PSICOLOGIA DEL GRUPPO E DELLE MASSE

Egregio dottor Vallone,

da tre settimane siamo chiusi in casa per lottare contro il coronavirus. Siamo nelle mani della scienza medica e va benissimo, ma vorrei sapere come reagisce psicologicamente la gente a questa strategia dei virologi seguita dal governo. Se mi può dire qualcosa, le sarei grato.

Cordiali saluti

Francesco

Pescara, martedì 31 del mese di marzo dell’anno 2020

La “Psicologia del gruppo e delle masse” analizza la formazione e l’azione di un insieme di individui: come appare, come pensa, come agisce. In questa dinamica di amalgama sono presenti alcuni fattori psicosociali che aiutano la coesione: la coscienza di classe, l’anima collettiva, l’imitazione, la suggestione, la regressione, la sublimazione, la coscienza collettiva, l’alienazione, la persuasione, l’alleanza, la condivisione. Queste sono le tesi di fondo delle “Psicologie della massa” che partono da Marx, passano da Freud, arrivano alla scuola di Francoforte, teorie considerate negli studi attuali della Psicologia sociale, della Psicologia dell’emergenza e della Sociologia. Questa introduzione serve per capire quanto la questione sia antica ed elaborata. Si parte, infatti, dalla tesi aristotelica dell’uomo “animale sociale”, “zoon polithicon”, dalla “Politica” di Aristotele, quindi, per passare alle teorie dei filosofi successivi.

SINTESI METODOLOGICA

Una sintesi metodologica permette di dire che non si è lontani dal vero se si ammette che nei gruppi e nella massa convivono processi razionali e irrazionali, consapevoli e inconsapevoli, suggestivi e critici.

Non si è lontani dal vero se si afferma che il modo di sentire, di pensare e di agire sono rielaborati fino a diventare uniformi e condivisibili dai componenti della massa e del gruppo.

Non si è lontani dal vero se si pensa che il processo di aggregazione parte dall’emozione e dal sentimento e tende sempre verso l’affermazione della razionalità e della consapevolezza.

LA RICHIESTA E LA VALUTAZIONE

Veniamo all’oggi e all’attualità, come chiede Francesco.

Alla sua domanda di chiarimento sulle reazioni della gente, io aggiungo la mia: “quanto si può resistere chiusi in casa senza dar di matto?”

Il popolo italiano ha reagito alla restrizione fisica in maniera egregia, ma vediamo quali reazioni psichiche si possono individuare in progressione e quali rimedi si possono apportare a tanta originale impresa.

In generale gli italiani hanno portato e porteranno in evoluzione le seguenti “posizioni psichiche” che per comodità esplicativa fisserò per settimane.

PRIMA SETTIMANA

All’annuncio della quarantena il “fantasma di morte” collettivo ha prodotto una notevole carica di “ansia” che in poco tempo si è evoluta benignamente nella “paura” attraverso l’opera di “razionalizzazione” della situazione logistica conseguente alla drammatica situazione clinica. L’ansia è una tensione nervosa, naturale e transitoria, che trova nella “paura” la consapevolezza della causa: l’oggetto giusto è la paura del contagio e la paura della morte. A questo punto è molto importante che la paura non traligni nell’angoscia. Quest’ultima è una reazione nervosa pesante e non ha oggetto consapevole, meglio, ha tanti oggetti che non sono consapevoli perché sono il risultato dei vissuti pregressi e sepolti nella memoria di ogni individuo nel corso dell’evoluzione psicofisica. L’angoscia è legata a filo doppio all’emersione del “fantasma di morte” e delle tensioni a suo tempo congelate, ma non può essere razionalizzata in quattro e quattrotto, per cui bisogna impedire a tutti i costi la riesumazione dei traumi e l’angoscia collegata. A questo compito terapeutico è adibito il gruppo con la sua carica di protezione e di rassicurazione, di fusione e di coesione. La prima settimana di quarantena serve a capire bene la situazione logistica in cui il gruppo si trova e la situazione psicologica conseguente alla minaccia di contagio e di morte e alla costrizione fisica imposta per legge. E’ una settimana di osservazione e per questo motivo ha un fascino ambiguo che va dalla curiosità alla titubanza.

SECONDA SETTIMANA

La seconda settimana si apre all’insegna del riconoscimento e della condivisione e appare il bisogno di “catarsi”, purificazione, al fine di evitare che le cariche nervose si possano convertire istericamente negli organi e nelle funzioni, al fine di non star male. Il gruppo si allarga e si consola e si identifica negli altri gruppi tramite il sentimento nazionale e l’esaltazione dell’italianità. Emergono come psicoterapia di gruppo le manifestazione della condivisione e gli strumenti dell’identificazione, come l’inno di Mameli e le canzoni classiche della musica leggera. La creatività e la fantasia sono in movimento insieme alle emozioni profonde del senso di appartenenza e cercano altri strumenti di rafforzamento del gruppo e di esorcismo dell’angoscia. E’ necessario pescare nella realtà di fatto e prendere coscienza degli attori protagonisti della nostra salvezza. E’ il tempo degli eroi e della valutazione oggettiva dei meriti e delle funzioni: il medico e l’infermiere emergono nella scala dei valori e del gradimento, lasciando in un gradino più basso gli scienziati che rassicurano e coordinano l’azione di salute e salvezza nazionale. Il popolo preferisce i prestatori d’opera, quelli che sono in trincea, che rischiano e che muoiono, ma non si dimentica dei fornai e delle commesse. I morti per il momento vengono rimossi, non considerati o dimenticati, perché riesumerebbero l’angoscia. Il governo è vissuto in maniera ambivalente come l’organo che mi protegge e mi costringe.

