SUBLIMAZIONE E REALTA’ – VIVA LA MAMMA

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Una conoscente chiede a Iris di usare il bagno.

Lei la invita a salire al piano superiore della sua casa, che però risulta diversa dalla casa reale.

Al secondo piano, peraltro lussuoso e grande, si arriva salendo una scala di legno massiccio, una scala senza parapetti.

La signora non vuole andare in bagno e si ritrovano alla base della scala ad osservare un bimbo che sta scendendo e gli raccomandano di non cadere.”

Il sogno di Iris viaggia spazialmente dal basso verso l’alto, “salire al piano superiore”, per poi procedere dall’alto verso il basso, “si ritrovano alla base della scala” senza averla mai usata. L’ “alto” rappresenta il processo di “sublimazione della libido”, il “basso” simboleggia la realtà concreta esistenziale, “le cose come stanno” per dirla con un modo popolano.

La “conoscente” è l’altro da sé, rappresenta la relazione con se stessa non adeguatamente approfondita per certi aspetti e compensata socialmente dalle amicizie importanti, le vere amiche. Iris proietta sull’amica la condivisione e la soluzione del suo conflitto psichico: la maternità e la maternalità, “osservare un bimbo che sta scendendo e gli raccomandano di non cadere”: un pensare e un fare materno e maternale. Il prezzo è la “sublimazione” della sfera sessuale e delle pulsioni collegate.

Il “bagno” rappresenta l’intimità nel suo versante più ampio, dall’espletamento dei bisogni vitali alla ricerca dell’erotismo, una sfera molto privata e proibita a occhi estranei, una dimensione naturale osteggiata dal moralismo e dalla cultura religiosa. Il “bagno” rientra nell’esercizio della libido generale, “orale”, “anale”, “fallico- narcisistica” e “genitale” con tutte le varanti erotiche dei vari casi.

Il “piano superiore” attesta dell’uso blando, assolutamente normale, del “processo di sublimazione della libido”, un processo difensivo dall’angoscia che dimostra la buona confidenza di Iris con la sua intimità o la sua sfera privata in larga scala, “il piano superiore della sua casa”. La diversità della casa rispetto alla realtà conferma che il sogno si è diretto verso il registro simbolico per trattare la sfera personale in maniera opportunamente camuffata.

La “sua casa” è il simbolo della sua struttura psichica e delle sue funzioni, un tutto psicodinamico evidenziato all’esterno da quel modo di apparire che convenzionalmente si definisce “personalità”.

Il “secondo piano, peraltro lussuoso e grande” è ricco di fantasie e di vissuti, contiene elaborazioni pregiate e materiale esteticamente interessante, quello di Iris.

La “scala” è “di legno massiccio” e “senza parapetti”, a conferma della sostanza delle fantasie e dei desideri sublimati. L’importanza che Iris dà al meccanismo della sublimazione” si può evincere dal fatto che la scala è “senza parapetti”, ha una sua pericolosità, si può cadere. Iris si conosce bene e conosce bene anche le sue limitazioni e le sue sovrastrutture in riguardo alla sessualità, oltre che le sue ardite fantasie e i suoi intimi desideri.

A questo punto del sogno Iris ribalta il quadro, ma ne conferma il significato: “la signora non vuole andare in bagno”. La “proiezione” di Iris conosce bene la sua dimensione intima e, quindi, non sente il bisogno di andare a rivisitare le sue sfere erotiche e sessuali.

E allora va da sé che le due amiche “si ritrovano alla base della scala”: la realtà in atto dove si evidenzia la “libido genitale”, il frutto reale dell’esercizio della “libido”, un figlio concreto che rappresenta l’incarnazione del desiderio, “un bimbo che sta scendendo”, un bimbo non più sublimato nel desiderio, ma concreto al punto che può farsi male, un figlio in carne e ossa che realizza la femminilità coniugandola con la maternità. L’amore materno è possessivo: “gli raccomandano di non cadere”, chiedono al figlio di non essere lasciate dopo tanta gratificazione: classica palpitazione del cuore di mamma.

La prognosi impone di usare in maniera moderata il “processo di sublimazione della libido” e di riservarlo alle emergenze che possono incorrere nell’esercizio della vita. Il motto esistenziale antidepressivo si condensa nel “fare di più e sublimare di meno”.

Il rischio psicopatologico si attesta, qualora il meccanismo della “sublimazione” si inceppa per sovraccarico, nella frustrazione della pulsione sessuale e nella conseguente psiconevrosi isterica con una serie di somatizzazioni elaborate “creativamente” in maniera personale.

Riflessione metodologica: il sogno di Iris induce un approfondimento sul “meccanismo psichico della sublimazione della libido” e in particolare sul suo mancato funzionamento o sul suo uso infausto. Assodato che la “libido” è da intendere come “energia vitale” e non esclusivamente “energia sessuale” (secondo quel “pansessualismo” freudiano su cui tante polemiche e scissioni si sono verificate, Adler e Jung in primis), si deve porre l’accento in primo luogo sulla necessità naturale e positiva della “sublimazione” per il vivere individuale e sociale, oltre che per l’evoluzione della civiltà; di poi la riflessione verte anche sull’uso infausto e maligno della “sublimazione sessuale”. Si pensi a coloro che contraggono voti di castità all’interno di un contesto sessuofobico a valenza più o meno religiosa. A queste persone si richiedono particolari di “sublimazione”, ma la frustrazione dell’istinto sessuale o della “libido” induce disturbi individualmente pesanti e socialmente pericolosi, quali la pedofilia e le perversioni. Anche il senso del peccato o di colpa non serve a contenere le pulsioni impedite, per cui in aggiunta al fallimento della “sublimazione” non resta che il danno di una malattia psicosomatica e il danno sociale. La repressione della “libido” mette a dura prova il meccanismo della ”sublimazione”. Ad esempio, la “xenofobia” non sublimata nella “xenofilia” porta non solo all’odio razziale, ma anche alla guerra, più o meno santa, anche a un “olocausto” quando il delirio paranoico diventa collettivo: “historia docet”, la storia insegna ed è maestra di vita.

IN  NOME  DEL  PADRE – RISOLUZIONE  DEL  COMPLESSO  DI  EDIPO

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“Giuseppina lavora per un’agenzia immobiliare, ma vuole cambiare e fa un colloquio con un’agenzia d’abbigliamento.

Viene subito assunta e le viene affidata una linea d’abbigliamento molto costosa e impegnativa.

Giuseppina accetta.

Il titolare gli mostra gli uffici che sono enormi e molto sporchi.

Giuseppina comincia a pulire, ma escono fuori un sacco di ragni e comincia a pentirsi della sua scelta.

Pur tuttavia comunica al capo dell’immobiliare la sua decisione di lasciare l’agenzia e si ritrova su un letto singolo insieme al capo e all’impiegata. Il capo l’abbraccia e le dice che non può lasciarlo.

A questo punto Giuseppina si trova in cimitero e guarda, sorridendo, la bella fotografia del nonno paterno.”

Il sogno di Giuseppina è molto articolato e si contraddistingue significativamente per la “drammatizzazione”, la variazione improvvisa di scena che si verifica per ben due volte: “si ritrova in un letto singolo”, “si trova in cimitero”, rappresentazioni legate da un nesso logico e da un rapporto di causa ed effetto. Il sogno viaggia secondo la sua logica simbolica, seguendo le regole del “processo primario” a cui rimando nella sezione ”lineamenti teorici” del blog, seguendo i salti di fantasia e le associazioni libere: questi punti sono sempre nodali per l’interpretazione del sogno. Quello che è illogico per la logica convenzionale resta incomprensibile,”contenuto manifesto”, ma quello che è illogico per la logica simbolica ha un nesso che consente di formulare l’interpretazione del sogno,”contenuto latente”.

Il sogno di Giuseppina tratta il rapporto con il padre e la liquidazione del complesso di Edipo.

L’ “agenzia immobiliare” condensa la staticità degli investimenti della “libido”, i punti fermi della “casa psichica” di Giuseppina, la struttura psichica di base che include le figure dei genitori. La staticità, purtroppo, può degenerare e allora comporta lo “stallo”, il blocco degli investimenti della “libido”, la crisi  dell’innovazione e dell’iniziativa. Lo stato di “stallo” è comprensibile alla luce della rassicurazione implicita: non si cambia il vecchio per il nuovo con facilità e noncuranza. Il cambiamento e l’evoluzione sono impediti dal ristagno depressivo delle energie e dalla crisi della creatività. Bisogna, invece, seguire gli eventi  ed essere al passo con il tempo e i tempi, il proprio tempo interno e il proprio tempo esterno.

