente perché è sublimato in un rito strano. Questo fantasma non procura grande angoscia, dal momento che Ernestina ha una precisa consapevolezza. La “sublimazione” attesta che il lutto è implicito e previsto. Più che una morte si tratta di un distacco.

“Devono ricordare un uomo deceduto”: memoria di un defunto, uno strano funerale, un eccentrico rito, l’appendere una sagoma maschile a un albero vitale e rigoglioso, una sagoma maschile con una tunica bianca. Il sogno viaggia per l’opposto, vita e morte in maniera evidente. La “tunica” bianca ricorda un ospedale, un luogo di vita e di morte; di per se stessa la “tunica” è simbolo di affetto e il colore bianco rievoca l’innocenza, l’assenza di peccato, la verginità psicofisica. L’”appendere” è la chiave del sogno, visto che ritorna anche dopo. La simbologia  “appendere” si traduce nell’affidamento e nella dipendenza benevola e consapevole, quasi una delega finalizzata a un buon esito: la commemorazione di un benefattore?

Cambia scena e ci si ritrova all’asilo con madre, padre e figlio o figlia, la famiglia di Ernestina durante la festa di Carnevale. Si capovolge il quadro dalla morte con angoscia di perdita razionalizzata e si passa alla vita e al godimento della stessa. In questo quadro il minimo comune denominatore è determinato dalla “tunica bianca” di un benefattore degno di ricordo, da cui si è stati in qualche modo dipendenti, e dalla “tunica bianca” indossata da tutta la famiglia di Ernestina in ricordo del personaggio commemorato o meglio  ricordato.

Procediamo con la scena successiva. “Ernestina e i suoi devono appendere delle carte da gioco a un filo”: a questo punto il discorso si complica e si colora d’assurdo, ma si chiarisce in qualche tratto. Importante è la simbologia della “carta da gioco”: un progetto particolare implicito, una teleologia, un programma, un fine specifico e una finalità particolare, la “monade” del filosofo Leibniz. Bisogna appendere la carta da gioco, come la sagoma del morto, non all’albero ma a un filo. Il “gioco” rappresenta la psicodinamica della vita sociale, le relazioni fascinose e le attività eccitanti. Altro elemento importante è il “filo” a cui si appende la “carta”; una chiara rappresentazione del cordone ombelicale e del feto, un programma di vita. Ma Ernestina non ha le carte e le cerca alla sorella che chiede al marito di recuperarle. Sembra che la maternità per Ernestina sia stata particolarmente travagliata e ricca di fascino.

Un sogno che si snoda in maniera originale e tortuosa tra vita e morte, tra funerale e carnevale, tra alberi rigogliosi e personaggi importanti, tra tunica e sagoma, tra filo e carta da gioco. Il sogno di Ernestina si svolge con qualche luce e qualche ombra, un sogno a colori ma con una tonalità logica in bianco e nero perché l’interpretazione non è esaustiva dal momento che manca qualche parte del sogno. Ma il sogno è bello lo stesso.

Questo è quanto.

La prognosi impone a Ernestina di mantenere la capacità di ridurre le tensioni dalle situazioni più drammatiche: la giusta ironia e un’abile capacità simbolica.

Il rischio psicopatologico non sussiste, dal momento che il sogno è la rievocazione rammendata di una serie di fatti personalmente elaborati.

Riflessione metodologica: a proposito di capacità e abilità simbolica, bisogna ricordare che tutti siamo stati bambini e abbiamo esercitato il “processo primario”, il pensiero prelogico basato sui meccanismi con cui si formano i sogni: la fantasia creativa e l’elaborazione mitica. I simboli si distinguono grossolanamente in “individuali”, “collettivi”, “universali”. I simboli “individuali” sono degli investimenti di significato e di condensazione emotiva  su persone e oggetti, fatti ed eventi, un investimento significativo che lo stesso soggetto conosce. Tutti abbiamo condensato in un amuleto la nostra personale ricerca della felicità e della fortuna. Tutti abbiamo un bambino dentro che chiede di essere appagato e speriamo di non trascurarlo, tanto meno di oscurarlo. I simboli “collettivi” appartengono al gruppo culturale a cui si appartiene e con cui si condividono schemi interpretativi ed esecutivi, trasmessi attraverso l’educazione e la politica, la religione e l’economia, l’arte e la scienza. I simboli “universali” o “archetipi” sono di scuola junghiana e riguardano tutti gli uomini aldilà delle differenze culturali e riguardano i seguenti temi: le origini e i genitori, il maschio e la femmina, la sessualità e la procreazione, la vita e la morte, lo spazio e il tempo.

LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO … DI EDIPO

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“Patty sogna di dormire sul divano e di sentire quello che dicono le altre persone nella stanza.

Vuole rispondere , ma non riesce ad articolare le parole.

Vuole alzarsi, ma si sente bloccata e trema.

