IN  NOME  DEL  PADRE – RISOLUZIONE  DEL  COMPLESSO  DI  EDIPO

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“Giuseppina lavora per un’agenzia immobiliare, ma vuole cambiare e fa un colloquio con un’agenzia d’abbigliamento.

Viene subito assunta e le viene affidata una linea d’abbigliamento molto costosa e impegnativa.

Giuseppina accetta.

Il titolare gli mostra gli uffici che sono enormi e molto sporchi.

Giuseppina comincia a pulire, ma escono fuori un sacco di ragni e comincia a pentirsi della sua scelta.

Pur tuttavia comunica al capo dell’immobiliare la sua decisione di lasciare l’agenzia e si ritrova su un letto singolo insieme al capo e all’impiegata. Il capo l’abbraccia e le dice che non può lasciarlo.

A questo punto Giuseppina si trova in cimitero e guarda, sorridendo, la bella fotografia del nonno paterno.”

Il sogno di Giuseppina è molto articolato e si contraddistingue significativamente per la “drammatizzazione”, la variazione improvvisa di scena che si verifica per ben due volte: “si ritrova in un letto singolo”, “si trova in cimitero”, rappresentazioni legate da un nesso logico e da un rapporto di causa ed effetto. Il sogno viaggia secondo la sua logica simbolica, seguendo le regole del “processo primario” a cui rimando nella sezione ”lineamenti teorici” del blog, seguendo i salti di fantasia e le associazioni libere: questi punti sono sempre nodali per l’interpretazione del sogno. Quello che è illogico per la logica convenzionale resta incomprensibile,”contenuto manifesto”, ma quello che è illogico per la logica simbolica ha un nesso che consente di formulare l’interpretazione del sogno,”contenuto latente”.

Il sogno di Giuseppina tratta il rapporto con il padre e la liquidazione del complesso di Edipo.

L’ “agenzia immobiliare” condensa la staticità degli investimenti della “libido”, i punti fermi della “casa psichica” di Giuseppina, la struttura psichica di base che include le figure dei genitori. La staticità, purtroppo, può degenerare e allora comporta lo “stallo”, il blocco degli investimenti della “libido”, la crisi  dell’innovazione e dell’iniziativa. Lo stato di “stallo” è comprensibile alla luce della rassicurazione implicita: non si cambia il vecchio per il nuovo con facilità e noncuranza. Il cambiamento e l’evoluzione sono impediti dal ristagno depressivo delle energie e dalla crisi della creatività. Bisogna, invece, seguire gli eventi  ed essere al passo con il tempo e i tempi, il proprio tempo interno e il proprio tempo esterno.

Ma come superare lo “stallo”? Ecco all’uopo l’agenzia di abbigliamento! Giuseppina si evolve con nuovi modi di apparire, l’abbigliamento, che suppongono nuovi modi di sentire, il vissuto. L’agenzia d’abbigliamento ricopre gli investimenti di Giuseppina, richiamando dalla sua formazione una buona dose di narcisismo con nuovi modi di essere e di apparire alla ricerca di una nuova formulazione della figura paterna dentro di lei. Questa novità evolutiva può essere stimolata e favorita da eventi che l’esercizio del vivere riserva immancabilmente.

Ma questi nuovi modi di essere e di apparire sono dispendiosi emotivamente, sono angoscianti. La nuova linea è “molto costosa e impegnativa”, comporta il cambiamento e l’abbandono delle vecchie certezze, nuove energie da investire e l’impegno che ci va dietro.

Giuseppina non può negarsi la liquidazione del complesso di Edipo, pena lo stallo depressivo delle energie che chiedono all’incontrario di essere investite e  di non ristagnare nel solito minestrone di angoscia e di perdita: Giuseppina “accetta”.

Si profila il padre: “il “titolare”. Ecco il capo, il responsabile del nuovo lavoro come surrogato simbolico della figura paterna con l’autorità e l’autorevolezza richieste a tale e tanta figura.

