CARONTE

Come un gabbiano

scivolo nell’azzurro,

tra sole e mare.

Immobile

nella contemplazione della mia Sicilia.

Par che io ti stia lasciando.

Sì.

Ma il cuor mio resta con te

e l’amore incondizionato che

dolcemente

a te mi lega.

Lucia

IL SOGNO DI NABUCODONOSOR

O

LA FANTASTICHERIA DI DANIELE

Nel secondo anno del suo regno, 603 a. C., Nabucodònosor fece un sogno e il suo animo ne fu tanto agitato da non poter più dormire. Allora il re chiamò maghi e astrologi e disse loro di rivelare il sogno e la sua spiegazione. Essi replicarono: “Esponga il re il sogno ai suoi servi e noi ne daremo la spiegazione.”

“Se non mi dite quale era il mio sogno, una sola sarà la vostra sorte. Perciò ditemi il sogno e io saprò che voi siete in grado di darmene anche la spiegazione.”

I Caldei risposero davanti al re: “Non c’è nessuno al mondo che possa soddisfare la richiesta del re: difatti nessun re, per quanto potente e grande, ha mai domandato una cosa simile a un mago, indovino o caldeo. La richiesta del re è tanto difficile, che nessuno ne può dare al re la risposta, se non gli dei la cui dimora è lontano dagli uomini.”

Allora il re, acceso di furore, ordinò che tutti i saggi di Babilonia fossero messi a morte.Il decreto fu pubblicato e già i saggi venivano uccisi; anche Daniele e i suoi compagni erano ricercati per essere messi a morte.

INTERVENTO DI DANIELE

Ma Daniele rivolse parole piene di saggezza e di prudenza ad Ariòch, capo delle guardie del re, che stava per uccidere i saggi di Babilonia,e disse ad Ariòch, ufficiale del re: “Perché il re ha emanato un decreto così severo?” Ariòch ne spiegò il motivo a Daniele. Egli allora entrò dal re e pregò che gli si concedesse tempo: egli avrebbe dato la spiegazione dei sogni al re. Poi Daniele andò a casa e narrò la cosa ai suoi compagni, Anania, Misaele e Azaria, ed essi implorarono misericordia dal Dio del cielo riguardo a questo mistero, perché Daniele e i suoi compagni non fossero messi a morte insieme con tutti gli altri saggi di Babilonia.

LA FANTASTICHERIA DI DANIELE

“Tu stavi osservando, o re, una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, che si ergeva davanti a te con terribile aspetto. 

 Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte di creta. 

Mentre stavi guardando, una pietra si è staccata dal monte, ma non per mano di uomo, ed è andata a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e di argilla, e li ha frantumati. 

 Allora si sono frantumati anche il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro e sono diventati come la pula sulle aie d’estate; il vento li ha portati via senza lasciar traccia, mentre la pietra, che aveva colpito la statua, è diventata una grande montagna e ha riempito tutta quella regione.”

L’INTERPRETAZIONE

Tu stavi osservando, o re, una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, che si ergeva davanti a te con terribile aspetto.”  

Caro re, ti sei sdoppiato e hai proiettato la tua immagine paranoica, l’immagine di un uomo inanimato, di grande valore, esageratamente intelligente e hai vissuto l’angoscia depressiva della perdita di questa immagine della tua persona. La “statua” è un feticcio e condensa un dio che serve a imporre i tabù ai sudditi e a impedire il regicidio.

Questo conflitto paranoico Daniele attribuisce a Nabucodonosor, ma in effetti è il suo. L’angoscia della mancata autocoscienza è marcata quanto ben compensata.

“ Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte di creta.” 

Caro Nabucodonosor, dice Daniele, il contatto con la realtà e con il potere non sono la tua forza. I tuoi pensieri sono nobili e disinteressati, i sentimenti e le relazioni hanno una buona qualità, i tuoi istinti sono compositi e le tue pulsioni sono transeunti, il potere e il principio di realtà del tuo Io sono la parte più debole della tua persona. L’andare va dall’alto verso il basso designa il “processo di materializzazione” ed è l’opposto del “processo di sublimazione della libido”, entrambi sono difese dall’angoscia depressiva di perdita, richiedono nella base un poderoso “fantasma di morte”.

Mentre stavi guardando, una pietra si è staccata dal monte, ma non per mano di uomo, ed è andata a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e di argilla, e li ha frantumati.” 

Caro Nabucodonosor, dice Daniele, mentre stavi prendendo coscienza di te, una minaccia è venuta dall’alto e una colpa si è profilata insieme al bisogno di espiazione. Ne è andato di mezzo il potere e il contatto con la realtà, nonché il tuo fallo. La castrazione si è completata con l’angoscia incorporata. Tutto a opera del padre, sempre secondo il vangelo psichico di Daniele.

“ Allora si sono frantumati anche il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro e sono diventati come la pula sulle aie d’estate;”

Nel momento in cui hai perso il potere e il contatto con la realtà, tutte le tue opere sublimate e progressivamente nobilitate si sono vanificate. Trattasi di un’istanza depressiva di perdita che si concentra sulla vecchiaia e sulla svirilizzazione, ma che riguarda Daniele che sta proiettando i suoi “fantasmi” su Nabucodonosor. Il “fantasma di morte” è oltremodo evidente con la sua angoscia di perdita e di fine.

il vento li ha portati via senza lasciar traccia, mentre la pietra, che aveva colpito la statua, è diventata una grande montagna e ha riempito tutta quella regione.”

La perdita, sempre proiettata da Daniele su Nabucodonosor, è drammatica quanto totale. Del corpo e delle sue funzioni alcunché rimane. “Pulvis es e in pulverem redebis”, condanna irreversibilmente il Padre dopo il peccato della disobbedienza e preservandosi dal parricidio. La pula è la decomposizione della paglia, un residuo, come la cenere, che sa ancora di organico rispetto alla polvere. Ma siamo in un mondo inanimato dove la Morte domina sovrana. La “libido” è assente, è deceduta sotto i colpi inferti dall’angoscia dell’inanimazione, ha seguito il suo destino di inerzia e di decomposizione. Ma la Vita continua sotto la forma inesorabile della freddezza vitale ed emotiva. Il simbolo della “Pietra” include l’orientamento e l’indiscutibilità, indica la strada e la fissa in maniera inequivocabile e per sempre, include una poderoso e metafisico amen. Gli idoli della Vita sono stati sconfitti e hanno lasciato il posto alla Pietra e alle sue Leggi. Le due tavole della Legge erano di pietra e i comandamenti furono incisi in cotanta ineluttabilità. Per L’Ebraismo si prospettano i trionfi sul Paganesimo e sui suoi idoli viventi. L’avvento del regno di Javhé è prospettato dal profeta Daniele attraverso l’elaborazione dei suoi “fantasmi” proiettati decorosamente su Nabucodonosor.

PSICODINAMICA

Il sogno di Nabucodonosor è la “proiezione” bella e buona dei “fantasmi” di Daniele in riguardo al suo corpo. Nello specifico domina il “fantasma” depressivo di morte e di inanimazione in pieno ossequio al disprezzo del corpo e dei suoi bisogni.

ALLEGORIA

La fantasticheria di Daniele svolge la psicodinamica del fenomeno religioso nel disprezzo per il corpo e nell’esaltazione della Mente all’interno della freddezza emotiva legata alla ripetizione del culto nel rito.

ODE IN LODE DI PIETRO

ODE IN LODE DI PIETRO,

IL GENTILGATTO DETTO PIERO

“Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pierot,

nel caffellatte io c’intingo i tuoi cingot.

Il gattone me lo mangio con la panna e col giambon,

Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pieron.”

Se tu sei un felino,

io sono Raul Siddharta Encumeni:

un nessuno muschiato con un niente,

un chissachì oltremodo anonimo e ignoto,

un quaracquacquà inetto e indolente

di cui a suo tempo parlò Leonardo Zarathustra

insieme alla sua civetta e nel giorno a lei dedicato.

Eppure io sono io e tu sei tu,

io sono Salvuccio Sinagra,

detto padre Carnazza,

tu sei Pietro,

detto Piero,

un soriano orientale alla Sandokan

che salta e s’avventa sui sorcini di campagna,

un molle pagliaccio francese

che ama i massaggi shiatsu sul collo pendulo

in ricordo della mamma gatta.

Eppure tu non sei un gatto,

perché si vede e si sente da lontano

che sei un gran pezzo di pane casereccio

condito con olio extra-illibato e origano dei monti Iblei,

perché si vede e si sente da vicino

che sei un favo ripieno di miele dolciastro e appiccicoso,

sempre degli stessi monti annoiati e distesi presso Sortino,

perché si vede e si sente da lontano

che sei un vivente dai miti consigli e dai pessimi intrighi,

un incallito e irresponsabile seduttore

che non ha scritto nessun diario

perché vive la sua vita alla menomale,

alla menopeggio,

alla menesbatto,

alla menopiù, più che alla menomeno,

ma soprattutto sei un vivente libero

che non si lega a nisciuno

semplicemente perché non sei un fesso

e accà tutti lo sanno.

E tutto questo si vede e si sente da lontano e da vicino.

“Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pierot,

nel caffellatte io c’intingo i tuoi cingot.

Il gattone me lo mangio con la panna e col giambon,

Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pieron.”

E allora?

Allora,

dimmi orsù,

o signor Pietro,

cosa nascondi di buffo sotto i baffi a sventola,

mentre rumini le salsiccette texane di un siculo Mc Donald?

Non gradisci la paprika perché ti irrita il retto?

Sai quante slinguate occorrono

per richiamare all’ordine la mucosa e le sue degne comari?

Lo sai, lo so.

Lo so che lo sai.

Tu sai tante cose

perché hai il gusto e l’olfatto delle cose:

poche, ma buone e al momento giusto.

Tu non parli il greco e il latino,

non conosci l’inglese e l’arabo,

il russo e il cinese,

ma hai mille e mille altre virtù,

come diceva Giosuè ai cipressetti di Bolgheri

e alla sua Tittì che piangente l’aspettava.

Tu sai sculettare di sbieco e di squincio

sulla strada che porta da Detroit a Santafè

passando per una mitica Cefalù,

sai balzare da una sponda all’altra di oceani maldestri

per accalappiare al volo un cefalo sciocco

da arrostire dentro un cartoccio argentato.