TERZA SETTIMANA

Nella terza settimana la Psiche collettiva matura un tratto paranoico e un tratto depressivo. E’ il momento più delicato per tutti quelli che aspettano il fausto evento della risoluzione del contagio e della sconfitta della morte. Ci si sente colpiti e perseguitati dal morbo e si reagisce con la perdita di quella calma necessaria al gruppo e di quella salvifica “razionalizzazione” che non deve mai mancare. Si perdono in parte il contatto con la realtà e l’uso del “principio di realtà” depositato nella funzione razionale del gruppo. Alla pulsione paranoica subentra la pulsione depressiva, il senso dell’impotenza e dell’incapacità, della perdita e della sconfitta di fronte alla minaccia del contagio e della morte. E’ una contingenza temporale e psichica veramente delicata. Si considerano con dolore le persone morte per coronavirus e i numeri sono vissuti come uomini e donne. L’anonimato della morte diventa un bisogno di chiarezza identitaria. E’ il tempo della sofferenza, del pianto e del senso di solitudine.

QUARTA SETTIMANA

Nella quarta settimana il gruppo ricorre ai “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia paranoica e depressiva attraverso il rafforzamento dell’identità nazionale e il processo di “sublimazione” dell’angoscia nella conversione religiosa. E’ il momento di ricorrere ai capi carismatici del gruppo e di trovare una motivazione civile, politica e miracolosa alla risoluzione del contagio. Il papa e il presidente della Repubblica sono i padri simbolici e costituiscono un rafforzamento notevole per il prosieguo del contenimento dell’angoscia. La restrizione nello spazio non ha più un valore protettivo, ma comincia a pesare nell’economia psichica e si presenta la sindrome ossessiva e fobica. Il gruppo sente vanificate le sue aspettative e ha bisogno di esplodere beneficamente convertendo la frustrazione e la rabbia nell’azione e nella trasgressione. Qualora non intercorrono dei rafforzamenti psichici, delle forme di solidarietà e delle prospettive benefiche, il gruppo reagisce con la disubbidienza perché vede vanificati i suoi sacrifici e la sua collaborazione a una situazione sanitaria ormai insostenibile. Alla frustrazione consegue aggressività.

Cosa si deve fare in tanta difficoltà?

Il gruppo deve trovare una quotidiana motivazione a procedere proprio operando una costante “razionalizzazione” tramite la figura del capo che immancabilmente si sarà costituito al suo interno. Non essendosi profilato in maniera netta il capo del gruppo nazionale italiano, analizziamo le abilità richieste al capo del piccolo gruppo, quello familiare, la cellula sociale dell’organismo collettivo.

Il capo deve contenere gli investimenti psichici e le aspettative dei membri del gruppo, deve capirli e dare una risposta chiara e solidale, ottimistica e protreptica, progettuale nell’immediato e nel breve.

Il capo deve costantemente rafforzare le motivazioni a resistere tramite suggestioni di originalità dell’evento e di orgoglio collettivo.

Il capo deve coinvolgere tutti i membri del gruppo secondo le loro abilità e competenze e deve favorire le loro pulsioni di affidamento e di fiducia.

Il capo deve essere generoso e preciso nell’individuare e censurare deroghe dal comportamento richiesto senza creare frustrazioni e tanto meno repressioni.

Il capo deve essere affettuoso, comprensivo, autorevole e non autoritario.

In un gruppo familiare ottimale di cinque persone questi attributi del capo si trovano facilmente nella figura materna.

Questo tipo di capo si definisce psicologicamente “genitale”.

Per il momento questo chiarimento può bastare. In seguito comunicherò i tratti psichici particolarmente critici dei gruppi, quelli che bisogna evitare o che bisogna risolvere.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 01 del mese di aprile dell’anno 2020

SCRIVE LA MAESTRA ALESSANDRA

In relazione a I COMPITI SCOLASTICI IN TEMPO DI CORONAVIRUS

Caro dottor Vallone, non potevo non inoltrarle questo mio scritto, dopo aver letto l’articolo in oggetto.

Non voglio, tuttavia, commentare la sua puntuale analisi del caso effettuata da una prospettiva psicologica, ma voglio soffermarmi sulla frase ” SONO SEMPRE ANNOIATI E NON FANNO I COMPITI CHE TRAMITE WHATSAPP.”

Come Lei sa, sono un’ insegnante di Scuola Primaria cui stanno a cuore i bambini e, prima del loro apprendimento, il loro benessere psicofisico.

Sempre molto attenta, quindi, a creare ambienti di apprendimento motivanti in classe, cerco di essere altrettanto attenta a farlo anche a distanza. Con le mie colleghe e, senz’altro,anche grazie alla tecnologia cui non ho disdegnato di approcciarmi pur di rendere più bello ciò che andiamo a presentare, stiamo avendo un feedbak più che positivo: i bambini si dicono curiosi di vedere cosa presenteremo ancora, e i genitori, pur con le loro difficoltà, apprezzano il nostro lavoro.

In cosa consiste questo lavoro?

Certamente inviamo schede di rinforzo e approfondimento, ma confezioniamo anche dei video o degli audio per spiegare cose nuove e ripassare cose vecchie, video per cantare insieme, video per dare spunti creativi, padlet perché i bambini mettano in mostra i loro elaborati creativi in modo che li possano vedere i compagni e avere i loro commenti… allacciamo conversazioni via chat, tramite la piattaforma didattica o con whatsapp per chi è disagiato… Cerchiamo, in pratica, di mantenere, anche a distanza, una dimensione di gruppo.

Non un lamento… anzi grande partecipazione attiva dei bambini… e dei genitori che ci dicono grazie per il lavoro a distanza e per l’impegno produttivo e piacevole che diamo ai loro figli.

Tutto questo per dire che anche la scuola può essere il riempitivo giusto, senza far cader nella noia questi nostri preziosi bambini.