La nuova versione paterna comporta la difesa dall’angoscia della perdita del vecchio rassicurante fantasma del padre, per cui arriva il processo di difesa della “regressione”: “gli uffici sono enormi e molto sporchi”, il rapporto con il padre comporta il ridestarsi di vaste emozioni e di tanti sensi di colpa, tutto il materiale psichico elaborato sin dall’infanzia. Il complesso di Edipo è sostanzioso e bisogna cominciare “a pulire” e liberarsi dai “ragni”, da “un sacco di ragni” che “escono fuori”. Bisogna liberarsi da mille e mille bellissimi, quanto inutili, ragionamenti, le ragnatele. Giuseppina ha bisogno di una drastica e benefica “catarsi”, una purificazione delle colpe e una liberazione dalle ossessioni. E allora “comincia pentirsi della sua scelta”; Giuseppina non vuol cambiare, vuole impedire l’evoluzione e si difende dal “pulire gli uffici”; questi ultimi rappresentano l’ergoterapia, la cura antidepressiva legata all’azione e a quel  ”fare le cose” che consente di non ristagnare con le energie vitali più genuine.

Ma Giuseppina è “decisa”, ha “tagliato” con il suo passato e ha preso coscienza che il vissuto riguardante il padre deve essere evoluto, quel passato edipico che si presenta nella classica scena di “lui, lei, l’altra” con l’aggiunta aggravante del  “letto”. Giuseppina rivede quello che perde, per poi vedere nella scena successiva quello che acquista, l’autonomia psichica. Quanto struggimento e quanto travaglio nell’espressione “il capo l’abbraccia e le dice che non può lasciarlo”, chiara proiezione della sua dichiarazione d’amore nei riguardi del padre, elaborata e vissuta sin dal tempo antico della primissima infanzia nel suo cuoricino di bimba e di poi mantenuta intatta nel suo cuore di donna. Il letto è “singolo”, scomodissimo per tre persone, a conferma della personale vicenda psichica di Giuseppina, la figlia.

Ecco il secondo cambio repentino di scena di cui si diceva all’inizio: “si trova in cimitero”. Quest’ultimo rappresenta il suo passato psichico, la dimensione cosiddetta inconscia, un fantasma depressivo di perdita, ma l’angoscia implicita nel simbolo è temperata dall’ “ironia”, dall’atteggiamento del giusto distacco costruttivo ed evolutivo: “guarda, sorridendo, la bella fotografia del nonno paterno”. Il guardare rappresenta la presa di coscienza, il sorriso rappresenta la razionalizzazione della perdita, la bella fotografia rappresenta la benefica memoria, il nonno paterno rappresenta il padre introiettato.

Il sogno di Giuseppina rappresenta l’ortodossa risoluzione del complesso di Edipo con la messa in atto del comandamento psicoanalitico “riconosci il padre e la madre”.

Giuseppina si dispone in maniera evolutiva nel far nascere il “non nato di sé”, anche se questa operazione comporta il dolore della perdita: il “sapere di sé” comporta il “dolore”, il dolore non è angoscia perché se ne conosce il contenuto. Ogni presa di coscienza è dolorosa, perché cambia ottiche psichiche e strategie esistenziali.

La prognosi è fausta, nel senso che bisogna sempre procedere verso la risoluzione delle pendenze edipiche, anche se il rapporto con i genitori per la loro valenza carismatica non si risolvono mai del tutto.

Il rischio psicopatologico comporta la “regressione” e lo “stallo”, il tornare indietro a leccarsi le ferite e il blocco della “libido” con la conversione isterica in sintomi nevrotici depressivi.

Riflessione metodologica: il processo psichico definito “ironia” risale alla metodologia d’indagine antropologica del greco Socrate (469-399 a.C.). La ricerca consisteva nell’ “ironia” e nella “maieutica” e aveva come obiettivo il “conosci te stesso”, l’autocoscienza. L’ironia consiste nella destrutturazione psichica, nella perdita delle false verità su se stesso e nella consapevolezza delle difese psichiche che impediscono l’ emergere della verità di base del “valore sociale e morale uomo” condensato nel “conosci te stesso”. Questo è il compito della fase “maieutica”, il parto di sé, in onore all’influenza in lui esercitata dalla madre ostetrica. L’ “ironia” si snodava attraverso la funzione del maestro di chiedere al suo allievo il “perché” di ogni affermazione e di ogni comportamento, il semplice e imbarazzante eterno gioco del bambino con i genitori. Nulla di nuovo sotto il sole. Anche per la Psicoanalisi la “destrutturazione” è un moment o essenziale della psicoterapia, la razionalizzazione delle difese e delle resistenze che impediscono al materiale psichico rimosso di affluire alla coscienza: la presa di coscienza delle false verità.

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