LA CASA SENZA MOBILI

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere dentro una casa che non aveva mobili.

Le pareti erano bianche,aveva grandi finestre ed era molto luminosa.

Mi affacciavo alla finestra e sentivo benessere.

Il mio attuale ragazzo era nel salone.

Ad un certo punto vado in un’altra stanza, la camera.

Ero girata di spalle e indossavo un vestito nero.

All’improvviso spunta un uomo che ho frequentato in passato.

Era dietro le mie spalle ed era arrabbiato con me perché ho una relazione con il mio attuale ragazzo.

Voleva strapparmi e rovinarmi il vestito e voleva picchiarmi.

Ad un certo punto si ferma e mi dice all’orecchio che voleva dipingermi.

Io ero inerme e impaurita in parte, ma ero sollevata per il fatto che il dipingermi l’avrebbe distratto dal farmi male.

Sapevo che nel salotto c’era ancora il mio attuale ragazzo e volevo chiamarlo in mio aiuto.”

Clotilde

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere dentro una casa che non aveva mobili.”

Clotilde è una donna spartana, non perché è nata a Sparta, semplicemente perché manifesta una “organizzazione psichica” sguarnita di modi di essere e di esistere, priva delle tante modalità del pensare e dell’agire, semplificata nelle esperienze vissute. Clotilde tende all’essenziale, ha fatto la sua vita al minimo e non certo al massimo dal momento che dentro le è rimasto ben poco delle lezioni che l’esercizio del vivere quotidiano impartisce sia nel privato e sia nel pubblico. Clotilde ha una povertà psico-culturale che è la classica eredità di coloro che hanno poco elaborato perché hanno ricevuto pochi stimoli da se stessi e dall’ambiente. Clotilde non ha maturato la motivazione giusta per crescere arricchendosi con le esperienze vissute e per capire i sensi e i significati di tutto il materiale che acquisiva senza assimilarlo. Clotilde è una donna semplice perché non è stata aiutata a capire dai genitori e dalla scuola. Nessuno le ha dato gli strumenti interpretativi necessari per arredare la sua “casa” psichica. I “mobili” attestano simbolicamente della ricchezza dei contenuti e delle abilità, della materia e dei criteri, dei vissuti e dell’interpretazione. Clotilde ha una casa senza mobili e non ne ha consapevolezza. E’ cresciuta secondo natura e con quello che di biologico serviva per continuare a vivere, senza strumenti per capire e senza sovrastrutture per approfondire, senza schemi per interpretare la realtà degli uomini e delle cose. Negli anni cinquanta erano culturalmente poveri un bambino e una bambina che parlavano soltanto il dialetto e non conoscevano la lingua italiana. Negli anni sessanta erano culturalmente poveri un ragazzo e una ragazza che non conoscevano l’ideologia nazifascista e socialista o l’imperialismo americano e sovietico. Negli anni settanta erano culturalmente poveri un giovane e una giovane che non conoscevano tutte le canzoni dei Beatles e la guerra in Vietnam. Negli anni ottanta erano culturalmente poveri il giovane uomo e la giovane donna che non conoscevano la Psicoanalisi e la storia della Democrazia cristiana. Negli anni novanta erano culturalmente poveri un uomo e una donna che non capivano la caduta dei totalitarismi e non conoscevano la produzione discografica dei Pooh. A questo punto avete sicuramente capito cosa si intende per povertà culturale, per cui posso procedere con l’interpretazione del sogno di Clotilde dopo aver aggiunto che da quel momento storico, anni novanta, alla povertà culturale è subentrata anche la povertà etica e morale.

Le pareti erano bianche, aveva grandi finestre ed era molto luminosa.”

Mi sono dilungato per arrivare alle “pareti bianche” della casa di Clotilde, alla semplicità e uniformità della struttura psichica, alla mancata assimilazione e personalizzazione dei dati psichici e culturali da parte di Clotilde. Tutto questo avveniva non per incapacità della ragazzina, ma semplicemente perché nessuno glielo insegnava, per penuria educativa dei genitori, per colpa dei cattivi maestri e delle severe maestre che portavano avanti i cavallini e lasciavano indietro gli asinelli. Eppure questa casa di Clotilde era “molto luminosa” perché aveva “grandi finestre”. Se non ci sono mobili, le pareti non servono e allora ben vengano le finestre a testimoniare la propensione sociale di Clotilde e la sua apertura al mondo esterno quasi a compensare le mancanze interiori con una estroversione pericolosa perché non supportata da capacità di analisi critica dei fatti e delle persone. Clotilde cresce come un agnello in un branco di lupi. La luminosità viene dall’esterno, dalle finestre aperte nella società e nelle relazioni. In questo settore Clotilde non è seconda a nessuno, è cresciuta nella strada e con i monelli del quartiere, è vissuta nel cortile con la gente umile e semplice che abita in una sola stanza, che parla il dialetto e che conosce a memoria le canzoni di Claudio Villa e Nilla Pizzi. Questa è la sapienza e la saggezza di Clotilde, quella pop, quella popolana che si trasmette per via orale come l’Iliade e l’Odissea e che contiene lo scibile umano in forma simbolica.

Mi affacciavo alla finestra e sentivo benessere”

Cosa dicevo prima?

Avete visto che la disposizione e la disinibizione sociali di Clotilde sono veicoli di pienezza psicofisica?

La gente protegge, ti dà la possibilità di relazionarti, di confrontarti, di identificarti e di non restare sola e senza neanche un prete per chiacchierare nelle domeniche d’agosto. L’apertura sociale di Clotilde è direttamente proporzionale alla sua disadorna interiorità, l’abilità a intrallazzare è pari alla sua penuria di pensiero e di azione in riguardo a se stessa e alla sua dimensione interna. Clotilde è nettamente squilibrata verso l’esterno perché si è dovuta compensare buttandosi fuori, andando a vivere con gli altri e come gli altri, a farsi da sé con la gente e tra la gente. Ma la società non è poi sempre buona e protettiva. Nel sociale incontri il gatto e la volpe, il lupo e l’agnello, il mercante e il prete, lo gnomo e il gigante, il buffone e il pagliaccio, i mezziuomini e i galantuomini, i quaracquacquà e i pupari. Il “benessere” che ti dà la società è rutilante, spesso luccica e abbaglia, libera e cattura, in ogni caso è un benessere secondo natura alla luce che l’uomo è un animale sociale. Una cosa è certa: Clotilde sta bene con la gente.

Il mio attuale ragazzo era nel salone”

La socializzazione non manca a Clotilde, così come la capacità seduttiva. Del resto, è cresciuta in strada tra la folla ed è stata adottata dalla gente del quartiere. Si è, quindi, adattata alla varietà psichica delle persone e si è relazionata secondo i suoi e i bisogni altrui. Spunta nella casa disadorna ma pulsante di vitalità un uomo, “il mio attuale ragazzo”, che suppone la presenza nella sfera sentimentale di Clotilde di altri ragazzi e tutti figli della gente e della strada. Il “salone” condensa la socialità formale e il ricevimento ufficiale, la maestria nel dispensare ruoli e mansioni alle persone di cui ci circondiamo. Questo “attuale ragazzo” è il paravento razionale del vero desiderio, quello sostanziale, di Clotilde. Questo è il fidanzato ufficiale, quello che si presenta ai parenti per candidarlo al ruolo di futuro sposo all’interno di una famiglia legata alle tradizioni, agli usi e ai costumi del passato. C’è un “ragazzo attuale” e si attende l’emersione di un “ragazzo inattuale”, quello che riveste il desiderio erotico e sessuale di Clotilde, quello della sostanza a cui la donna, cresciuta nel mondo e tra la gente, è abituata e aspetta di vivere. Clotilde non è una educanda delle suore di sant’Orsola, altrimenti avrebbe avuto la casa adorna di strumenti interiori di comprensione di se stessa e della realtà esterna, uomini e oggetti compresi. Clotilde è una donna navigata e abile nel destreggiarsi nei complotti e nelle contese, come Filumena Marturano. Clotilde sa il fatto suo e sa ben girare la frittata senza far cadere una goccia d’olio extravergine d’oliva sul ripiano della cucina. Il tempo lo dirà e il prosieguo del sogno non mancherà di dare il suo nulla osta.

Ad un certo punto vado in un’altra stanza, la camera.”

Clotilde mena il gioco perché conosce le regole del gioco. E’ una donna culturalmente e psicologicamente semplice, ma capace nelle arti della seduzione e del contratto, della truffa e del sortilegio. Clotilde ha su di sé poche idee ma chiare, sa bene di essere una donna e sa come atteggiarsi nella psicodinamica relazionale con l’uomo, quel maschio e quella varietà di maschi che ha ben conosciuto nel quartiere e che hanno formato il suo abito femminile e le sue arti di donna, latino “domina”, italiano signora e padrona. Clotilde conosce i tempi e gli atti: “Ad un certo punto vado in un’altra stanza” senza mobili ma intensamente vissuta, dal momento che si tratta della camera da letto. Clotilde si sposta facilmente nella sua casa, non ha particolari inibizioni a ospitare e a gestire gli avventori, un segno evidente della sua semplificazione sociale e attitudine alla relazione. Clotilde si avvia a visitare ed evidenziare la sua intimità profonda e i suoi segreti di donna attenta all’essenziale e molto pratica. Questo capoverso del sogno ha il sapore di una insidia e di preparazione a emozioni intense, dopo il formale approccio nel salotto con “l’attuale ragazzo”. La funzione onirica offre tutti gli strumenti per preparare l’evento e per mostrarlo con la giusta suspence.

Ero girata di spalle e indossavo un vestito nero.”

Come dicevo in precedenza, Clotilde da sveglia è una sognatrice e usa la sua immaginazione in maniera eccitante e seduttiva. La stessa operazione allucinatoria tra fantasia e ragione instaura sognando. Costruisce una scena di seduzione alla sua maniera con tanto di imprevisto e desiderato, con tanto di capi da sartoria e di colori giusti per il fascino della sorpresa e dell’incontro del suo tipo. Clotilde non avrà tanti mobili nella sua casa luminosa con tante finestre e sarà anche estroversa, ma sulle fantasie erotiche è ben attrezzata e si è costruita un buon arredamento senza ricorrere a Ikea. Analizziamo l’allegoria della seduzione. Clotilde è girata di spalle rispetto alla porta in chiara postura dell’attesa e della sorpresa, quasi a giustificare l’eccitazione dell’impatto desiderato e falsamente inaspettato. “Indossavo” si traduce in coprivo il mio corpo, avvolgevo le mie membra, calzavo la mia difesa, coprivo la mia nudità per darle il miglior fascino possibile a questo mondo e in questa situazione. Clotilde conosce la psicologia erotica del maschio e sa che una donna ben avvolta nei punti giusti è più eccitante di una donna lampantemente nuda come un verme. Ripeto, Clotilde avrà una povertà culturale, ma sa ben interpretare se stessa nelle movenze e dei desideri, è l’artista della sua persona, possiede la maschera che ha scelto e la riguarda nel profondo e nell’intimo. Arriviamo al “vestito nero”. In questo caso il colore “nero” non evoca il lutto e la perdita, tutt’altro! Evoca l’attrazione dell’acquisto, l’enigma che si disvela nel colore bianco della pelle. Il nero copre e fa da sfondo alla psicodinamica successiva. Clotilde si fa vedere di spalle in maniera difesa e restia all’impatto diretto, si fa vedere vestita del colore che contrasta in maniera vivace con il corpo che copre e che lascia spazio all’immaginazione del fruitore o dell’avventore ignoto e ben capitato tra le arti sottili della seduzione di una donna maliarda. Il prosieguo avvallerà la scena della attesa e della sorpresa.

