MATERNITA’  E  SUBLIMAZIONE L’ANGOSCIA  DELLA GRAVIDANZA  E  DEL PARTO

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“Dalila entra in una chiesa antica e in parte sommersa.

Per raggiungere l’altare deve camminare sopra una zattera lunga e stretta e fatta di tavole con sopra iconografie di Cristo e di santi.

Le tavole vacillano tutte sull’acqua mentre Dalila cammina e le ultime si slegano.

Dalila cade e sta annegando.

Si salva per un pelo e si ritrova in una specie di ambulanza con tanta folla  intorno a lei.

Le fanno una specie di flebo con una sostanza densa e dorata che sembra miele.

Dalila sente che hanno sbagliato a fare qualcosa e sente aria che entra in vena e perde i sensi.

Si sveglia di colpo tutta sudata  e angosciata e con un peso sul cuore.”

 

Il sogno di Dalila sviluppa il tema classico dell’angoscia di morte che si coniuga nello stato in cui si produce la vita, la gravidanza e il parto. Rievoca la condanna biblica della donna che partorirà necessariamente nel dolore a causa del peccato dei progenitori Adamo ed Eva: “aumenterò grandemente la pena della tua gravidanza; con doglie partorirai figli …”. Al di là della significativa metafisica religiosa che ha condizionato e condiziona la cultura occidentale, trattasi di angoscia di morte e di un bel fantasma naturale e assolutamente normale, di quella normalità psichica e non convenzionale. Di questa cosiddetta “normalità” scriverò nelle riflessioni metodologiche alla fine di questa interpretazione.

Meglio iniziare con la decodificazione del sogno di Dalila e procedere  approfondendo di volta in volta la ricchezza dei temi psico-culturali presenti.

La “chiesa antica” rappresenta simbolicamente il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione”: nobilitare gli investimenti della “libido” dirottandoli verso fini socialmente utili e deprivandoli in parte del contenuto fortemente emotivo. La chiesa è il simbolo del sacro e del sacrificio, della colpa e dell’espiazione, del peccato e della catarsi, del trascendente e della fede, della morte e della resurrezione.

L’essere “in parte sommersa” indica che il tema onirico riguarda l’universo femminile e la dea madre: l’acqua. Il fatto che la chiesa sia parzialmente sommersa attesta che la “rimozione” dell’essere femminile di Dalila è parziale e non totale: la coscienza della possibile maternità è presente, ma è disturbata da altri fattori che si evidenzieranno in seguito, la fecondazione, la gravidanza, il travaglio e, “dulcis in fundo”, il parto.

L’ “altare” è il luogo del sacrificio e della colpa da espiare, ma è anche il simbolo del sacro e della purificazione, della condanna e dell’assoluzione. La maternità condensa la sacralità della vita, l’origine e la conservazione della specie: la dea madre, la greca Gea,la biblica Lilith e di poi Eva.

La” zattera” è una soluzione possibile ma non stabile, una soluzione rudimentale e inadeguata, “le tavole vacillano … e si slegano”: il processo di difesa della “sublimazione” non funziona e Dalila lascia emergere nel sogno attraverso condensazioni e spostamenti la sua verità, il contenuto latente, la sua vera angoscia.

Le immagini sacre di Cristo e dei santi confermano la colpa e la sua espiazione, la condanna e l’assoluzione, la vita e la morte sublimate nella resurrezione.

Dalila “cade”, perde le sue difese, in particolare la “sublimazione” lascia il posto alla concretezza materiale; Dalila “sta annegando” nel suo fantasma e nel suo conflitto con maggiore consapevolezza, per cui ci va dentro ad affrontarlo: la maternità è rappresentata dall’acqua, oltretutto un chiaro richiamo al liquido amniotico in cui vive il feto.