Sa che per svegliarsi subito una persona deve toccarla; ad esempio sua madre. Oppure deve sentire la sveglia, altrimenti ha bisogno di tanto tempo per svegliarsi.”

 

Il sogno di Patty è il classico prodotto di un momento evolutivo importante durante il complesso di Edipo e per la precisione l’identificazione della figlia nella madre dopo aver abbandonato le ultime mire espansionistiche sul padre. Patty procede a risolvere il senso di colpa verso la madre per aver tanto osato contro di lei e si allea doppiamente con il nemico di ieri assolvendosi e identificandosi al femminile in riparazione del “fantasma di castrazione”. E’ obbligo precisare che questo fantasma si manifesta in maniera diversa nelle bambine rispetto ai maschietti.

Passo per passo analizziamo il sogno.

E’ possibile “sognare di dormire”?  Certamente e sicuramente sì!  Ma cosa significa?  Esprime il bisogno psicofisico di ridurre la vigilanza della coscienza e di disimpegnarsi dalle mille attività e fatiche della vita quotidiana. Patty vuole ridurre le esigenze del “principio di realtà” e le funzioni dell’”Io” in una situazione particolarmente stressante e lasciarsi andare a un benefico rilassamento per la ricostituzione del suo sistema nervoso. Patty ricerca il crepuscolo della coscienza.

Il “divano” è un sostituto del bisogno di affidamento e rievoca l’universo femminile nel suo essere accogliente e intrigante.

“Sentire quello che dicono le altre persone nella stanza” attesta di un conflitto severo tra la funzione di vigilanza dell’Io che ascolta e il bisogno di disimpegnarsi dagli stimoli dell’ambiente che esigono, di cui si diceva in precedenza. I discorsi degli altri rappresentano le “proiezioni” di Patty: gli stimoli a tenersi sveglia per controllare la realtà che contrastano con il bisogno di affrancarsi dai conflitti e di lasciarsi andare.

A questo punto del sogno si presenta un “fantasma di castrazione” nella valenza dell’inanimazione: Patty “vuole rispondere, ma non riesce ad articolare le parole”, come se fosse scattato un segnale dentro di lei che le imponesse un blocco della parola e della comunicazione, un blocco che le ingiunge di non partecipare o meglio di partecipare a metà, ascoltando soltanto. L’incapacità ad articolare le parole è angosciante ed evoca l’immagine di una bambina bloccata nel contesto familiare e sociale, una bambina mortificata nelle sue genuine energie e nei suoi investimenti psichici. La “libido” è in netto stallo e Patty e in crisi. Una bruttissima sensazione quella vissuta da Patty, ma siccome non prevale l’incubo, ancora può dormire: l’angoscia è gestibile dal sistema economico e dinamico della psiche.

La “parola” è simbolo della Vita materiale e psichica, è entità divina e sacra dell’origine del Tutto, è Madre e Padre, è incarnazione dell’energia cosmica, è oggettivazione della “libido”, è comunicazione rassicurante, è un dono dei genitori e dei figli. “In principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio ed il Verbo era Dio”: inizio del Vangelo di Giovanni. Si pensi al dramma di Patty nel non aver parole o peggio di aver parole e di non riuscire a partorirle, ad articolarle, a dar loro la luce.

Si arriva al punto più tormentato e tormentoso: Patty “vuole alzarsi, ma si sente bloccata e trema”. Ritorna il “fantasma di castrazione” in maniera aggravata. Dopo il blocco della parola, arriva il blocco motorio, un fantasma d’inanimazione  che impedisce il libero fluire delle energie vitali nel corpo e la loro libera espressione. Patty è consapevole che “per svegliarsi una persona deve toccarla”: serve uno stimolo esterno come autorizzazione a riprendere le normali funzioni della veglia. Si sveglia se la tocca la mamma o se suona la sveglia, stimoli che la conciliano con la realtà: due dimensioni diverse ma che hanno un nesso, una affettiva e una fantasmica. La “mamma” è un archetipo, un simbolo universale, rappresenta l’origine e l’amore della Specie, gli affetti, la protezione, le premure, l’emozione, la fantasia, gli stati crepuscolari della coscienza. La “sveglia” è un meccanismo freddo che misura il tempo spazializzandolo nel suo quadrante: un simbolo di evoluzione e di morte, quel tempo ingrato che imperterrito trascorre e ti porta alla fine. Nel sogno di Patty si evince un particolare momento evolutivo del conflitto edipico e nello specifico con la madre: la riconciliazione con la madre dopo il senso di colpa per averla discriminata e aver desiderato di sostituirla con il padre. Patty ha bisogno d’identificarsi nella madre per diventare donna e allora aspetta da lei la mossa di svegliarla a nuova vita e a nuova dimensione psichica, una definitiva crescita con la liquidazione del conflitto con i genitori e la possibilità di socializzare e ascoltare da sveglia, partecipando ai discorsi della gente che le vive attorno. La sveglia è l’altra soluzione, la meno auspicabile nel suo essere implicita: il tempo evolve e Patty matura psicologicamente in maniera innaturale. E’ preferibile la carezza della mamma che sveglia la sua femminilità e introduce la sua autonomia psichica alla coazione del tempo. Adesso Patty è emancipata dalle pendenze edipiche e si può dedicare alle relazioni sociali.