Tu sei per me una presenza inquietante,

un ectoplasma girovago e clandestino dentro un castello medioevale,

un inciucio etologico tra professori illustri e gattofile massaie,

un insulto all’homo sapiens e ai facsimili cosiddetti,

un nobile puttaniere da bordello di Malta

che aspetta nella Marina di Ortigia il panfilo delle belle ragazze

per attraversare il siculo canale

tra acide tempeste ormonali

e schizzi volanti di piscio maleodorante

incisi sui bianchi muri della mia modesta e modica magione.

O gatto infame e in odore di mafia,

lasciati sognare con la libido genitale in corpo

e con gli investimenti psicofisici giusti e naturali,

lasciati adorare la vecchia pellaccia rossa e bianca,

linda e tersa come le trippe del megastore dei nuovi dettaglianti,

lasciati onorare sul tuo altare di solitudine

con le penne al vento degli sciocchi bersaglieri

che sempre corrono e mai si fermano,

come i pompieri di Viggiù che quando passano i cuori infiammano,

lasciati afferrare con le cariche di bellezza dei tuoi irruenti atomi

destinati a un obbrobrioso spezzatino di manzo e maiale,

lasciati blandire con le solite litanie di nonna Lucia

e delle vecchiette intrepide e sempre in lutto

che nella chiesa di san Paolo celebrano i loro nobili trofei.

Lasciati fare e lasciati servire, o gatto delle mie brame!

Sai che non sono buddista e tanto meno cristiano.

Mi porto dietro qualcosa di arabo

da sotto le sottane di mia madre

per la solita paura di essere lasciato da solo

a ballare il paso doble

in un convento di frati o in un collegio di suore,

come gli orfanelli politici del Fascismo e delle sue guerre intelligenti.

Sai che preferisco camuffarmi da ebreo errante

solo perché mi piace andare in giro su evanescenti vascelli

e non perché sono convinto della bontà

di questa logorata e logorante giostra religiosa

dei cavallucci penduli e impennacchiati

e delle macchinette appositamente gommate per lo scontro.

Io,

di mio e d’altrui,

non credo a quello che vedo.

Figurati se mi abbandono a quello che tocco!

Non sono mica Masino,

il direttore della nuova novella 2000,

non voglio mica la luna,

come la cantante dal fiore liso.

Io sono soltanto un assaggio del linguaggio del Verbo,

un misero cumulo di parole a tinchitè

che oggi ti sparo con la mia scacciacani nuova di zecca,

io sono un bossolo verbale

che ti arriva prepotente addosso

soltanto per amore e per rispetto,

che a te chiede e da te vuole sapere la verità,

l’aletheia,

quella che non si nasconde dietro quello che si vede,

il noumeno nel culo del fenomeno.

Io voglio sapere chi sei in persona,

o brutta bestiaccia

dalla lingua ruspata tra rosee labbra

che penzola da due occhi serrati

e dondola tra le meraviglie dei soliti due occhi di verdastro incantati

e conditi con scaglie di pistacchio speciale di Bronte.

Io voglio ancora sapere perché,

quando arrivo,

tu mi senti,

mi vedi,

fai la tua pipì sul mio davanzale

e fuggi nell’eden dell’ameno Carancino

mostrandoti ai miei occhi increduli e incerti

nella forgia del severo padrone di un lindo b&b

deluso dal suo ospite ingrato

che gli ha fregato la trombetta a sonagli

e gli asciugamani colorati da bidet,

arrabbiato con il governo ladro di polli

e fornitore indiscusso di pampers televisivi agli incontinenti.

Perché questa insolenza d’amore e odio, o mio gatto preferito?

Merita tutto questo Salvuccio Sinagra, detto padre Carnazza?

Non pensi che meriti di peggio?

E poi, perché fuggi?

Non vuoi mostrarmi i tuoi occhi appiccicati dall’umore delle lacrime

e arrossati dal siero di un pesante raffreddore da fieno?

Tu sei un signore sensibile,

ancor prima di essere gentile

e allora giri,

rigiri

e non ti lasci corrompere dalle nuove fattezze

che i tristi tempi impongono dall’alto di un Comitato scientifico:

la mascherina di gran moda e la distanza di sicurezza,

l’assembramento fuori moda e fuori stagione,

il cu futti futti e dio pirdona a tutti,

i dindi,

i tanti dindi che non piovono mai e abbastanza

sul desco fiorito di occhi di bambini,

i skei,

i tanti skei che cadono sempre sul bagnato

per la voracità dei soliti ignoti

che mangiano e cagano continuamente le polpette di zio lupo,

per l’accidia degli stenterelli

che non conoscono la lingua patria

e parlano alla Jacques,

senza capirci un cazzo e tanto per dire.

E dove mettiamo

i soliti narcisi che hanno ingoiato una superba caretta caretta

che è rimasta proprio sullo stomaco

e le varie e vaste mele al sole in attesa di disidratarsi

con lo spaghetto tra le labbra grandi e piccole

sulla sabbia dorata della spiaggia di una pazzoide Avola

tra cosce cadenti e lune pensanti,

tra mandarini tardivi da sbucciare e mandorle amare da gustare,

tra carati di carrube e intingoli di creme alla marinara.

Vedi cosa mi tocca vedere,

o gatto delle mie brame,

o gatto delle mie speranze perdute in un cesso pubblico

del lindo autogrill dell’autostrada

che da Firenze Scandicci porta ad Arezzo nord,

da Matteo l’evangelista ad Amintore il chierico!

Ormai si sa anche nel quartier del Piave

che tu sei un gatto codardo e infingardo,

una bestia rara senza stivali

che salta su un olivo antico

per nascondersi agli occhi delle gentili donzelle

che al tempo giusto bramano i cingotti,

quelli che hai ben sistemato ed esibisci prima della coda,

quella coda che non mordi e non rincorri più

da quando hai capito il bello e il ballo della vita.

Altro dirti non so,

credimi

e credi sempre al tuo persistente Salvuccio Sinagra,

detto padre Carnazza,

e alle sue parole sparse noiosamente allo Scirocco

e riprese al volo da quel severo Libeccio

che di certo non benedice quello che tocca

con le sue sonore frustate di bianco vestite

tra i massi di languido calcare

e pronti per un anonimo e tisico scalpellino

che rifonderà il Barocco

attendendo la silicosi per sé e per i suoi dodici figli.

“Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pierot,

nel caffellatte io ci intingo i tuoi cingot.

Il gattone me lo mangio con la panna e col giambon,

Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pieron.”

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 16 settembre 2020

GRAZIE ZIA !

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato la zia che è mancata a gennaio che, con un aspetto più giovane e in forma, mi dava una piccola scatola dicendo: “Ne ho uno caldo per tutti i parenti”; si trattava di un piccolo panettone.”

Questo e così ha sognato Frisona.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

La “zia” occupa da sempre e massicciamente l’Immaginario collettivo e viene rappresentata come una figura ambivalente, un familiare che non è poi tanto familiare e su cui si possono “spostare”, “traslare” e “proiettare” le pulsioni più disparate e i bisogni di ogni qualità, i propri “fantasmi”, le rappresentazioni primarie dell’infanzia ripescate e rafforzate durante l’adolescenza.

La “zia” appare come un palcoscenico di periferia su cui si può recitare a soggetto in ogni emergenza della vita psichica. Come tutti i “fantasmi” ha una “parte positiva” e una “parte negativa” e si giostra secondo gusto e a volontà nelle varie e variopinte vesti che può assumere un oggetto di per se stesso ibrido e multicolore.

La “zia” è il prolungamento della figura materna e come tale viene investita di virtù e di vizi, di valori e di disvalori, di sacro e di profano, di lecito e di illecito, di principi e di tabù.

La “zia” è un oggetto psichico polivalente e buono per tutte le stagioni della vita, una figura che soccorre il coraggio e la vigliaccheria, l’avventura e la trasgressione, l’amore e l’odio, l’imprevedibile e lo scontato. Spesso manifesta nel teatro delle passioni la veste psichica di una donna sorniona che è abbastanza parente e rasenta la legge del Sangue senza tingere di rosso le pareti della stanza come faceva Riccardo con Margherita.

La “zia” è, quindi, oggetto polivalente d’investimento di “libido”, riduce le angosce e aizza desideri, crea fantasie e desta pulsioni, compensa tutto il precario che si accompagna al senso della vita quando la riflessione traligna nella crisi.

“La “zia” accorre e soccorre di volta in volta e sempre in base ai bisogni psicofisici di chi la invoca prima del naufragio e della necessità di nuotare con le braccia e con le gambe nel gran mare della “storia” personale.

Ed è così che Frisona, una donna importante chiamata mucca pregiata, sogna la “zia” e a lei ricorre per “spostare” e “traslare” il suo piccolo e “caldo panettone” rigorosamente racchiuso in una “scatola” come quelli della rinomata pasticceria “Girlando” in quel di Avola di quel di Siracusa, la città più sporca del mondo dopo i sobborghi di Bogotà e Caracas, la città patrimonio dell’umanità dove le erbe e gli sterpi crescono spontanei e prosperano sui monumenti di qualsiasi età e cultura in grazie ai cittadini e agli amministratori e specialmente sul Barocco.

Bontà universale!

Dimenticavo: anche qualche fico è cresciuto sulla barocca pietra della chiesa della Spirito santo in Ortigia.

Ho sognato la zia che è mancata a gennaio che, con un aspetto più giovane e in forma, mi dava una piccola scatola dicendo:”

Della famigerata “zia” ho detto l’essenziale psichico e simbolico. Ricordo ancora che è un prolungamento della figura materna e che questa “traslazione” consente lo scarico delle pulsioni aggressive, di stampo sadomasochistiche e qualitativamente variabili come il tempo nel mese di aprile, che si sono accumulate nel corso dell’evoluzione e della formazione nei riguardi di una figura così massiccia e presente come la madre. Frisona si rivolge alla “zia” per non disturbare la madre, meglio per non disturbare il suo equilibrio rievocando e appellandosi direttamente alla madre, quella figura deputata alla sua identità femminile e quella persona a cui avrebbe voluto fare quelle mille domande e le altre mille che non sono mai uscite dalla sua bocca.