Un caloroso saluto da una sempre “motivata” maestra Alessandra anche in tempo di coronavirus.

I COMPITI SCOLASTICI NEL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Gentile dottore,

la ringrazio per questa opportunità e le pongo subito il problema dei compiti da fare in casa. Ho due figli di dieci e di otto anni. Sono sempre annoiati e non fanno i compiti che tramite warzapp vengono comunicati. Come mi devo comportare e cosa devo pensare di questo loro comportamento? Mi risponda presto, perché per me è un grosso problema. Mio marito dice che poi passa. Viviamo in una casa di ottanta metri quadrati e stare insieme è diventato pesante.

Grazie ancora da Maria della provincia di Udine.

Cara Maria,

il problema principale è la salute psicofisica di tutti voi, genitori e figli, collaborativi e appartati, preoccupati e fatalisti. Siete chiamati a inventare di volta in volta come si può stare insieme in uno spazio ridotto e per un giorno intero e poi anche per quello che verrà, fino alla liberazione dalla costrizione fisica e dall’incubo dell’infezione. Bisogna stimolare la creatività e mettere in moto l’intelligenza operativa collettiva, la furbizia della famiglia, la somma delle vostre intuizioni valide per una buona convivenza.

Come si fa?

Tu hai visto che ognuno di voi ha trovato il suo posto e il suo ruolo, che insieme svolgete con piacere i riti quotidiani come la colazione, il pranzo e la cena, (lo scambio simbolico degli affetti tramite la condivisione del cibo), come la fruizione di un programma televisivo o la partitella a scopa o a tressette, a ramino o a burraco, o addirittura la lunga avventura del monopoli. Anche andare a dormire è un rito naturale e gradevole. L’andamento logistico della giornata sembra essere lo stesso di prima e di sempre, ma nel tempo del coronavirus acquista note diverse proprio perché la Vita è chiamata in causa in prima persona e il corpo rischia il contagio. Si vive con la spada invisibile di Damocle sulla testa. Tutti sappiamo che si è in pericolo e tutti reagiamo secondo la nostra formazione e organizzazione psichiche. In questo si è tutti originali e per questo motivo è necessario comprendersi e tollerarsi, amalgamarsi ed essere duttili. La tolleranza è la virtù sociale per eccellenza, è necessaria per la convivenza e per la civiltà ed è la condizione della libertà possibile. La duttilità è la virtù psichica necessaria in questi frangenti clinici di sofferenza. Il sentimento d’amore si veicola e si manifesta con queste virtù, la tolleranza e la duttilità. Sapere cosa succede a livello psichico in queste dinamiche individuali e sociali aiuta notevolmente a superare le difficoltà, le incomprensioni e le fatiche.

Cosa si scatena in questa convivenza forzata a livello di Psiche in tutti noi?

Soprattutto, cosa si scatena nei ragazzi, sempre in questo famigerato livello?

La clausura e la costrizione rientrano nella gestione del nostro “Super-Io”, l’istanza psichica che regola i divieti, le proibizioni, le imposizioni, le norme, tutto quel materiale psichico e sociale che sa di legge e di dovere, di limite alla potenza e all’onnipotenza. La dimensione psichica del “Super-Io” viene messa a dura prova in questa emergenza individuale e collettiva. Ognuno di noi, cara Maria, reagisce con la personale sensibilità al divieto, la propria tolleranza o intolleranza alle limitazioni e alle imposizioni. L’istanza “Super-Io” è coordinata dalla vigilanza razionale e realistica dell’Io e deve essere sempre tenuta sotto controllo dalle funzioni logiche, pena la soccombenza al peso del dovere o al bisogno del rifiuto della norma. In ogni caso non deve andare mai in crisi la funzione dell’Io che mette in equilibrio le spinte delle pulsioni e dei bisogni e le controspinte delle limitazioni e delle repressioni. Tutti indistintamente abbiamo a che fare con il nostro “Super-Io” e con la sua elasticità: quanto più duttile e diplomatico è, meglio si sopportano le congiunture limitanti e impositive. In questo drammatico presente storico e culturale la Psiche individuale e collettiva si deve attenere alle prescrizioni legislative semplicemente perché il fine della sopravvivenza supera qualitativamente qualsiasi ribellione alle imposizioni del “Super-Io” collettivo condensato nella Legge.

In questo drammatico contesto psicosociale la scuola può attendere dal momento che non è la priorità individuale e collettiva. Non bisogna sminuire il suo ruolo formativo, ma non bisogna amplificare la negligenza dei ragazzi nel fare i compiti assegnati per via telematica. Non si può fare buona scuola in questo modo anche perché manca il giusto rodaggio per questo cambiamento repentino della metodologia didattica. In questo assedio del coronavirus si può tappare un buco, ma quando la nave affonda servono i salvagenti e le scialuppe di salvataggio. L’essere chiusi in casa viene anche vissuto come una costrizione logorante per il blocco delle energie psicofisiche che comporta. Ognuno di noi si trascina dietro un peso e non sempre è confortato dalla necessità di reagire alla minaccia del nemico esterno. Non sempre le persone che trasgrediscono ai divieti delle leggi sono dei delinquenti o dei menefreghisti, spesso accusano i sintomi della claustrofobia, spesso reagiscono all’angoscia dell’inanimazione e dell’indeterminato psichico. Il Governo deve tener conto che il Popolo deve essere sempre motivato all’obbedienza per un fine superiore, ma deve calcolare che non lo si può trattenere per lungo tempo in angusti confini. L’iter psicosociale della tolleranza attraversa delle fasi ben precise e sul cui svolgimento ritornerò in un prossimo articolo.