Questo è quanto.

La prognosi impone di accettare il bacio della mamma per l’ultima e definitiva volta, onde razionalizzare il “fantasma di castrazione” nella sua doppia valenza e liquidare la psiconevrosi edipica. Bisogna porre particolare attenzione alle energie bloccate che vanno investite negli affetti e che comunque non devono ristagnare.

Il rischio psicopatologico si attesta nella conversione isterica delle energie bloccate e nei disturbi psicosomatici. In particolare una psiconevrosi legata alla mancata risoluzione del conflitto con il padre e con la madre.

Riflessione metodologica: il sogno di Patty mi è stato trasmesso con il dubbio di essere un vissuto doloroso da sveglia o il ricordo effettivo di un sogno, un vissuto nella dimensione reale o nella dimensione onirica. La questione è stata risolta con le seguenti motivazioni. L’interpretazione del sogno verte sempre su un prodotto rammendato logicamente e comunicato da svegli, quindi, il sogno di Patty, classico sogno o blocco psicofisico più o meno cosciente, è sempre un prodotto psichico e può essere analizzato come tale. Del sogno nella sua integralità, del resto, noi perdiamo gran parte e allora, se consideriamo il sogno anche come una “fantasticheria” dietro lo stimolo del ricordo, è sempre possibile interpretare il “contenuto manifesto”. Il sogno di Patty fa pensare allo stato ipnotico, la normale dimensione del “pre-sonno” che tutti attraversiamo ogni volta che ci rilassiamo e ci accingiamo a dormire. Succede, infatti, nelle situazioni ipnotiche indotte per motivi terapeutici che si dia il comando di non muoversi e questa strategia funziona con i soggetti ipnorecettivi ossia con le persone che hanno una soglia di suggestione molto bassa e quindi sono sensibili alle ipnosuggestioni. Essere ipnorecettivo non significa avere una malattia psichica, ma in ogni caso è sempre meglio verificare l’esistenza di un disturbo della vigilanza e del sonno. Sull’ipnositerapia esistono molti limiti e perplessità e l’uso spettacolare della tecnica, fatto da ciarlatani anche in spettacoli televisivi, è deprecabile, per dirla con un eufemismo. Nel sogno di Patty si rileva, ancora, che gli stimoli reali, se fosse stata sveglia, non l’hanno destata e hanno consentito lo stato ipnotico. Altrettanto si può dire degli stimoli sognati da Patty, la gente che parlava nella stanza; non scatta l’incubo e il risveglio immediato perché il “contenuto latente” non coincide con il “contenuto manifesto”: la situazione onirica è rassicurante e prevale il bisogno di continuare a dormire. Da sognante o da desta l’interpretazione del sogno di Patty non cambia ed è anche bella perché rievoca le fiabe della “bella addormentata nel bosco” e di “Biancaneve”, tranne che in quei casi era il principe a risvegliare la donna alla vita sessuale adulta con un bacio, alla consapevolezza della “libido genitale”, per dirla con termini  freudiani.

IO… E  MIO  PADRE

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“Ero in una strada di campagna … di sassi … molto stretta … in macchina con mio figlio a fianco …

C’erano molti cavalli … liberi … impazziti …

Io correvo … e cercavo di schivarli …

Ne ricordo uno … magro nero … in mezzo all’erba …

Poi sono arrivata in una casa …

Il padrone era li … noncurante …

Io mi sono fermata … l’ho avvisato …

Lui quasi noncurante … ha chiuso il cancello …  e io ho pensato … quei cavalli hanno bisogno di libertà…

Nel sogno io non avevo paura.”

 

Questo è il sogno di Annalisa: una poesia naturale, una lirica veramente bella che mi piace definire “quando il sogno diventa poesia”.

Il “contenuto manifesto” è talmente incalzante che ho voluto trascriverlo così come Annalisa l’ha formulato, scena dopo scena, sequenza dopo sequenza, puntini di reticenza dopo puntini di reticenza. Questi ultimi lasciano tanto spazio al non detto, a ciò che non è possibile dire ma si può soltanto liberamente immaginare.

Andiamo alla ricerca del “contenuto latente” decodificando i simboli, per poi evincere la psicodinamica implicita.