All’improvviso spunta un uomo che ho frequentato in passato.”

“All’improvviso” non è poi tanto all’improvviso perché si era capito e da tempo dove Clotilde si stava dirigendo, dove voleva arrivare e anche cosa voleva fare. Il sogno ha incorporata la funzione “thriller” e in questo caso ha la sua efficacia per l’effetto temporale, “un uomo che ho frequentato in passato”. Si può anche aggiungere e “che non ho ancora dimenticato”, dal momento che me lo porto a spasso in sogno come attore protagonista del mio film rosa di sentimento e rosso di passione. La relazione non si è chiusa bene e in maniera definitiva. I due non si sono lasciati bene ed ecco che Clotilde sogna in maniera disinibita e sincera quello che le è rimasto dentro di quest’uomo, i suoi vissuti intimi che emergono dal passato per un happening adatto alla sognatrice. Dal corredo delle esperienze amorose vissute Clotilde tira fuori una figura che l’ha particolarmente colpita nel bene e nel male, l’ha eccitata con delle sensazioni e dei sentimenti ambivalenti e per questo motivo ben fissati nelle mente e nel ricordo. La parola “frequentato” è indicativa di un distacco difensivo dal coinvolgimento, a cui corrisponde un attaccamento emotivo e un legame per quello che si è vissuto e che si poteva ancora vivere insieme. In ogni caso si tratta sempre e solamente dei vissuti di Clotilde, di quel materiale psichico che non si è sedimentato e che è rimasto sospeso come un conto all’osteria. Dietro Clotilde in abito nero si è palesato un uomo del passato, un ex a tutti gli effetti. Non resta che proseguire soprattutto per ammirare e apprezzare la maniera in cui la funzione onirica procede senza che Clotilde ne sia cosciente e secondo i suoi vissuti da sveglia immaginati, come la narrazione prediletta dell’incontro erotico con un uomo. Il copione è dentro.

Era dietro le mie spalle ed era arrabbiato con me perché ho una relazione con il mio attuale ragazzo.”

Clotilde ama fare ingelosire i suoi uomini e farli arrabbiare esibendo il suo benessere psicofisico. In questo quadretto si consuma il sentimento della gelosia nella speranza che non finisca nel dramma a cui da sempre siamo abituati e più che mai in questi tempi in cui la Psicologia maschile sta attraversando una perdita depressiva di potere e non soltanto. La gelosia è tutta pari pari di Clotilde e la proietta per difesa sul suo ex ragazzo per vanagloria e per compensazione alla frustrazione subita. Mi spiego meglio. Clotilde non ha dimenticato il suo ex e soprattutto non ha archiviato la modalità aggressiva e seduttiva che lui conferiva al loro rapporto. In questo momento del sogno Clotilde ha il ragazzo attuale nel salone e il precedente ragazzo in camera. Ha riservato un vissuto e un trattamento formali al primo e ha scelto per il secondo una scenografia altamente seduttiva e prepotentemente erotica: le spalle, l’abito nero, lo sguardo incurante verso la finestra, e non verso la porta, che denota un momento trasognante e uno stato di coscienza crepuscolare, classico dei fumi del desiderio. Clotilde ha fatto arrabbiare il suo ex intendendo riferire della sua eccitazione proiettata sul ben capitato. Clotilde sogna il ragazzo che le è rimasto impresso e se lo porta in camera rievocando le pulsioni e l’eccitazione che contrassegnavano i loro incontri. Era una relazione dinamica e avversativa e l’attrazione consisteva in questo conflitto perenne che andava a concludersi nella gloria dei sensi. Anche in questa “location” psicofisica si giocava la stessa partita del contrasto e del conflitto. Clotilde immagina il suo ex ragazzo geloso e tradito e ancora innamorato di lei, ma in effetti si tratta di una sua bella e buona “proiezione”. Ma il sogno deve procedere tutelando i veri vissuti per non incorrere nell’incubo e nel risveglio. “En passant” ricordo che l’incubo scatta per difesa psicofisica nel momento in cui il “contenuto latente” del sogno coincide con il “contenuto manifesto”: il fallimento della censura onirica. Abbandoniamo la teoria e andiamo sulla sceneggiata erotica che si sta consumando.

Voleva strapparmi e rovinarmi il vestito e voleva picchiarmi.”

A proposito di salmo e di gloria, in questo caso si va verso l’espressione sadomasochistica della “libido anale”, si procede nelle pulsioni e nei desideri di Clotilde verso lo strappare il vestito, il rovinare sempre il vestito e il picchiare il corpo femminile. E’ oltremodo chiaro che Clotilde sta esibendo la sua “libido anale” e nello specifico la sua componente erotica e sessuale di qualità sadomasochistica. Ritorna il meccanismo onirico dello “spostamento” e il meccanismo psichico di difesa della “proiezione”: “voleva” e “voleva”, due volte in nove parole compare “voleva”. Clotilde è una donna, più che dalla grande volontà, dal grande desiderio di procedere verso l’orgasmo durante il rapporto sessuale attraverso l’offendere e l’essere offesa. Il piacere passa attraverso il dolore. Quest’ultimo viene sublimato come una forma di piacere e incentiva a dismisura il godimento favorendo la progressiva caduta della vigilanza per approdare nella terra di Dioniso. Clotilde ha una modalità erotica e sessuale “anale”, in quanto esige la dialettica psicofisica e il trionfo del senso doloroso del piacere, la conversione sensoriale nell’opposto. Qualcuno si chiederà, a questo punto, perché Clotilde procede in questo modo nelle sue relazioni sessuali. Il naturale “sadomasochismo” appartiene alla formazione e rientra nella “organizzazione psichica reattiva”, per cui è naturale che per raggiungere il risultato finale bisogna procedere nel sentiero del dare e ricevere dolore. Importante è il limite del “sadomasochismo”, perché può tralignare nella psicopatologia come tutte le cose psichiche e non. Clotilde vuole essere strappata, rovinata e picchiata. Traduco i simboli. “Strappata” attesta della potenza della penetrazione e del ritmo coitale, “rovinata” significa verbalmente e fisicamente vituperata, “picchiata” si traduce in carezze pesanti e tracciabili come i pagamenti elettronici. Il corpo viene simboleggiato da Clotilde nel suo “vestito”. Il suo vestito è la sua pelle e la pulsione sadomasochistica esige che porti le tracce della benefica violenza subita e arrecata. Proprio arrecata, perché stiamo parlando di “sadomasochismo” nel dare e nel subire azioni forti e prossime alla violenza. Aggiungo che questo tratto “anale” sadomasochistico è molto diffuso nell’universo psicofisico femminile, più che maschile. Spesso la donna si trova con un maschio inopportuno perché molto rispettoso ed educato, per cui deve sollecitarlo a cambiare registro perché la cosa non funziona in quel modo blando. Procedere è obbligo anche per vedere come finisce la dialettica competitiva e come si snoda l’erotismo e la sessualità di Clotilde.

Ad un certo punto si ferma e mi dice all’orecchio che voleva dipingermi.”

Ricordo che parlare all’orecchio è seduttivo, è un segno inequivocabile d’intesa su progetto intimo, almeno quel farsi parlare all’orecchio da Clotilde. Cambia la strategia erotica in questo sogno da naturale Kamasutra: dalla “libido anale” alla “libido fallico-narcisistica” con il superamento del “sadomasochismo” e l’introduzione della variabile voyeuristica. Clotilde sta rievocando in sogno i suoi gusti erotici e le sue fantasie sessuali, ripeto assolutamente naturali e normali, sta esibendo le sue predilezioni in un rapporto del suo tipo, sta sciorinando con i simboli i suoi preliminari e il suo coito al meglio possibile e consentito da madre natura. Clotilde varia le dinamiche psicofisiche e non cade nell’eccesso sessuale, quello che crea danno e traligna nella violenza. Clotilde esterna i suoi gusti e dice che dopo la dinamica sadomasochistica è opportuna la dinamica voyeuristica, epiteliale e uditiva, la “libido” degli occhi, del tatto e dell’udito, tre sensi che nell’erotismo hanno il loro notevole peso e la loro adeguata funzione. In questo rispolverare la varia gamma della sua “libido”, Clotilde si imbatte sugli occhi per guardare e farsi guardare, sulla pelle per dipingere e farsi dipingere, sulle orecchie per ascoltare e farsi ascoltare. L’erotismo trionfa in questa fiera delle pienezze sensoriali e non certo delle vanità. Clotilde è maestra e dispensa lezioni di alto gradimento ai suoi uomini ex e in atto, è una donna di potere che ha fatto della seduzione la sua ricchezza erotica da vendere e da comprare sempre su sua direzione e discrezione. Ricordo che orecchio, derma e occhi vogliono e meritano degnamente la loro parte in questa scena di ulteriore progresso erotico. Ancora il sogno non è finito e le sorprese finali attendono coloro che non si meravigliano di niente, le persone navigate e vissute come Clotilde.

Io ero inerme e impaurita in parte, ma ero sollevata per il fatto che il dipingermi l’avrebbe distratto dal farmi male.”

La “conversione nell’opposto” si palesa immediatamente nell’essere “inerme”. La donna di potere, fallica alla Afrodite, che ha menato la danza fino a questo punto, adesso si dispone all’orgasmo attraverso questa sua abilità a lasciarsi andare e a farsi fare. Meno male che era “impaurita in parte” a conferma del suo esserci e del suo gestire anche nella completa passività e inducendo l’altro a muoversi per approdare da qualche parte con l’imbarcazione. Clotilde sa di essere passata senza colpo ferire dall’esercizio erotico della “libido sadomasochistica” alla “libido fallico-narcisistica”, dalla “posizione psichica anale” alla “posizione psichica fallico-narcisistica”, e si sente attizzata da questo passaggio al godimento dei sensi vari e variopinti come la vista, il tatto e l’udito. Il contatto si prolunga con fantasia e varietà dei temi e dei tempi suonati in questo valzer delle sorprese per l’ex e in questo copione preferito dalla furbissima Clotilde. Si confermano le sue abilità erotiche e le sue doti relazionali, tutto in funzione di se stessa e indirettamente per il benessere della coppia di turno. Inerme, impaurita e sollevata sono i tre attributi psicofisici su cui Clotilde ha giocato la sua partita con un uomo ex nella camera e il suo uomo attuale in attesa nel salotto.

Quanta gente ci portiamo dentro e anche nei luoghi più impensati e nei contesti meno opportuni!

Sapevo che nel salotto c’era ancora il mio attuale ragazzo e volevo chiamarlo in mio aiuto.”

Clotilde si sta svegliando e se la racconta in sua difesa e in onore agli scampati ed eccitanti pericoli. “Sapevo” denota il “sensus sui”, il senso di sé e il tutto sotto controllo da parte di una donna che la sa lunga e sa ben recitare la parte interessata della gestione di due uomini che a distanza di pochi metri non si accorgono l’uno dell’altro semplicemente perché Clotilde li sa ben controllare e nella sua auto-consapevolezza sa ben gestirli secondo i suoi bisogni erotici e sessuali. C’è un uomo per il salotto e c’è un uomo per la camera, entrambi sono dentro una donna che conosce molto bene le arti seduttive, erotiche e sessuali in funzione del suo benessere psicofisico, del suo orgasmo e della sua autostima. Di certo, Clotilde non ha bisogno di loro e tanto meno del loro aiuto. Nulla da eccepire in questo sogno in cui è assente la “libido genitale” e che celebra il trionfo dei sensi nelle varianti aggressive e gratificanti, compiaciute e disinibite. Di donne come Clotilde ce ne sono fortunatamente tante.