Dopo i virologi saranno di turno gli psicologi, dopo che la paura di contagio e di morte sarà debellata nella realtà, toccherà alla Psicologia e alla Psicoterapia. A quel punto si spera che le angosce collegate a questa tragica esperienza siano di poco spessore, altrimenti la Psicoterapia sarà necessaria per il benessere della gente, per il ripristino degli equilibri psicofisici fortemente turbati. Dopo l’emergenza logistica si profilerà una emergenza più sottile e delicata, quella psichica. Finché la minaccia di contagio e di morte sarà forte e viva, la Psiche controllerà l’emersione dalla dimensione profonda dei nuclei delicati che tutti abbiamo elaborato e che ci hanno formato. Quando si allenteranno i cordoni della vigilanza, perché subentrerà la tanto auspicata normalità, la Psiche individuale e collettiva reagirà nel bene e nel male e allora sarà importante curare l’anima.

Mai paura, perché i disagi psichici non sono ignoti, come le azioni nefaste del coronavirus, e sono risolvibili.

In tanta disgrazia almeno questo ci consola.

LETTERA ALL’AMORE INFELICE

La Sibilla cumana aspetta Apollo.

Prima ho scorso la risma elettronica

che racchiude le nostre parole.

Non l’avevo più fatto,

non per scelta,

forse per distrazione,

per dimenticanza,

perché la fantasia incontra la vita

e così si infrange contro il quotidiano.

Erano davvero belle le nostre parole,

abbiamo sfoderato il mantello di raso

e siamo andati al ballo.

Che gran ballo!

In questi giorni nuovi vengo sommersa da un marasma di parole

che banalizzano grandi concetti.

Ma forse sbaglio,

nessun grande concetto può celarsi dietro piccole parole.

Emily Dickinson ha descritto il mondo

vivendo in una stanza.

La mente non ha confini

quando è baciata dall’intelligenza.

Ho compreso che non tornerà più quella stagione,

la creatività al servizio dell’emozione.

Ora sono più o meno una patata umida,

quello che è rimasto è tutto qua,

una patata sotto le ceneri.

Mi fa sorridere,

dovrò cambiare orizzonte come si cambia canale,

ma la corsa è nella mia natura,

spolvererò un altro mantello di raso.

Ti ricordi che l’ultima volta che ci siamo visti ti ho detto:

“E se questa fosse l’ultima volta che stiamo insieme?”

Mi capita di avere delle certezze improvvise,

non so perché,

ma raramente l’intuizione tradisce la realtà.

Forse è davvero una vita già vissuta.

Cerca di non perdere la tua vena creativa,

scrivi così bene che è un delitto

che non ne rimanga traccia.

Regala qualcosa di tuo

tra quello che hai condiviso con me

nelle tante pagine della nostra illusione,

fatti tentare dalla mia proposta

o almeno pensaci.

Io torno ad immaginare le avventure di Don Chisciotte,

nessun corpo è avulso dalle sue fantasticherie

e chissà che non appaia all’orizzonte

il cavaliere preceduto dal fido scudiero.

Elettra

Firenze, martedì 24 del mese di Marzo dell’anno 2020

LA CLAUSURA

Mi dica,

quanto si può resistere chiusi in casa?

Mario

“Ubi maior, minor cessat.”

I padri latini in quattro parole risolvevano le questioni più delicate e applicavano questa formula anche alle situazioni più disparate, da quelle altamente spirituali, come l’Olimpo degli dei importati senza sforzo dalla Grecia, a quelle bassamente ferine, come la lotta tra i gladiatori nello stadio del Colosseo.

La scarna domanda di Mario è sacrosanta, ardua nella sua sintesi, drastica nella sua limpidezza, estesa nei suoi contenuti. A tanta semplice richiesta è possibile dare una complessa risposta. Di poi, si potrà scrivere un trattato sulla “clausura” coatta e volontaria, sui carcerati e sulle suore, sui fobici e sui mistici.

Comincio dal semplice per indicare la complessità dei temi.

“Ubi maior, minor cessat” è un principio evidente di qualità Logica ed Etica che travalica nella Sociologia e nella Politica. Applichiamolo alla situazione psico-socio-culturale e politica in atto.

C’è una “causa” di forza maggiore che costringe ad accettare gli “effetti”. Questi ultimi sono di gran lunga inferiori all’effetto letale della causa: la costrizione in casa è qualitativamente inferiore al rischio di contagio e di morte ed è etica perché nessuno vuol morire. Questo amore di se stesso e della Specie è da privilegiare al cento per mille senza alcuna ricerca di eroismi innaturali e narcisistici.

L’amor proprio è una pulsione organica prima di evolversi in un dato psicologico, etico, politico e giuridico. Il Corpo è fatto per vivere e per morire, il Corpo ha inscritta la morte, ma la Mente non vuole far morire il Corpo, esclusion fatta per alcune gravi psicopatologie. La consapevolezza della morte, sintetizzata crudamente nel motto dei frati trappisti “memento mori”, distingue l’Uomo. L’homo sapiens è al vertice di codesta cruda consapevolezza. Questo pregio lo rende elevato e infelice in vita natural durante.

Tornando alla domanda di Mario, si può tranquillamente affermare che la conservazione della Vita è un bene maggiore rispetto allo scorrazzare per le piazze o per i parchi o per i boschi o per i centri commerciali. Ergo, stiamo chiusi in casa, se vogliamo ancora campare.

Ma quanto si può durare chiusi in casa senza impazzire?

Questa formulazione della domanda di Mario è volgare, ma rende benissimo la sostanza della richiesta.

Rispondo in sintesi.

Dipende dalla motivazione individuale e sociale, dipende dalla “organizzazione psichica reattiva” individuale, dipende dalla “organizzazione psichica collettiva”, dipende dalla forma politica.

Analizziamole tutte e quattro.