Ma come superare lo “stallo”? Ecco all’uopo l’agenzia di abbigliamento! Giuseppina si evolve con nuovi modi di apparire, l’abbigliamento, che suppongono nuovi modi di sentire, il vissuto. L’agenzia d’abbigliamento ricopre gli investimenti di Giuseppina, richiamando dalla sua formazione una buona dose di narcisismo con nuovi modi di essere e di apparire alla ricerca di una nuova formulazione della figura paterna dentro di lei. Questa novità evolutiva può essere stimolata e favorita da eventi che l’esercizio del vivere riserva immancabilmente.

Ma questi nuovi modi di essere e di apparire sono dispendiosi emotivamente, sono angoscianti. La nuova linea è “molto costosa e impegnativa”, comporta il cambiamento e l’abbandono delle vecchie certezze, nuove energie da investire e l’impegno che ci va dietro.

Giuseppina non può negarsi la liquidazione del complesso di Edipo, pena lo stallo depressivo delle energie che chiedono all’incontrario di essere investite e  di non ristagnare nel solito minestrone di angoscia e di perdita: Giuseppina “accetta”.

Si profila il padre: “il “titolare”. Ecco il capo, il responsabile del nuovo lavoro come surrogato simbolico della figura paterna con l’autorità e l’autorevolezza richieste a tale e tanta figura.

La nuova versione paterna comporta la difesa dall’angoscia della perdita del vecchio rassicurante fantasma del padre, per cui arriva il processo di difesa della “regressione”: “gli uffici sono enormi e molto sporchi”, il rapporto con il padre comporta il ridestarsi di vaste emozioni e di tanti sensi di colpa, tutto il materiale psichico elaborato sin dall’infanzia. Il complesso di Edipo è sostanzioso e bisogna cominciare “a pulire” e liberarsi dai “ragni”, da “un sacco di ragni” che “escono fuori”. Bisogna liberarsi da mille e mille bellissimi, quanto inutili, ragionamenti, le ragnatele. Giuseppina ha bisogno di una drastica e benefica “catarsi”, una purificazione delle colpe e una liberazione dalle ossessioni. E allora “comincia pentirsi della sua scelta”; Giuseppina non vuol cambiare, vuole impedire l’evoluzione e si difende dal “pulire gli uffici”; questi ultimi rappresentano l’ergoterapia, la cura antidepressiva legata all’azione e a quel  ”fare le cose” che consente di non ristagnare con le energie vitali più genuine.

Ma Giuseppina è “decisa”, ha “tagliato” con il suo passato e ha preso coscienza che il vissuto riguardante il padre deve essere evoluto, quel passato edipico che si presenta nella classica scena di “lui, lei, l’altra” con l’aggiunta aggravante del  “letto”. Giuseppina rivede quello che perde, per poi vedere nella scena successiva quello che acquista, l’autonomia psichica. Quanto struggimento e quanto travaglio nell’espressione “il capo l’abbraccia e le dice che non può lasciarlo”, chiara proiezione della sua dichiarazione d’amore nei riguardi del padre, elaborata e vissuta sin dal tempo antico della primissima infanzia nel suo cuoricino di bimba e di poi mantenuta intatta nel suo cuore di donna. Il letto è “singolo”, scomodissimo per tre persone, a conferma della personale vicenda psichica di Giuseppina, la figlia.

Ecco il secondo cambio repentino di scena di cui si diceva all’inizio: “si trova in cimitero”. Quest’ultimo rappresenta il suo passato psichico, la dimensione cosiddetta inconscia, un fantasma depressivo di perdita, ma l’angoscia implicita nel simbolo è temperata dall’ “ironia”, dall’atteggiamento del giusto distacco costruttivo ed evolutivo: “guarda, sorridendo, la bella fotografia del nonno paterno”. Il guardare rappresenta la presa di coscienza, il sorriso rappresenta la razionalizzazione della perdita, la bella fotografia rappresenta la benefica memoria, il nonno paterno rappresenta il padre introiettato.

Il sogno di Giuseppina rappresenta l’ortodossa risoluzione del complesso di Edipo con la messa in atto del comandamento psicoanalitico “riconosci il padre e la madre”.

Giuseppina si dispone in maniera evolutiva nel far nascere il “non nato di sé”, anche se questa operazione comporta il dolore della perdita: il “sapere di sé” comporta il “dolore”, il dolore non è angoscia perché se ne conosce il contenuto. Ogni presa di coscienza è dolorosa, perché cambia ottiche psichiche e strategie esistenziali.

La prognosi è fausta, nel senso che bisogna sempre procedere verso la risoluzione delle pendenze edipiche, anche se il rapporto con i genitori per la loro valenza carismatica non si risolvono mai del tutto.

Il rischio psicopatologico comporta la “regressione” e lo “stallo”, il tornare indietro a leccarsi le ferite e il blocco della “libido” con la conversione isterica in sintomi nevrotici depressivi.

Riflessione metodologica: il processo psichico definito “ironia” risale alla metodologia d’indagine antropologica del greco Socrate (469-399 a.C.). La ricerca consisteva nell’ “ironia” e nella “maieutica” e aveva come obiettivo il “conosci te stesso”, l’autocoscienza. L’ironia consiste nella destrutturazione psichica, nella perdita delle false verità su se stesso e nella consapevolezza delle difese psichiche che impediscono l’ emergere della verità di base del “valore sociale e morale uomo” condensato nel “conosci te stesso”. Questo è il compito della fase “maieutica”, il parto di sé, in onore all’influenza in lui esercitata dalla madre ostetrica. L’ “ironia” si snodava attraverso la funzione del maestro di chiedere al suo allievo il “perché” di ogni affermazione e di ogni comportamento, il semplice e imbarazzante eterno gioco del bambino con i genitori. Nulla di nuovo sotto il sole. Anche per la Psicoanalisi la “destrutturazione” è un moment o essenziale della psicoterapia, la razionalizzazione delle difese e delle resistenze che impediscono al materiale psichico rimosso di affluire alla coscienza: la presa di coscienza delle false verità.

COMPLESSO  DI  EDIPO  E  COSCIENZA  DI  SE’

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“Vivienne sogna di dover sistemare i capelli, giusto una spuntatina.

 Vivienne ama molto portare i capelli lunghi.

Si rivolge al parrucchiere di sua madre e questi la rapa a zero.

Infuriata Vivienne accusa la madre di averla mandata da un incompetente.

Per fortuna nota che i capelli le ricrescono quasi subito.”

Un discorso parzialmente sospeso con la “madre”, un maldestro parrucchiere come condensato del “padre”, l’abilità dell’autonomia psichica acquisita: queste sono le fila di una classica evoluzione della situazione edipica. L’autonomia  si può conquistare a qualsiasi età, dal momento che la psiche vive soltanto la dimensione del presente, il “breve eterno”: un’attualità psichica da vivere possibilmente inventandola da protagonisti, piuttosto che subendola da vittime. Ma fate attenzione, perché l’autonomia inizialmente si può presentare come la sorella minore della solitudine. “Riconosci il padre e la madre” grida dal deserto il comandamento psicoanalitico, ma soltanto per essere un po’ di più te stesso e un po’ di più padrone a casa tua. Alla fine chi vince in questa improba lotta tra genitori e figli? Il Genio della Specie!  E allora? Allora riserviamo la competizione con i genitori alle fasi giuste e ai tempi idonei e poi accettiamo furbescamente la mezza sconfitta per volare fuori dal nido. In tal modo avremo evitato a noi stessi i conflitti nevrotici che durano a vita e la caduta della qualità della nostra vita.

La benefica autocoscienza nel bene e nel male e sempre al servizio di un equilibrio psicofisico, l’importanza dei genitori,: questi sono i temi del sogno di Vivienne.

Vivienne deve sistemarsi le idee che ha in testa, ma non deve cambiarle. Vivienne deve soltanto aggiornarle, tenerle sotto controllo, lucidarle per migliorare la consapevolezza della sua storia psichica e delle sue relazioni.

I capelli rappresentano le idee, i pensieri, il parto della testa e nello specifico  del cervello; i capelli sono simboli della razionalità, della vigilanza e della realtà.

“Giusto una spuntatina”: una riformulazione, non un lavoro drastico di base!

Vivienne ama molto la sua sfera intellettiva, il suo patrimonio conoscitivo, la sua storia razionalizzata, anzi ci fila tanto e la esibisce narcisisticamente, se ne compiace e ne fa un fiore all’occhiello: “ama molto portare i capelli lunghi”.