La “strada di campagna” rappresenta la ricerca di una soluzione a un arduo problema o a un delicato conflitto: ”sassi”, “molto stretta”. Annalisa ha una realtà particolare e una funzione importante in atto, è mamma premurosa e protegge suo figlio: “in macchina con mio figlio”, “a fianco”, una relazione speciale, quasi una naturale simbiosi alla luce del significato neurovegetativo della “macchina”, il grembo materno e la funzione genitale.

Il “cavallo” è simbolo classico del padre, vedi “il caso clinico del piccolo Hans” di Freud, sia nelle nevrosi fobiche e sia nei sogni, sia da svegli e sia da dormienti. In ogni caso il cavallo evoca e racchiude l’universo maschile, la forza e l’eleganza della persona e del personaggio specifico, il padre. Annalisa si sta approcciando con cautela e delicatezza alla figura paterna e ne vede “molti” di “cavalli-padri”, li vede “liberi” nella loro espressione, li vede “impazziti” nel loro derogare dalle regole, direi quasi nella loro sacralità e nella loro genialità creativa. Ammirazione e fascino contraddistinguono questo approccio di Annalisa con la figura paterna, un approccio che non deve essere stato sempre lineare e privo di conflitti, ma un rapporto che si è amorevolmente composto come nelle migliori combinazioni affettive.

Annalisa ammira e teme questi “molti cavalli liberi e impazziti”, ha un vissuto ambivalente d’amore e odio nei confronti dei padri così liberi, così folli, così fascinosi; il “cercavo di schivarli” esprime il suo bisogno di un rapporto esclusivo di ammirazione e di contemplazione senza lasciarsi coinvolgere in prigioni ambigue e in catene dorate come nelle migliori sceneggiate napoletane.

Ecco l’uscita dal generico e il profilarsi del padre di Annalisa: “ne ricordo uno”, “magro nero”, “in mezzo l’erba”. Nella realtà in atto,“in mezzo l’erba” esiste il ricordo di un bel padre, fisicamente caratterizzato: suo padre in carne e ossa.

Ecco che, dopo averlo riportato alla memoria, Annalisa lo riporta al presente,  il presente come presenza nella psiche di Annalisa: “sono arrivata in una casa”. Il padre è nella sua interiorità, nella sua storia esistenziale, nella sua evoluzione di donna e di madre: l’immagine, resa con poche parole, ha il senso del “sublime” matematico e astronomico di kantiana memoria.

Il padre interiorizzato è un padrone. Dopo la bellezza e la fierezza emerge il vissuto di un uomo duro e forte, un uomo di potere, un’autorità autoritaria e non autorevole; l’altra caratteristica del padre di Annalisa è la “noncuranza”, un attributo anaffettivo, fatto di distacco e di freddezza. Così si è difesa Annalisa dal fascino paterno, attribuendo al padre i tratti che ha usato lei per non restare coinvolta in un amore impossibile e innaturale, la “noncuranza”. Trattasi del solito, quasi famigerato, complesso di Edipo e nello specifico la relazione con il padre, dal momento che non si affianca nel sogno alcuna figura femminile al di là di quella della protagonista.

Annalisa sa del suo trasporto pericoloso nei confronti del padre e si è “avvisata avvisandolo”, non ha esternato il grande amore, ma lo ha ricambiato con la stessa freddezza di quel padre padrone che occupa un posto importante nella sua formazione psichica e nel suo modo di relazionarsi con i suoi uomini, in questo caso suo figlio e suo padre. Con il primo un attaccamento materno fortissimo e con il secondo un distacco affettivo per paura di essere coinvolta in un malessere senza fine e senza fini. Il “padre-cavallo”, avvisato dalla figlia della presenza di cavalli folli e liberi in mezzo ai prati, è mezzo salvato, recita un proverbio che tanto si addice al caso di Annalisa. E’ soprattutto il padre di Annalisa a incarnare gli attributi della bellezza, della libertà e della creatività.

Annalisa proietta nel padre la sua noncuranza, la sua risoluzione del complesso di Edipo e ha “chiuso il cancello”, ha definito gli ambiti del riconoscimento del padre come un uomo libero, felice e folle: ”quei cavalli hanno bisogno di libertà”. La legge del padre buono e migliore, quello di Annalisa, è quella che lei ha introiettato. Il padre e anche gli uomini hanno bisogno di libertà, visto che manca la mamma. Annalisa si è identificata nel padre più che nella madre: “ubi maior, minor cessat” dicevano i nostri progenitori latini, “dove c’è il maggiore, il minore decade”. Questa identificazione contrastata ha portato Annalisa a incarnare la figura mitologica di Afrodite, la dea dell’erotismo nata dalla fusione dello sperma di Urano con la schiuma dell’onda del mar Egeo dopo che il figlio Crono aveva evirato, per l’appunto, il padre.  Annalisa ha maturato dalla sua relazione con il padre e dalla prevalente identificazione nei suoi tratti una collocazione di potere verso il maschio e verso il maschile. Lo vuole maschio e bello come il padre, autorevole all’incontrario del padre.