LA MOTIVAZIONE INDIVIDUALE E SOCIALE

La motivazione “individuale” è varia perché ogni persona ha una sua irripetibile conformazione psichica. Di conseguenza, la diversità è anche mentale, per cui ognuno ha la sua ragione per giustificarsi la clausura.

La motivazione “sociale” è unica e si attesta nel sentimento della solidarietà e della condivisione dello stato di emergenza, nonché sui valori civili ed etici.

LA MOTIVAZIONE PSICHICA INDIVIDUALE

La “organizzazione psichica reattiva” individuale può essere “orale”, “anale”, “fallico-narcisistica”, “edipica”, “genitale”. Vediamo le reazioni psicologiche alla clausura secondo sintesi e con la chiarezza massima, dopo aver precisato che la classificazione è un ausilio interpretativo, ma, come tutti gli schematismi, è da prendere con le pinze: aiuta a capire, ma non è esaustivo e non è verità evangelica.

La persona a tratti prevalentemente “orali” privilegia gli affetti e ne teme la perdita, per cui risponde alla clausura con una pulsione depressiva e con paura. Quest’ultima è controllata tramite la motivazione costante della costrizione logistica, per cui ha una buona durata perché la “razionalizzazione” è in opera e i sentimenti sono facilmente appagati se le persone che si amano sono presenti o comunque in vita. Il rischio psicopatologico si attesta, dopo aver vissuto lo psicodramma, nella cura del tratto depressivo qualora si fosse allargato dietro tanto stimolo continuo. La persona “orale” si esalta e si deprime, è ottimista e pessimista, varia l’umore in base al vissuto che ha in circolazione da stimolo interno o esterno. Il rischio alimentare è a portata di mano, perché la persona “orale” scarica la tensione nervosa proprio mangiando di tutto e di più, appagando non la fame, ma una fame nervosa, non compulsiva. Bisogna stare attenti anche al respiro e alla conversione dell’angoscia nell’apparato respiratorio con le crisi della mancanza del fiato o dell’asma. La persona “orale”, pur tuttavia, dà una buona risposta alla clausura proprio perché dinamica, elastica e non rigida.

La persona a tratti prevalentemente “anali” reagisce alla clausura con la sua aggressività e la riversa sugli altri e su se stessa. Sono frequenti le esplosioni di rabbia. La persona si danneggia attraverso il logorio della rabbia espressa e inespressa. La costrizione fisica si riverbera sulla psiche attraverso le pulsioni aggressive e l’autolesionismo, le manie e i rituali, i dubbi e gli scrupoli, l’ossessione e la compulsione, la sensazione e il sentimento di persecuzione. Il rischio si attesta nell’esaltazione del nucleo fobico, ossessivo e paranoico. La persona “anale” si sente perseguitata dallo spazio ristretto e ha bisogno di uscire e di prendere aria: la claustrofobia. Si può sentire anche braccata e ha bisogno di scappare: timore panico. Questo caso è frequente nelle persone particolarmente sensibili alla colpa. L’irrequietezza e la fuga sono le soluzioni di difesa dall’angoscia messe in atto dalle persone “anali”. La rabbia non sfogata si può somatizzare nel sistema cardiocircolatorio e gastrointestinale. La clausura non s’addice per niente alla persona a prevalenza “anale”. La vulnerabilità psicofisica si manifesta nella qualità e nella quantità delle reazioni.

La persona a prevalenza “fallico-narcisistica” reagisce alla clausura in maniera del tutto individualistica, da protagonista unico perché gli altri non esistono. Il narcisista non ha bisogno di aiuto, è onnipotente ed eroico, è ambizioso e civettuolo. La clausura attizza il suo senso del potere e il suo protagonismo proprio perché reagisce alla situazione restrittiva negandola ed esaltando la sua boria individualistica e la sua onnipotenza. Il rischio si attesta nell’ansietà e nelle scariche isteriche causate dal senso di frustrazione provocato dalla costrizione. L’esplosione isterica lascia il posto alla depressione per l’intervento del senso di colpa e per l’attesa della punizione. La persona “fallico-narcisistica” è di danno a se stesso, autolesionismo, e soprattutto agli altri perché rende difficilissima la convivenza. I tic nervosi e i rituali nevrotici, tipo tormentare i capelli, scaricano le tensioni e sono indizio di un conflitto psichico con se stesso. L’isolamento del narcisista è costante anche se si trova in gruppo. La dipendenza da sostanze di varia qualità e tendenti a variare lo stato di vigilanza della coscienza è un rischio da evitare a causa della sua gravità e pesantezza.

La persona a prevalenza “edipica” reagisce alla clausura con la conflittualità interna ed esterna. Oscilla tra l’affermazione e la svalutazione di sé, tra l’isteria e la depressione. Si relaziona secondo gli opposti: relazioni troppo buone o troppo cattive. Non ha vie di mezzo con se stesso e con gli altri e per questo motivo risulta inaffidabile. Se si fida, diffida, se si affida, si ritira. La psiconevrosi e l’ambivalenza affettiva e umorale contraddistinguono la persona “edipica”. Vive la chiusura con ambiguità: l’intimità del carcere e la rivolta contro la costrizione. La persona “edipica” tende a ubbidire e trasgredire con la facilità vissuta in maniera ambivalente nella relazione con il padre e la madre. Il rischio si attesta nella costante conflittualità e insoddisfazione che disturbano le relazioni e la convivenza. La somatizzazione dell’ansia privilegia gli apparati gestiti dal sistema neurovegetativo in base al vissuto individuale sull’organo debole. La clausura è vissuta dalla persona “edipica” in maniera turbolenta e questa reazione crea problemi di tolleranza da parte dei conviventi.