La “zia” è una nostalgia della “madre” nel caso di Frisona e di maternità si parla in questo breve sogno dal sapore tenero e confidenziale. Il fatto che la zia “è mancata a gennaio” è una perdita depressiva e un lutto che inducono i soliti sensi di colpa del sopravvissuto alla “malattia mortale” e quelli legati alle mancanze e alle omissioni in parole e opere, i peccati mortali della religione cristiana di cui recita ancora oggi l’atto di dolore. La morte della zia rende il sogno carismatico e affidabile, quasi degno di fede, pregno e foriero di una verità che viene da lontano, meglio, dall’Aldilà. Quest’ultimo può essere inteso come la regione psichica profonda di Frisona o come la regione variamente paradisiaca del dopo la morte. Per ingraziarsela la fa rivivere “con un aspetto più giovane” e la rimette “in forma” come nelle migliori tradizioni delle favole e dei racconti popolari.

A questo punto Frisona, la mucca più bella e dolce del mondo, rievoca il suo desiderio di maternità, più che il Natale in famiglia allargata, e lo condensa come una buona crema pasticciera dentro “una piccola scatola”, un dono della “zia” con cui condivide la dimensione psicofisica femminile e un bisogno ancora vivo e pulsante, dal momento che si presenta sulla scena onirica.

“Ne ho uno caldo per tutti i parenti”; si trattava di un piccolo panettone.”

“Un piccolo panettone”, oltretutto “caldo”, non è soltanto un simbolo dell’affettività, dal momento che si tratta di un oggetto che scatena la “libido orale” e il gusto di un dolce appetitoso, ma racchiude un feto da amare con tutta la forza del destino favorevole e avverso, contiene un figlio tanto ricercato e capriccioso. Il “piccolo panettone caldo dentro la scatola” è il vitellino della mucca Frisona, l’oggetto del desiderio materno proiettato nella Provvidenza di una “zia” pronuba come la greca Era o la latina Giunone e prospera come la greca Demetra e la latina Venere. Nell’esperienza vissuta in riguardo alla “zia” da parte di Frisona domina la valenza materna e la prospera possibilità di realizzare il desiderio di diventare madre. La “zia” è buona con “tutti i parenti” e in tal senso acquista i connotati della sacralità legata alla sua persona e alla sua morte: una buona madre e una giusta donna. Ricordo che la simbologia del calore, “un piccolo panettone caldo”, avvalora la vita e la vitalità e consente al dolce impasto di traslarsi in un embrione ben attaccato all’utero di una mucca desiderosa di mostrarsi una donna e una madre degna del regalo familiare e universale di una Madonna laica o di una Dea popolana.

Il sogno di Frisona contiene una nota lieve di ironia nella scelta del nome, una nota e prosperosa mucca della Frisia, e nella formulazione pacata e nostalgica di un passato vissuto in pieno con tutti i colori dell’arcobaleno e senza nulla ferire e con tutto da vivere: una donna che “sa di sé” e anche delle sue aspirazioni non sempre realizzate.

Il breve sogno di Frisona è la sana e composta allegoria del desiderio di maternità.

SEMPRE IN GIAPPONE

TRAME DEI TRE SOGNI

PRIMO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, stavamo camminando in una via tipo ferrovia in cui in alto c’era una fila di trenini giocattolo appesi.

Subito dopo stavamo parlando del lavoro del mio fidanzato nell’ambito delle linee elettriche perché da molti pali dell’energia scendevano migliaia di fili lasciati liberi e ogni tanto prendevo delle scosse.”

SECONDO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, ci siamo trovati con Laura (amica del mio fidanzato).

Lei voleva prendere un caffè shakerato, ma i ragazzi del bar le avevano detto che non potevano darle il caffè finché non fosse andata in hotel a lasciare tutto quello che aveva (zaini e borse) in modo che sapessero che non era una ladra.

Lei si è rifiutata.

Nel frattempo che stavano facendo il caffè, mettevano sopra il bicchiere una carta, tipo scottex, tutta sporca di caffè e non capivo il motivo e continuavo a toglierlo.”

TERZO SOGNO

“(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, io e il mio fidanzato. Dovevamo andare a mangiare e siamo entrati in un ristorante e abbiamo trovato la mia famiglia, compreso mio nonno deceduto a marzo, e abbiamo mangiato tutti assieme.

Un mio cugino mi ha messo in guardia sull’acqua giapponese e io l’ho rassicurato che stavamo comprando acqua da 0,5 € oppure da due litri.”

Questi sono i tre sogni “giapponesi” di Giuliana.

INTERPRETAZIONE DEL PRIMO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, stavamo camminando in una via tipo ferrovia in cui in alto c’era una fila di trenini giocattolo appesi.”

Giuliana si sogna sempre in compagnia del suo “moroso” semplicemente perché si pensa preferibilmente in relazione con una persona affettivamente sicura. Non è una donna sola e isolata, non è una donna che vive nella timidezza e nella clausura, tutt’altro!

Giuliana ama la compagnia e l’esotico, gli usi e i costumi dell’Oriente come Erodoto, è aperta alle novità e alle diversità nell’identico, insomma Giuliana è una donna curiosa, disponibile e disposta ad acquisire le ricchezze umane presenti sul mercato psico-socio-culturale.

Giuliana non sa mai “come ci sia arrivata” in questo mitico Giappone. Magari ha fatto nella realtà diversi viaggi nel mitico Oriente e come turista, non certo per caso, ma con cognizione di causa. Magari ha assorbito tutto il materiale originale che i cugini giapponesi propongono al ben capitato ospite. E’ anche vero che in sogno ci portiamo dietro e addosso la nostra storia psicofisica, la nostra umana formazione evolutiva e la nostra “organizzazione psichica reattiva”, la nostra personalità, la nostra struttura, il nostro carattere, per dirla in maniera grossolana e per intenderci. E’ anche vero che da svegli ci portiamo, sempre dietro e addosso, tutto il bagaglio di cui ho detto ampiamente prima, ma nella vigilanza la rivisitazione psichica è meno evidente perché siamo distratti dalla forza della realtà e non ci rendiamo conto che siamo sempre noi gli interpreti di questi mondi apparentemente nuovi e diversi.

Giuliana “non sa mai come ci sia arrivata” è un “lapsus” che la identifica, è un tradimento psichico che la contraddistingue nelle sue incertezze esistenziali. Giuliana è un essere in evoluzione con andamento lento ma progressivo. In questo modo arriva dove vuole e va anche ripetutamente in Giappone, dove abita una sua “parte psichica” originale e personale. Le manca la consapevolezza in questa sua ripetuta verità biblica, indiana e araba: “non so come ci sia arrivata”. Il “non so” sa di inconsapevolezza e di mancato gusto di sé, indica una uno stato psichico crepuscolare e ipnotico, un obnubilamento della coscienza e una riduzione delle funzioni vigilanti dell’Io. “Come ci sia arrivata” annuncia traguardi sempre “in fieri” che non necessitano di un ossessivo e pedante uso della razionalità e dei “processi secondari”. Giuliana è una donna “evanescente” nel senso ottimo della parola, “esce fuori dal vano”, non tollera i vuoti e per questo motivo tende continuamente a riempirli, magari creandosi delle dipendenza psichiche e relazionali: vedi la continua presenza in sogno del suo ragazzo, del suo fidanzato, del suo uomo, della figura maschile a cui si affida e di cui si fida, almeno per l’evenienza vissuta dormendo e sognando.

Procedere diventa allettante.

Giuliana sta “camminando” insieme ad altri “in una via tipo ferrovia”. Traduco subito. Nel cammino della sua vita la nostra eroina si imbatte sulla questione psico-esistenziale della morte, del distacco, della separazione, delle perdite affettive, insomma si imbatte nel suo personale “fantasma di morte”, un prodotto elaborato nel primo anno di vita e che si è trascinata dietro, come tutti del resto, nella vita futura corrente. Giuliana recupera e aggancia in sogno il suo nucleo depressivo primario e lo offre in compagnia degli altri e con quella vena di bonaria superficialità di una donna che si è premurata di concedersi tutte le ciambelle di salvataggio per non soffrire e per non addolorarsi oltremodo nel suo viaggio di vita. Questo è il senso e il significato simbolici di “una via tipo ferrovia”.

Subito dopo stavamo parlando del lavoro del mio fidanzato nell’ambito delle linee elettriche perché da molti pali dell’energia scendevano migliaia di fili lasciati liberi e ogni tanto prendevo delle scosse.”

La “ferrovia” indica il distacco e la perdita, ma le “linee elettriche” del suo “fidanzato” danno veramente la scossa alla nostra Giuliana che associa senza colpo ferire Eros a Thanatos, l’erotismo alla Morte, nella figura notevole e nella persona mirabile del suo “fidanzato”, un vero lavoratore di quell’Eros che con le “scosse” finali fa perdere veramente la testa alla nostra eroina, Thanatos. Giuliana compone l’allegoria della neurofisiologia dell’amplesso sessuale in questo capoverso, attestando della sua buona disposizione erotica e sessuale nei riguardi del suo “fidanzato”, un maschio esperto di migliaia di fili che scendono liberamente dall’alto delle linee elettriche, un uomo che sa ben disimpegnarsi dalla ragione quando si tratta di lasciarsi andare al moto eccitante del sistema neurovegetativo. In effetti è Giuliana che “proietta” nel “fidanzato” la sua disposizione all’orgasmo e la sua psicofisiologia sessuale. In questo dialogo con il suo uomo Giuliana manifesta la predilezione al veicolo della parola per migliorare la “coscienza di sé” e la “coscienza della coppia”. Questa relazione porta a quell’intesa erotica e sessuale che nell’amplesso trova altre parole e altre forme di linguaggio, il linguaggio del corpo in primo luogo.

Il primo sogno si ricompone e trova la sua fine e il suo fine.

INTERPRETAZIONE DEL SECONDO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, ci siamo trovati con Laura (amica del mio fidanzato).”

La solita inconsapevolezza e la solita sub-liminalità di Giuliana aprono il secondo sogno giapponese, il secondo sogno esotico che lascia ben sperare in una rinnovata disposizione erotica e sessuale “proiettata” in “Laura”, “l’amica del suo fidanzato”. Giuliana è una donna aperta alle amicizie anche femminili, per cui si porta a spasso in sogno le amiche senza alcuna gelosia. Meglio: Giuliana si difende in sogno dalle sue pulsioni e dai suoi istinti “proiettandoli” nell’amica del suo fidanzato, “Laura”, la donna dello schermo per l’appunto. Siamo in tre, ma siamo sempre in due, io e il mio fidanzato, io la fidanzata e sempre io nelle vesti di Laura e amica del mio fidanzato. Il gioco delle parti è istruito e Giuliana può procedere nell’elaborazione dei contenuti importanti del sogno dopo essersi tutelata sull’onore e sulla privacy.