Nel sogno non c’era paura, a conferma che Annalisa ha parlato di sé tirando fuori le sequenze ben conosciute del suo film interiore in riguardo al suo rapporto con il padre e al fantasma psichico collegato.

La prognosi impone di mantenere questa buona risoluzione del complesso di Edipo, fatta del riconoscimento del padre e della madre e nel caso specifico d’identificazione nelle parti migliori del padre e della madre. Annalisa, in tal modo, ha usato la libertà consentita dalla situazione di figlia. Non poteva identificarsi totalmente nel padre e negare la madre, pena la negazione del suo essere femminile.

Il rischio psicopatologico si attesta nella conflittualità con i maschi e nelle difficoltà relazionali, affettive e sessuali: la sindrome della “virago” o di Afrodite può degenerare nella solitudine anche se crea fascino e paura nell’universo maschile.

Riflessione metodologica: “quando il sogno diventa poesia”. Non dimentichiamo che la funzione onirica condivide con l’arte, gran parte dell’attività estetica, l’uso dei meccanismi del “processo primario” e l’effetto  catartico: purificazione dall’angoscia. Poeta deriva dal greco e significa “creatore”, una creazione non dal nulla ma da un fare, “poiein”, e da un qualcosa, a testimonianza che l’essere vivente uomo può elaborare vissuto su vissuto, intessendoli in oggetti estetici attraverso un fare prevalentemente a imitazione della Natura come volevano i filosofi greci. Il sogno è la massima democrazia in riguardo alla poesia, perché tutti siamo artefici inconsapevoli o coatti dei nostri sogni. Tutti sogniamo, anche quelle persone che dicono di non sognare soltanto perché non ricordano i loro sogni. Il sogno è l’attività mentale del cervello durante il sonno. Soltanto la morte cerebrale conclude il nostro pensare e il nostro sognare. Ma sarà proprio così? Anche lo stato di coma è una forma di sonno e di sogno. O forse è una nuova dimensione del percepire, una nuova forma del sognare? Certo che il coma comporta un’attività, anche minima, del cervello e si traduce in un percepire a livello subliminare ossia sotto la soglia della coscienza.

NARCISISMO  E  IDENTITA’

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“Wendy sogna di riflettersi allo specchio.

Nello specchio non appare la sua immagine, ma quella di una donna che non è lei, una donna completamente diversa da lei, una donna dal capello lungo color miele che va al capello medio sfilato moro, una donna dalla pelle olivastra che va alla pelle chiara e imperfetta.

Nel vedersi allo specchio così diversa, si spaventa e riprova a guardarsi più volte, ma non appare mai per quello che è.”

Il sogno di Wendy comporta un ampio preambolo teorico: i meccanismi di difesa della “proiezione” e della ”introiezione” tanto per cominciare. Il primo è messo in atto dall’ ”Io” cosciente per affrontare situazioni d’angoscia, vissute come un pericolo per la propria integrità e per il proprio equilibrio. Esso si attesta nell’attribuire ad altri idee, sentimenti, fatti, conflitti, materiale psichico di propria appartenenza. Non funzionando il meccanismo principe di difesa della “rimozione”, che consiste nel dimenticare o nell’eliminare il materiale angosciante dalla scena della coscienza, il materiale “non rimosso”, per l’appunto, ritorna per essere sistemato fuori dall’ “Io” cosciente, all’esterno: il pericolo interno si esterna, il vissuto non accettato si riversa fuori, il trauma si estromette. Qualcuno dice “tu sei crudele”: di chi sta parlando?

La “introiezione” è un meccanismo di difesa che si basa nel “mettere dentro” un vissuto psichico e comporta  la “identificazione” per suggestione o per imitazione: “anch’io come lui” dice il santo o l’eroe. Nella risoluzione del complesso di Edipo, ad esempio, bisogna identificarsi nel genitore con cui si era entrati in conflitto, secondo il concetto di normalità di Freud il genitore dello stesso sesso.

Un richiamo teorico spetta ancora al significato profondo del mito di Narciso per un approccio più completo al sogno di Wendy e a conferma che i sogni non sono semplici operazioni notturne, ma tanto di altro, ma tanto di più di tanto altro. Il greco Narciso è un semidio famoso per sua bellezza e per il suo sprezzante rifiuto dei giovinetti amanti; in altre versioni è celebre per la sua  crudele “misoginia”, avversione alle donne: la povera Eco ancora invoca per valli e per monti il nome di Narciso, perché di lei è rimasta soltanto la voce. La dea della vendetta, la greca Nemesi, condanna il crudele Narciso a innamorarsi perdutamente della sua immagine riflessa nell’acqua e a morire consapevole dell’impossibilità del suo amore. Il “narcisismo” è l’amore smodato per se stesso e l’incapacità ad amare l’altro, l’altro da sé.