La persona a prevalenza “genitale” reagisce alla clausura con disposizione e generosità verso se stessa e verso gli altri, Accetta e apprezza la realtà in atto con “amor fati”, l’amore per il proprio destino e per gli eventi. Usa la testa senza inficiare le emozioni e i sentimenti, anzi esaltandone il gusto. Tende a capire quello che vive dentro e quello che vive fuori, quel se stesso e quello degli altri in maniera equilibrata, senza rimuovere le emozioni e il dolore e facendo di necessità virtù. Le persone “genitali” sono disponibili e aiutano proprio perché hanno in abbondanza maturato i doni dell’auto-consapevolezza, per cui possono dispensare quello che, di volta in volta, è possibile e giusto investire delle loro energie. Un esempio di “genitalità” si condensa nell’azione benefica dei medici, degli infermieri, delle commesse, dei fornai e di tutte le persone che si stanno prodigando per la nostra sopravvivenza. E sono tante e sopratutto umili. La persona a prevalenza “genitale” ha evoluto la sua formazione psicofisica, in grazie alla presa di coscienza e alla “razionalizzazione”, fino alla “coscienza di sé”, la migliore e la possibile alle condizioni date. La persona “genitale” non rappresenta la perfezione che non esiste, ha soltanto completato un processo evolutivo che si migliora come il vino nelle botti della saggezza. Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nel ripristino di modalità psichiche superate ma non tramontate. La persona “genitale”, avendo una buona “coscienza dei sè”, presenta un rischio inferiore all’insorgenza di nuclei conflittuali e psicopatologici.

LA MOTIVAZIONE PSICHICA COLLETTIVA

Passiamo all’azione della “organizzazione psichica collettiva” nella clausura. Il popolo è massa, la nazione è cultura, il popolo diventa nazione quando è Etico, quando condivide, non soltanto gli schemi culturali, ma anche e soprattutto la storia, la geografia e i valori. In questa operazione psichica il “popolo-nazione” acquista gli attributi della divinità. La costrizione viene vissuta come un dato etico proprio perché riguarda la collettività, il “popolo-nazione”. Questo processo di identificazione sociale fu elaborato dai Greci con il concetto di “koinè” o comunità, dai Romani con il concetto giuridico del “civis romanus sum”, da Agostino con la “città di Dio”, da Rousseau con il concetto etico della “volontà generale”, da Hegel con il concetto dell’”Ethos”, da Mazzini con il concetto di “Dio e popolo” e da tutti i teorici dei sistemi autoritari del Novecento, il Socialismo, il Fascismo, il Nazismo. Democrazia e autoritarismo si snodano nella storia con le diverse gradazioni. La clausura si può imporre d’autorità poliziesca o si può imporre da autorità democratica, perché tutti la sentiamo come il nostro dovere e la realizziamo con sacrificio ma naturalmente come un dovere civile. Ecco che allora ci affacciamo sul balcone e cantiamo l’inno di Mameli o le canzoni della nostra storia civile e musicale, le canzoni che ci rappresentano maggiormente e che si avvicinano al comune modo di vivere concretamente e di sentire nobilmente la nostra italianità.

LA FORMA POLITICA

La forma politica autoritaria o democratica è importante nell’accettazione delle restrizioni della libertà di movimento. La prima è imposta e sortisce i risultati grazie alla minaccia e alla punizione, la seconda sortisce il suo buon fine grazie all’introiezione etica dei valori civili. Meglio la nostra rispetto a quella dei Cinesi, meglio la nostra rispetto all’indifferenza degli anglosassoni.

Alla semplice domanda di Mario ho dato una risposta ampia, ma il tema si può ancora approfondire.

Grazie e alla prossima.

I BAMBINI E LO SPAZIO E…ALTRO ANCORA

Salvatore,

dimmi se i miei bambini soffriranno a stare in casa per tanto tempo.

Francesca

Anche per loro vale il discorso della “claustrofilia”: convertire l’ansia e la paura per lo spazio chiuso nell’amore per la casa e per la famiglia. Per i bambini la casa di per se stessa è protettiva e rappresenta simbolicamente la loro interiorità e intimità. La casa è il luogo dell’esercizio degli affetti e della protezione dalle minacce esterne. I bambini hanno confidenza con il simbolismo e usano la fantasia perché è la loro modalità prevalente di pensare e la loro fortuna. La claustrofobia è un problema dell’adulto, quindi non bisogna avere nessuna paura che il bambino si possa ammalare di questo disturbo nevrotico anche perché è necessaria la maturazione della sensibilità alla colpa per la manifestazione della claustrofobia e delle crisi di panico. Per i bambini la casa sarà paradossalmente l’occasione di libertà dai doveri sociali e prevarrà la gioia di essere al sicuro e protetti, nonché di avere a portata di mano tutto il bene dei genitori e della famiglia. I fratelli possono essere motivo di agitazione per l’insorgere del “sentimento della rivalità fraterna” e allora bisognerà dirimere le controversie che sorgeranno tra di loro riportandoli realisticamente alle problematiche di fatto e non alle stupidaggini delle preferenze affettive di mamma e papà. In questo periodo bisognerà spiegare bene la situazione sanitaria senza terrorizzarli con il pericolo della morte e preferendo parlare di bronchite e di febbre, di quelle malattie che il bambino ha vissuto e di cui si è fatto una rappresentazione mentale. Non creare angosce di morte e non ridestare il fantasma depressivo di abbandono e di perdita. Bisogna evitare al massimo i doveri e le punizioni. Bisogna rassicurarli sulla paura dell’eventuale morte della mamma e del papà con l’ottimismo necessario, con l’ironia e con la rassicurazione che i genitori saranno responsabili quando escono di casa per andare a comprare il cibo. Lasciate liberi ai bambini i processi della fantasia e del pensiero creativo. La visione dei programmi televisivi e i videogiochi saranno tollerati sempre in base alle norme del buonsenso. E’ consigliabile la tolleranza rispetto alla predica del senso del dovere e alle imposizioni autoritarie. Questa forzata permanenza sarà l’occasione per il bambino di maturare passioni, di allargare le inclinazioni e le naturali disposizioni alle varie attività. I genitori devono fare di necessità virtù e devono adattare l’educazione dei figli alla contingenza della restrizione fisica ma non psichica.