Lei voleva prendere un caffè shakerato, ma i ragazzi del bar le avevano detto che non potevano darle il caffè finché non fosse andata in hotel a lasciare tutto quello che aveva (zaini e borse) in modo che sapessero che non era una ladra.”

Giuliana mette subito in azione “Laura” e la relaziona con il desiderio di “un caffè shakerato” e con “i ragazzi del bar”. Traduco: Giuliana è in piena eccitazione erotica e sessuale e si relaziona con l’universo giovanile maschile presente in loco. Giuliana è una donna in piena salute psicofisica che vive bene la sua femminilità e la sente pulsare nel corpo specialmente quando si trova in situazioni seduttive. Purtroppo, Giuliana non vive bene questa sua disposizione erotica e sessuale, per cui si costringe a censurarla e la “proietta” sull’amica Laura apparendo intonsa a se stessa e agli occhi del fidanzato. Ed ecco che introduce dei limiti, delle condizioni e dei divieti alla sua eccitazione e al suo desiderio seduttivo proiettando sui ragazzi del bar l’impossibilità di sorbire il “caffè shakerato”, oltretutto e oltremodo agitato, le sue censure e le sue difese psicofisiche al coinvolgimento e alle relazioni pericolose per la sua innocenza e semplicità di donna fidanzata. Giuliana impone alla disinibita e vogliosa “Laura” tramite “i ragazzi del bar” di liberarsi della sua femminilità ingombrante ed eccessiva, “(zaini e borse)”, tutti contenitori e simboli dell’universo psicofisico femminile, prima di poter sorbire il tanto desiderato caffè shakerato. Questa procedura deve avvenire nel contesto anonimo di un hotel: un’ulteriore difesa dal riconoscimento delle proprie pulsioni e dal desiderio di coinvolgimento. Questa operazione è anche funzionale a evidenziare in maniera conclamata l’innocenza di Laura, pardon di Giuliana, in riguardo ai tradimenti e ai furti di ragazzi del bar, quelli che sanno fare e indurre shaker e in specie al caffè, all’apparato neurovegetativo, agli organi sessuali insomma. Giuliana tratta così male se stessa, si censura e si condanna al ruolo di “ladra”. Insomma vive male se stessa, “ladra”, e nello specifico il suo corpo di donna, “(zaini e borse)”. Un bisogno profondo di asessuarsi e di desessualizzarsi per non incorrere nel senso di colpa e nella condanna del “Super-Io”. Il fantasma della “mangia-uomini” e della femmina immorale è legato all’infanzia e all’adolescenza, al periodo in cui gli adulti le hanno instillato giudizi e condanne in riguardo alla vita erotica e sessuale, nonché in riguardo al suo corpo. Questo materiale censorio si è aggiunto a quello che la stessa Giuliana aveva elaborato naturalmente da sola nella ricerca del calibro giusto per pesare e vivere le sue abbondanze e le sue prosperità in crescita. Vediamo come va a finire questo psicodramma molto importante per l’evoluzione psicofisica della nostra protagonista.

Lei si è rifiutata.”

Fortunatamente Giuliana si rifiuta di abdicare al corpo e ai bisogni del corpo, si rifiuta di viversi in angelica e asessuata versione, si rifiuta di esaltare la Mente e di “sublimare la sua libido” nel mille per mille dei suoi redditi eterei, si rifiuta di lasciare il suo zaino e la sua borsa in un hotel anonimo, si rifiuta di non essere femminilmente seduttiva e recettiva. Insomma, fortunatamente Giuliana supera il suo conflitto psichico ed esalta la sua identità psicofisica femminile e si relaziona con l’universo maschile adducendo tutto il suo corredo e tutti i suoi accessori color rosa. Diventa interessante proseguire nella decodificazione del sogno, per vedere dove si condensa questo psicodramma di una donna che oscilla tra la sicurezza della sua identità femminile e questa contrastata offerta relazionale al maschio.

Nel frattempo che stavano facendo il caffè, mettevano sopra il bicchiere una carta, tipo scottex, tutta sporca di caffè e non capivo il motivo e continuavo a toglierlo.”

L’eccitazione sessuale della coppia sale e si profila l’eiaculazione. Il bisogno del salvifico preservativo si fa urgente e arriva il momento in cui si sporca di sperma. Giuliana è contraria all’uso del contraccettivo per svariati motivi e manifesta la sua predilezione al rapporto sessuale a rischio. Questa è la traduzione simbolica del capoverso. Giuliana rievoca tramite la difesa dell’amica, “proiezione”, la sua problematica sessuale e il suo contrasto sull’uso del profilattico. I simboli dicono che “fare il caffè” si traduce in fare sesso con la valenza eccitativa in risalto, il “bicchiere” è il simbolo dell’organo sessuale femminile in quanto recipiente, “una carta, tipo scottex” equivale al preservativo e alla sua artificialità assorbente, “sporca di caffè” rappresenta la versione negativa dell’eiaculazione e dello sperma, “non capivo il motivo” condensa la caduta della vigilanza in nome di una pulsione al contatto epiteliale, “continuavo a toglierlo” attesta di una naturale pulsione alla gravidanza. Si rileva come Giuliana si stacca dal contesto e si limita a descrivere quello che vede attribuendo a Laura e al gruppo la psicodinamica sessuale: meccanismi psichici di difesa della “proiezione” e dello “spostamento”. Questo capoverso è l’allegoria del coito protetto e la pubblicità del profilattico. Con questa scena si conclude il secondo sogno misterico di Giuliana, un prodotto psichico molto coperto e condensato.

INTERPRETAZIONE DEL TERZO SOGNO

(Non so come ci sia arrivata) sempre in Giappone, io e il mio fidanzato. Dovevamo andare a mangiare e siamo entrati in un ristorante e abbiamo trovato la mia famiglia, compreso mio nonno deceduto a marzo, e abbiamo mangiato tutti assieme.

Giuliana è sempre in Giappone e con il “fidanzato”. Continua la sagra psico-drammatica e dal versante prevalentemente sessuale si sposta in quello affettivo e familiare: “dovevamo andare a mangiare”. Gli “investimenti di libido” sono formali e convenzionali, non hanno alcun trasporto privato e intimo: “siamo entrati in un ristorante”. Si evidenziano gli affetti appresi ed esercitati in famiglia, gli investimenti familiari quotidiani e ripetitivi, quelli che che coinvolgevano anche il “nonno deceduto a marzo”, quelli che si desumono nella simbologia “dell’abbiamo mangiato tutti insieme”, di quel rito quotidiano a cui non si dà la giusta importanza nella convivenza moderna. Giuliana rievoca la sua vita affettiva in famiglia e ripesca la figura del nonno per testimoniare la sua sensibilità depressiva alla perdita e per confermare lo spessore modesto delle sue relazioni: tutti insieme, ma senza brillare in sceneggiate napoletane strappalacrime per quanto riguarda il sentimento dell’amore tra parenti.

Un mio cugino mi ha messo in guardia sull’acqua giapponese e io l’ho rassicurato che stavamo comprando acqua da 0,5 € oppure da due litri.”

Ecco che arriva il censore nella figura del “cugino”. Giuliana “proietta” la sua preoccupazione sulla consistenza della linfa vitale e sul valore degli affetti. Si conferma l’educazione e la disposizione di Giuliana a investimenti relativamente modesti in riguardo alla “libido” e alla vitalità affettiva, si conferma la freddezza formale rilevata in precedenza. Un uomo, “un mio cugino”, assume il ruolo di tutore dell’energia di una donna che per se stessa, in effetti, non spende molto e si manifesta modesta nell’autostima e nell’autonomia psicofisica.

In tutti e tre i sogni Giuliana c’è e volentieri si apparta senza approfondire e assumere su se stessa l’alienato psichico, senza operare quel ricompattamento di cui abbisogna per vivere meglio se stessa, per risolvere le dipendenze affettive, per gustare le sue relazioni di vario tipo e di vario genere.

Il trittico di Giuliana può concludersi con questa prognosi.

L’ANELLO DI FIDANZAMENTO

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di trovarmi in coda alla cassa (denominata MESE nel cartello in alto) di un supermercato.

Passo la mia merce, ma il pacchetto di gomme da masticare cade nella vasca d’acqua in cui si è trasformato il ripiano della cassa.

Lo ripesco dicendo a chi mi sta vicino “spero che siano ancora mangiabili”, alludendo che l’acqua non era solo acqua, ma era mista a qualcos’altro.

In due vasi di vetro ho due lucertole-gechi.

Chi mi sta vicino mi dice di fare attenzione perché sono pericolosi.

Metto i vasi nel microonde e dentro, vicino alle lucertole, si accendono due piccole luci.

Mi ritrovo vicino al mio compagno sul divano che parla al telefono con una mia amica d’infanzia e le dice che mi chiederà di sposarlo.

L’amica al telefono chiede cosa ne penso io e dico forte “SI! SI! ma non ho l’anello di fidanzamento!”

E lei chiede se 3 dollari sono sufficienti per comprarlo.

Rispondo di sì.”

Patrizia

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di trovarmi in coda alla cassa (denominata MESE nel cartello in alto) di un supermercato.”

Patrizia è una donna come tutte le altre donne e che come tutte le altre donne mensilmente rende conto a se stessa della propria natura femminile. Il “supermercato” attesta simbolicamente di questa relazione sociale e di questa condivisione pubblica della modalità psicofisiologica di essere donna: il sangue mestruale, il chiaro segnale di una mancata gravidanza e l’inizio del nuovo ciclo. Patrizia si trova “in coda alla cassa”, non è una donna oltremodo affermativa e non ama esibirsi narcisisticamente, è una donna moderata e modica, compatta quello che basta e non ha bisogno di inutili esibizionismi. La sua natura psicofisica femminile è interessata alla realizzazione della maternità, per cui sta molto attenta al profilarsi del mestruo. Degna di nota è la “figurabilità”, l’uso del meccanismo onirico che serve a rappresentare in immagine grafica la questione in ballo, quella “denominata mese nel cartello in alto”. Non resta che proseguire con l’interpretazione del sogno per assolvere la curiosità di come Patrizia vive la sua dimensione di donna che aspira a diventare madre e a realizzare appieno la sua “libido genitale”, le potenzialità psicofisiche della sua “posizione psichica genitale”. Vediamo quali pendenze si possono presentare nella realizzazione di questo sano progetto esistenziale, personale e di coppia.