PARIGI ALL’IMBRUNIRE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero in viaggio per una vacanza, sono partita con alcune amiche e siamo arrivati a Parigi.

Siamo andate in un albergo alla periferia della città, era un luogo non molto luminoso con dei lumi accesi.

Le mie amiche mi hanno invitato ad andare in giro per la città a fare shopping, ma io ho rifiutato dicendo che sarei andata il giorno dopo.

Dopo qualche ora sono arrivati i miei cugini e mi hanno invitata ad uscire. Sono stati tanto insistenti e io ho accettato l’invito e siamo andati in giro.

Era l’imbrunire e le strade erano buie e deserte.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Questo è il sogno sognato da Barbissa.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero in viaggio per una vacanza, sono partita con alcune amiche e siamo arrivati a Parigi.”

Barbissa è una donna che fa della socialità il suo pane quotidiano, predilige l’elemento femminile in versione moderata e i luoghi trasgressivi come Parigi canaglia. Barbissa aspira a viaggiare e a esulare per riempire i suoi vuoti interiori e di questo espediente psico-esistenziale ne ha fatto una terapia, la sua terapia. Lei parte, lei viaggia, lei arriva, lei prova, lei tenta, lei insieme e non da sola. Il “viaggio” di Barbissa non è il simbolo della vita che scorre e si evolve con il suo ineludibile andare verso la fine. Il “viaggio” di Barbissa è proprio un rincorrersi dentro di volta in volta per costruire la sua consolazione riepilogando alla sua maniera il “già visto” e il “già vissuto” nella sua vita in atto e in corso e non in metafisiche e paranormali esistenze pregresse. Barbissa è pratica e concreta, parte per Parigi con le amiche in vena di riempirsi d’emozioni e di curare i suoi vuoti e le sue tristezze attraverso uno sballo consentito dalla sua etica e dalle sue esperienze di vita. “Parigi” è, infatti, il simbolo della trasgressione e dell’erotismo, il Francese è la lingua più sensuale dell’orbe terracqueo. “Parigi val bene una vacanza”: disse Barbissa salendo in aereo e lasciando il suolo natio. Il sogno dirà quanto e quale divertimento sarà capace di imbastire per i tratti psichici con i quali si è imbarcata per questa avventura.

Siamo andate in un albergo alla periferia della città, era un luogo non molto luminoso con dei lumi accesi.”

Barbissa manifesta sin dall’arrivo le sue predilezioni discrete e il suo bisogno di crepuscolarismo. Barbissa non vuol pensare lucidamente e tanto meno tenere accesa una coscienza lineare e una auto-consapevolezza estrema. La donna vuole riposare a lume blando e pacato e non desidera essere al centro delle attenzioni e delle predilezioni. La sua modestia è stoica, si basa e fa perno sul giusto mezzo: “est modus in rebus”. L’albergo di periferia è un classico dei poeti bohemien e degli chansonnier, degli artisti di strada e delle donne libere, delle ballerine di Toulouse Lautrec. L’albergo di periferia è il luogo della coscienza subliminale, quella che serve per rilassarsi e riconciliarsi con la vita quando quest’ultima è irruenta e scorre in argini scomposti. Le amiche non mancano, la coscienza è accesa nel modo giusto, il posto è fascinoso, per cui si può andare in giro per la capitale della trasgressione e del vizio.

Le mie amiche mi hanno invitato ad andare in giro per la città a fare shopping, ma io ho rifiutato dicendo che sarei andata il giorno dopo.”

Ecco che viene fuori la Barbissa profonda, quella che si isola e che si trova bene da sola, quella che ama l’introspezione e non si sente a posto fuori se non è a posto dentro. Barbissa pospone la socialità e il divertimento a un sentirsi bene con se stessa, al ritrovamento di un equilibrio psicofisico prima di addentrarsi nelle tortuosità del mondo moderno e nelle eccitanti traversie dello “shopping”, dell’acquisire e dell’avere al fine di reperire quella sicurezza che non si acquista al supermercato anche se francese e all’ultima moda. Barbissa non ha bisogno di acquistare il futile e l’inutile, ha bisogno di sistemare le tante esperienze che hanno costellato la sua esistenza e riempito emotivamente la sua vita, ha bisogno di quel tocco personalissimo di qualità che colora quello che le scorre intorno come in un film pubblicitario e senza il bisogno di fare nuovi clienti. “Domani”, domani ci sarà tempo per le avventure sui Campi Elisi e sulla torre Eiffel. Domani si può andare Chez Maxime e al Moulin Rouge a imbeversi dei colori rubicondi delle ballerine con le tette al vento. Barbissa ha una pacatezza di fondo che rasenta la tristezza, ha l’età giusta per non aver fretta di vivere e per sentire la voglia di aspettare.

Dopo qualche ora sono arrivati i miei cugini e mi hanno invitata ad uscire. Sono stati tanto insistenti e io ho accettato l’invito e siamo andati in giro.”

E’ proprio una tristezza di fondo quella che governa l’umore di Barbissa ed è quella tristezza che sa di vita vissuta e di paziente attesa del meglio che può ancora venire, un bene affettivo soprattutto, “i miei cugini”, che non guasta mai alcuna bevanda. Barbissa si abbandona alle premure dei familiari e alle insistenze di coloro che condividono sensi e sentimenti, esperienze e riflessioni. “I miei cugini” sono tutto questo mondo di affetti che si porta dentro Barbissa e sono tanto “insistenti” proprio perché lei calca la mano su questo materiale elettivo e proprio questo cerca e vuole, gli affetti familiari che si possono traslocare anche a Parigi, nella città più sexy del mondo. Barbissa ha bisogno di tempo e di riflessione per muoversi e per investire la sua “libido”, ma, quando è a posto, si vede e si sente che sta bene.

Era l’imbrunire e le strade erano buie e deserte.”

Ah, questa brutta bestia della tristezza ha tanto bisogno di uscire e di mostrarsi in pubblico. Questo capoverso è l’allegoria del “de senectute”. “L’imbrunire” attesta della caduta della vigilanza a favore degli stati crepuscolari della coscienza e la cosa ci può stare anche positivamente, una forma di “atarassia” e di “nirvana”, ma “le strade buie e deserte” non ci volevano proprio, sanno di mancanza di prospettive e di soluzioni, odorano di solitudine e d’ineffabile, di ineludibile e di incertezza. Il “buio” appartiene al corredo depressivo della perdita ed è figlio primogenito del “fantasma di morte”, così come l’aggettivo “deserto” attesta dell’impossibilità di scegliere e dell’assenza di prospettive: una vera desolazione affettiva, un eclatante pessimismo sulle sorti finali dell’esistenza. La consolazione vuole che Parigi sia anche la terra di Jean Paul Sartre e dell’Esistenzialismo nichilistico, di Edit Piaf e dei maglioni dolce vita neri, di Simone de Beauvoir e di Juliette Grèco, per cui Barbissa è in sintonia e in buona compagnia, sa dove andare con le idee più cupe, si trova nel posto giusto anche con le convinzioni filosofiche estreme e poco generose verso la costruttiva “libido”. Altro che simbolo della trasgressione, Parigi si è rivelata la città più triste del mondo terracqueo e l’anticamera della brutta morte, quella che non ha prospettive di riscatto e di ritorno alla sopravvivenza.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Non serve, è già tanto quello che Barbissa ha sognato, a piena testimonianza della consapevolezza dell’umano travaglio del vivere e della debolezza delle umane sorti.

Questo è quanto si poteva dire del triste sogno di Barbissa.

LE EREDITA’ DEL CORONAVIRUS

TRAMA DEL SOGNO

“Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Questo è il sogno di Cosetta ed è lampantemente un sogno da coronavirus.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

PREAMBOLO RIFLESSIVO

Tra le tante eredità della “PANDEMIA SEVERA”,

– quella che ci ha chiuso in casa appena tornati dal lavoro e mentre cenavamo,

– quella che ci ha lentamente logorato per l’ignoranza della causa e dell’effetto,

– quella che ci ha messo di fronte a un nemico invisibile e cattivo,

– quella che ci ha inoculato la paura della morte e l’angoscia della fine,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di avere una buona guida per traghettare l’Acheronte,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di uno Stato preparato ed efficiente,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di una Europa solidale,

– quella che ci ha fatto progressivamente capire l’inettitudine della classe politica, passata e presente, e il fanatismo di tanti media,

– quella che ha messo in evidenza l’assenza di un piano epidemiologico e di una strategia sanitaria a misura d’uomo e d’anziano,

– quella che ha messo tragicamente in moto l’improvvisazione e l’ignoranza,

– quella che equiparava la persona dimessa dall’ospedale a una persona definitivamente guarita,

– quella che ha spazzato ignobilmente troppi anziani per l’etica sanitaria privata del capitalismo spinto,

– quella che ha acceso i motori in una notte piovosa di tanti camion mimetizzati del pio Esercito italiano, gravidi di morti da trasferire nel forno crematorio più vicino,

– quella che ha messo quotidianamente alla ribalta televisiva i tristi virologi e l’orgoglio impenitente dei virus,

– quella che ha costretto il papa a una benedizione urbi et orbi verso una piazza san Pietro deserta,

– quella che ha lasciato sul campo di battaglia duecentodue operatori sanitari,

– quella che ci è costata ufficialmente trentatremila morti,

– quella che immancabilmente ha mostrato lo sciacallaggio della corruzione anche nelle migliori famiglie di moralisti italici,

– quella che ci ha esaltato come un popolo coeso e orgoglioso di Mameli e di Modugno,

– quella che ci ha fatto piano piano amare la scuola e i professori proprio per l’assenza,

– quella che ci ha indotto a recuperare i miti e i riti del passato,

– quella che ci ha fatto conoscere il vicino di casa e le virtù del lavoro sanitario e non solo: vedi le commesse del supermercato e gli operatori ecologici,

– quella che ci fatto capire la relatività della questione dei migranti e la stupidità della concezione dello straniero come nemico,

– quella che ci ha fatto riscoprire gli affetti e a rivalutare le inimicizie,

– quella che ci restituito l’aria pura senza il biossido di carbonio, il cielo e il mare azzurri,

– quella che ci ha fatto ridere, piangere, pensare, divertire, scoprire, riscoprire, fare, cosare, rifare, brigare, sognare, intrallazzare…,

– quella che ci fatto ammalare e immaginare malati,

tra le tante eredità della PANDEMIA SEVERA,

– quella che ha indotto il semplice e umanissimo sogno di Cosetta,

– QUELLA CHE HA SOVRACCARICATO LE DONNE DI RUOLI, DI MANSIONI, DI COMPETENZE, DI LAVORI, DI FATICHE E DI SOGNI DI GLORIA,

di fronte a questa “PANDEMIA SEVERA” è importante non abbassare la guardia e soprattutto di fronte all’ultima eredità.

Dopo tanto preambolo procedo con l’interpretazione del sogno di Cosetta.

Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.”