Cara Francesca, ho allargato il discorso sul tema proposto e in sintesi ho dato altre indicazione psicologiche ai genitori per una buona convivenza e una giusta prognosi. Ritornerò su questi temi in maniera puntuale cammin facendo.

I TE VURRIA VASA’

I te vurria vasà.

Io ti vorrei baciare,

ma non ho il coraggio di svegliarti.

Il cuore non mi dice di scetarti.

Io mi vorrei addormentare,

i me vurria addurmi,

vicino o ciatu tuio,

vicino al tuo respiro,

io vorrei,

i vurria,

ma non si può.

Facevo solo finta di dormire,

non te ne sei accorto?

Nessun petto nel sonno segue il ritmo del rubinetto che gocciola,

ti stavo aspettando.

Sento i tuoi occhi sul profilo di collina del mio fianco,

senza affanno il tuo respiro sulla mia schiena,

caldo come il vento del deserto in cui mi porti,

vorrei voltarmi e non dirti nulla.

Ma non posso rischiare che ti basti.

Dimmi come mi hai immaginata

mentre passavi l’inverno stretto nel tuo piumino d’oca chic,

offrimi un drink,

doma la mia superbia con la tua lingua ruvida di gatto.

Ti addormenti,

è il tuo modo di amare,

il ristoro del sonno al posto dell’azione.

Io resto a vigilare la cadenza irregolare dei tuoi sogni.

Se tu sapessi quanto vorrei baciarti

e baciarti

e baciarti

e riempirmi la bocca dei tuoi baci,

finché il mio destino si rivela.

Ma non si può.

La mamma non vuole,

ha detto di no,

altrimenti lo dice al papà

che direbbe di no,

che non si può,

che non si può.

Domani,

forse domani mi dirai ancora

i te vurria vasà

e allora il cuore ti dirà di svegliarmi

e di darmi quei mille baci

e gli altri mille che oggi non mi hai dato.

Carmela & Vincenzo

Napoli, martedì 24 del mese di marzo dell’anno 2020

DEDICATO A FLAVIA

Oggi siamo tutti più soli.

Si dice così,

si dice sempre così anche nelle migliori famiglie,

anche nelle migliori parrocchie.

Flavia è partita per il chissàdove

lasciandoci imbambolati e di stucco

con il ricordo del miglior sorriso

aperto sul suo davanzale fiorito,

un sorriso lasciato in eredità come un dono dei nonni,

rivolto agli altri come la quotidiana offerta araba,

a quelli che l’elemosina di un piatto di lenticchie

la gustano con un cucchiaio dell’olio di un buon ulivo,

un sorriso dedicato a tutti quelli che non l’hanno conosciuta

e hanno potuto soltanto immaginarla.

Flavia non dilaterà le pupille dei nostri occhi

con la meraviglia del suo splendido splendente,

non rifletterà sui nostri visi il suo femminile ovale,

non ci regalerà le onorate parole

che protendeva con i suoi gesti

su un pubblico attonito al messaggio di mirabili virtù.

I suoi lineamenti di donna zampillano

dai valori della madre e della maestra,

come le verità tracciate

e nobilmente smerciate ai quattro cantoni

della vita che scorre,

sale,

s’inarca,

procede,

s’abbassa,

si compiace,

si bea,

si contorce,

finisce.

C’è qualcosa di stanco oggi nel sole,

nulla d’antico.

Tutto è come prima,

tutto è come la gioia e il dolore,

tutto è come il pane quotidiano del buon fornaio,

tutto è come i versi sgangherati del buon poeta,

tutto è come il padre e la madre

et in saecula saeculorum, amen.

In quest’oggi oscuro di un tempo inferiore e infame,

in cui la morte trionfa sui miseri trofei dell’uomo sapiente

annerendo la felicità di membra esauste

dal color della miniera e dal sorriso volgare di rame,

oggi,

in quest’oggi escono tentennando le poche risorse

che la Necessità ci lascia in forma di testamento

dopo che Ella fu per una vita al servizio della gente,

oggi,

in quest’oggi di elogio memore e duraturo

si celebra più che mai la lingua di un popolo infelice

che la sensibilità di Flavia nobilitava

con amorosi accenti e senza portenti.

Oggi la mia compagna è morta,

il Socialismo ringrazia la sua devota figlia,

la sua perspicace allieva,

mentre i soviet di Varese intonano l’Internazionale

alla diletta del cuore e alla prediletta della mente:

“Noi siamo dei lavoratori

e un rosso fiore è sfiorito nel nostro petto,

il fiore scarlatto di una donna onesta e giusta

allegra e impenitente,

gustosa e sapiente.”

L’aspro stendardo della libertà

ricopra con falce e martello le membra

di colei che tanto amò se stessa e il suo valore

per poter essere generosa con chi la conobbe

e gustò il nettare deposto sul suo vorace labbro.

Cura ut valeas, ignota compagna mia!

Salvatore

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 25 del mese di Marzo dell’anno 2020

DAL “LIBRO ROSSO” DI JUNG

Il “Libro rosso” di Carl Gustav Jung, scritto tra il 1913 e il 1930, è stato pubblicato nel 2009. E’ un’opera elaborata secondo la metodologia della “Immaginazione attiva”, procedimento che si attesta nel portare alla coscienza i contenuti psichici inconsci e tradurli nel registro visivo e verbale: un’opera di pulizia del camino con l’aggiunta delle immagini, una forma di autoanalisi.