Il “parrucchiere” va da sé; trattasi di un analista filosofo, un maestro buddista, uno che sistema le idee, un educatore, uno strizzacervelli, una persona significativa insomma, ma essendo il parrucchiere di sua madre attesta della figura paterna o di un surrogato del padre. Vivienne si rivolge al parrucchiere di sua madre, non al suo parrucchiere. La riedizione del complesso di Edipo è servita sul piatto del parrucchiere, chiara “traslazione” del padre.

Ecco che immancabilmente arriva la “castrazione” paterna come nelle migliori riedizioni della trilogia tragica di Sofocle: il parrucchiere “la rapa a zero”, non condivide i suoi pensieri, rende insignificanti le sue idee, vanifica le sue ideologie, frustra il suo patrimonio mentale faticosamente acquisito. La psicodinamica edipica resta nella sfera dei pensieri, più che delle emozioni e degli affetti. Vivienne corre il rischio di essere tanto affezionata alle sue idee al punto di ossessionarsi con i suoi prodotti mentali fino a farli diventare cerebrali. A tal uopo vedi la psiconevrosi ossessiva, quando l’idea si presenta nella panoramica mentale e ritorna a ricordare non quello che logicamente significa, ma qualcosa d’altro, quello che sottende a livello emotivo.

Dopo il padre, ecco la madre: Vivienne“accusa la madre”. Il complesso di Edipo ritorna e attacca le radici, coinvolge nel bene e nel male entrambi i genitori, presenti o assenti, reali o ideali.

Il padre è “incompetente”. L’incompetenza significa che il padre non attiene alla sua conoscenza, che ignora e non è nel suo ambito ideale, non avvolge la sua mente e non opprime la sua testa. La “traslazione” del padre avviene nell’ambito delle conoscenze e non degli affetti per difesa dall’angoscia di non essersi sentita a suo tempo abbastanza amata. Del resto, il conflitto edipico può essere ridimensionato, non dico risolto, anche con una poderosa presa di coscienza o con un altrettanto poderoso scatto d’orgoglio.

Al conflitto edipico appena profilato e relegato a livello ideale e mentale, subentra la soluzione immediata: “i capelli ricrescono quasi subito”. L’autocoscienza ritorna e l’equilibrio di ciò che era stato riesumato, il rapporto con il padre e la madre, ritorna sotto controllo.

L’importanza della situazione edipica nella formazione psichica in universale e la rilevanza dei fantasmi psichici dei genitori, le nostre origini e le radici indispensabili alla nostra evoluzione psicofisica, sono oggettive  e sperimentabili al punto che se siamo orfani inventiamo i genitori o li spostiamo su figure similari che si sono presi cura del nostro corpo alleviandone le sofferenze, secondo la formula di base del vivente “chi mi nutre, mi ama”. E se non li abbiamo conosciuti, li andremo a cercare dagli Appennini alla Ande. E se non ci sono perché sono partiti per un viaggio senza ritorno, li teniamo in vita con il ricordo benefico e l’elogio assolutorio. E se abbiamo bisogno di verità trascendenti, ci facciamo regalare anche la soluzione dell’angoscia di morte, pensando che ci aspettano da qualche parte nell’altra parte.

Questo è il sogno di Vivienne, ma è anche il sogno di tutti, di tutti quelli nati da maschio e femmina, di poi chiamati padre e madre.

La prognosi impone di tenere sempre sotto controllo il complesso edipico, una dimensione psichica che normalmente ritorna a conferma che siamo umani e non divinità onnipotenti. E’ importante capire che il conflitto edipico è sempre irrimediabilmente in perdita a causa della sacralità che i figli stessi investono e sperimentano nei genitori per fini di sopravvivenza e per bisogno d’identificazione d’identità psichiche.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi isterica o fobico ossessiva o depressiva o d’angoscia, una psiconevrosi in ogni caso e sempre secondo la ricerca clinica di Sigmund Freud.

Riflessione metodologica: la dimensione psichica, definita da Sigmund Freud nel secolo scorso “edipica”, era presente nella mitologia greca ed era stata ampiamente elaborata in termini tragici dal greco Sofocle nel quinto secolo avanti Cristo. Freud aveva sperimentato su se stesso il vissuto struggente verso la madre e il padre, esperienza che poi rielaborò in una teoria psicologica di fondamentale importanza. Il complesso di Edipo è una tappa universale della formazione psichica che si vive dal quarto anno di vita e si snoda nel tempo fino alla liquidazione del travaglio, tappa che porta all’emancipazione dalle figure genitoriali, alla soluzione delle pendenze emotive e all’acquisto dell’autonomia psichica. La dialettica edipica si svolge secondo le linee metodologiche seguenti: “ho onorato il padre e la madre e sono rimasto schiavo”,” ho ucciso il padre e la madre e sono rimasto solo”, “ho riconosciuto il padre e la madre e sono rimasto libero”. In ogni caso “sono rimasto”, a conferma che l’esistenza di ogni uomo è affetta dalla malattia della morte e dall’angoscia legata all’essere gettato nel mondo senza essere stato a suo tempo consultato; questi concetti sono stati elaborati da Soren Kierkegaard nell’opera “Il concetto dell’angoscia e la malattia mortale”. In effetti, il complesso di Edipo non si risolve mai del tutto, perché i genitori sono per i figli, come si diceva in precedenza, figure sacre che incarnano le origini e le radici. I genitori sono figure carismatiche nel bene e nel male e il conflitto dei figli è destinato alla sconfitta proprio per questa qualità sacrale vissuta e riconosciuta dai figli stessi. Da bambini abbiamo elaborato queste figure care ed enigmatiche con travaglio e fantasia e non soltanto in termini sessuali, come si divulga in maniera psicoanalitica ortodossa secondo le linee tradizionali di un superato ”pansessualismo” freudiano: i genitori sono un tutto armonico e tanto di più di un maschio e di una femmina: i genitori sono archetipi.

LA  “LIBIDO”  SULLA  PELLE

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“Eli si trova in una stanza che pare un retrobottega.

Una collega le chiede consigli sulla depilazione definitiva.

Eli le indica una lozione da massaggiare.

Passando dal retrobottega al negozio, Eli incontra un’altra collega che sembra debba riprendere la cura delle sue mani.

Reagisce dicendo che lei deve sempre credersi la migliore.

Poi però si guarda le unghie e vede che in realtà hanno lo smalto da risistemare e le dice che questa volta ha ragione.”

Un sogno apparentemente banale e insignificante, ma che in effetti tratta un tema psicosensoriale importante: la “libido epiteliale”, l’erotismo della pelle. Se si riflette sul fatto che il corpo è rivestito di pelle, si evince l’importanza dell’erotismo scatenato dalle carezze e dal massaggio, dai pugni e dal dolore. Se poi si pensa al nostro essere stati bambini al calduccio del corpo della mamma o all’importanza della pelle nella vita erotica e sessuale del nostro esser e adulti, si capisce in pieno quanto importante sia la “libido epiteliale” per un’eccitazione e per un rilassamento, per un amplesso e per un incontro. La pelle ha una valenza  mista, affettiva ed erotica allo stesso tempo. La pelle è molto sensibile alle suggestioni e ai fantasmi, la pelle si può esaltare e deprimere, colpevolizzare e anestetizzare, la pelle può diventare rossa e tradire emozioni profonde, la pelle si può facilmente ammalare. La “libido epiteliale” ha una familiarità con i disturbi psichici e le inibizioni psicosomatiche. La pelle non è un semplice contenitore del corpo o una carta d’imballaggio del sistema muscolare. Per questa sua complessità e variopinta fenomenologia la pelle induce notevoli difficoltà alla scienza medica dermatologica nella cura di disturbi apparentemente semplici e stranamente incomprensibili, ma resistenti anche ai trattamenti chimici più drastici. La pelle, oltre ad essere esposta a virus e batteri, parla e dice anche dei nostri conflitti psichici.

Dopo questa ampia delucidazione reperiamo i simboli, gli spostamenti e le condensazioni nel sogno di Eli.

La “stanza” rappresenta la dimensione psichica sociale e la formalità relazionale, mentre il “retrobottega” esprime una vaga intimità professionale o un’altrettanto vaga presenza familiare. Eli esordisce nel sogno esibendo la sua sfera relazionale e sociale.

La “collega” conferma il poco spessore della relazione e la formalità della condivisione.

La “depilazione definitiva” condensa chiaramente nella sua drasticità la “castrazione” della “libido epiteliale” all’interno di una cornice psichica sadomasochistica. Trattasi di perdita definitiva dell’erotismo implicito nella pelle e di una volontaria procurata anestesia: le cellule epiteliali vengono private del loro progetto biologico, rappresentato simbolicamente dal pelo.