Cosetta sogna un evento possibile e all’ordine del giorno nel periodo della pandemia. A distanza di tre mesi emerge la preoccupazione reale di Cosetta di infettarsi e di essere ricoverata in ospedale per essere curata. La “stanza della sua casa simile a una camera” è proprio la stanza anonima di un ospedale, tutta da conoscere perché sconosciuta. Questa esperienza non è eccitante per Cosetta, è ignota e disarmante perché la trova passiva, alla mercé degli altri e degli eventi. “La mia camera” si traduce in “non è proprio un’esperienza che volevo fare” e che ho potuto fare in sogno a distanza di tempo, a conferma che il sogno non realizza soltanto i desideri, come voleva Sigmund, ma anche le paure, e dà immagine anche alle angosce recondite di ogni persona. Nella nostra “casa” psichica non c’è la stanza dell’ospedale, ma sicuramente in qualche sgabuzzino c’è il “fantasma di morte”. In ogni modo bisogna attrezzare dentro di noi anche la camera dell’ospedale per essere pronti agli eventi patologici. Importante non costruire un ospedale inutile magari in quindici giorni per scimmiottare i cinesi, sempre dentro di noi s’intende.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.”

La terminologia semplice e accessibile apre un contesto inequivocabile nella Logica della simbologia e della razionalità. I dottori servono per curare una donna ammalata che ha anche bisogno di rassicurazione. La disposizione di Cosetta verso l’universo maschile è generosa e si vede chiaramente nel concepire gli “uomini” che sono in “due” e “giovani” e con il beneplacito, per almeno uno di loro, di essere “dottore sicuramente”. Il medico in tempo di pandemia è una panacea non soltanto onirica, ma anche reale, dal momento che cura i mali del corpo e dell’anima con la sua presenza e la sua competenza, con il suo abito e il suo sapere. Cosetta ha elaborato da sveglia la possibilità di ammalarsi di coronavirus e di essere ricoverata in ospedale con tutte le conseguenze del caso, tra cui quella di imbattersi in un infermiere e in un dottore. La preferenza per l’elemento maschile è legata alla formazione psichica di Cosetta e al suo privilegio verso la figura protettiva e sapiente del padre quando era bambina. I due giovani uomini sono la “proiezione” dei suoi bisogni e della sua elezione verso l’affidamento alle figure maschili. Come dicevo in precedenza, Cosetta ha vissuto il padre come una pietra miliare da seguire e un’ancora di salvezza da gettare nel gran mare della vita durante le tempeste.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.”

Cosetta in tanta incertezza psicofisica sa già che deve variare lo stato di coscienza e che non può affrontare in maniera vigilante la malattia, per cui ricorre all’alleato ansiolitico e sonnifero, uno psicofarmaco a testimonianza della criticità patologica in cui versa. La ricerca di una leggera anestesia non basta. Cosetta corre ai ripari dal pericolo di morte attaccandosi alla “macchina” che pessimisticamente “non funziona bene”. Prevale in Cosetta, nella sua formazione e nella sua “organizzazione” psichiche, la paura di morire più che di guarire. Non si tratta di vedere il solito bicchiere mezzo vuoto, è un tratto “orale” di perdita che prevale sul tratto “genitale” di acquisto. Cosetta non aspira a vivere l’esperienza della malattia per incamerare nella sua casa psichica anche questa avventura, ma per mettere alla prova il suo bisogno di aiuto e di non restare sola. Sia pur con tanta dignità la sua richiesta è ineccepibile quanto esplicita e suadente. Ma la sfiga non arriva mai da sola, per cui il pessimismo di Cosetta non si ferma al contagio perché travalica nella sfortuna di un respiratore artificiale che “non funziona bene”. Tra il sopravvivere al dramma e il restarci dentro Cosetta sceglie il secondo.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Ed ecco la conferma nella scena onirica dei due uomini di turno che disquisiscono sullo stato precario di salute e sull’inaffidabilità delle macchine sanitarie. E’ quasi una tresca, quanto meno una complicità tra i due uomini devoluti da Cosetta in sogno alla sua salute e alla sua sopravvivenza. L’affidamento non è acritico, ma ben ponderato trattandosi di figure sanitarie.

In effetti, cosa c’è che non va in Cosetta?

Perché non sta tanto bene?

Quale materiale psichico ha riesumato la pandemia, oltre al famigerato “fantasma di morte”?

Il sogno non lo dice, ma afferma che la “componente sacrificale” di Cosetta ha una buona consistenza. Si aggiunga che il “pessimismo” fa da degna cornice a questo tratto psichico della protagonista. Ricordare che il “tratto sacrificale” ha una grossa motivazione affettiva, non fa mai male. Cosetta è alle prese con la sua “posizione psichica orale”, amare ed essere amata, e si candida alla perdita depressiva in questa evenienza storica della pandemia e soprattutto del dopo pandemia.

Del resto, tutti siamo stati costretti in questi tre mesi a reagire agli stimoli ricevuti con i tratti specifici della nostra “organizzazione psichica” e progressivamente abbiamo incamerato i vari vissuti. Vedremo il resto del nostro film man mano che procederemo verso una nuova normalità.

Che sia la buona visione di un film interessante e profondo!

Tenete duro perché ce la racconteremo ancora sul blog dei sogni.

LA MOVIDA

Ripropongo l’articolo postato in occasione delle prime trasgressioni giovanili.

I giovani sono trasgressivi per natura e hanno anche un conto ancora aperto con l’onnipotenza dell’infanzia e l’ebollizione dell’adolescenza. Hanno un’istanza psichica refrattaria alle imposizioni e ai tabù. Hanno un “Super-Io” incompleto e in formazione. La provocazione sociale è supportata dalla febbre del sabato sera e dalla “libido” in corpo. I giovani hanno un’Etica che risente beneficamente degli ormoni e del benessere psicofisico, per cui mal tollerano i divieti sociali e i blocchi dell’energia vitale. Hanno bisogno di capire bene l’entità clinica e il valore etico della questione, per cui reagiscono andando contro la morale comune e l’imposizione politica. Nel momento in cui introiettano il messaggio e fanno propria la disposizione, filtrano i limiti con i valori nobili di cui sono portatori e con la generosità che contraddistingue la loro prospera natura vivente.

L’aperitivo in compagnia è decisamente una provocazione che sa di onnipotenza e di beffa verso il mondo degli adulti.

E’ anche una reazione all’angoscia prospettata ed evocata da un virus che esiste ed è in circolazione.

E’ un esorcismo alla minaccia di morte, è una difesa psichica da “formazione reattiva” che esige il divertimento al posto del dolore e della contrizione, è una difesa da “conversione nell’opposto” che afferma la vita sulla morte e la vitalità sull’inerzia.

C’è anche una componente ironica, satirica e goliardica nella filosofia di vita della nostra migliore gioventù.

Mi piace pensare all’Etica dei giovani come un sistema di principi e di comportamenti decisamente dinamico rispetto a quello statico del mondo maturo. In tale provocazione sociale incide anche il meccanismo di difesa della “istintualizzazione” che converte la carica nervosa negativa, angoscia, in un investimento di “libido”, il dolore nell’erotismo semplicemente perché i giovani in gruppo non sublimano, ma agiscono per convertire le energie psicofisiche a loro vantaggio.

CLELIA

Clelia,

appari all’improvviso tra un mazzo di algoritmi

offerti all’ingordigia di occhi invisibili,

resa umana dall’incarnazione astratta di un vizio.

Nello spazio vuoto dell’azione

ti fai maschera magnifica in minuscoli fotogrammi

per conquistare la scelta di gentiluomini decenti

che pagheranno il tuo pane

col suono di un piacere solitario e vano.

Dove si posa lo sguardo,

termina l’immaginazione

e la poesia si sgretola ai piedi del feticcio.

Ma questo tu lo sai,

eserciti il dominio in un mondo di appetiti elementari

e incassi i proventi dell’illusione seduta su un divano,

dove poggi le tue lunghe gambe

che terminano in sandali di corda.

Ripensi alla tua fuga,

al fiume che accoglie le bracciate ampie della tua ribellione

e la tua promessa non illumina il tempo libero

degli eroi eccessivi di questo nuovo tempo,

illumina la tua libertà,

illumina il tuo tempo,

che oggi mi appare come mi appari tu:

con un’attitudine all’eterno.

Sabina

L’ACQUA “MANGIATORELLA”

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo all’interno del recinto della villetta del vicino, che abita alla fine della stradina dove abito io.

Sto aspettando che mi portino delle confezioni di acqua ordinate.

Il muro di cinta non c’è più per poter vedere meglio l’inizio della stradina e per controllare quando arriva l’acqua.

Accanto a me ho una bottiglia di acqua Mangiatorella da 2 litri, poggiata a terra, che cerco di vendere senza alcun risultato in quanto le persone, a cui cerco di venderla, trovano caro il prezzo.”

Simone

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovo all’interno del recinto della villetta del vicino, che abita alla fine della stradina dove abito io.”

Prima di iniziare l’analisi del sogno di Simone, mi corre l’obbligo di esaltare le virtù miracolose e gustative dell’acqua delle sorgenti calabresi di Stilo, un borgo che affonda le sue radici nella Magna Grecia del settimo secolo a.C. E la Storia non si riduce all’acqua fresca minerale e oligominerale, ma è soprattutto Cultura e tradizione, così come la Natura incontaminata è garanzia di qualità e soprattutto di Civiltà. Nella mia permanenza in Siracusa bevo soltanto acqua “Mangiatorella”, dal momento che l’acqua locale è semplicemente imbevibile e non aggiungo altro. Mi addolora soltanto il fatto che con queste buone usanze e costose necessità si riempie il globo terracqueo di orrenda e terribile plastica. Troverò un rimedio per non inquinare, come tutti del resto.

Dopo il personale preambolo vado all’interpretazione del sogno di Simone.

Simone è al chiuso, si è recintato nello spazio altrui, nel “recinto della villetta del vicino”. Ha sentito il bisogno di “spostarsi” psicologicamente nel vicino e nelle sue capacità e abilità relazionali, nelle sue modalità contenute di offerta di sé agli altri. Niente di eccezionale e di massimamente estroverso, si tratta di una giusta difesa dall’invadenza altrui e di una esposizione misurata alle insidie della società. Simone manifesta la sua ritrosia al coinvolgimento smodato e garibaldino e si identifica nei modi di essere verso gli altri del suo vicino di villetta. Cosa condivide Simone con quest’ultimo e cosa apprezza di questo signore? Per il momento il sogno non lo dice, ma degna di nota è la propensione e l’intenzionalità della sua coscienza verso questa figura di uomo, una persona equilibrata tra l’interno e l’esterno della casa, ma con un “recinto” che sa di difesa e di gabbia, di blocco di energie psicofisiche e di paura sociale. Il “recinto” è simbolo di contenimento degli investimenti genuini di “libido” e di chiusura verso il coinvolgimento e la condivisione. Inoltre, il “recinto” sa di formalità e di camuffamento difensivo. L’affinità psichica e l’ammirazione sociale portano Simone a un’identificazione con questo personaggio, significativo e non anonimo, che è l’ultima esperienza relazionale vissuta: “abita nella stradina dove abito io”. Dimenticavo: il sogno si svolge tra le “villette”, quindi ci troviamo in un ambito psichico altolocato, non si tratta di semplici e proletarie case, si tratta di “organizzazioni psichiche” ben stimate e ricche di amor proprio. E’ importante che non sfocino nel narcisismo.

Così può andare.

Sto aspettando che mi portino delle confezioni di acqua ordinate.”