Un richiamo, per concludere, va alla fase fallico-narcisistica dell’evoluzione della “libido”, fase che si sviluppa dal quarto anno di vita e si attesta nella concentrazione erotica sull’organo sessuale e nella masturbazione, sempre secondo gli studi di Freud sulla sessualità infantile. Quando si parla d’investimento narcisistico della “libido”, s’intende un amore patologico verso se stessi, ma questa fase è molto importante per la formazione dell’amor proprio e dell’autostima, oltre che per la formazione dell’ “Io ideale”, un sentimento di perfezione e una tensione verso il meglio come compensazione del residuo narcisismo originario.

Veniamo al sogno di Wendy dopo queste necessarie riflessioni metodologiche.

L’atto di “riflettersi allo specchio” è un rafforzamento simbolico dei meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “proiezione” e della  “introiezione”. Wendy è interessata a se stessa e va alla ricerca di conferme su se stessa e sul suo modo di essere più interno che esterno. Wendy, più che dalla sua immagine esteriore, è attratta dalla sua immagine interiore, dalla sua sfera intima e dalla sua produzione psichica profonda.

Wendy vede una “donna che non è lei”: solite birichinate del sogno! Quella donna è il complesso esteriore e interiore, la dimensione esterna e interna della stessa Wendy, quella donna è il desiderio allucinato di se stessa in immagine globale, una visione complessa e non soltanto estetica, una “fantasia” di se stessa. Il termine “fantasia” deriva dal greco antico e significa grossolanamente “prendere luce”, un’ allucinazione legata all’eccitazione del desiderio. Non dimentichiamo che il sogno è appagamento di un desiderio profondo e rimosso, sempre secondo Freud, ed è basato su allucinazioni sensoriali, normali in sogno, ma psicopatologiche nella veglia.

Si prospetta a questo punto l’ideale globale e apparentemente estetico di Wendy, il suo desiderio d’interiorità e la sua allucinazione erotica: “una donna che non è lei…, completamente diversa da lei…, una donna dal capello lungo color miele…, una donna dalla pelle olivastra. Wendy non gradisce i seguenti suoi attributi in atto e in esercizio: “la donna”, “il capello”, “la pelle”. Decodifichiamo: “donna” equivale al latino “domina” e si traduce “padrona”. Wendy non è padrona a casa sua, non è consapevole del suo personale e unico patrimonio psicofisico, non riconosce i suoi attributi, non rende oggettivo il suo “universo femminile”. Wendy non è “padrona” degli altri, non esercita il suo potere sugli altri, non riconosce l’oggetto esterno, non si oggettiva. Come Narciso è tutta presa dalla ricerca del suo ideale al punto che non lo riconosce come suo e come possibile da raggiungere: l’altra allo specchio. Eppure questa immagine di sé è prodotta dalla stessa Wendy in sogno e da sveglia; in essa proietta le sue fantasie, i suoi desideri, i suoi ideali.

Il “capello” è simbolo dei pensieri , delle idee, del patrimonio intellettivo, del pensiero filosofico, dell’ideale estetico, dell’originalità speculativa, del fascino del sapere. Wendy non è una donna di poco spessore, non è tanto meno superficiale e tende ad approfondire, ma non è soddisfatta delle sue idee e soprattutto non esterna il suo bagaglio intellettivo.

La ”pelle” è l’organo erogeno per eccellenza e ricopre tutto il corpo: Wendy deve acquistare coscienza del suo erotismo e vivere meglio la sua “libido epiteliale”, amandosi e lasciandosi amare dall’altro senza conflittualità inutili o anestesie inopportune e improvvide. Wendy deve far pace con “Eros”, un altro dio greco innamorato di Narciso e da lui regolarmente rifiutato.

Quella che Wendy vede è la sua “immagine ideale” in riferimento all’esser donna interessante, fascinosa ed erotica, vede il suo desiderio allucinato  dell’”Io ideale”. Wendy deve sbloccare se stessa, ma non si vede allo specchio perché non si accetta così com’è e perché così com’è non é quella che vorrebbe essere. Il desiderio allucinato di sé è a portata di mano, ma Wendy non sa afferrarlo. Wendy teme quello che desidera. Si rifiuta per quello che non appare, ma quella fantasia è sua, quella allucinazione deve farla propria e realizzare. L’autocoscienza è a portata di mano, è di fronte a Wendy, è allo specchio e basta afferrarla.

La prognosi si attesta nel recupero del materiale alienato nello specchio e nella ricerca di una migliore autocoscienza che combaci l’“Io reale” e l’immagine dello specchio, l’ideale del desiderio, l’allucinazione che si può incarnare.

Il rischio psicopatologico è rappresentato dal “narcisismo”, la sindrome che si attesta nel rinchiudersi nell’immagine compiaciuta del proprio “Io” con grave compromissione del sistema relazionale e con una pesante caduta della qualità della vita.