Paradosso vuole che Eli consigli una lozione da massaggiare: una carezza inutile per un corpo che aspira all’insensibilità. La “lozione” è simbolo della dimensione magica e della manipolazione forzata della natura: il mago domina la natura o almeno tenta di adeguarla con violenza ai propri fini. Il “massaggiare” include un’intimità erotica, nonostante la possibile formalità professionale dell’atto o della tecnica. Il massaggio resta uno stimolo erotico sensorialmente complesso ed emotivamente contrastato. Rievoca le carezze della solita nostra cara mamma, quelle avute e quelle desiderate, su cui poi si è evoluta la “libido epiteliale” per associarsi ad altri stimoli in appagamento globale della “libido genitale” ossia della vita sessuale. Ricordiamo che il corpo è ricoperto nella sua totalità dalla pelle e che la pelle è il primo organo erotico: il bambino appena nato comunica con la pelle e di poi con la bocca.

Il “negozio” è l’ambito sociale dove si esercita l’arte del fare, l’ergoterapia, la relazione del lavoro. Il “negozio” è molto diverso dall’ ”ozio” che è la relazione interiore con se stesso, l’introspezione, il retrobottega dell’autocoscienza.

Il sogno di Eli procede verso la “cura delle mani”, verso un ambito sempre relazionale, ma contraddistinto da una “libido del fare”: le mani hanno la pelle ossia sono simboli classici della relazione e del tatto, oltretutto sono depositarie di seduzione e di erotismo. Una donna è incaricata a “riprendere la cura delle sue mani”. Eli attesta una buona disposizione verso l’universo femminile, si lascia curare le mani, ma questo trasporto non è esente da rivalità e da competizione. Eli “reagisce dicendo che lei deve sempre credersi la migliore”: ma quanto ha sofferto Eli nella sua infanzia per un fratello o per una sorella che le hanno tolto lo scettro di reginetta della casa e il privilegio apparente di essere figlia unica? Il sogno contiene la competizione e la rivalità fraterna, anche se Eli ha razionalizzato il suo piccolo dramma familiare e ne possiede non solo le coordinate, ma anche le soluzioni.

Le “unghie” rappresentano aggressività sociale e seduzione colorata.

Lo “smalto” rappresenta sempre una seduzione estetica, una “sublimazione” dell’aggressività in maniera che sia socialmente gradevole e gradita.

Il sogno di Eli, così vario ed eccentrico, si conclude con il riconoscimento dell’altro: “dice che questa volta ha ragione”. Il “dare ragione” contiene la consapevolezza sia della necessità del buon vivere sociale e sia dei buoni rapporti da mantenere con il prossimo. Eli è talmente scaltra nelle relazioni sociali che sa dare e sa prendere: amor proprio e riconoscimento dell’altro.

La prognosi pone l’accento sulla tutela della “libido epiteliale” e sul giusto equilibrio tra Eli e l’altro da Eli, la sua persona e il suo ambiente sociale: diplomazia e suadenza non fanno difetto per la verità.

Il rischio psicopatologico si concentra sulle conversioni psicosomatiche di una pelle maltrattata, psicologicamente parlando: la frustrazione dell’erotismo epiteliale riduce l’eccitazione sessuale in buona percentuale. Attenzione alla cornice sadomasochistica che inquadra la trama del sogno di Eli.

Riflessione metodologica: il “sadomasochismo” è una questione clinica attualissima che merita un breve richiamo alla luce del fenomeno tragico dei kamikaze e dei martiri di varia estrazione religiosa. Questi “eroi” di tutti i tempi coniugano la propria volontaria autodistruzione con il mietere il maggior numero di vittime ignare e innocenti, per poi contrabbandarle al cospetto del loro dio come segno di merito e passaporto per un paradiso molto umano e poco divino, molto arcaico e suggestivo, quanto utopico e maligno. Il fenomeno “sadomasochismo” si attesta, secondo le prime formulazioni di  Sigmund Freud nei “Saggi sulla sessualità infantile”, nella “fase anale” dell’evoluzione della “libido” dopo il primo anno di vita e dopo la “fase orale”: l’organo erogeno è lo sfintere anale nella sua funzione di trattenere ed espellere le feci, come in precedenza era stata la bocca. Il bambino entra in contatto con il suo corpo e con l’ambiente attraverso la gestione della defecazione, una funzione più o meno gradevole e tormentata. Il bambino sperimenta il piacere dell’espulsione e il dolore della ritenzione. Le feci possono essere anche strumento di manipolazione e di aggressione verso le figure genitoriali, ma è importante il fatto che il bambino si avvia a controllare una sua funzione vitale e delicata. L’erotismo legato a questa fase dello sviluppo psicosessuale e dell’evoluzione della “libido si conserva in maniera sempre benefica nella successiva vita sessuale adulta. Esiste una relazione importante tra la pulsione sadomasochistica e il processo psichico della “sublimazione della libido”, processo con il quale, tra l’altro, si sono formate le religioni basate sulla trascendenza di dio. La questione è degna di migliore comprensione, per cui rimando il lettore a prendere visione della mia analisi del testo freudiano “Totem e tabù”, presente in questo blog.

SESSUALITA’ E COLPA – CI VUOLE UN MASCHIO – CI VUOLE UN PADRE

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“Margherita sogna di trovarsi in chiesa con una donna sconosciuta ed è seduta sui primi banchi della navata centrale.

Al momento della comunione la persona che è con lei la obbliga ad andare verso la parte sinistra della chiesa, verso la zona che non si vede, ma per spostarsi bisogna superare il preposto che distribuisce la particola.

Margherita sa che nella zona nascosta c’è una suora stesa a terra con la faccia rivolta verso il pavimento e che non può dare l’ostia consacrata .

E’ imbarazzante ritornare dal preposto.”

 

L’analisi del sogno di Margherita procederà con la decodificazione dei simboli cardine e, di poi, si passerà alla ratifica del conflitto psichico.

La simbologia della “chiesa” include il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, processo messo in atto dall’Io per risolvere situazioni vissute come un pericolo per la sua integrità e per il suo equilibrio: l’Io indirizza la carica verso mete socialmente utili e riconosciute nei valori sociali proprio desessualizzandola.

La “donna sconosciuta” è la “proiezione” di una parte di Margherita, quella se stessa che ancora non ha preso coscienza del conflitto.

“I primi banchi della navata centrale” attestano l’importanza del conflitto e il forte bisogno di risolverlo in maniera proficua.

La “comunione”, teologicamente “eucarestia”con radice etimologica dal greco “bene mi nutro”, condensa un processo di “oro incorporazione”, assunzione per bocca, del sangue e del corpo di Cristo, opportunamente “transustanziati”, cambiati nella sostanza del vino e del pane. Trattasi del rito cristiano che espia un reato sacrilego e fissa un divieto: l’uccisione di Cristo e non uccidere il Padre. L’eucaristia libera dalla colpa proprio riproponendo e riattraversando la morte di Cristo, il figlio di Dio: l’effetto magico di un rito cannibalico traslato. La magia esige tra le sue prime leggi che “se mangi di lui, diventi come lui”. Questo è il discorso antropologico. Il discorso religioso si attesta nella fede. Per quanto riguarda il sogno di Margherita è evidente un bisogno di espiazione e di assoluzione della colpa, ma è dominante il desiderio d’incorporare l’ostia consacrata: una forma simbolica di fecondazione e d’ingravidamento. All’uopo o alla bisogna ci vuole un maschio.

La parte inconsapevole di Margherita induce ad “andare verso la parte sinistra della chiesa”, verso la regressione, il passato, il femminile, l’emozione, l’istinto, l’oscurità, “verso la zona che non si vede”.

“Bisogna superare il preposto che distribuisce la particola”: il maschio, messo al posto di un altro, che possiede il seme che ingravida. Margherita non è pronta alla modificazione del suo comportamento, pur avendo consapevolezza dei suoi conflitti in riguardo alla colpa e all’assoluzione della stessa. Margherita non è pronta ad avere un figlio da un maschio. Si conferma l’onnipotenza della madre e il ridimensionamento procreativo del maschio.

Margherita sa che nel suo passato c’è “una suora stesa a terra con la faccia rivolta verso il pavimento”: la suora condensa il sacrificio della sessualità e della maternità, pulsioni sublimate nel servizio e nell’amore verso Dio e verso il prossimo. La suora comporta l’umiliazione della donna e la mortificazione della madre, la perdita di una dignità terrena e materiale per l’acquisto di una dignità spirituale e celeste, l’abbandono della lucidità della coscienza e dell’autonomia psichica a favore della fede e dell’obbedienza. Bisogna rilevare che questo rito della totale soccombenza, stesi “a terra con la faccia rivolta verso il pavimento”, riguarda la consacrazione dei sacerdoti e l’assunzione dei voti da parte delle suore di clausura, ma il tratto simbolico che interessa il sogno di Margherita è il tabù della sessualità e il sacrificio della maternità.