La “acqua” è un simbolo talmente arcaico che è mezzo parente dell’archetipo e nello specifico del simbolo universale della Madre, per il fatto che rievoca la Vita della Terra e il liquido amniotico in cui sguazza e si nutre il feto. Nel tempo greco fu l’archè, il principio, del Tutto vivente secondo il pensiero cosmogonico di Talete. Nel sogno di Simone la “acqua” rappresenta l’energia, la “libido”, la vitalità, le cellule, gli ormoni, il corpo. Non siamo lontani dalla verità possibile, se affermiamo che Simone è in crisi di vitalità e attende di ricostituirsi a livello psicofisico e che da questo punto di vista il suo vicino di villetta è un esempio da imitare e da invidiare, un termine quanto meno di confronto e di apprezzamento. Queste energie arrivano dall’esterno, “mi portino” e la situazione è ansiogena, oltre che di dipendenza, “sto aspettando”. Un altro punto di rilievo, “ordinate”, attesta e conferma la capacità decisionale e altolocata di Simone, il suo buon senso dell’Io e le sue idee ben chiare sulle gerarchie e sui ruoli sociali. Ancora bisogna rilevare che l’acqua di Simone non è quella che sgorga da una fredda sorgente della Sila, ma una buona acqua imbrigliata nella bottiglia di plastica e confezionata sempre nella pellicola di plastica. Questo è il senso simbolico delle “confezioni” ed è in linea con i tempi, ma è anche vero che i “processi primari” sono fantasiosi e potevano ricorrere alla “condensazione” e allo “spostamento” magari tirando in ballo una sorgente delle Dolomiti. Simone vive il suo tempo e partecipa volentieri agli usi e ai costumi, nonché alle abitudini della gente con cui vive e quotidianamente si relaziona.

Il muro di cinta non c’è più per poter vedere meglio l’inizio della stradina e per controllare quando arriva l’acqua.”

Dal “recinto” al “muro di cinta”, anche se ex, il passo non è breve, è drammatico, ma per fortuna Simone se ne è sbarazzato, “non c’è più”, nonostante la sua utilità per capire meglio, “vedere” e per difendersi, “controllare”. Allora, ricapitolando, Simone attende che le sue energie vitali si ricostituiscano nel suo “recinto”, nelle sue giuste difese sociali, e dopo aver smantellato le sue difese spasmodiche dagli altri, “il muro di cinta” che consentiva una difesa eccezionale ma patologica dagli altri. Certo che questa dipendenza da chi gli porta a casa le energie vitali è una pessima strategia esistenziale e un pericoloso affidamento che giustamente lo mettono all’erta e accrescono il bisogno di controllare. Importante che non diventi una paranoia. La verità psicologica del sogno è che Simone è molto preoccupato per la sua salute e per le sue energie vitali. L’acqua è l’antidoto alla sua ipocondria, alla sua paura di stare male e di perdere le forze e la vita. Simone deve stare all’erta e deve affidarsi agli altri per tutelare la buona salute del suo corpo. Per tale necessità stressa la mente in operazioni ansiogene di ispezione e di controllo delle situazioni interne ed esterne. “Quando arriva l’acqua” è una questione di vita o di morte. Questa esagerazione è funzionale a una migliore comprensione del messaggio del sogno.

Accanto a me ho una bottiglia di acqua Mangiatorella da 2 litri, poggiata a terra, che cerco di vendere senza alcun risultato in quanto le persone, a cui cerco di venderla, trovano caro il prezzo.”

Confermo il prezzo “caro” della bottiglia da due litri di acqua Mangiatorella, ma aggiungo che il costo è ampiamente giustificato dalla qualità dell’acqua e dalle proprietà diuretiche, un’acqua dolce e benefica: una confezione da sei bottiglie da due litri viaggia in Siracusa da supermercato in bottega sui quattro euro. “Accanto a me” attesta dell’ausilio di un farmaco, la bottiglia con la marca attesta ancora della marca del farmaco, i due litri attestano ulteriormente del bisogno di Simone di rivitalizzarsi e delle sue paure di psicoastenia. La bottiglia è “poggiata a terra” in senso di distacco e di bisogno di alienazione del bene vitale: vuole venderla per ben due volte e per fortuna senza risultato. Simone incontra delle resistenze a curasi, non accetta la sua paura di astenia e di perdita delle energie, le sue debolezze psichiche e rifiuta di avere accanto l’alleato, l’aiuto, il sostegno. Simone orgogliosamente nega la sua sensibilità all’equilibrio psicofisico perché la vive come una debolezza a cui non indulgere. Importante che non rimetta in piedi il “muro di cinta” e che elimini anche il “recinto”, operazione che aveva “traslato” nella vendita dell’acqua Mangiatorella. Nel suo bisogno di liberarsi dalle dipendenze accumula dipendenze peggiori. Meglio conoscersi e sapere i propri punti deboli, piuttosto che disconoscerli e rifiutare i sani rimedi della mamma e della nonna: “toh, bevi un sorso d’acqua che ti passa tutto!”

A EZIO

La Morte nulla toglie e tutto concede

a chi ha saputo lasciare un messaggio ai sopravvissuti,

a chi ha amorevolmente accettato il suo destino di uomo, “amor fati”,

a chi è stato attento e appassionato testimone del suo tempo e della sua cultura.

Thanatos è pietoso con l’uomo che è vissuto per la Musica e per l’Arte della Musica,

l’uomo che non aveva paura quando ascoltava la Musica,

l’uomo che invitava a onorare la Musica come il padre e la madre,

l’uomo che sosteneva che nella Musica c’è il Tutto, Dio, la Vita, l’Uomo,

l’uomo che invitava ad ascoltare la Musica per ascoltarci dentro e per ascoltare l’altro,

l’uomo che sosteneva che la Musica è necessaria come l’aria, l’acqua, la terra e il fuoco,

l’uomo che insegnava la Democrazia della Musica e il potere magico che rende gli uomini uguali e umani,

l’uomo che sentiva la Musica come un sussurro e un disvelamento della Verità,

l’uomo che suggeriva di vivere la Musica come se fosse la prima volta, la prima di tante prime volte,

l’uomo che alla Musica da dato il primo e l’ultimo respiro.

Quest’uomo si chiamava e si chiama ancora oggi Ezio.

Ezio avvolgeva la Musica di “libido genitale”, la regalava come un dono d’amore alla gente che ascoltava le note dalla tastiera del suo piano o dal suo scanno di direttore d’orchestra.

La sua Musica è affetto,

è forza,

è piacere,

è conflitto,

è tenerezza,

è riposo,

è andamento,

è sturm und drang,

è soprattutto un dono.

Oggi, per rendergli lieve il cammino, voglio raccontargli una storia antica,

la storia di Orfeo,

una storia che Ezio conosceva a menadito e che non va mai a male,

la storia immarcescibile dell’origine della Musica,

il mito di Orfeo.

Orfeo era un poeta e un musico della Tracia, il figlio del re Eagro e della musa Calliope, intrigata in qualche modo con lo stesso Febo.

Orfeo era abilissimo a suonare la Lira che Ermes in persona aveva costruito per lui con un guscio di tartaruga e sette corde di budello di bue.

Orfeo cantava e suonava in maniera così soave

che ammansiva le belve selvagge,

commuoveva le aride rupi,

fermava il corso dei fiumi e ne incantava le acque.

La Natura si commuoveva al suono della sua Lira,

si muoveva insieme e muoveva i suoi insiemi.

La sua Musica era la voce del Tutto,

rievocava l’essenza della Vita,

toccava le corde interiori dell’universo.

Orfeo sapeva disoccultare la Verità e la regalava agli uomini elaborando

il Suono della Vita,

la Parola della Natura,

la Musica del Tutto.

Toccava le corde della Lira con l’abilità maieutica del musico che evoca le armonie profonde della Madre natura, figlio compreso.

La sua Musica ha preceduto Socrate e la metodologia antropologica nella ricerca della Verità.

Egli così pregava.

“In principio era la Musica

e la Musica era presso Dio

e la Musica era Dio.

Tutto in principio era Musica

e ogni cosa è stata creata per mezzo di Lei.

Nella Musica era la Vita

e la Vita era la Luce

che illumina ogni uomo

che viene in questo Mondo.

La Musica era nel Mondo

e il Mondo la riconobbe

e a tutti quelli che operano nel suo nome

diede il diritto di diventare figli di Dio.”

Era questa la mitica età dell’oro,

quando l’Uomo si concepiva parte della Natura e vivente tra i viventi,

“ilozoismo”,

“tutto vivente”,

quando la Vita era anche e soprattutto nell’apparente inanimato,

nel mondo degli atomi e delle molecole.

E Orfeo?

Cosa fa Orfeo?

Orfeo si innamora di Euridice, ma gli eventi gli remano contro.

Accade che il pastore Euristeo si invaghisce della bella donna e la insidia. Nel fuggire Euridice è morsa da un serpente velenoso e muore proprio nel giorno delle nozze.

Orfeo è sconvolto,

canta e suona il suo dolore ai mari e ai monti.

Con il suo pianto bagna la terra su cui cammina,

con i suoi lamenti commuove la Natura.

La sua Musica è in parte cambiata,

la sua Musica si è arricchita.

Rievoca le armonie del Tutto e risuona anche dell’angoscia di un uomo che non si rassegna a perdere la donna amata.

Anche gli Inferi ascoltano la crudele Musica di Orfeo mentre scende con la sua Lira nell’Oltretomba per cercare e per riportare Euridice alla luce del Sole.

E così Caronte si addolcisce,

Cerbero non abbaia,

Issione ferma la sua ruota,

Sisifo riposa sul suo macigno,

Tantalo non soffre la fame e la sete.

Si commuovono tutti i grandi del Mito e della Natura.

Anche Ades, il dio degli Inferi, e Persefone, la diletta sposa, sentono il tremolio dei sentimenti e lo struggimento del cuore, gustano il cordoglio.

E così concedono a Orfeo di ricondurre la sua amata Euridice nel mondo dei vivi, a patto che nella risalita non si volti a guardarla fino all’uscita dall’Averno.

Ma Orfeo non resiste alla tentazione.

Si volta a mirare Euridice e in quel momento la perde per sempre.

Orfeo tenta di abbracciarla, ma riporta vuote le braccia al petto perché Euridice è ormai ombra e nell’evanescenza scompare.

L’uomo appassionato ritorna sui suoi passi e tenta invano di convincere Caronte a traghettarlo al di là dell’Acheronte.

Orfeo rimane sulle rive del fiume per sette giorni senza toccare cibo.

Di poi, stremato ritorna nel mondo dei vivi e si ritira nel monte Rodope.

Per tre anni si chiude nel suo infinito dolore e giura di non voler amare più donna mortale.

Modifica la sua Lira,

toglie due corde alle sette volute da Ermes e rende il suono più triste e più cupo.

La Musica è cambiata,

non è più la rievocazione delle essenze della Natura,

non è più la rivelazione della Verità del Tutto Vivente,

non è più l’eco delle armonie naturali.

La Musica è l’espressione del dolore,

della sofferenza,

dell’angoscia degli uomini,

della loro Natura di viventi avulsi dall’universo

e dal godimento del Bene cosmico.

La Musica è l’espressione del Pessimismo umano,

della Natura matrigna

e Orfeo è l’artefice di questo nuovo Male.

La sua avversione è rivolta alle donne,

in particolare alle Dionisiache,

le seguaci del culto di Dioniso,

quelle che nei riti tendono alla fusione con il dio,

quelle che cercano il crepuscolo della coscienza,

quelle del capro e del pasto cruento,

quelle che mangiano la stessa divinità in maniera traslata,

quelle dell’orgia e dell’orgasmo,

quelle che insegnano i mirabili doni del cervello antico e della Follia,

quelle che uccidono il superbo Orfeo,

quelle che lo sbranano,

quelle che gettano la sua testa ancora cantante nel fiume Ebro.