Riflessione metodologica: anche questa volta il sogno di Wendy è in “bianco e nero” e ormai le sembra difficile sognare “a colori”. Il sognare in “bianco e nero” è una difesa psicofisica ed è prevalente nelle persone che hanno un livello di tensione alto nella veglia, un regime che turberebbe l’“omeostasi” anche nel sonno qualora il sogno si manifestasse particolarmente acuto a livello affettivo ed emotivo, qualora il quoziente d’angoscia superasse una certa soglia di tolleranza personale. Il “sogno a colori” comporta un’eccitazione del sistema nervoso compatibile con il sonno, per cui il sogno e la censura sono i “guardiani del sonno”. Oltretutto, sognare in “bianco e nero” ha qualcosa di poetico, di crepuscolare, di romantico che si addice a Wendy, la quale parla del suo “Io ideale” con questi termini estremamente belli e significativi : “una donna dal capello lungo color miele che va al capello medio sfilato moro” e ancora “una donna dalla pelle olivastra che va alla pelle chiara imperfetta”. La precisione espressiva è tutta personale e la visione suggestiva attizza la fantasia. Wendy sognerà “a colori”  appena avrà fatto combaciare le due immagini di sé, quella reale e quella allo specchio.

IO … E  ANCORA  MIA  MADRE

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“Mabrukka sogna di trovarsi davanti al bagno dell’ università di Granada e sta aspettando il suo turno per entrare.

Da uno di questi bagni esce una sua collega, molto più magra rispetto all’ultima volta che l’aveva vista. E’ diversa anche nel modo di vestire, ha un abito corto che scopre un nuovo corpo. Mabrukka le dice che è magrissima e lei, compiaciuta, risponde che deve dimagrire ancora di più. Allora taglia il discorso, pensa che l’amica stia psicologicamente male e sente che la sua persona l’inquieta.

Mabrukka entra nel bagno da cui era uscita l’amica e constata che non è granché pulito.

Quando sta per uscire, scopre che la porta è bloccata. Vede una levetta vicino alla maniglia, la solleva e questo bagno si trasforma in un ascensore che la porta al piano superiore. Apre la porta del bagno/ascensore e davanti a lei c’è un’altra porta sulla quale è appeso un cartello che invita a fare attenzione alla presenza di animali. Vi è disegnata un’aquila.

Apre la porta pensando soltanto di uscire da quel posto chiuso. Quando la apre, vede, invece, che ci sono delle persone sedute a un lungo tavolo d’ufficio. Una donna le chiede che cosa ci facesse in quel luogo e Mabrukka le spiega l’accaduto ed esprime il desiderio di uscire.

La donna risponde che nessuno è a conoscenza dell’esistenza di questo posto. Infatti, lì tengono segretamente tante specie di animali esotici. Aggiunge che l’unico modo per lei di uscire è quello di passare attraverso un tunnel che l’avrebbe fatta sbucare in Inghilterra e, da lì, avrebbe potuto fare rientro in Spagna.

A questo punto Mabrukka telefona alla sua migliore amica e dice che per l’ennesima volta le era accaduto qualcosa di strano dopo essere stata in bagno. Parla della sua situazione con ironia. L’amica ride e le dice che è sempre la solita.

L’amica e altre persone stavano andando al matrimonio del fratello di Mabrukka, mentre lei, per via di quel contrattempo, non avrebbe potuto partecipare.”

Il sogno di Mabrukka è stato accomodato in maniera logico-discorsiva dopo il risveglio, “contenuto manifesto”,ma nonostante tutto ha mantenuto il fascino di una situazione assurda, oltre che complicata per le situazioni e per le persone coinvolte.

Così come viene raccontato il sogno, si svolgerà la decodificazione, passo dopo passo in maniera logica e discorsiva. Fondamentalmente si parlerà  della colpevolizzazione della “libido”, del processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione” e del conflitto con la figura materna, il complesso di Edipo, il conflitto con la madre nello specifico. Alla fine del sogno appare un processo d’identificazione al femminile in corso d’opera che lascia ben sperare per il futuro psichico della protagonista.

Mabrukka si trova subito a che fare con la sua sfera intima e sessuale, il “bagno”, e s’imbatte in un’immagine di sé, la collega magra e con “un abito corto che scopre un nuovo corpo”, un’immagine seduttiva, un modello desiderato e un ruolo femminile temuto nello stesso tempo. Mabrukka proietta nell’amica una figura di donna che è ancora contrastata in lei, ma è in via di assimilazione. Questa donna la inquieta e le sembra fuori di testa, oltretutto deve ancora dimagrire, deve ulteriormente fare a meno dell’amore materno, il cibo. Mabrukka sta viaggiando verso l’autonomia, almeno nel suo intento programmatico.