Ma la consapevolezza del conflitto psichico salva Dalila, la quale  si trova in “una specie di ambulanza”, un chiaro “spostamento” dell’alcova nuziale, del letto coniugale, del luogo dell’intimità erotica e sessuale. Il conflitto intorno al coito finalizzato alla procreazione si condensa nell’ambiguità dolorosa e protettiva dell’ambulanza. Lo schema culturale della fecondazione e della maternità è condensato nella “tanta folla intorno a lei”.

A questo punto il sogno propone la simbologia della fecondazione: quella “specie di flebo” rappresenta il potere fallico maschile, il pene, mentre “la sostanza densa e dorata che sembra miele” rappresenta lo sperma, il liquido seminale, una sostanza che feconda Dalila in vena, traslazione della vagina.

Ma la fecondazione è permeata da senso di colpa e l’angoscia collegata arriva subito a esigere il prezzo di un’educazione sessuofobica e di una possibile esperienza traumatica. Dalila si difende ancora e in prima istanza proietta la colpa negli infermieri che l’hanno curata: “sente che hanno sbagliato a fare qualcosa”. Evidente che Dalila ha sbagliato, è andata contro ai dettami morali del suo “Super-Io”, ha derogato dalle leggi paterne e materne, ha infranto i tabù del gruppo. Il divieto obliterato deve essere espiato con la morte: “sente aria che entra in vena e perde i sensi”. Il sogno ha tutti i connotati di una tragedia greca di Eschilo o di Sofocle o di Euripide: l’eroina è servita in un ghiotto piatto condito di colpa e di morte. L’equilibrio psichico e sociale infranto deve essere ricostituito, motivo per cui Dalila deve morire.

Dalila non è ancora pronta ad affrontare il conflitto e chiama in soccorso il meccanismo organico di difesa più naturale, lo svenimento, il corto circuito emotivo a cui il corpo reagisce sospendendo temporaneamente la coscienza e la vigilanza. L’angoscia della fecondazione, della gravidanza e del parto sono il condensato meraviglioso del sogno di Dalila, un conflitto di assoluta normalità che si estende a tutte le donne, almeno a livello profondo. La maternità è bella e travagliata.

Si passa dallo svenimento in sogno all’incubo per incapacità a gestire l’angoscia: “si sveglia di colpo tutta sudata e angosciata con un peso nel cuore”. Mi preme ricordare che il plesso solare è il luogo privilegiato di somatizzazione dell’angoscia: “un peso nel cuore”.

Sintesi: Dalila prende consapevolezza nel suo sogno che il desiderio contrastato di avere un figlio comporta l’angoscia di morte, il dare la vita comporta la possibilità della morte.

La prognosi  esige il controllo dei naturali fantasmi della fecondazione, della gravidanza e del parto attraverso la presa di coscienza del proprio essere femminile e la liquidazione delle remore culturali e religiose. Dalila deve vivere la sua sessualità senza inutili colpevolizzazioni e deve procedere verso un vissuto armonico di appagamento della sua naturale libido.

Il rischio psicopatologico si concentra nella degenerazione dell’angoscia nevrotica di castrazione nello stato limite dell’angoscia di perdita. In questo quadro di degenerazione dell’angoscia di morte s’inserisce la “psicosi post partum” o puerperale: angoscia di frammentazione e stato psicotico.

Riflessione metodologica: il concetto di normalità psichica secondo la Psicoanalisi di Sigmund Freud consiste nell’equilibrio dinamico ed economico tra le istanze psichiche dell’Io, dell’Es e del Super-Io, una teoria complessa anche se comprensibile se approfondita. In maniera più semplice  la normalità si attesta nel criterio del non essere di danno a se stesso e agli altri. Necessariamente la convivenza esige un sistema di leggi che limita le libertà individuali. La frustrazione della libido è la condizione della convivenza e il processo psichico della “sublimazione” è necessario per vivere in società. La lettura del testo di Sigmund Freud  “Il disagio della civiltà” è attualissima nel suo apparire paradossale.

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