E la testa del cantore giunge ad Antissa nell’isola di Lesbo.

Le Muse, la madre Calliope in prima fila, mosse a compassione, la raccolgono e la depongono graziosamente nel firmamento,

là dove ancora brilla la costellazione della Lira,

là dove ancora si offre allo sguardo stupito del viandante durante le serene notti di Agosto.

Resta aperta la questione sulla Musica,

sulla concezione della Musica come Natura,

sulla concezione della Musica come Artificio umano,

come riproposizione delle armonie cosmiche da parte dell’uomo,

come strumento della gioia e del dolore,

sulla Musica come la Lira di Orfeo con le sette corde,

sulla Musica come la Lira di Orfeo con le cinque corde.

Ezio ha ben combinato nella sua breve vita il contrasto, distribuendo all’Uomo quel che è dell’Uomo e alla Natura quel che è della Natura, sapendo restare in una cornice concreta di sacralità e di mistero.

Questa è stata ed è la Musica di Ezio, il suo Evangelo, la sua Buona Novella per i credenti e per i miscredenti.

Necesse est gratias agere.

Dovunque tu non sei e qualunque cosa tu non fai in questo nostro momento, “cura ut valeas”, amico mio!

Salvatore Vallone

pose in Pieve di Soligo, (TV), in Sua grata memoria, nel triste venerdì 15 del mese di maggio odoroso e dell’anno bisestile 2020.

LA MATRIARCA

RIFLESSIONI E APPROFONDIMENTI SUL SOGNO DI SIMONE

PSICOLOGIA PROFONDA DELLA MATRIARCA

In principio era la Madre: matriarcato.

La “matriarca” è quella “madre” che vive e ritiene il figlio una sua proprietà e tende a rafforzarne la dipendenza anche in maniera subdola e sofisticata, esercitando un “potere” assoluto di vita e di morte. La psicodinamica profonda della “matriarca” è basata sui processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione” alla posizione “orale”, alla dimensione affettiva primaria e all’angoscia della perdita. Questa operazione è dettata dal bisogno della “matriarca” di non incorrere nelle spire della “depressione severa”, con la perdita di senso e di significato della vita e del vivere, con la perdita di ruolo, di mansione e di riconoscimento. All’angoscia di perdita la “matriarca” reagisce con il meccanismo primario della “conversione nell’opposto” ed esibisce l’acquisto massimo di potere sui figli e sul figlio unico in maniera elettiva. Si ricostituisce la sacra diade “madre-figlio” delle religiose pitture in maniera esasperata e in relazione complementare. La maternità della “matriarca” si esalta in una psicoterapia autogena e si sviluppa in funzione del benessere psicofisico della “madre”. Il “figlio” è l’oggetto terapeutico, lo strumento su cui convogliare le proprie angosce di abbandono e solitudine, di perdita e di frammentazione. Il “figlio” è “l’organon” della catarsi della “madre”. Tramite il possesso e la gestione del “figlio” la “madre” degenera in “matriarca” e disconosce l’altro da sé, offrendosi a se stessa e agli altri come in uno stato perpetuo di gravidanza: il “figlio” è nel suo corpo, è una parte del suo corpo. Il suo corpo comprende il “figlio”. La “matriarca” non lo concepisce fuori di lei e, tanto meno, dalla sua orbita. Il corpo si è dilatato e abbraccia il “figlio” e, di conseguenza, la sua gestione psicofisica. La “matriarca” non investe nel “figlio” la “libido genitale”, quella che riconosce l’altro da sé e investe la giusta “libido”, quella che ama il figlio senza alcun bisogno di possesso del corpo e di coartazione della coscienza. La “matriarca” è una madre “regredita” e “fissata” nella “posizione psichica orale” e investe nella relazione questa qualità di “libido”, oltremodo affettiva e sensibile alla perdita, depressiva per l’appunto. La “matriarca” è attaccata all’oggetto della sua salute psichica e del suo equilibrio organico al punto di non riconoscerlo come esterno e di incorporarlo magicamente come si usa fare nei rituali sacri a base orale: Eucaristia. La oro-incorporazione del “figlio” allevierà magicamente le angosce depressive della “matriarca” attraverso il rituale della fagocitazione. L’investimento “genitale” non è contemplato dalla “madre” degenerata in “matriarca” e il suo comportamento psicofisico viene contrabbandato come l’esempio vivente del grande amore materno. La morte in vita del “figlio” si sublima nell’orgoglio della madre per quel che riguarda gli affetti e i sentimenti. La “matriarca” opera per difesa un contenimento del suo “nucleo psichico depressivo”, elaborato e incamerato nella sua prima infanzia, con il vissuto possessivo del “figlio”, proprio traslando nel “figlio” il nucleo, la sua potenziale depressione, e controllando il nucleo attraverso la gestione del “figlio”. Quest’ultimo non è vissuto come “figlio”, ma come la stessa angoscia di perdita, per cui la “matriarca” deve manipolarlo per sentirsi viva e in equilibrio psicofisico. La “matriarca” è l’esempio vivente e in esercizio dell’immaturità psichica di quelle madri che non hanno portato avanti la giusta evoluzione e sono rimaste ancorate alla prima “posizione”, quella “orale” della loro dipendenza dalla loro madre e da lì non si sono spostate nonostante lo scorrere del tempo e delle esperienze. I “processi psichici di difesa” dall’angoscia della “regressione e della “fissazione” fungono al massimo per la necessità e l’impellenza psicofisiche. Questa forma di immaturità va al di là dell’età anagrafica dell’attrice protagonista, la “madre”. E’ possibile, infatti, ad esempio presso le culture dei nomadi Sinti, che una ragazzina diventi madre a quattordici anni e investa sul figlio “libido genitale”. E’ altrettanto possibile nella cultura occidentale che una donna diventi madre a quarantanni e investa sul figlio “libido orale”. La prima ha evoluto la sua formazione psichica e viaggia di conseguenza verso la migliore relazione possibile con il figlio, la seconda è rimasta “fissata” alla “posizione orale” e fugge dalla depressione incombente controllando l’angoscia collegata e “traslandola” nel possesso e nella tirannica gestione del “figlio”.

E per quest’ultimo quali prospettive psichiche si aprono?

Il “figlio” attivo della “matriarca”, secondo i naturali parametri psicologici, si può ribellare alla “madre” scegliendo la sua autonomia psicofisica nel momento opportuno della sua crescita evolutiva e quando il danno psichico ed esistenziale in lui si fa manifesto. Deve progressivamente rifiutare di essere gestito dai voleri impetuosi e dai bisogni ricattatori della “madre” proprio stimandone la motivazione di fondo, la depressione latente e la difesa dall’emersione dei sintomi. Questa pacata e progressiva “ribellione” del figlio deve essere sempre controllata nei risvolti profondi, perché può produrre sensi di colpa e conseguenti espiazioni nei sintomi psicosomatici delle crisi di timor panico. Il cammino esistenziale del “figlio” attivo della “matriarca” si risolve benignamente nell’adozione della madre e nella devota cura della sindrome depressiva in agguato attraverso la presenza e la fermezza.

Se il “figlio” soccombe ai bisogni “orali” della “matriarca”, resta vittima vita natural durante e deve abdicare alla realizzazione personale e sociale. Il “figlio” passivo della “matriarca” non matura, come la madre, la “libido genitale” e, quindi, spesso non forma una famiglia. E’ cresciuto tra le angosce della madre ed è stato da lei manipolato per fini terapeutici di contenimento psichico del suo nucleo depressivo “orale”, quello severo. Questa soccombenza del “figlio” culmina nella morte della “madre” e prosegue nella progressiva esaltazione del nucleo depressivo, del figlio s’intende, fino all’esplosione della sindrome depressiva. Il “figlio” non ha il contenimento del suo nucleo in un “figlio”, per cui la catena, “coazione a ripetere”, si interrompe e l’isolamento e la solitudine prendono il sopravvento psicologico manifestandosi in uno stato depressivo da incapacità di investimenti di “libido genitale” e da esplosione dei bisogni “orali” di affetto e di protezione. Il “figlio” della “matriarca” rimane sempre “figlio” anche in assenza della “madre”. Oltretutto, il legame è rafforzato dalla psicodinamica della “posizione edipica” che la “madre” ha oltremodo fomentato con il suo attaccamento morboso al “figlio” e da quest’ultimo equivocato anche come relazione d’amore sublimata.

Questo quadro si spiega in assenza psichica della figura paterna ed è riferito espressamente al “figlio” e possibilmente unico.

Per quanto riguarda la “figlia”, la psicodinamica istruita dalla “madre matriarca” si diversifica notevolmente a causa della “posizione edipica” e dei vissuti di rivalità e di identificazione che scatenano nella “figlia” il bisogno di autonomia psicofisica.

Adduco qualche nota culturale antropologica traendola dalla mia infanzia vissuta a Siracusa.

Nella prima metà del Novecento la primogenita era destinata culturalmente all’accudimento dei genitori nella loro vecchiaia, mentre per il “figlio” si apriva la necessità del mantenimento materiale e finanziario dei genitori.

Ricordo che i primi tatuaggi avvenivano in carcere ed era privilegiata la scritta “AMO MAMMA”.

Ricordo ancora che il carcerato teneva esclusivamente al perdono della mamma e non dello Stato.

Le canzoni popolari e dialettali avevano questo tipo di richiesta verso la figura materna, a testimonianza della polivalenza psichica e simbolica della “Madre” archetipo e della “madre” reale anche se non necessariamente “matriarca”.

Ricordo ancora che quest’ultima è limitrofa e contigua alla classica “parte negativa” del “fantasma della madre”, la rappresentazione infantile della figura materna che il bambino opera attraverso il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “splitting” o “scissione delle imago”. Nel caso della “matriarca” si è verificato un passaggio naturale dalla rappresentazione infantile, parte negativa del fantasma della madre, alla realtà e alla concretezza delle azioni e dei fatti. Il materiale psichico, elaborato autonomamente dalla bambina nei primi sei mesi di vita, ha visto la luce per la mancata evoluzione psichica e per la costante minaccia della depressione severa.

Va da sé che la psicopatologia depressiva ha le sue radici nella “posizione psichica orale”, nei vissuti fantasmici del primo anno di vita e nella loro mancata evoluzione, per cui si struttura il “nucleo” depressivo che nel tempo può esplodere con la sintomatologia. La “regressione” e la “fissazione” sono difese dall’angoscia, contengono il malessere anche spostando gli investimenti nel figlio. E’ questa la psicoterapia autogena della “matriarca”.

MIO FIGLIO E MIA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.

Mi sono svegliato angosciato.”

Simone è il sognatore in questione.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Annuncio subito che questo sogno si decodifica secondo le coordinate simboliche di un doppio registro: “Simone e sua madre”, “il figlio di Simone e la madre”, ossia la moglie di Simone e sempre secondo i vissuti di Simone. Entrambe le interpretazione sono presenti e possibili. La prima è profonda, la seconda meno, ma funge da causa scatenante, “resto diurno”, del sogno. La prima risale all’infanzia, la seconda all’età matura.

Parto per questa ardua impresa.

Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.”

Il quadretto onirico presenta il padre e il figlio in una cornice di vera Natura. E’ veramente degno di menzione per l’eccezionalità qualitativa e comporta nell’immediato una riflessione. L’agiografia, la pittura dei santi e non soltanto, mostra sempre la Madonna con il bambino e quasi mai Giuseppe con Gesù infante. Anche la pittura laica ha scelto e preso questo orientamento culturale.