Il bagno non è granché pulito: i vissuti e le  fantasie sessuali sono avvolte ancora dal senso di colpa. Ecco che arriva la claustrofobia come punizione, ma per fortuna subentra un simbolo fallico da assolvere e da sublimare: la “levetta vicino alla maniglia”, un doppio fallo. Arriva anche in soccorso di Mabbrukka il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione”: l’ascensore o meglio il “bagno-ascensore”. Il cartello “attenzione alla presenza di animali” si evolve di poi nel disegno dell’aquila, la “sublimazione” del pene, un investimento psicofisico distaccato e intriso di acutezza logica e di nobiltà estetica, doti compensate dagli ”animali” che rappresentano e condensano le pulsioni sessuali meno sublimate. Mabrukka elabora la sessualità maschile secondo i suoi bisogni profondi e i suoi desideri relazionali. Il cartello rappresenta l’ “Io” di Mabrukka, la coscienza logica e vigilante, ma subentra il ricatto del “Super-Io” che censura i suoi desideri sessuali e, non potendo eliminarli, è costretto a nobilitarli. Gli ormoni spingono in assoluzione del senso di colpa: i diritti del corpo. Ormai Mabrukka sta “pensando soltanto di uscire da quel posto chiuso”, è decisa a risolvere il conflitto all’aria aperta prendendone consapevolezza, vola verso la libertà dalla dipendenza, l’emancipazione dalla figura edipica e l’autonomia psicofisica.

Ed ecco che arriva immancabilmente la madre,”lupus in fabula”: “una donna che le chiede cosa ci facesse in quel luogo”. Tale censura super-egoica si addice maggiormente alla figura paterna, ma il discorso edipico di Mabrukka verte al femminile e il conflitto con la madre è acuto e ricorrente, oltre che frustrante. Ne va di mezzo la “libido”, l’energia vitale e nello specifico la vita sessuale. La madre di Mabrukka è inimitabile, oltretutto è severa ed esige rispetto delle regole e non competizione. Mabrukka “esprime il suo desiderio di uscire” da questo conflitto. La madre le dice che l’arte della seduzione è segreta e ci sono animali esotici, istinti adulti e originali, pulsioni creative, il  mondo erotico degli adulti  da cui Mabrukka si è sentita esclusa e si è esclusa. Il sogno recita: “segretamente tante specie di animali esotici”. Perbacco e perdinci!  Trattasi di fatti intimi che nessuno conosce. Mabrukka è intrusa e deve pagare il fio della sua intromissione nell’intimità genitoriale o  deve risolvere la questione, il suo conflitto, anche per il grande disagio che comporta la situazione in cui Mabrukka si è messa sempre tra bagni e ascensori, figure femminili con cui competere e da cui essere censurata, aquile superbe e animali esotici.

Ma la mamma è fondamentalmente buona nei vissuti profondi di Mabrukka e suggerisce alla figlia la soluzione: deve rinascere passando “attraverso un tunnel che l’avrebbe fatta sbucare in Inghilterra” per poi rientrare in Spagna, luoghi personali di libertà e di autonomia. Il “tunnel” è un chiaro simbolo del percorso intrauterino che porta alla nascita, una traslazione della figura materna.  Mabrukka non è in fuga dalla madre, non è in distacco dalla madre, sta ricercando la sua vera autonomia e la liberazione dalle dipendenze edipiche, anche quelle legate all’immagine e al ruolo femminile.

Questa soluzione viene comunicata all’amica e nello stesso tempo rafforzata;   “parla della sua situazione con ironia”. L’amica la può capire perché anche lei è affetta da complesso edipico: “ simile simili cognoscitur”. La parte finale del  sogno risolve il conflitto proprio con “ironia”, il giusto distacco emotivo dalle figure genitoriali e l’adeguata destrutturazione del triangolo edipico.

L’amica che ride è la stessa Mabrukka che rafforza la presa di coscienza.  Il sogno riserva un finale degno di un film giallo: “stavano andando al matrimonio del fratello di Mabrukka”, quel fratello che ha risolto e sciolto le pendenze con i genitori e che si accinge a sposarsi. Mabrukka non può andare al matrimonio perché ancora non è pronta ad amare in maniera corretta e naturale un uomo e per giacere con un maschio:” per via di quel contrattempo, non avrebbe potuto partecipare”.

Questo è quanto ci dice Mabrukka e quanto si deve dire a Mabrukka.

La prognosi vuole la risoluzione del complesso di Edipo e l’uscita dalla situazione psichica di stallo.

Il rischio psicopatologico è la psiconevrosi o d’angoscia o isterofobica o depressiva o ossessiva, come diceva Freud per gli inadempienti al riconoscimento del padre e della madre.

Riflessione metodologica: nel sogno di Mabrukka è la madre a fungere da “Super-Io”, a conferma che il padre rappresenta il divieto e la censura soltanto simbolicamente. Ogni persona elabora limiti e divieti, doveri e rigori, li introietta e li proietta sulle figure genitoriali.