EMANCIPAZIONE EDIPICA E AUTONOMIA PSICHICA

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“Mabrukka si trova da sola in una grande stanza che somiglia al bagno di un aeroporto: una stanza lunga, con una parete a specchi e tante porte color  arancione, tutte chiuse.

Ha finito un turno di lavoro, ma non ricorda quale lavoro fosse. Deve andare ad una festa in casa di una coppia di amici.

In questo bagno- spogliatoio ha tutti i suoi vestiti. Comincia a cercare qualcosa da indossare in una cassettiera, ma ogni vestito che tira fuori è rotto o è sporco. Trova anche un paio di mutandine sporche di sangue mestruale.

Mabrukka è sorpresa di come ha potuto conservare quella roba in quello stato, getta tutto a terra e pensa di pulirla e risistemarla al suo ritorno.

Dopo apre un armadio e trova altri suoi vestiti, questa volta perfettamente in ordine. Vede subito il vestito nero con fiori bianchi che vuole indossare quella sera. Comincia a vestirsi, ma è impacciata. Pensa che è tardi e che magari può finire di sistemarsi a casa di questi amici. Ha paura che la chiudano in quel luogo, data l’ora tarda. Effettivamente sente dal corridoio un battito di mani: è una donna che controlla che non rimanga nessuno dentro l’edificio.

Mabrukka le dice che ha bisogno ancora di due minuti e la donna arrabbiata risponde che deve chiudere.

La sente scendere le scale e parlare con qualcuno.”

Mabrukka non è nella vita intima e privata così come si mostra nella vita sociale e pubblica; in particolare si difende nel suo privato perché vive un  conflitto psichico parzialmente insoluto.

Si sente inadeguata e imperfetta anche perché non consente la  comunicazione tra le varie componenti della sua psiche: le porte sono “tutte chiuse”, nonostante la brillantezza degli specchi e la goliardia vitalistica del colore arancione.

La coscienza di sé è da migliorare: i tratti psichici del carattere aspirano a un migliore amalgama. L’autocoscienza da anonima e fredda, stanza aeroporto, aspira a diventare personale e calda.

Il meccanismo di difesa dall’angoscia che Mabrukka usa è la “rimozione” ossia il distogliere dalla consapevolezza il materiale psichico più delicato proprio con l’atto del dimenticare.

La festa rappresenta l’ambito sociale e la disinibizione, oltre che la giusta dimensione delle relazioni e del disimpegno. Mabrukka cerca gli abiti giusti e adeguati: i modi di apparire più appropriati, ma soprattutto quelli seduttivi dal momento che tutti i suoi abiti si trovano nel bagno e sono funzionali a un suo bisogno sociale di piacere agli altri e di essere, di conseguenza, accettata dal gruppo.

Nella cassettiera trova la sua intimità avvolta da senso d’inferiorità e di colpa: abiti rotti e sporchi.

Mabrukka si promette di riordinare il tutto, accusa il disagio psichico del senso di colpa, ma ne rimanda l’analisi e la presa di coscienza: “pulirla e risistemarla al suo ritorno”.

Nell’armadio trova i suoi modi sociali in perfetto ordine e pulizia. Nonostante l’impaccio, sa che nell’ambito sociale, dopo iniziale imbarazzo, si lascerà andare e l’abito le calzerà meglio e acquisterà maggiore sicurezza: “vede subito il vestito nero con fiori bianchi”, “pensa che è tardi e che magari può finire di sistemarsi a casa di questi amici”.

Mabrukka, a questo punto, teme di restare chiusa in questa sua inquietante prigione, stanza-bagno-aeroporto, un luogo che è suo provvisoriamente e che non sente del tutto suo.

Ecco che il sogno precisa la chiave di comprensione della trama e la causa del travaglio di Mabrukka: la prigione è quella che si è costruita per la parziale identificazione nella figura materna durante la fase finale della psicodinamica edipica. Il decorso psichico non è stato risolto in maniera ottimale con il riconoscimento della madre e del padre, della madre nel caso specifico.

Nel sogno subentra la figura femminile con gli attributi del censore, “una donna che controlla”, “la donna arrabbiata”, la donna che deve chiudere la stanza- bagno- aeroporto di Mabrukka. Appare, senza essere vista ma soltanto sentita con un battito di mani e con la voce, una madre provvida ed efficace che aiuta la figlia ingiungendole di emanciparsi: “la donna arrabbiata risponde che deve chiudere”.

Quello spazio non è totalmente di Mabrukka perché non è stato oggetto di adeguata riflessione e di buona consapevolezza; Mabrukka deve fare suo quello spazio personalizzandolo e non vivendolo in imbarazzante comunione con la madre. Trattasi di un bene da non condividere, pena il senso di colpa in riguardo alla sua intimità e sessualità, anche se questo conflitto è ben compensato dall’esibizione sociale. Mabrukka è molto difesa nella sfera intima sia  affettiva che sessuale.

La prognosi impone la risoluzione definitiva del complesso di Edipo:  l’identificazione nella figura materna e la liquidazione del fantasma seduttivo della madre. Il miglioramento della coscienza di sé, non pensandosi e vivendosi in riferimento alla madre, permetterà l’autonomia psichica e l’esercizio delle dinamiche affettive in maniera congrua.

Il rischio psicopatologico si attesta, per l’appunto, in una vita affettiva contrastata, nonché in una sessualità colpevolizzata: “le mutandine sporche di sangue mestruale”.

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