Margherita sa che quella suora “non può dare l’ostia consacrata”, quella suora non può ingravidare o ingravidarsi. Margherita ha bisogno di assolvere i suoi sensi di colpa in riguardo alla sessualità e alla maternità, per poi disporsi verso il maschio, un preposto, un maschio al posto di un altro, un maschio qualsiasi che possieda il liquido seminale.

Avendo preso coscienza del suo conflitto psichico, Margherita non ha bisogno di tornare dal preposto, da quel laico che funge da sacerdote nel mettere in bocca o dare in mano la particola, nell’ingravidare. Avendo preso coscienza della mortificazione della sua femminilità e della sua possibile maternità, Margherita resta in attesa di essere fecondata: “imbarazzante ritornare dal preposto”.

La coscienza del suo conflitto ancora non dispone verso la soluzione definitiva di una vita sessuale appagante e di una maternità gratificante.

Il sogno di Margherita si può sintetizzare nella seguente tesi: in attesa del passaggio dalla maternità sublimata alla maternità naturale, ci vuole un maschio.

La prognosi impone di completare il processo di consapevolezza del proprio essere femminile e la disposizione verso la realizzazione del suo desiderio di gravidanza. Margherita deve riconciliarsi con l’universo maschile ed essere consapevole che per un figlio ci vuole un maschio, ma soprattutto un padre.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi fobico-ossessiva con il ricorso a rituali catartici del senso di colpa e in una sintomatologia isterica.

Riflessione metodologica: l’antropologia è lo studio delle culture dei vari gruppi umani. E’ collegata alla varia e complessa epifania umana, l’archeologia, la linguistica, la psicologia, la storia, la religione, l’arte e approfondisce i fondamenti del vivere collettivo anche più articolato. Sintetizzando, l’antropologia si è orientata nel secolo scorso verso la ricerca di fattori universali e di strutture di base nei vari gruppi umani o verso la ricerca di fattori specifici e funzionali sempre nei vari gruppi umani: strutturalismo o funzionalismo. La Psicoanalisi di Sigmund Freud ha contribuito, con la cosiddetta scoperta dell’inconscio e con lo studio dei meccanismi psichici di difesa, a gettare fasci di luce sulla comprensione profonda di determinati comportamenti di gruppo e sull’origine delle culture. Pur tuttavia, l’applicazione di principi individuali a gruppi umani è stato un passaggio scientifico contrastato. Levi-Strauss ha ricercato quelle strutture inconsce, comuni a tutti gli uomini, che danno origine ai fenomeni culturali coscienti. Comunque nell’ambito psicoanalitico il maggiore contributo allo studio dei processi culturali e anche onirici è stato dato dall’opera di Karl Gustav Jung, la Psicologia analitica. La religiosità e le religioni, il bisogno di sacro e la soluzione dell’angoscia di morte rientrano tra i fenomeni umani più indagati dagli antropologi. Un dato costante è il fatto che ogni religione risponde alla soluzione dell’angoscia di morte e dà una risposta sulla vita dopo la vita, in ossequio al bisogno di sopravvivenza e di eternità di ogni uomo. L’alternativa alla religione storica è il riconoscimento del bisogno di sacro, un dato psichico collegato alle figure dei genitori. Al Padre e alla Madre subentrano mio padre e mia madre. La soluzione del complesso di Edipo regala, oltre l’autonomia psichica, anche il gusto dell’imponderabile e del mistero, il sapore di quelle verità che non necessariamente esigono di essere disvelate. Il bisogno di sacro può attestarsi soltanto in una tensione mistica verso il Tutto e verso l’Inconoscibile in atto senza la necessità di  reincarnazioni e di vite eterne.

MATERNITA’  E  SUBLIMAZIONE L’ANGOSCIA  DELLA GRAVIDANZA  E  DEL PARTO

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“Dalila entra in una chiesa antica e in parte sommersa.

Per raggiungere l’altare deve camminare sopra una zattera lunga e stretta e fatta di tavole con sopra iconografie di Cristo e di santi.

Le tavole vacillano tutte sull’acqua mentre Dalila cammina e le ultime si slegano.

Dalila cade e sta annegando.

Si salva per un pelo e si ritrova in una specie di ambulanza con tanta folla  intorno a lei.

Le fanno una specie di flebo con una sostanza densa e dorata che sembra miele.

Dalila sente che hanno sbagliato a fare qualcosa e sente aria che entra in vena e perde i sensi.

Si sveglia di colpo tutta sudata  e angosciata e con un peso sul cuore.”

 

Il sogno di Dalila sviluppa il tema classico dell’angoscia di morte che si coniuga nello stato in cui si produce la vita, la gravidanza e il parto. Rievoca la condanna biblica della donna che partorirà necessariamente nel dolore a causa del peccato dei progenitori Adamo ed Eva: “aumenterò grandemente la pena della tua gravidanza; con doglie partorirai figli …”. Al di là della significativa metafisica religiosa che ha condizionato e condiziona la cultura occidentale, trattasi di angoscia di morte e di un bel fantasma naturale e assolutamente normale, di quella normalità psichica e non convenzionale. Di questa cosiddetta “normalità” scriverò nelle riflessioni metodologiche alla fine di questa interpretazione.

Meglio iniziare con la decodificazione del sogno di Dalila e procedere  approfondendo di volta in volta la ricchezza dei temi psico-culturali presenti.

La “chiesa antica” rappresenta simbolicamente il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione”: nobilitare gli investimenti della “libido” dirottandoli verso fini socialmente utili e deprivandoli in parte del contenuto fortemente emotivo. La chiesa è il simbolo del sacro e del sacrificio, della colpa e dell’espiazione, del peccato e della catarsi, del trascendente e della fede, della morte e della resurrezione.

L’essere “in parte sommersa” indica che il tema onirico riguarda l’universo femminile e la dea madre: l’acqua. Il fatto che la chiesa sia parzialmente sommersa attesta che la “rimozione” dell’essere femminile di Dalila è parziale e non totale: la coscienza della possibile maternità è presente, ma è disturbata da altri fattori che si evidenzieranno in seguito, la fecondazione, la gravidanza, il travaglio e, “dulcis in fundo”, il parto.

L’ “altare” è il luogo del sacrificio e della colpa da espiare, ma è anche il simbolo del sacro e della purificazione, della condanna e dell’assoluzione. La maternità condensa la sacralità della vita, l’origine e la conservazione della specie: la dea madre, la greca Gea,la biblica Lilith e di poi Eva.

La” zattera” è una soluzione possibile ma non stabile, una soluzione rudimentale e inadeguata, “le tavole vacillano … e si slegano”: il processo di difesa della “sublimazione” non funziona e Dalila lascia emergere nel sogno attraverso condensazioni e spostamenti la sua verità, il contenuto latente, la sua vera angoscia.

Le immagini sacre di Cristo e dei santi confermano la colpa e la sua espiazione, la condanna e l’assoluzione, la vita e la morte sublimate nella resurrezione.

Dalila “cade”, perde le sue difese, in particolare la “sublimazione” lascia il posto alla concretezza materiale; Dalila “sta annegando” nel suo fantasma e nel suo conflitto con maggiore consapevolezza, per cui ci va dentro ad affrontarlo: la maternità è rappresentata dall’acqua, oltretutto un chiaro richiamo al liquido amniotico in cui vive il feto.

Ma la consapevolezza del conflitto psichico salva Dalila, la quale  si trova in “una specie di ambulanza”, un chiaro “spostamento” dell’alcova nuziale, del letto coniugale, del luogo dell’intimità erotica e sessuale. Il conflitto intorno al coito finalizzato alla procreazione si condensa nell’ambiguità dolorosa e protettiva dell’ambulanza. Lo schema culturale della fecondazione e della maternità è condensato nella “tanta folla intorno a lei”.

A questo punto il sogno propone la simbologia della fecondazione: quella “specie di flebo” rappresenta il potere fallico maschile, il pene, mentre “la sostanza densa e dorata che sembra miele” rappresenta lo sperma, il liquido seminale, una sostanza che feconda Dalila in vena, traslazione della vagina.