Passo la mia merce, ma il pacchetto di gomme da masticare cade nella vasca d’acqua in cui si è trasformato il ripiano della cassa.”

Questa è una buona allegoria della “fecondazione”. “La mia merce” attesta simbolicamente degli attributi sessuali ed endocrini di Patrizia, “le mie cose” si dice in gergo a proposito del mestruo e compagnia cantante. La “vasca d’acqua” condensa la classica dimensione psicofisica femminile che va dalla anatomia alla funzione, dall’utero alle ovaie, dalla vagina alla mestruazione. Fondamentalmente è il grembo pronto alla fecondazione, per cui le “gomme da masticare” che cadono nella “vasca d’acqua” contengono tutto l’imprinting di un coito finalizzato alla gravidanza, contengono una pulsione organica alla fecondazione e un desiderio impellente di maternità. “Il ripiano della cassa “trasformato” esprime la forza di un potere quasi atavico e sacro come quello della Dea Madre e di ogni donna che di mestruo in mestruo attende la realizzazione della sua “libido genitale”, la maternità come congruo completamento anche dell’evoluzione psicofisica personale: la “posizione psichica genitale”, quella del dono e del farsi un dono, quella della condivisione e del riconoscimento benevolo dell’altro.

Una domanda si pone spontanea e azzeccata: perché Patrizia ha scelto la simbologia del “pacchetto delle gomme da masticare” per dare corpo al simbolo degli spermatozoi?

Il desiderio, che la fusione uovo-spermatozoo avvenga in maniera decisa e affermativa, è implicito nella scelta figurativa di una gomma da masticare che notoriamente si attacca con estrema facilità nelle varie superfici. Sintetizzo: il potere di donna che aspira alla maternità si esplicita nella “figurabilità” allegorica del capoverso in questione. Si spera in una prognosi fausta e in una realizzazione della pulsione e del desiderio di Patrizia in questo sogno che parla di maternità sin dall’esordio.

Lo ripesco dicendo a chi mi sta vicino “spero che siano ancora mangiabili”, alludendo che l’acqua non era solo acqua, ma era mista a qualcos’altro.”

C’è qualcosa che non va. Le cose non girano per il verso giusto e non si capisce se si tratta dell’acqua o di quel “qualcos’altro” che si è mischiato all’acqua impedendo la realizzazione del progetto di maternità e l’appagamento del desiderio di fecondazione. Insomma, Patrizia è costretta nel corso della sua vita di donna a rivedere le sue manovre e ad attendere che il seme sia ancora buono per essere “mangiabile”, per dare la continuazione della vita all’uovo, per costituire un embrione a tutti gli effetti biologici. “L’acqua mista a qualcos’altro” è ambivalente e oscilla tra un esito positivo e un’evoluzione mancata. “Lo ripesco” attesta simbolicamente della volitività e della forza della donna che vuole diventare madre e che fa di tutto per la realizzazione della sua natura femminile “genitale”. “A chi mi sta vicino” indica il compagno e la parte maschile con tutti gli affetti e i sentimenti impliciti, ma può essere indizio di un aiuto tecnico di ordine medico. Il prosieguo del sogno lo dirà e chiarirà il contesto in cui Patrizia si trova a rievocare la sua esperienza vissuta di donna e di potenziale madre.

In due vasi di vetro ho due lucertole-gechi.”

La fecondazione è andata a buon fine e si tratta di una fecondazione assistita. Patrizia rievoca chiaramente in sogno la sua esperienza di donna che si è fatta aiutare giustamente dalla Scienza medica per diventare madre. Le “due lucertole-gechi” rappresentano gli embrioni che sono stati realizzati tramite la fecondazione in vitro e che attendono di essere inseriti nel posto giusto, nell’utero di Patrizia per essere naturalmente portati avanti nella loro crescita dopo l’artificialità della fecondazione. Patrizia si è fatta prelevare due uova e li ha fatti fecondare, possibilmente con il seme del compagno, e adesso attende l’impianto nell’utero.

Quante donne ricorrono alla fecondazione assistita e quante donne hanno potuto grazie alla scienza e alla tecnologia biomedica dare ragione a se stesse del loro bisogno e del loro desiderio di maternità!

Tante, anzi tantissime e sicuramente più di quante noi immaginiamo. Patrizia si è sottoposta a questa lunga e dolorosa trafila per appagare la sua “genitalità”, la sua pulsione biologica e il suo desiderio psichico a diventare madre. Il meccanismo onirico della “figurabilità” provvede ottimamente a dare due “lucertole-gechi” al posto di due embrioni.

Meraviglia dell’umana naturale creatività poetica!

Procedere diventa umanamente interessante e si è indotti a fare il tifo per Patrizia e per la ricompensa della sua travagliata procedura psicofisica.

Chi mi sta vicino mi dice di fare attenzione perché sono pericolosi.”

Volevo prima precisare che è possibile simbolicamente che Patrizia abbia in atto una gravidanza dizigotica, che abbia due embrioni in due placente e che il “vetro” sia il simbolo del grembo e dell’utero nel caso specifico, ma ho preferito la versione medica della fecondazione esterna “in vitro” e del successivo impianto proprio per il richiamo al vetro e alla visione diretta della combinazione “lucertola-geco”. In ogni caso siamo nel testo e nel contesto onirici di uno psicodramma che riguarda in pieno l’essere femminile e materno di Patrizia.

Torniamo al sogno.

Patrizia teme questo viaggio avventuroso verso la maternità e si circonda di alleati, “chi mi sta vicino”, medici e persone a lei vicino che inducono le giuste cautele e hanno le giuste premure verso una donna in piena crisi evolutiva e dal coraggio da vendere. Le “lucertole-gechi” hanno una loro delicatezza che li rende pericolosi nel senso della tutela della vita. Gli “embrioni” pongono anche un problema etico per gli operatori e per le persone interessate, oltre a essere un rischio per il personale medico. In qualsiasi situazione clinica si trovi Patrizia, questo stato comporta una certa pericolosità, quella di non avere un buon fine in tanta avventura psicofisica e di non portare avanti la gravidanza dopo l’impianto, quella di abortire per mancato attecchimento degli embrioni fecondati “in vitro”. Il sogno tratta un tema oltremodo importante e delicato per le donne che hanno bisogno di essere sostenute clinicamente per adire alla realizzazione della maternità. E sono tante le donne che con coraggio e determinazione ricorrono alla fecondazione “in vitro” e al successivo impianto nell’utero pur di essere madri. Lo stesso elogio non si può concedere al Legislatore italiano, visto che da tempo memorabile le donne sono state costrette e sono costrette ancora oggi a riparare all’estero per ricorrere alle cure dei sanitari del settore. La nostra patria è sempre in ritardo perché governata da bacchettoni, da incompetenti e da mercanti. Bando alle giuste polemiche e torniamo a dare conto a Patrizia del significato del suo sogno.

Metto i vasi nel microonde e dentro, vicino alle lucertole, si accendono due piccole luci.”

L’impianto è riuscito e i cuoricini battono. La luce della vita si è accesa nel momento in cui “i vasi” sono stati messi “nel microonde”, gli embrioni sono stati inseriti nell’utero. Le operazioni di Patrizia sono descritte in sogno in maniera oltremodo tecnica per abbassare il livello delle tensioni da coinvolgimento diretto e per raffreddare l’evento attraverso il ricorso alla tecnologia. Il microonde è un utero tecnologico, non è una incubatrice, ma è lo strumento che porta avanti il processo vitale degli embrioni, “le lucertole”. Le “due piccole luci” rappresentano simbolicamente l’inizio della nuova vita. Prima erano in vita a livello di embrioni, adesso sono passati allo stato di feti. Questo passaggio è sottolineato dalle due piccole luci che si accendono. Il sogno di Patrizia sta procedendo nel suo registro simbolico in maniera logica e consequenziale senza perdere colpi e senza salti di senso e di significato. Passo dopo passo la donna sta rievocando esperienze a suo tempo vissute e che l’hanno particolarmente segnata. Il prosieguo diventa interessante per l’esito finale delle operazioni di fecondazione e di gravidanza.

Mi ritrovo vicino al mio compagno sul divano che parla al telefono con una mia amica d’infanzia e le dice che mi chiederà di sposarlo.”

Il quadro cambia in apparenza perché coinvolge la parte maschile della coppia e il diretto interessato alla situazione, sempre nel vissuto di Patrizia: “mi ritrovo vicino al mio compagno”. In tanto travaglio psichico e in tanta avventura clinica la presenza dell’uomo è importantissima per la aspirante madre o per la donna che ha deciso di farsi aiutare nella realizzazione della maternità. Spesso il maschio è presente in maniera confortante e massiccia e in special modo se l’esigenza a diventare padre urge anche in lui, nel “compagno” steso “sul divano” che ha accettato di seguire la propria compagna in questa strada degna di umano interesse e di sociale comprensione. L’uomo si collega nei vissuti di Patrizia direttamente ai desideri della sua infanzia quando il desiderio di avere un figlio matura nella bambina prima che il corpo dia il suo consenso anatomico e ormonale. Lo sposalizio, “mi chiede di sposarlo” sintetizza il simbolismo della sessualità sublimata nelle istituzioni e consentita dal “Super-Io” individuale e sociale. In sostanza Patrizia rispolvera in sogno il tempo del suo dolce travaglio di bambina che si identifica nella madre e pensa alla possibilità di portare al massimo compimento la sua immagine femminile, magari dopo aver superato l’istanza “edipica” di avere un figlio direttamente dal padre, la figura inquietante che si ammira composta sul divano e al telefono nel quadretto considerato. Patrizia proietta sull’uomo, il compagno legalmente accettabile, il progetto di gravidanza e di maternità, completando in questo modo il disegno immaginato e ambito. Tutto è nella norma universale di una bambina che si pensa donna e madre dopo aver compiuto il viaggio “edipico” e dopo aver risolto le pendenze conflittuali identificandosi nella madre e lasciando il padre a migliore fortuna con la donna a suo tempo scelta: “riconosci il padre e la madre”.