Avete mai visto un quadro o un affresco sul tema della paternità?

Un figlio e tanto meno una figlia in braccio al padre?

Io ignoro, almeno per il momento. La spiegazione antropologica culturale esige che la madre con il figlio condensi simbolicamente l’Origine e il primato occulto del “principio femminile”, mito greco di Gea. Il padre con il figlio contiene la simbologia del potere culturale e politico, nonché la trasmissione di questo potere.

La spiegazione psicoanalitica, sempre su “padre-madre-figlio-figlia”, richiama la “posizione psichica edipica”, la conflittualità tra padre e figlio e la “castrazione” psichica di quest’ultimo a opera del primo e sempre nei vissuti del figlio. La spiegazione psicoanalitica rievoca la primordiale ostilità verso il padre da parte dei figli e l’imposizione dei tabù per la convivenza sociale dopo il parricidio da parte di quei figli terribili. Mentre, per quanto riguarda la madre con il figlio, la Psicoanalisi ha un occhio di riguardo perché la relazione ha un contenuto etico e filogenetico di Amore della Specie che oscura il desiderio incestuoso del figlio: il primato femminile e la dipendenza dell’universo maschile. Se poi, per par condicio, consideriamo la diade “padre-figlia”, la dialettica psico-culturale s’imbatte nel tema dell’incesto e della violenza paterna almeno durante la giovinezza del padre, mentre nella vecchiaia la dialettica acquista i toni della devozione e dell’amore filiale, “pietas” verso il padre: il tema psico-culturale della figlia Antigone e del padre Edipo. Una figlia in braccio al padre in una tela pittorica, sacra e profana, risulta assente nella mia debole memoria e nella mia tanta ignoranza.

Questi accenni antropologici come inizio dell’interpretazione di un sogno non vanno proprio male. Del resto, ho sempre sostenuto che un sogno non è un semplice sogno, è tanto di più, è un prodotto psichico che contiene veramente tanto di altro. Evoca tanta Cultura, per esempio. Nulla di nuovo sotto il sole e la luna.

Convergo sul tema onirico di Simone.

La rara e preziosa diade “padre-figlio” si trova in un ambito di intimità affettiva e protettiva dove dominano, per l’appunto, i bisogni naturali e sono estromessi le artificialità formali, oltretutto destituite di carica emotiva e sentimentale. Simone si sta dicendo in sogno che sta bene con suo figlio e che vive bene il ruolo di padre anche nella veste familiare, quando le manifestazioni psichiche vertono sull’intimo e sul privato. Non si tratta della classica gita al parco del Gran Sasso o di Vindicari o di Pantalica, si tratta della simbolica solidarietà che si stabilisce tra padre e figlio quando si convive e, possibilmente nei casi di divorzio, quando il figlio soggiorna con il padre per obblighi di legge e soprattutto per bisogni formativi psichici. Insomma Simone ama suo figlio e sicuramente è molto attaccato alla sua creatura a tutti i livelli. Questo è il significato psichico di “mi trovavo con mio figlio in un parco naturalistico”: il senso intimo e vitalistico della paternità.

Consideriamo anche la tesi che Simone rievoca la sua infanzia e il suo bambino dentro. Quel figlio è quel se stesso proteso nel desiderio di un padre ideale. Simone si “sposta” in suo figlio e si attesta come quel padre che è e come un buon modello di padre che cura il figlio nel versante psicofisico e che avrebbe desiderato.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.”

Questa è la classica descrizione simbolica dell’universo degli affetti, delle pulsioni e dei bisogni allo stato puro, quando gli istinti sono liberi di esprimersi nel migliore teatro e nelle forme diverse. Tutta la fenomenologia dell’amore parte dal basso e, di poi, include l’alto, parte dal sistema neurovegetativo e arriva alla consapevolezza dell’Io e alla razionalizzazione. La base dell’amore paterno è l’istinto di investire nel figlio liberamente la “libido”, quell’energia vitale del padre che occupa i suoi spazi pulsionali e sentimentali. Il padre provvede alla sopravvivenza e al benessere del corpo del figlio e in questo compito filogenetico non è da meno della madre. Queste sono situazioni che richiedono un intervento sanguigno e ancestrale. Simone ama suo figlio con quel trasporto sensoriale ed emotivo che rievoca le frustrazioni della paternità e i sensi di colpa legati all’assenza. Il padre sta compensando ampiamente con il figlio tutta una serie di istinti e di pulsioni che si traducono nei bisogni consapevoli di un uomo devoto al suo ruolo e al suo compito per profonda convinzione. Gli “animali” rappresentano simbolicamente gli istinti e sono tutti maschi e “liberi” come in una prateria naturale e ricca di vita. Niente è addomesticato dalla Cultura o dall’abitudine, tutto il sistema neurovegetativo è allo stato puro o quasi. Simone è orgoglioso del suo essere maschile e del figlio maschio. Si tratta di corrispondenza di amorosi sensi, di empatia e di simpatia, si tratta di “filia” e di “pathos”.

Quello che Simone ha descritto per il figlio, vale anche per se stesso nell’infanzia.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.”

Dopo l’elogio della paternità Simone sposta, trasla, proietta sul figlio i suoi bisogni di assolvere eventuali sensi di colpa. E’ questo il senso del “torrente” e il significato della “acqua”. Quest’ultima, oltretutto, è “limpida”, è quasi pura, è esente da qualsiasi colpa e travaglio psicologico sulla colpevolezza. Simone non si sente in colpa nei confronti del figlio e si tuffa tramite il figlio in questo bagno che non può essere catartico per il motivo suddetto. Il sollecitare a “tuffarsi” indica la ricerca di un eventuale residuo di colpa, ma in ogni caso l’azione del “torrente” è forte e liberatoria da eventuali scorie psichiche non pienamente ripulite dalla consapevolezza e dalla razionalizzazione. Simone ha una buona e limpida “coscienza di sé”, almeno fino a questo punto. Il padre si sta gestendo con il figlio in maniera egregia e costruttiva, analizzando le sue pulsioni e le sue colpe. Le prime sono ottime e le seconde altrettanto. Meglio di così c’è il paradiso delle “uri”, le fanciulle dagli occhi neri di cui parla il Corano. Non dimentichiamo, comunque, che la simbologia del “torrente” e della “acqua limpida” indica l’energia vitale, la “libido” disinibita.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.”

Da pieno e poderoso il sogno di Simone si colora all’improvviso di un drammatico evento: la fagocitazione materna. Mostra la “parte psichica negativa” del “fantasma della madre” elaborato nella primissima infanzia, la madre che annienta e divora il figlio, la madre che crea forti dipendenze e non libera, la madre che ama e ricatta, la madre che disconosce e uccide l’autonomia psicofisica del figlio. Si conferma la doppia lettura del sogno, una di superficie e l’altra profonda, una che riguarda il figlio di Simone e l’altra che riguarda lo stesso Simone.

Meglio: Simone sta rievocando la sua storia psichica o è preoccupato per la relazione del figlio con la madre?

Ci sono entrambe le possibilità e le problematiche. In ogni caso si privilegia Simone e la sua storia psichica e si afferma che il figlio e la sua relazione con la madre funge da “causa scatenante”, resto diurno”, del sogno di Simone. Mi spiego ancora meglio. Simone padre è preoccupato per la dipendenza eccessiva dal figlio dalla madre, sua moglie o ex moglie, e nel sogno elabora la sua storia psichica di dipendenza da sua madre. Chiarito ogni equivoco e dubbio, la simbologia dice che la “pozza d’acqua” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che crea dipendenze e non favorisce l’autonomia: “Piano piano l’ha inghiottito”. “La mano” che “era fuori” rappresenta la sola relazione salvifica possibile dalle grinfie nefaste della madre, simbologia, rafforzata e inequivocabile, della terra e dell’acqua. Questa “mano”, che Simone lascia fuori dal fango nello psicodramma onirico del figlio, è la sua. Si cerca disperatamente a questo punto il salvatore, il “deus ex machina” della tragedia greca che risolveva alla fine tutti gli enigmi e i conflitti che agli uomini mortali non era data possibilità di soluzione e di ripartenza per il prossimo travaglio delle umane sorti, per la prossima tragedia.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.”

Cosa può fare un padre di fronte al figlio che viene divorato dalla madre?

Cosa può fare un figlio di fronte alla madre possessiva che non lo riconosce come l’altro da sé, come l’oggetto esterno da amare e non da distruggere, come l’oggetto esterno su cui investire la sua “libido genitale” e non “orale”, insomma come il figlio?

Chi ha dato a suo tempo una mano a Simone?

Di certo, al figlio è il padre in persona, Simone, a tentare il salvataggio. Quel padre è mancato a Simone bambino. Gli è mancata quella figura che poteva salvarlo dalle insidie della madre immatura e ferma all’esercizio della “libido orale”, una madre ferma a contenere il rischio depressivo e per questo motivo indotta naturalmente a tenere i figli con sé vita natural durante. Simone realizza con suo figlio il desiderio di un padre presente che a suo tempo lo avrebbe tirato fuori dalle sabbie mobili della madre possessiva e in odore di depressione per la sua immaturità psichica. Gli ha “dato la mano”, non lo ha afferrato con la “mano”. Il salvataggio del figlio non è energeticamente consono e proporzionale al pericolo della madre fagocitatrice e del pericolo di annientamento che sono sul drammatico tappeto. La simbologia riporta in auge la “mano” e il “tirarlo fuori”, lo strumento relazionale e la soluzione del dramma senza ricorrere al “deus ex machina” di prima o all’imponderabile di sempre. Sulla scena sono presenti una madre possessiva, un padre preoccupato che ricalca in parte la figura di suo padre, un figlio in piena crisi di dipendenza e alla ricerca di una possibile autonomia. Tutti questi personaggi sono lo stesso Simone, sia nell’essere traslati nel figlio e sia nell’essere attribuiti al figlio. Lo psicodramma è del padre e il figlio è lo strumento per rivivere e riattraversare le esperienze vissute a suo tempo.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Simone ha fato di tutto per salvarsi dalle spirali maligne della madre, ma non c’è riuscito anche perché l’azione salvifica del padre non è stata a suo tempo incisiva e determinante. Simone adesso, vedendo il tipo di relazione del figlio con la madre, rivive la stessa psicodinamica e lo stesso dramma. La scena biblica dell’essere “inghiottito dalla terra” si risolve nella semplice dipendenza psichica dalla figura materna per bisogno della madre di avere un ruolo, una funzione, un compito, una collocazione storica al fine di evitare la perdita di senso, di significato e di valore, la sua larvata “depressione” da “oralità” non risolta e non superata perché non evoluta nelle successive “posizioni psichiche”. E in quest’ultima minaccia psicopatologica incide anche la solitudine della madre e l’angoscia della perdita, favorita da altre perdite subite, tra cui ci può essere un marito assente o un uomo superficiale. Certo che la dipendenza del figlio dalla figura materna non evoca soltanto l’adolescenziale “posizione edipica”, il conflitto con il padre e il bisogno di possesso della madre, evoca soprattutto il forte legame affettivo della prima infanzia che ha rasentato la morbosità, la quasi malattia.

Il meccanismo psichico del “processo primario” che gestisce la scenografia del sogno, la “figurabilità”, ha trovato la sua eccellenza nel rappresentare allegoricamente lo psicodramma in questione: “Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Nulla da aggiungere, perché tutto si è compiuto nel migliore dei modi psicologici, nonostante la crudele atrocità del quadro finale.