Ma la fecondazione è permeata da senso di colpa e l’angoscia collegata arriva subito a esigere il prezzo di un’educazione sessuofobica e di una possibile esperienza traumatica. Dalila si difende ancora e in prima istanza proietta la colpa negli infermieri che l’hanno curata: “sente che hanno sbagliato a fare qualcosa”. Evidente che Dalila ha sbagliato, è andata contro ai dettami morali del suo “Super-Io”, ha derogato dalle leggi paterne e materne, ha infranto i tabù del gruppo. Il divieto obliterato deve essere espiato con la morte: “sente aria che entra in vena e perde i sensi”. Il sogno ha tutti i connotati di una tragedia greca di Eschilo o di Sofocle o di Euripide: l’eroina è servita in un ghiotto piatto condito di colpa e di morte. L’equilibrio psichico e sociale infranto deve essere ricostituito, motivo per cui Dalila deve morire.

Dalila non è ancora pronta ad affrontare il conflitto e chiama in soccorso il meccanismo organico di difesa più naturale, lo svenimento, il corto circuito emotivo a cui il corpo reagisce sospendendo temporaneamente la coscienza e la vigilanza. L’angoscia della fecondazione, della gravidanza e del parto sono il condensato meraviglioso del sogno di Dalila, un conflitto di assoluta normalità che si estende a tutte le donne, almeno a livello profondo. La maternità è bella e travagliata.

Si passa dallo svenimento in sogno all’incubo per incapacità a gestire l’angoscia: “si sveglia di colpo tutta sudata e angosciata con un peso nel cuore”. Mi preme ricordare che il plesso solare è il luogo privilegiato di somatizzazione dell’angoscia: “un peso nel cuore”.

Sintesi: Dalila prende consapevolezza nel suo sogno che il desiderio contrastato di avere un figlio comporta l’angoscia di morte, il dare la vita comporta la possibilità della morte.

La prognosi  esige il controllo dei naturali fantasmi della fecondazione, della gravidanza e del parto attraverso la presa di coscienza del proprio essere femminile e la liquidazione delle remore culturali e religiose. Dalila deve vivere la sua sessualità senza inutili colpevolizzazioni e deve procedere verso un vissuto armonico di appagamento della sua naturale libido.

Il rischio psicopatologico si concentra nella degenerazione dell’angoscia nevrotica di castrazione nello stato limite dell’angoscia di perdita. In questo quadro di degenerazione dell’angoscia di morte s’inserisce la “psicosi post partum” o puerperale: angoscia di frammentazione e stato psicotico.

Riflessione metodologica: il concetto di normalità psichica secondo la Psicoanalisi di Sigmund Freud consiste nell’equilibrio dinamico ed economico tra le istanze psichiche dell’Io, dell’Es e del Super-Io, una teoria complessa anche se comprensibile se approfondita. In maniera più semplice  la normalità si attesta nel criterio del non essere di danno a se stesso e agli altri. Necessariamente la convivenza esige un sistema di leggi che limita le libertà individuali. La frustrazione della libido è la condizione della convivenza e il processo psichico della “sublimazione” è necessario per vivere in società. La lettura del testo di Sigmund Freud  “Il disagio della civiltà” è attualissima nel suo apparire paradossale.

LA  NONNA  MORTA  E  IL “SUPER-IO”

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“Wendy sogna in bianco e nero la nonna morta. Durante un pranzo di famiglia tutti i parenti gioiscono, ma lei è soltanto una presenza che osserva tutti e non parla. Lei non parla mai.”

“Wendy sogna la nonna dietro a un tavolo che la osserva mentre parla amichevolmente con le cugine. Lei non parla mai, lei non sorride mai.”

Due sogni brevi che contengono lo stesso tema: il “Super-Io”.

E’ obbligo fare una premessa teorica per una precisa interpretazione e comprensione dei sogni di Wendy. Nel definire il secondo sistema psichico, Freud introdusse, accanto alla dimensione inconscia “Es” e alla dimensione consapevole “Io”, la dimensione “Super-Io”. Quest’ultima è un’istanza psichica che si forma nel corso dell’evoluzione infantile attraverso l’introiezione dei genitori e che contiene le norme morali e i valori sociali, il senso del dovere e del limite, il controllo del comportamento e dei sentimenti, dei pensieri e delle pulsioni. Il “Super-Io”  valuta e orienta gli investimenti della “libido” verso l’utile personale e sociale. Va da sé che un “Super-Io” rigido degenera nella bieca censura e blocca l’iniziativa e l’azione. Si diceva che si forma attraverso l’introiezione delle figure dei genitori, simbolicamente il padre in quanto rappresentante dei valori morali e sociali, del limite e del divieto. Nella realtà si può spostare in altre figure che incarnano la suddetta funzione.

Si consideri quanto riportato dalle dottrine freudiane per procedere nella decodificazione dei sogni di Wendy.

Sognare “in bianco e nero” non è un gusto personale, ma una necessità psicofisica che si definisce nell’ attenuazione delle emozioni in sogno, nella paura di sognare e di abbandonarsi al sonno, nel timore di uno sconvolgimento sensoriale ed emotivo. Il colore stimola la reattività sensoriale, mentre il bianco e nero attutisce le emozioni e blandisce gli stimoli.

La “nonna morta” condensa in questo caso l’istanza del Super-Io di Wendy e questa tesi si evince da come appare nel prosieguo del sogno: “una presenza che osserva tutti e non parla”. Chiaramente nella figura della nonna Wendy investe una propria dimensione psichica in evoluzione dal padre o dalla madre, una figura genitoriale con cui ha formato il suo “Super-Io”. Usando il meccanismo onirico dello “spostamento”, Wendy condensa nella nonna sensazioni e sentimenti vissuti nella sua formazione psichica nei confronti dei  genitori.

Il “pranzo di famiglia” coniuga affetti e gruppo, contiene soprattutto quel calore affettivo che Wendy non riscontra nella nonna: lei, mentre tutti “gioiscono” esprimendo la pienezza vitale degli affetti, non parla, non regala parole e tanto meno sorrisi, non partecipa e non si esprime. La nonna è una “presenza” inquietante ed enigmatica nella sua drastica chiarezza, è un rigido censore che giudica severamente e non si coinvolge, condanna e non assolve.

Wendy tiene a precisare e insiste sulla fenomenologia della nonna: “lei non parla mai”. La parola è un simbolo antichissimo che risale ai primordi della cultura, in particolare la cultura religiosa. Nel “Genesi” biblico Dio crea con la parola: “sia la luce e la luce fu”. “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” recita nel suo inizio il vangelo di Giovanni, a testimoniare della funzione creativa e divina della parola. Nel sogno di Wendy l’atto del non parlare della nonna equivale a un’incapacità d’amare, a una carenza affettiva ed emotiva, a una funzione di giudice severo che non lascia trapelare le sue tremende sentenze.

Fin qui il primo sogno.

Nel secondo sogno la nonna assume la funzione di giudice dietro lo scanno del tribunale, “il tavolo”, il giudice osserva Wendy mentre parla e socializza in maniera disinibita. Ma “lei” che “non parla mai”, “lei” che ”non sorride mai” interviene a giudicarla e a inibirla nelle sue più genuine manifestazioni sociali.

Wendy sogna frequentemente la nonna perché sogna se stessa, il suo “Super-Io” rigido e ipertrofico. Wendy avverte nella quotidianità del “suo” non parlare e del “suo” non ridere il “suo” conflitto tra Es, Io e Super-Io. Questo è il regalo che la nonna ha fatto da morta a Wendy  in sogno, al di là dei normali sensi di colpa che le ha lasciato.

La prognosi impone a Wendi di ridimensionare l’istanza psichica del “Super-Io”, di ridurre il suo rigore valutativo e affettivo razionalizzando al meglio le figure dei genitori ed emancipandosi dalle loro influenze formative. Wendy necessita di uno spirito garibaldino da investire nella gioia della vitalità senza censure e senza limitazioni esagerate.

Il rischio psicopatologico si concentra in una sindrome paranoica, in un  sentirsi perseguitata dagli altri e in un rigore verso se stessa che non equivale a un volersi bene .tutt’altro! Il rigore porta a una caduta della gioia di vivere e della qualità della vita, un vivere condizionato da deleteri blocchi d’investimento della libido.

Riflessioni metodologiche: il sogno non predice verità inammissibili o eventi straordinari. Il sogno non contiene influssi negativi che si riversano nella vita del sognatore e nel suo ambiente al risveglio. La superstizione vuole che il sogno sia foriero di disgrazia o di fortuna: non è assolutamente vero. Il sogno ci parla e ci dice come siamo sistemati dentro, ci induce a migliorare la nostra vita perché ci fornisce la consapevolezza di come ci siamo evoluti a livello psichico, di quali conflitti siamo protagonisti in questo momento storico e di quali strategie abbiamo bisogno nel futuro prossimo. Le conoscenze scientifiche attuali sul sogno, pur tuttavia, si attestano in nozioni rudimentali anche se altamente utili. E allora? Allora buona fortuna alla nuova generazione di ricercatori!