L’amica al telefono chiede cosa ne penso io e dico forte “SI! SI! ma non ho l’anello di fidanzamento!”

La bambina Patrizia ancora non è donna e non possiede la funzione genitale, “non ha l’anello di fidanzamento”. Questa è la conferma che il sogno verte sull’origine del desiderio di maternità, l’infanzia e dintorni. “L’amica” resta in sogno sempre una buona alleata per tirare fuori materiale psichico pregresso senza destare particolari angosce anche perché non sono state a suo tempo maturate. Si tratta, infatti, delle normali fantasie e dei normali desideri che una fanciulla elabora nel momento in cui accetta il suo essere femminile e si identifica al femminile nel femminile: la possibilità di avere un figlio è il coronamento della vitalità e anticipa la “sessualità genitale”, stare con un maschio e i doni dell’orgasmo. La bambina si pensa prima come la donna del padre, “posizione edipica, e di poi donna madre, “posizione genitale”. In questo secondo momento “l’anello di fidanzamento” si avvia a essere idoneo all’uso consentito alla legge del gruppo umano a cui appartiene. “L’anello” è il classico simbolo vaginale e condensa la funzione genitale in quanto porta d’ingresso del “regno delle madri”. Il “fidanzamento” è un tratto simbolico culturale in cui si chiede espressamente la funzione sessuale della donna, la sua vagina e la collegata capacità procreativa. L’assenso di Patrizia, immesso nel dire forte “Si, Si!”, attesta dell’avvenuta e compiaciuta adesione al mondo delle donne e al corredo genetico e genitale, mentre resta l’attesa della maturazione fisiologica dal momento che quella psicologica è bella e pronta. Ricapitolando, Patrizia è partita in sogno a rivivere i suoi travagli per una gravidanza assistita e si è ancorata all’infanzia per rievocare il tempo in cui è maturato il suo desiderio e la sua convinzione di essere donna e di poter avere un figlio. Il prosieguo è degno di interesse per capire anche le capacità taumaturgiche della funzione onirica nel compensare possibilmente un trauma con la dolcezza della storia personale di una bambina diventata donna a tutti gli effetti, ma che incontra difficoltà nel diventare madre.

E lei chiede se 3 dollari sono sufficienti per comprarlo.”

Si presenta il valore venale, “3 dollari”, a conferma del costo dell’intervento per la fecondazione assistita, un costo notevole se effettuato all’estero in cliniche private e in paesi civili, sicuramente più del nostro. Il valore della maternità perde il suo arredo di nobili virtù e di sacrosanti impalcature e si fissa sulla quota di mercato americano, spagnolo, svizzero, inglese, svedese e chi più ne ha più ne metta in questa fiera delle ricerche della speranza di realizzare il diritto naturale della donna con l’ausilio della Scienza chimica e medica. “3 dollari” indicano la via americana per il recupero del desiderio di maternità e la successiva realizzazione, ma sono sempre cifre simboliche che attestano, sempre simbolicamente, della bambina Patrizia che racconta alla donna adulta e matura che tutto è in linea con l’evoluzione coraggiosa di un progetto che si può realizzare anche con l’artificialità di un aiuto dato alla funzione naturale della fecondazione. E così la “lucertola-geco” ha iniziato il suo viaggio verso la formazione di una futura vita umana. I misteri dell’embrione si sono disvelati nel sacro tempio delle Madri dopo essere passati dalle altrettanto sacre mani dei mercanti. La Vita non guarda fortunatamente questi particolari e trionfa in ogni modo, in Patrizia e in tutte le donne che con coraggio hanno lottato e lottano per il loro diritto alla maternità senza ostacoli morali e politici, religiosi e culturali. Di dollari ce ne vorranno quanti ne richiederanno, ma il principio trionfa sempre grazie alle lotte dell’universo femminile che sul suo corpo paga il coraggio di dare adito alla sua natura e all’identità psicofisica acquisita. Questo è l’ampio significato simbolico dello “anello” e anche quello di fidanzamento rientra in questo settore dell’oreficeria e dei meravigliosi gioielli che soltanto una donna sa e può fare con la gravidanza e il parto: la maternità. Ecco perché nel concludere il suo sogno Patrizia risponde di sì.

Rispondo di sì.”

Tutto ok!

Questo è quanto si è potuto trarre dal sogno di Patrizia, una questione attuale e molto combattuta con alterne vicende, dal momento che il fattore venale disturba e inquina il fattore etico e filogenetico. In un paese veramente civile la tutela e la profilassi della donna e della maternità devono essere i pilastri della cultura e dell’evoluzione storica del popolo, prescindendo dal fatto che si tratta di temi universali che travalicano gli Appennini e vanno a finire nelle Ande passando da Cefalù e finendo a Dubai.

Patrizia ha risposto di sì e ha tradotto nel sogno il suo coraggio e il suo travaglio di donna che vuole realizzare ciò che desidera sin da bambina.

Patrizia ha risposto due volte di “sì” e ancora “sì”, uno per la bambina, l’altro per la donna.

EROS E TANATHOS

TRAMA DEL SOGNO

“Sono in una macchina insieme ad altre due persone: una è la mia fidanzata, che siede nel sedile passeggero anteriore e l’altra persona è l’autista: uno sconosciuto, calvo, dallo sguardo di ghiaccio.

Io siedo nel sedile posteriore.

Io e la mia fidanzata iniziamo a discutere e alziamo i toni della voce. L’autista caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo.

Lei non muore, ma resta ferita e ci ritroviamo in una casa lussuosa, in una Sicilia gattopardiana e io mi scuso con lei continuamente per aver provocato questa situazione.

Lei è ferita e sanguina molto, ma è capace a stare in piedi e parlare. È un po’ offesa e un po’ arrabbiata, ma in fondo sembra che possa perdonarmi.

Io intanto sono nudo e mi vergogno.

Ad un certo punto in stanza entrano sua sorella (mia cognata) e un’amica di sua sorella ed io mi nascondo dietro il tavolo perché sono completamente nudo.

A questo punto mi sveglio, molto turbato, e non prendo sonno prima di un’oretta.”

Questo sogno è di Oneiro.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sono in una macchina insieme ad altre due persone: una è la mia fidanzata, che siede nel sedile passeggero anteriore e l’altra persona è l’autista: uno sconosciuto, calvo, dallo sguardo di ghiaccio.”

Oneiro è il nome scelto dal protagonista di questo apparentemente languido psicodramma e si traduce “onirico”, “sognante”, “subliminale”, “crepuscolare”, “fantasioso”, “inconsapevole”, “trasognato”, “felliniano”. L’interpretazione del sogno dirà anche se la scelta del nome è del tutto casuale o è attinente ad alcuni tratti della struttura psichica di Oneiro, alla sua “organizzazione psichica reattiva”, alla sua formazione psichica evolutiva. Dopo questa iniziale scommessa diventa interessante l’immersione nel mondo profondo di Oneiro.

La “macchina”, è ormai risaputo, simboleggia la sessualità con i suoi meccanismi neurovegetativi, spontanei e naturali, quasi meccanici, dal momento che l’azione dell’Io è notevolmente ridotta a causa della pulsionalità istintiva che governa e contraddistingue l’umana funzione sessuale.

Oneiro è in piena tresca erotica e sessuale con “altre due persone”. Meglio: Oneiro sogna di vivere la sua sessualità portandosi dietro due “immagini” elaborate nel tempo e per la precisione si tratta della “immagine della donna” rappresentata nella figura della sua “fidanzata” e la “immagine dell’uomo”, “l’autista” automatico, aggressivo, senza idee, freddo, glaciale, il maschio che guida la macchina e che si accompagna alla sua fidanzata. Insomma, Oneiro sta rivisitando in sogno le “immagini di sé” come parte della coppia e durante l’amplesso erotico e sessuale, nei preliminari del coito, nella dimensione intima e privata, la vita a modo suo “amorosa”. Oneiro sta osservando se stesso e nello specifico i modi di relazionarsi eroticamente e sessualmente con la sua “fidanzata”. In questa naturale e primaria operazione difensiva di “sdoppiamento dell’imago”, meglio “proiezione”, Oneiro scopre quella “parte psichica di sé” caratterizzata dalla calvizie o carenza depressiva di idee e di progetti, dallo “sguardo di ghiaccio” o freddezza affettiva e ridotto coinvolgimento sessuale, nonché poche prospettive progettuali. Insomma Oneiro è “sconosciuto” a se stesso, “uno sconosciuto”, uno strano “sconosciuto” perché teme di essere “l’autista” e sa di essere “l’autista”, un uomo che guida i meccanismi della sua macchina sessuale senza il naturale coinvolgimento e la dovuta partecipazione: “l’homme que regarde”. Oneiro vive male se stesso e la sua donna, “fidanzata”, a causa dello “autista”, quell’uomo “sconosciuto”, “calvo e dallo sguardo di ghiaccio”. Oneiro non si accetta e, allora, in sogno si sdoppia e di “proietta” in questa “immagine negativa di sé” per continuare a dormire e non cadere nel risveglio con l’incubo. Ricordo che quest’ultimo si attesta nella coincidenza del “significato latente” con il “significato manifesto” del sogno.

Per adesso e fin qui la decodificazione può già bastare al fine di operare le giuste riflessioni, ma andare avanti è necessario, oltre che degno di curiosità e interesse.

Io siedo nel sedile posteriore.”

Oneiro è sornione, psichicamente difeso, “siede nel sedile posteriore”, si guarda quando fa sesso o fa l’amore che dir si voglia, si osserva per bisogno di essere formalmente a posto e secondo i suoi bisogni soggettivi e le sue necessità personali, si defila nelle retroguardie per potersela svignare al momento opportuno e dire a se stesso “quello non sei tu”. In effetti, l’uomo seduto “nel sedile posteriore” è “l’immagine positiva di sé”, la “parte positiva del fantasma” della sua persona, la “rappresentazione di sé” vissuta ed elaborata nel corso della sua formazione ed evoluzione psichiche: un uomo che teme di essere come “l’autista” della macchina, sessualmente freddo ed affettivamente gelido, e che si scinde e si osserva al fine di evitare di essere quello che teme. Ricordo che il “fantasma” è la rappresentazione primaria legata alla modalità del pensiero infantile e che la “scissione delle imago” è un “meccanismo primitivo di difesa dall’angoscia”. Oneiro, quindi, in riguardo alla sua vita sessuale, usa queste modalità e questo meccanismo, entrambi risalenti all’infanzia. Niente di negativo, tutto normale e possibile, ma di certo l’evoluzione è stata bloccata in questo settore delicato della vitalità umana come la sessualità e soprattutto è stato compromesso il coinvolgimento erotico e sessuale con una donna. In specie, se è la “fidanzata”, la questione relazionale e umana si complica per entrambi i soggetti in questione, il fidanzato e la fidanzata. Quest’ultima, in particolare, deve stare in questo gioco dinamico difficile da comprendere e far proprio.