Altro che il figlio in braccio al padre!

L’ANIMA CHE VOLA DI ELISA

E’ una canzone importante e premiata per il valore letterario del testo, fascinosa nella musicalità e suadente nel messaggio. Elisa l’ha dedicata al suo uomo e al padre dei suoi figli: una canzone d’amore composta dopo la seconda maternità. “L’anima vola” segna il primo lavoro discografico in lingua italiana della cantante friulana.

Ma cosa contiene di “Psichico profondo” questo testo di scuola ermetica?

La metodologia psicoanalitica trova pane per i suoi denti.

L’anima vola”

Il simbolo “anima” è antichissimo, risale ai primordi dell’umanità. L’antropologia culturale lo attribuisce alla magia, alla religione, alla mitologia, alla filosofia, alla psicologia, alla psicoanalisi, per cui al simbolo si associa anche il concetto. L’anima è il più diffuso ed efficace esorcismo all’angoscia di morte con il suo attributo dell’immortalità. Jung volle che “l’anima” fosse la componente inconscia femminile del maschio, così come “l’animus” era l’equivalente maschile nella femmina. Ci piace pensare che “l’anima” di Elisa sia il suo tratto psichico femminile, la “parte femminile” della sua psiche che si integra con la “parte maschile” per comporre la sua “androginia psichica”. Quest’ultima si attesta nel coniugare attributi psichici maschili e femminili simbolicamente e culturalmente ascritti all’universo maschile e femminile, al di là del loro essere biologico maschile o femminile. Questo per quanto riguarda l’anima. In riferimento alla sua immaterialità è possibile che che l’anima “vola”. Il “volo” richiama il meccanismo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e si attesta simbolicamente nell’evoluzione della materia verso la spiritualità con il conseguente benessere psicofisico. L’emancipazione dalle dipendenze materiali riguarda “l’anima” e il “volare”. La liberazione dalla pesantezza del corpo e dalla dimensione materiale porta alla sfera eterea del mistero e del mistico. Nel prosieguo dell’analisi del testo si definirà “femminilità” l’anima e nello specifico la “femmina biologica” e la “femmina psichica”.

le basta solo un po’ d’aria nuova”

L’”aria” è simbolo della vita e della vitalità. Rievoca il soffio di Dio nel “Genesi” per animare il pupazzo “AdamEva” composto dal fango e chiamato uomo nel senso di maschile e femminile. L’”aria” è il principio cosmogonico, “arké”, secondo Anassimandro e secondo le teorie filosofiche dei Sumeri e dei popoli dell’area mesopotamica. Se l’”aria” rappresenta simbolicamente la vita, l’aria “nuova” condensa il dare la vita, la verità biologica della procreazione e dell’amore della Specie. La femminilità è vita e dà la vita.

se mi guardi negli occhi”

Gli “occhi” contengono la luce della ragione e della realtà, la verità di sé e la coscienza di sé, la relazione vigile con se stessi e con gli altri. Negli “occhi” si attesta una vena di consapevole “simpatia” nella partecipazione emotiva e nella condivisione emotiva. Il “guardare” condensa un’ispezione interiore dell’altro e può degenerare in un’istanza paranoica. Il “se mi guardi negli occhi” si traduce in “se indaghi nella mia vigilanza razionale”, “se mi vuoi conoscere nella realtà”, “se aspiri a una conoscenza formale e visibile”. E’ richiamata la funzione razionale dell’”Io” con l’esercizio del “principio di realtà”.

cercami il cuore”

Il “cuore” è simbolo della “vita neurovegetativa”, delle emozioni, dei sentimenti, degli affetti, delle pulsioni, dell’empatia e della simpatia. “Cercami” è un invito seduttivo alla fusione sentimentale, una “traslazione sublimata” di un amplesso erotico e sessuale, la ricerca d’intimità e d’interiorità mista alla ricerca dei corpi.

non perderti nei suoi riflessi”

Perderti” equivale all’abbandono psicofisico, all’affidamento acritico e fiducioso. Niente di depressivo, tutt’altro! Condensa la grande capacità di lasciarsi andare e la disposizione all’orgasmo insieme a una benefica caduta nell’indifferenziato senza squilibrio. I “riflessi” del cuore sono tutte le dimensioni sopra citate che vanno da Eros a Pathos, dal corpo che vive al sentimento che si vive.

non mi comprare niente”

La femminilità è aliena dalla materialità, si esalta nel senso mistico e si appaga delle atmosfere rarefatte. La femminilità si volge alla spiritualità. Il “comprare” equivale a un’acquisizione possessiva, a un potere di investire la “libido” per avere. La femminilità non chiede niente, è aliena dalla materia e dal potere.

sorriderò se ti accorgi di me fra la gente”

La femminilità esige attenzione e premura, la consapevolezza dell’importanza della complicità, del sorriso, dell’apertura, del piacere, della gioia che traspare nel riconoscimento e nella bellezza. Il “sorriderò” accattivante e ruffiano segna la seduzione e l’intesa. La “gente” sono gli altri, i senza nome, i senza individualità che fanno contorno e cornice a una relazione speciale, quella della femminilità con il suo interlocutore. Il “ti accorgi” attesta dell’afflusso del “rimosso” e della conseguente presa di coscienza.

sì che è importante”

Le cose che contano, quelle che hanno valore per la femminilità, sono la complicità seduttiva e il sorriso consenziente. “Importante” equivale all’amor proprio e all’autocoscienza, allo spirito affermativo e alla valorizzazione di sé, all’autostima dell’Io e del suo vissuto.

che io sia per te in ogni posto”

Onnipotenza e ubiquità dell’amore materno! Per il bambino la mamma è una dea. La femminilità esaltata nella maternità induce l’augurio che il pensiero possa annullare lo spazio. Il ruolo psichico assimilato è imprittato di sacro e lo schema culturale parla della femminilità come di un soggetto di maggior diritto.

in ogni caso quella di sempre.”

La sostanza della femminilità è “sempre” la stessa, quella” che non varia al variare delle apparenze. Dopo il superamento dei limiti della dimensione spaziale, l’essere femminile presenta l’immutabilità del tempo e sceglie per sé il tempo che non scorre perché è fermo, perché è un presente continuo, un “breve eterno”. L’essere della femminilità resta identico secondo le tracce di una onnipotenza psichica e secondo i bisogni affettivi.

Un bacio è come il vento”

La fusione orale, un bacio”, l’affettività trasporta, inebria, emoziona, è una pulsione incontrollabile, “come il vento”, è il simbolo della passione e la metafora della volitività, della vitalità, della “libido”, delle energie da investire, dell’umore. Tutto questo è contenuto in un ingenuo e tenero “bacio”.

quando arriva piano però muove tutto quanto”

La dolcezza si sposa con la passione che muove la femminilità e commuove la maternità. “Eros” e “pathos” si coniugano ed esaltano in trasporto sensuale e sentimento. La donna perde la testa in progressione con il cuore.

è un anima forte che sa stare sola”

L’essere femminile è autonomo e si appaga di sé. La forza significa che sa di sé e non ha bisogno di altro fuori di sé. La madre è autosufficiente e consapevole. Il sapere della propria solitudine è affermazione di potere, difesa dal coinvolgimento e rasenta l’onnipotenza narcisistica

quando ti cerca è soltanto perché lì ti vuole ancora”

La seduzione femminile è finalizzata al desiderio che cerca il maschio per appagare se stessa e il Genio della Specie. Istinto è pulsione a cercare, è aver bisogno di sé e dell’altro affermando un potere. Volere è desiderio passionale e coscienza di godimento.

e se ti cerca è soltanto perché l’anima osa”

“Memento audere semper” recita un motto latino invitando a vivere intensamente la vita e la vitalità. La femminilità ci prova sempre e si basa sui fatti e non sulle astrazioni. La femminilità osa nel senso di fare e con coraggio e nel senso di realizzarsi come una pulsione e di dare concretezza all’idea, ai pensieri, ai desideri, ai bisogni. L’osare simbolico è un investire con ardimento. La donna è ardita e va all’assalto della vita senza il coltello tra i denti.

è lei che si perde e poi si ritrova”

Passare dall’emozione alla ragione, dall’orgasmo alla vigilanza, dal crepuscolo della coscienza alla limpidezza della mente, è questo il passaggio della femminilità dall’Inconscio al Conscio, dal buio alla luce per ricomporsi e ricompattarsi dopo essersi smontata psico-analiticamente. Viva il principio femminile!

E come balla quando si accorge che sei tu a guardarla”

La femminilità si esalta con la consapevolezza di essere per te e di essere piaciuta a te. Tu la esalti con interesse affettivo e sessuale. “Guardare” equivale ad apprezzare la bellezza e la ragione, a metà tra il movimento sensuale di appagamento e il sentimento d’amore verso la femminilità.

non mi portare niente”

Non voglio materia, la femminilità e la maternità esigono movenze psicologiche, danze affettive, presenze amorose, perché la donna e la madre si appagano di sé e nulla chiedono.

mi basta fermare insieme a te un istante”

“Fermati, sei bello” dice all’attimo Schiller. Vivere fuori dal tempo insieme a te comporta una creatività che fa a meno della Storia, un’eternità che va contro la miseria del Tempo. La Bellezza della femminilità e della maternità si coglie nell’attimo e non nello scorrere dei secondi, dei minuti, delle ore.

e se mi riesce”

Se sono capace di fermare la mia femminilità, se è nei miei mezzi fermare il tempo e vivere l’attimo insieme a te con tutta la bellezza della dimensione eterna della maternità, io sarò pienamente appagata di questo traguardo.

poi ti saprò riconoscere anche nelle tempeste”.

L’imprinting è avvenuto, adesso puoi andare, se vuoi, perché io ormai so di te, ho il tuo sapore e saprò di te quando il mio corpo navigherà nel trambusto dei sensi, nei tempi meteorologici che cambiano in tempeste.

l’anima vola, mica si perde”

La femminilità e la maternità non condividono i processi d perdita, tutt’altro! Il bilancio è sempre attivo e prospero. La partita doppia vede sempre il rialzo nella voce “attivo”. La donna e la madre non conoscono la depressione e la caduta delle energie da investire, semplicemente perché sono fatte di “libido genitale”, quella che si dona e appaga nella cornice magica del sentimento d’amore.

l’anima vola, non si nasconde”

La femminilità e la maternità non si rimuovono, non si dimenticano, non si lasciano archiviare facilmente come una pratica burocratica o un vizio assurdo. La femminilità e la maternità vivono nel presente e nel breve eterno. Esigono la costante memoria e l’imperitura manifestazione dettate dalla consapevolezza di essere i veicoli della vita e della vitalità: filogenesi.

l’anima vola, cosa le serve”

La femminilità e la maternità bastano a se stesse, non hanno bisogno di alcunché, vivono di se stesse e si appagano della loro autonomia. Hanno solo bisogno di amare perché sono anima, essenza vitale che aleggia e nutre.

l’anima vola, mica si spegne.”

La femminilità e la maternità sono eterne, almeno quanto l’eternità della vita che ha coscienza di sé, che sa di sé e aspira a perpetuarsi grazie all’anima che vola e non si imbatte nella fine e tanto meno nella morte. C’è sempre un’anima che sorge come il sole giocondo e libero in sul primo albeggiare.

Questo è quanto e scusate se è una canzone di musica leggera.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giovedì 14 del mese di maggio dell’anno 2020