INANIMAZIONE  E  COMPLESSO  DI  EDIPO

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“Lily sogna di addormentarsi, ma le viene la paralisi nel sonno.

Prova ad accendere il cellulare facendo proprio il movimento, ma non riesce.

Vuole muoversi nel sonno perché ha il timore che ci sia qualcuno e vuole  accendere il cellulare per controllare.”

La trama del sogno è breve, ma la psicodinamica è complessa e il corredo delle sensazioni, tecnicamente la “cenestesi”, è altrettanto intenso, quasi drammatico. Sentirsi paralizzato nel sogno, infatti, è una sensazione molto pesante: una delle classiche angosce, l’angoscia dell’inanimazione. Il cercare di reagire muovendosi e il non riuscirci danno il senso dell’impotenza e della soccombenza: poche parole per pochi concetti, ma sensazioni alle stelle ed emozioni a nastro coesistono nel sogno di Lily.

Analizziamo la simbologia per poi procedere linearmente con la decodificazione.

“Addormentarsi” equivale a una caduta della vigilanza razionale e dell’autocontrollo nervoso, a un lasciarsi andare regressivo nelle braccia del semidio Morfeo e del sistema neurovegetativo o involontario, a un rilassarsi e ricostituirsi a livello nervoso, a un disimpegnarsi dalle mille attività della veglia.

La “paralisi”, l’impossibilità di muoversi e di controllare la funzione motoria, esprime l’inanimazione psicofisica, in generale e nello specifico la “parte psichica e fisica inanimata”, l’organo debole e la funzione organica contrastata. In senso traslato si può anche includere un progetto psichico o un desiderio, il “non nato di sé”, ma l’inanimazione nella sua purezza parte dal corpo e in esso si attesta anche se, di poi, si evolve in un vissuto psichico.

“Accendere” conferma l’autocontrollo razionale dell’Io, il ripristino del funzionamento del sistema nervoso centrale, l’introduzione della luce logica al posto del buio emotivo; in senso traslato si può interpretare come un “dar vita all’inanimato” dopo averne preso coscienza. Il termine “accendere” ricorre due volte nel breve sogno di Lily, a conferma di quanto sia importante per lei questa simbologia.

Il “cellulare”, quest’oggetto tecnologico attuale rientra simbolicamente nell’atavica comunicazione, nella relazione con l’altro, persona o cosa, nel “potere fallico” della modernità.”Nulla di nuovo sotto il sole”, dal momento che le novità scientifiche e culturali sono contenute in simbologie antiche, anche quando il famigerato cellulare viene usato nella funzione luminosa per dare chiarezza logica e rassicurazione a Lily nell’ultima parte del sogno.

“Movimento”e “muoversi” condensano la vitalità psicofisica e la vigilanza dell’azione, il vivere consapevole e l’uscita dall’inanimazione. Lily dentro di lei  vuole, ma fuori non riesce; ritorna il senso dell’impotenza, perché muoversi nel sonno volontariamente non è possibile dal momento che il sistema nervoso centrale  è  andato a dormire, funzione razionale compresa. Lily non può comunicare a se stessa e con gli altri.

“Qualcuno” richiama il complesso di Edipo nel contesto in cui l’ha inserito Lily; nello specifico si tratta della figura maschile del padre, a testimonianza di una parziale risoluzione ossia di un persistere della dipendenza verso le figure genitoriali in generale. Ma il timore è verso il padre e verso le insidie dell’universo maschile.

Il “vuole accendere il cellulare per controllare” va da sé in base a quello che si è detto in precedenza: “voglio prendere coscienza dei miei vissuti psichici in riguardo al padre e alla madre, pena la mancata animazione delle mie parti psichiche che non hanno ancora visto la vita.

Quali sono queste parti? L’autonomia psichica e nello specifico la sfera affettiva e sessuale.

Sintetizzando si può desumere dal sogno che Lily deve risolvere le ultime pendenze con i suoi genitori e rendersi autonoma da loro, per poter vivere bene il suo corpo e la sua mente, la sua unità psicosomatica per l’appunto. Questa è la prognosi.

Il rischio psicopatologico si concentra nella psiconevrosi ansioso-depressiva con conversioni somatiche e le conseguenti difficoltà della funzionalità organica: un disturbo psicosomatico.

Riflessione metodologica: Il “fantasma d’inanimazione” è in gran parte responsabile dei disturbi funzionali, almeno per quanto riguarda la prevalenza del versante psichico. Si celebra con quest’ottica e con la conseguente ricerca la nascita della “medicina psicosomatica”, ma non bisogna mai dimenticare  che ogni “vivente”, nello specifico quello “umano”, è il risultato meraviglioso di un’unità psicosomatica, per cui è sempre clinicamente corretto, oltre che proficuo per il benessere, non estremizzare e rispettare anche i diritti del corpo ossia eseguire l’accertamento medico e la valutazione organica del disturbo. La “cenestesi” è il complesso delle sensazioni che nascono dall’armonico funzionamento del corpo e della mente, dall’equilibrio dell’unità psiche- soma, dalla proficua coalizione dei sensi, un” sesto senso” che varca la soglia della coscienza e si evolve nel senso di un pieno benessere. Nel sogno la cenestesi è particolarmente coinvolta e nella sua prepotenza culmina nell’incubo e nel risveglio per l’impossibilità del corpo di gestire le eccitazioni sensoriali durante il sonno, una difesa organica per continuare a vivere. Per converso la “cenestopatia” è la sofferenza riferita ai sensi in una condizione patologica reale riferita a un organo o a una funzione organica.

LA NONNA MORTA E IL “ NON NATO DI SE’ ”

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“Sally sogna la nonna che è morta da alcuni anni.

La nonna  non la guarda.

Sally ci resta male, perché non crede di averla mai delusa.”

Il sogno d Sally introduce il tema dei defunti e le mille implicazioni che essi comportano quando in maniera gaia o traumatica, felice o dolorosa, si presentano nel nostro panorama onirico. Essi possono assumere forme svariate e diversi atteggiamenti per ricordare a chi sogna che ha soltanto il torto di essere sopravvissuto e di essere in attesa del proprio momento dal quale dipende l’eternità, come diceva il grande filosofo Agostino di Tagaste.

I defunti in genere inducono a riflettere filosoficamente sull’esistenza, i defunti familiari lasciano facilmente in eredità dei sensi di colpa. Il sogno di Sally sembra non fare eccezione, dal momento che “la nonna non la guarda” e lei “ci resta male” anche se poi si assolve credendo di non “averla mai delusa”.

E allora l’atteggiamento di distacco della nonna , oltre che inaspettato, è soprattutto inspiegabile perché contraddittorio.

E poi Sally sogna la nonna dopo alcuni anni che è morta e quindi dopo aver avuto tutto il tempo per razionalizzare il lutto e per ricomporre il fantasma  depressivo della perdita irreparabile.

E allora qual è la verità del sogno di Sally?

La nonna è la “proiezione” della stessa Sally e in particolare della  sua “parte non nata” che aspira a vedere la luce o della “parte ancora inanimata” che aspira a muoversi nella realtà. Sally condensa nella nonna morta tutto il dolore per quel suo personale progetto che si è profilato e che non è stato ancora realizzato, per quel suo talento che si è manifestato e che non è stato ancora investito, per quel suo desiderio che non è caduto ancora dalle stelle.

La “proiezione” è il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia che Sally usa nel vedere nella nonna morta e affettivamente fredda la mancata realizzazione di “parti di sé”. Per Sally sarebbe stato traumatico prendere coscienza della sua diretta responsabilità nel non aver adempiuto i suoi progetti e realizzato i suoi desideri; oltretutto si sarebbe svegliata, perché il “contenuto manifesto” sarebbe coinciso con il ”contenuto latente” del sogno, l’incubo per l’appunto.

La “proiezione” viene sostenuta emotivamente nello svolgimento del sogno dal meccanismo dello “spostamento”: la nonna al posto di Sally.

La nonna che “non la guarda” rappresenta Sally che non prende coscienza di sé e del suo “non nato”. L’atto del “guardare” condensa la razionalità e la realtà o meglio l’inquadramento razionale della realtà: il guardarsi equivale all’autocoscienza.

La delusione finale è di Sally la riguarda in pieno, per non aver dato realtà a quella parte di sé che non ha lasciato nascere e non ha potuto coltivare. La conseguenza emotiva di questa operazione psichica non è la delusione, ma il dolore diffuso, l’insoddisfazione esistenziale e la paura dell’incapacità.