Io e la mia fidanzata iniziamo a discutere e alziamo i toni della voce. L’autista caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo.”

Come non detto!

Ecco la suddetta questione papale papale, precisa precisa!

Neanche un indovino avrebbe potuto prevedere tutto questo, ma la Psicoanalisi del sogno certamente è di casa in questi intrighi relazionali di cui non si parla con nessuno e spesso neanche con il partner.

Traduco il capoverso così significativo ed esplicativo.

Oneiro discute con se stesso e si pone il suo problema traslandolo per difesa dall’angoscia nella fidanzata al punto che la fa arrabbiare e gridare: “alziamo i toni della voce”, perché il problema personale e, di poi, relazionale non è da poco, è grande, anzi è colossale, dal momento che la “parte psichica negativa” di Oneiro, la rappresentazione fredda e anaffettiva, istruisce un coito violento: “caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo”. Insomma, non siamo mica combinati bene, se, quando si fa l’amore o il sesso o si penetra la vagina o si è in intimità con la propria fidanzata, ci si spoglia di qualsiasi calore affettivo e dolcezza relazionale e si diventa un freddo frequentatore del bordello di Malta, un uomo asettico, freddo, glaciale, senza le qualità umane e sessuali che la circostanza e il ruolo richiedono. Non si può andare a letto con la propria ragazza e trattarla come un pezzo di legno su cui intagliare le tacche dei propri trofei. La donna non è il calcio della tua pistola. Tutto questo non si può fare in primo luogo per se stessi, perché è la chiara prova che non ci si rispetta e non si rispetta. Insomma, Oneiro, per dirla con Freud e la sua dottrina, è in piena “fase narcisistica” e fa sesso con se stesso andando a letto non soltanto con la sua fidanzata, ma anche con l’autista. “Queste son situazioni di contrabbando”, canta ancora dal cielo stellato Enzo Iannacci in “Messico e nuvole” a proposito del divorzio. Si va a letto in tre e chissà quanti altri “fantasmi” innominati e non riconosciuti si intrufolano tra le lenzuola di un motel o sui sedili della mitica “cinquecento”. Insomma, non si può trattare di merda la fidanzata facendola sentire nell’intimità sessuale e affettiva una parte poco importante del corredo e dell’arredamento.

Dal faceto, non tanto faceto, andiamo sul serio, non tanto serio come tutte le umane cose.

Il problema di Oneiro è in primo luogo l’angoscia del coinvolgimento affettivo con una donna, erotico e sessuale di conseguenza. Oneiro non opera investimenti di “libido genitale”, ma è fermo e conosce molto bene gli investimenti di “libido narcisistica”, quella che alla coppia fa solamente danno e arreca detrimento all’equilibrio psicofisico e relazionale. Oneiro deve maturare per poter stare in coppia da uomo, con il suo ruolo maschile, con la sua storia e la sua formazione evolutiva. Proprio quest’ultima abbisogna di essere portata avanti nella “posizione psichica genitale”, la dimensione donativa e generosa verso di sé e verso il partner, la relazione matura e completa che non ha bisogno di altro, se non del piacere reciproco di avere un piacere completo di ordine sessuale e soprattutto affettivo. In sintesi: Oneiro fa sesso con la fidanzata e non è soddisfatto della sua persona e della sua prestazione, nonostante la pistola, chiaro simbolo fallico, e “i tre colpi sparati al corpo” e non all’interezza della persona che risponde formalmente al ruolo di sua “fidanzata”. Oneiro fortunatamente non è contento di sé e del suo virile operato che sa tanto di immaturità affettiva e di angoscia dell’investimento e del coinvolgimento. “En passant”, capita di solito tutto questo “bailamme” ai figli di mamme possessive che hanno impedito e bloccato l’evoluzione dei figli per i loro bisogni e le loro angosce depressive e abbandoniche. Naturalmente devono essere i figli a liberarsi anche se le mamme sono resistenti e restie a lasciarli volare fuori del nido e, tanto meno, ad affidarli ad altre donne. Tutto questo viene detto sempre “en passant”.

Lei non muore, ma resta ferita e ci ritroviamo in una casa lussuosa, in una Sicilia gattopardiana e io mi scuso con lei continuamente per aver provocato questa situazione.”

Oneiro è un uomo sensibile e colto. Oneiro ha fatto delle sue conoscenze e delle sue letture anche materia psicologica di identificazione e di identità psichiche. Oneiro si è parzialmente identificato nel corso della sua tormentata formazione in don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata, il Gattopardo. Oneiro ha letto o visto a suo tempo il capolavoro di Giuseppe Tomasi, a sua volta duca di Palma e principe di Lampedusa , “Il Gattopardo” per l’appunto, ed ha assimilato la figura burbera e severa, nonché sessualmente a suo modo attiva di don Fabrizio, quello che andava regolarmente dalle “benefattrici” in quel di Palermo e che faceva tirare giù tutti i santi del Paradiso alla moglie Maria Stella quando le toccava sottostare, nel senso concreto della parola, al corpo monumentale del marito principe e in crisi per astinenza sessuale, più che erotica e affettiva. Del resto, don Fabrizio Corbera è la classica espressione del Narcisismo decadente e sornione che si arrende soltanto alla Morte e non al Mondo, è un uomo che non concepisce gli altri come persone su cui investire sensi e affetti, “libido”, gente da amare insomma. Don Fabrizio non ama neanche i suoi figli, è attratto soltanto dalla sua immagine giovanile “proiettata” nel giovane nipote Tancredi. Con i propri figli don Fabrizio è di una freddezza glaciale, con la moglie esercita il diritto sessuale più bieco e atavico, lo scarico animale della “libido narcisistica”. Oneiro si scusa con la sua fidanzata e la illude compensandola con una “casa lussuosa” e con i beni di consumo venale, ma non è contento in primo luogo di se stesso con se stesso, per come tratta se stesso in questa circostanza affettiva e sessuale, non è contento di come vive e gestisce la sua vita e la sua vitalità. Oneiro ha la consapevolezza che “questa situazione”, questa “modalità psichica narcisistica” di porsi con le donne non va per niente bene e che va evoluta e portata a giusta maturazione. Decisamente e volentieri in coscienza mi ripeto e dico che Oneiro non è contento di se stesso. Ergo, si pone l’esigenza ineludibile di muoversi e di cambiare registro e spartito.

Meno male e viva l’Italia tutta intera, dalla Sicilia al Friuli!

Lei è ferita e sanguina molto, ma è capace a stare in piedi e parlare. È un po’ offesa e un po’ arrabbiata, ma in fondo sembra che possa perdonarmi.”

Oneiro si rende conto che la sua fidanzata o la sua “lei”, come la definisce da due capoversi, è offesa nella dignità di persona e soffre molto non soltanto a livello psicologico, ma anche a livello di equilibrio psicofisico, energetico o libidico. Oneiro si rende anche conto o si illude che la sua “lei ce la fa e ce la potrà fare, perché “è capace” di mantenere la schiena dritta e di comunicare la sua insofferenza e sofferenza “in primis”, perché ha una personale e originale vitalità di persona “ferita” e che “sanguina molto”. A tutti gli effetti si tratta di “proiezioni” di Oneiro nella sua “fidanzata lei”, è tutto materiale psichico dell’uomo che se la racconta a suo uso e consumo soltanto per non modificarsi e adeguarsi dignitosamente alla situazione di coppia. E’ proprio Oneiro che è offeso con se stesso da se stesso, è arrabbiato con se stesso, ma soltanto e sempre “un po’ e mai abbastanza per prendere consapevolezza e adire al cambiamento psichico e relazionale. “In fondo” si può sempre perdonare, assolvere in queste insolvenze e incongruenze. Oneiro sente che non va bene la sua “posizione psichica narcisistica” quando si trova con la sua “lei”, sente che ci vuole la “posizione psichica genitale” per amarsi e per amare, sa che la sua situazione psicofisica non è matura al punto di donarsi e donare, al punto di concepire il “dono” come la novità psichica della sua evoluzione: il riconoscimento dell’altro. Questo è il “dono” e non i soliti baci perugina o le caramelle di Annamaria Mazzini in “Parole, parole, parole”. Il “dono” è il riconoscimento dell’altro ed è il segno della maturazione psichica effettuata e assimilata. Adesso puoi essere anche padre, mio caro don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata, mio caro Gattopardo. Adesso non solo puoi amare Maria Stella, ma la puoi anche onorare della tua bella persona senza vanagloria e prevaricazione, senza raccontarsi la storia dell’uomo fatale e originale che girava per il mondo alla ricerca della sua “metà mela”. Quante stronzate sono state elaborate al fine dell’immobilità e sacrificate sull’altare della demenza televisiva e giornalistica.

Io intanto sono nudo e mi vergogno.”

Hai capito il perché, mio caro Oneiro, uomo del tempo andato e sognatore di un cielo stellato tutto tuo?