Questo è il brano in linea con la nostra attualità.

Ve lo propongo su suggerimento di Bruna.

“Capitano, il mozzo è preoccupato e molto agitato per la quarantena che ci hanno imposto al porto. Potete parlarci voi?”

“Cosa vi turba, ragazzo? Non avete abbastanza cibo? Non dormite abbastanza?”

“Non è questo, Capitano, non sopporto di non poter scendere a terra, di non poter abbracciare i miei cari.”

“E se vi facessero scendere e foste contagioso, sopportereste la colpa di infettare qualcuno che non può reggere la malattia?”

“Non me lo perdonerei mai, anche se per me l’hanno inventata questa peste!”

“Può darsi, ma se così non fosse?”

“Ho capito quel che volete dire, ma mi sento privato della libertà, Capitano, mi hanno privato di qualcosa.”

“E voi privatevi di ancor più cose, ragazzo.”

“Mi prendete in giro?”

“Affatto…Se vi fate privare di qualcosa senza rispondere adeguatamente avete perso.”

“Certo. Io lo feci nella quarantena di sette anni fa.”

“E di cosa vi privaste?”

“Dovevo attendere più di venti giorni sulla nave. Erano mesi che aspettavo di far porto e di godermi un po’ di primavera a terra. Ci fu un’epidemia. A Port April ci vietarono di scendere. I primi giorni furono duri. Mi sentivo come voi. Poi iniziai a rispondere a quelle imposizioni non usando la logica. Sapevo che dopo ventuno giorni di un comportamento si crea un’abitudine e, invece di lamentarmi e crearne di terribili, iniziai a comportarmi in modo diverso da tutti gli altri. Prima iniziai a riflettere su chi, di privazioni, ne ha molte e per tutti i giorni della sua miserabile vita, per entrare nella giusta ottica, poi mi adoperai per vincere. Cominciai con il cibo. Mi imposi di mangiare la metà di quanto mangiassi normalmente, poi iniziai a selezionare dei cibi più facilmente digeribili, che non sovraccaricassero il mio corpo. Passai a nutrirmi di cibi che, per tradizione, contribuivano a far stare l’uomo in salute. Il passo successivo fu di unire a questo una depurazione di malsani pensieri, di averne sempre di più elevati e nobili. Mi imposi di leggere almeno una pagina al giorno di un libro su un argomento che non conoscevo. Mi imposi di fare esercizi fisici sul ponte all’alba. Un vecchio indiano mi aveva detto, anni prima, che il corpo si potenzia trattenendo il respiro. Mi imposi di fare delle profonde respirazioni ogni mattina. Credo che i miei polmoni non abbiano mai raggiunto una tale forza. La sera era l’ora delle preghiere, l’ora di ringraziare una qualche entità che tutto regola, per non avermi dato il destino di aver privazioni serie per tutta la mia vita. Sempre l’indiano mi consigliò, anni prima, di prendere l’abitudine di immaginare della luce entrarmi dentro e rendermi più forte. Poteva funzionare anche per quei cari che mi erano lontani, e così, anche questa pratica, fece la comparsa in ogni giorno che passai sulla nave. Invece di pensare a tutto ciò che non potevo fare, pensai a ciò che avrei fatto una volta sceso. Vedevo le scene ogni giorno, le vivevo intensamente e mi godevo l’attesa. Tutto ciò che si può avere subito non è mai interessante. L’attesa serve a sublimare il desiderio, a renderlo più potente. Mi ero privato di cibi succulenti, di tante bottiglie di rum, di bestemmie e di imprecazioni da elencare davanti al resto dell’equipaggio. Mi ero privato di giocare a carte, di dormire molto, di oziare, di pensare solo a ciò di cui mi stavano privando.”

“Come andò a finire, Capitano?”

“Acquisii tutte quelle abitudini nuove, ragazzo. Mi fecero scender dopo molto più tempo del previsto.”

“Vi privarono anche della primavera, ordunque?”

“Sì, quell’anno mi privarono della primavera e di tante altre cose, ma io ero fiorito ugualmente, mi ero portato la primavera dentro e nessuno avrebbe potuto rubarmela più.”

LA RINASCITA

La scienza si affanna,

la medicina si sfianca,

l’economia arranca

e il respiro dei malati rantola.

Tutto cambia.

Solo la natura nel suo ciclico divenire non muta

in ogni istante mutando.

Lei guarda,

aspetta,

attende i lunghi passaggi delle ere e delle pandemie.

Lei sa.

Maestra e consigliera inascoltata

ci indica una strada nuova di nuove risorse ed energie,

ci svela vecchi e atavici valori

iscritti nell’ultimo residuo neanderthaliano

del nostro criptico codice genetico:

la sopravvivenza!

Reimpareremo a parlarci con i segni,

ad amarci con gli occhi,

ad abbracciarci con un sorriso,

a toccarci senza toccarci,

a sentire le vibrazioni delle nostre anime.

Una ragazzina svedese con le trecce

ci ha allarmato,

ma non fermato.

Ora un virus con la corona,

sfacciatamente mortale,

volgarmente irregale,

ci costringe a prendere le distanze dal mondo e dagli altri.

Ritroveremo noi stessi,

ci ascolteremo,

riassaporeremo la solitudine creativa degli artisti,

loderemo gli eroi dei nostri tempi,

e poi,

quando avremo finito di piangere i nostri morti,

sarà tutto diverso,

sapremo chi siamo,

cosa vogliamo in questa vita,

dove andiamo.

Saremo più veri,

meno soli,

più uniti

e sentiremo l’armonia dell’universo

nell’onda perpetua di una vibrazione perenne di vita e rinascita.

Cogliamo quest’attimo!

Fiorellino

Bamberg, giorno 22 del mese di marzo dell’anno 2020