La nonna le fa il grande regalo di ricordarle che c’è sempre una parte di noi che vuole vedere la luce e che vuole nascere. La nonna funge da buona ostetrica venendo in soccorso del “parto di sé” da parte della nipote. Si conferma la tesi che la morte comporta la vita, un sogno di morte richiama e riguarda la vita.

Spesso i nostri defunti lasciano sensi di colpa, come si diceva in precedenza, per tutto quello che potevamo fare e non abbiamo fatto, per “quella volta in cui” o per “quel quando che”. A livello profondo i nostri defunti ci conciliano con la vita e ci danno la consapevolezza di quello che dobbiamo progettare e fare per migliorarci secondo il “principio di realtà”.

Il prezioso regalo della consapevolezza di noi stessi o di una “parte di noi non nata” si rappresenta simbolicamente con il “miracolo di Lazzaro”, il ritornare in vita e il vivere la vita dopo l’oscurità delle tenebre, le nostre tenebre.

La prognosi impone a Sally di riappropriarsi di tutto ciò che ha alienato nella nonna: i suoi progetti di vita e i suoi desideri. Sally necessita di salvifica consapevolezza, per non deludersi ancora una volta e per non ricorrere alle mille giustificazioni per assolversi in quella quotidianità che non le sorride. Del resto la parola “delusione” etimologicamente si traduce in un “prendersi gioco”, di se stessi in questo caso.

Il rischio psicopatologico si attesta nel destarsi di un tratto depressivo e nella possibilità di una psiconevrosi ansioso-depressiva con conversioni somatiche e con caduta della qualità della vita.

Riflessione metodologica: Il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “proiezione” si attesta fondamentalmente nell’attribuire ad altri idee, sentimenti, vissuti e fatti di propria appartenenza. Se fallisce la “rimozione”, può subentrare la “proiezione” sempre in soccorso dell’equilibrio dell’Io. Lo “spostamento” consiste nel trasferire in una rappresentazione congrua e passibile di associazione la forte carica emotiva di una rappresentazione disturbante e di una pulsione impedita dall’Io e dalla censura del Super-Io. Il sogno di Sally propone anche la riflessione sul rapporto tra sogno e qualsiasi possibile “aldilà”, la relazione e la comunicazione con i defunti.  Il sogno ha una dimensione metapsichica e metafisica? Di sicuro, una sicurezza umana,  il sogno è un prodotto psichico particolarmente fascinoso e inquietante, ma pur sempre una personale elaborazione di un Io che dorme, ma non del tutto. Pur tuttavia, la disquisizione tra sogno e “aldilà”, tra sogno e defunti non è per niente peregrina; tutt’altro! Tale ricerca si attesta nella scoperta di una dimensione “spaziotemporale” situata in un territorio di frontiera e in un limitrofo sistema psicopercettivo che il sogno gentilmente evidenzia e propone e che nel corso dell’evoluzione umana è stato smarrito: quel “linguaggio dimenticato” di cui ha parlato degnamente Erich Fromm nella sua omonima opera.

IL RITORNO DEL RIMOSSO E LA RIEDIZIONE DEL TRAUMA

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“Marella sogna di trovarsi all’inizio di un centro abitato con il suo compagno.

Lui l’abbraccia per un minuto e lei è felice, ma poi si blocca e si sente congelata dentro perché lui nel carattere non è lui, ma è un altro.

Marella si dice di non farsi fregare ancora da questo, di sapere chi è veramente lui e rivive la stessa ansia e angoscia di quando stava con lui.

Poi il pensiero si fa doloroso perché pensa alla persona che ora frequenta e dentro di lei, pensando a lui, piange e si dice: “no, no, io voglio Michele!  no, io non voglio questo, io voglio Michele!

Marella è angosciata e si blocca all’inizio di un ponte nel centro abitato con il suo compagno in mente.”

 

Questo è il “contenuto manifesto” del sogno. La decodificazione consentirà il prelievo del “contenuto latente”: l’interpretazione.

La trama è abbastanza chiara, anche perché è stata accomodata nella consequenzialità logica dopo il risveglio. Pur tuttavia, la lettura lascia intuire la sofferenza e l’angoscia che hanno interessato il sonno di Marella proprio a causa del sogno.

Quest’ultimo può essere definito “il ritorno del rimosso e la riedizione del trauma”, in quanto  chiaramente riemerge e si manifesta l’angoscia nei confronti della “figura maschile” e per la precisione in riguardo al “fantasma del maschio” e nello specifico  in riguardo alla “parte negativa del maschio”. La formazione del fantasma risale al passato, l’infanzia e l’adolescenza; la carica nervosa viene scatenata dalla presenza di una persona reale, il compagno o il “lui”, che rievoca il trauma del passato e lo riattualizza. La carica emotiva congelata, l’angoscia collegata al trauma, ha influito sulla sfera affettiva di Marella e in particolare è attiva sul bisogno umano di affidamento a un uomo: l’uomo viene scisso in quello” buono” e in quello “cattivo”, la “parte positiva del maschio” e la “parte negativa del maschio”.

Si tratta del meccanismo di difesa dello “splitting” o “scissione” e in questo caso si tratta della “scissione dell’imago”, una modalità di pensiero usata dai bambini dal primo anno di vita che poi si evolve nel pensiero logico. Questa modalità viene ripristinata da Marella adulta nel sogno con la scissione del fantasma della figura maschile in cattivo o buono senza alcuna possibilità di mediazione.

Marella teme e desidera il maschio, ma non riesce a dosare e modulare il grado di affidamento, per cui o si abbandona totalmente o diffida in maniera paranoica. Il termine “lui”, sia nel bene che nel male, ricorre ben sei volte nelle brevi note del sogno, a conferma di quanto incida ancora il fantasma nell’ economia psichica e nelle psicodinamiche relazionali di Marella.

Pur tuttavia la capacità relazionale e la socializzazione di Marella sono notevoli e si evidenziano all’inizio e alla fine del sogno, “centro abitato”, così come il bisogno d’affetto e d’amore, “con il suo compagno”.

Sono tratti caratteristici della formazione psichica di Marella che si sono evoluti dalla prima infanzia all’adolescenza, tratti naturali e degni nella giusta misura e nel giusto equilibrio, altrimenti diventano traumatici, creando dipendenza affettiva o diffidenza paranoica, quando non tralignano nel sentimento dell’odio .

Il sogno di Marella attesta che la fusionalità affettiva e l’affidamento sono di breve durata, “lui l’abbraccia per un minuto e lei è felice”, perché l’insorgenza del trauma la “blocca e si sente congelata”.

Lui, il compagno in atto, funge inconsapevolmente e senza alcun concorso da causa scatenante di un trauma del passato, una violenza, ma il bisogno affettivo di Marella ha già la compensazione affettiva di un uomo buono che si chiama Michele,il compagno che ha in mente alla fine del sogno.

Si desume dalla psicodinamica del sogno che Marella ha lavorato sul suo trauma e sul suo conflitto con gli uomini, dal momento che dice a se stessa “di non farsi fregare ancora da questo, di sapere chi è veramente lui”.

Marella riconosce la qualità e la causa delle sue sensazioni: “la stessa ansia e angoscia di quando stava con lui”, il cattivo o meglio il brutale.

Il ritorno del rimosso e la riedizione dell’angoscia viene compensata e lenita dalla “parte positiva del maschio”, quello “buono” a cui Marella pensa e a cui si affida: “no, no,io voglio Michele”; no, no, io non voglio questo, io voglio Michele”.

Angosciata si blocca all’inizio del ponte: la scelta evolutiva, il passaggio da una parte all’altra, l’evolversi nell’opposto del fantasma ,dal maschio cattivo al maschio buono a conferma del suo bisogno di amare e di essere amata.

Il sogno di Marella disvela un trauma, immaginato nella sua fantasia o subito nella sua realtà di bambina o di adolescente, un trauma sicuramente vissuto che ha formato i tratti del carattere.

Più che una serie di simboli, il sogno di Marella è una psicodinamica affettiva e relazionale che si snoda da una realtà vissuta e in atto a una realtà desiderata e futuribile.

La prognosi impone a Marella di razionalizzare ulteriormente il trauma per ridurre il ricorso al meccanismo primario di difesa dello “splitting”. Marella deve cercare una via di mezzo nel vissuto riguardante l’universo maschile e deve acquistare una maggiore sicurezza affettiva e relazionale.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’esaltazione di un tratto paranoico in riguardo all’universo maschile che non facilita le relazioni affettive, oltre che nell’instabilità isterica dell’umore.

Riflessione metodologica: il sogno contiene nel suo registro le tracce dei traumi vissuti e rivela verità oggettive, sia reali e sia immaginate, vissute per l’appunto.