Finalmente “nudo”, finalmente Oneiro è innocente e senza difese, finalmente è privo degli inutili “meccanismi psichici di difesa dall’angoscia”, quelli che non servono e sono pericolosi per l’equilibrio psicofisico individuale e relazionale, dal momento che nessuno al mondo è un’isola bagnata o un asteroide ghiacciato. La nudità attesta della prima atavica consapevolezza dell’uomo chiamato Adamo e della donna chiamata Eva, la primaria “coscienza di sé”, il primo “sensus sui” possibile soltanto nel momento in cui si deroga dalla Legge del Padre e della Madre per diventare “auto-nomi”: “legge a se stessi”. Finché si è in minorità psicofisica, la nudità è possibile e praticabile. Puoi sempre dire a te stesso e agli altri che “non sapevi”, non eri consapevole, non avevi il gusto e l’olfatto di te, non avevi sentito la voce del potere, ma, quando ti accorgi di essere “nudo”, vuol dire che sei cresciuto e il voler stazionare nella posizione ingenua e innocente ti rende ridicolo ai tuoi occhi “in primis” e agli occhi degli altri “in secundis”. La vergogna è la vertigine della libertà. Mai sensazione e sentimento sono stati positivi e fattivi. Pudet, Oneiro pudet. Dopo aver istruito la competizione tra Eros e Tanathos, Oneiro si vergogna per tutto quello che non ha ancora scoperto di sé e non ha messo in atto, si vergogna del “non nato di sé, di tutto quello che poteva far nascere di sé e di cui ha impedito il venire alla luce. La “vergogna” è la latina “verecundia”, la molla che scatta nel momento in cui tu assumi sulle tue spalle il carico della tua natura di esistente e aspiri alla liberazione dalle dipendenze e in primo luogo le tue, quelle che ti sei costruito per difesa dal coinvolgimento con te stesso e con gli altri, quelle sovrastrutture ideologiche che ti bloccano in un ruolo gratificante e in un modo, tutto sommato, accettabile per continuare a vivere da solo insieme agli altri: una vita da Narciso in attesa di arrivare alla ingannevole fonte ed estrarre il pugnale o annegarsi della propria limpida acqua.

Ad un certo punto in stanza entrano sua sorella (mia cognata) e un’amica di sua sorella ed io mi nascondo dietro il tavolo perché sono completamente nudo.”

La tematica antica del “Genesi” ritorna a vivere nella fattispecie di un uomo nudo che cerca la sua identità migliore e di evolversi verso il “dono”, un uomo chiamato Adamo, pardon Oneiro, un uomo strutturato e difeso che prova disagio nel sentirsi nuovo e nella condizione buona per evolversi e migliorarsi: la perdita delle difese inutili da effettuare non soltanto nei riguardi della sua “fidanzata” o della sua “lei” a seconda della vostra bontà, ma nei riguardi dell’universo femminile, di tutte le donne del mondo, quelle che Oneiro ha introiettato sotto forma di sorella o cognata e di amica della sorella o cognata. Oneiro si porta dentro, “entrano in stanza”, un “fantasma della donna” che deve essere riconsiderato nella sua “parte positiva e negativa”, meglio che deve essere evoluto nella rappresentazione della donna e senza le distinzioni oppositive che da bambino, come tutti i bambini umani, ha elaborato sulle ali del suo “pensiero primario”, Fantasia, e sotto le sferzate dei “processi primari” che chiedono a qualsiasi infante di rappresentarsi quello che vive dentro, a dare forma alle sue sensazioni semplicemente per difesa dall’angoscia dell’indefinito e dell’indeterminato, l’angoscia di morte di cui tutti i bambini soffrono insieme all’abbandono. Oneiro è ancora fermo al “fantasma della donna” e si è arenato per difesa dalla donna nel suo “narcisismo”, “posizione psichica narcisistica” classica dei cinque anni di vita. Oneiro non è andato avanti con la rappresentazione concettuale della figura femminile e con la “posizione psichica genitale”, quella “donativa” di cui ho detto abbondantemente in precedenza, quella in cui farsi un “dono” significa far contento anche l’altro, quella che impone felicemente il riconoscimento dell’altro come persona a se stante nonché unica e irripetibile, quella che investe “libido genitale” ossia quella che gode in sintonia del godimento dell’altro, quella che impone empatia e simpatia nell’unisono dell’orgasmo. Insomma Oneiro ha tanta strada da fare nel suo cammino esistenziale. E poi il sogno non dice alcunché delle figure genitoriali.

Che genitori ha avuto e ha vissuto Oneiro?

Come ha elaborato la “posizione psichica edipica”?

Sono domande sostanziali e non peregrine o da programma televisivo di Bonolis o Scotti. Certo lo psicoanalista esperto e smagato ha già capito tutto, ma non si può interpretare quello che non compare nel sogno e che si subodora. Mi limito a dire che se Oneiro è fermo alla “posizione narcisistica” ha risolto la “posizione edipica” conflittuale con i suoi genitori in maniera narcisistica, è andato avanti nei vissuti verso i genitori privilegiando il suo Io e gli investimenti su se stesso anche in questo caso. E’ anche vero che i suoi genitori non l’hanno aiutato a superare lo stallo dello splendido isolamento e a lanciare il cuore oltre l’ostacolo. All’incontrario hanno goduto per i loro fantasmi depressivi di questa permanenza del figlio in ambito di splendido isolamento.

E allora, signori miei, cosa volete e cosa andate cercando?

Non vi resta che una donna capace di accettare la vostra arroganza narcisistica per le sue paure di abbandono e di solitudine e per le sue inferiorità e non certo perché è innamorata di voi.

E allora, caro Oneiro, cosa vai a nasconderti “dietro il tavolo”?

La tua nudità dice che è ora di mostrare il vero cazzo e il vero potere di non aver bisogno di esercitare il potere e in special modo sugli altri. Anche perché la psicodinamica non riguarda soltanto la relazione con la “fidanzata” o la “lei” e chicchessia di femminile, il discorso vale per tutte le relazioni. La modalità psichica è quella della relazione di Narciso mitico: io e me stesso. Speriamo che Oneiro resti completamente nudo come con le altre ragazze, che esca da “dietro il tavolo” e manifesti “urbi et orbi” dalla sua piazza barocca di che pasta è fatto un uomo chiamato Oneiro e che “in primis” lo mostri alla sua donna, una persona tenuta in poca considerazione e relegata agli umori e ai fantasmi del maschio narciso.

A questo punto mi sveglio, molto turbato, e non prendo sonno prima di un’oretta.”

Il sogno ha comunicato materiale importante e lo ha fatto in maniera abbastanza chiara, della serie chi vuol capire si accomodi e capisca pure, a conferma della psicoprofilassi propria della funzione onirica. Oneiro si rende conto che questo sogno non è stato invano come gli altri e che deve fare qualcosa per capire meglio se stesso senza difendersi ulteriormente e inutilmente. Questa presa di coscienza è dettata in primo luogo dalla qualità della sua vita e nello specifico della vita di coppia, sessualità inclusa, per cui nel sogno emergono quelle qualità dei “fantasmi” che Oneiro si porta dentro e che si riverberano su se stesso e sulla sua donna. Non trascuriamo il sacrificio psicofisico di sé, lo dicevo in precedenza, che una donna deve operare per tenere in vita una relazione con un uomo decisamente fermo alla “posizione psichica narcisistica”. Il turbamento di Oneiro è necessario alla luce dell’intensità e della qualità del sogno, ma è positivo soltanto se il protagonista non ci dorme sopra dopo un’oretta: “non prendo sonno prima di un’oretta”. La consapevolezza della psicodinamica è stata intuita, ma la “coazione a ripetere” e a perpetuare il solito rito con la fidanzata è in agguato, meglio, il rischio a perpetuarsi con le sue vecchie obsolete modalità fantasmiche e relazionali. Oneiro doveva svegliarsi del tutto e riflettere adeguatamente sulla comunicazione di servizio della sua psiche e ben valutare un processo psicoterapeutico di ristrutturazione e di ripartenza sulla strada della vita con una migliore qualità esistenziale e con una donna completa al suo fianco, con una relazione sana e non mutilata dalle mille attenzioni che il “narcisismo” costringe a riservare soltanto a se stessi.

Come si fa stare con gli altri, se dentro di te gli altri non esistono e fuori sono delle minacce per l’equilibrio del tuo Io ipertrofico?

Oneiro e tutti quelli che si sono arenati sulla “posizione narcisistica” daranno la giusta risposta al quesito non certo peregrino. Del resto, si tratta di andare avanti e di risolvere la relazione con il padre e la madre e di accorgersi dell’altro, dell’esistenza indispensabile dell’altro per il proprio benessere: “posizione edipica” e “posizione genitale”. Si tratta di imparare a riconoscere il padre e la madre come le proprie origini reali e simboliche, nonché di godere del dono da fare per provare il gusto di sé.

Cosa c’è di meglio di avere qualcosa da fare e da adempiere nella vita?

Non si morirà di noia, si penserà a stare bene e a non stare dietro alle mille vanità del grande fratello e dei glutei da esporre alle infezioni dell’infida sabbia nelle spiagge assolate e più che mai affollate dei nostri giorni.

Saranno gli effetti della clausura imposta e della repressione subita nel tempo del virus dei pipistrelli.

Bonne chance!

Un’ultima nota sul titolo val bene una Messa: Amore e Morte vanno a braccetto nel Mito, nel Rito e anche nel Sogno, a testimonianza della “coincidentia oppositorum” di cui ha detto sin dagli albori della Coscienza collettiva l’oscuro Eraclito.

Quale valenza accomuna qualità così diverse come Eros e Tanathos?

L’intensità psicofisica e null’altro, semplicemente perché tutto il resto è noia.

ALLE MIE ZIE

Morbido amore corvino

con le forme della madre terra

ho conosciuto.

Abbondante amore senza interesse,

senza requisiti,

legame profondo,

il sangue.

Calmo amore che gode della vita,

piacere nelle piccole cose,

in ogni cosa.

Il tempo si dilata e diventa eterno

nella bellezza di questo momento.

A questo amore ho aperto il mio cuore,

ne sono usciti fiori,

petali e foglie delle più belle,

di ogni colore,

ne sono uscita io,

ne è uscito il mio mondo.

Lucia

LE PAROLE DI UN DOLORE

Ciatu, Respiro,

ciatu miu! respiro mio!

Figghiu Figlio,

figghiu , figlio,

iancu comu nu gigliu. bianco come un giglio.

Figghiu miu, Figlio mio,

sulu miu, soltanto mio,

figgh’i ta mattri, figlio di tua madre,

figghiu miu figlio mio

ca mi muriu, che mi è morto

figghiu miu risgraziatu, figlio mio disgraziato,

figghiu miu figlio mio

mottu ammazzatu. morto ammazzato.

Ciatu, Respiro,

ciatu miu! respiro mio!

Figghiu miu, Figlio mio,

ca mi muriu. che mi è morto.

Macar’a mmia m’ammazzaru, Anche me hanno ammazzato,

figghiu amaru. figlio amaro.

Matri assassinata, Madre assassinata,

matri risgraziata! madre disgraziata!

Figghiu miu, Figlio mio,

figghiu assancatu, figlio affascinante,

figghiu risgraziato, figlio disgraziato,

assancatu ri la me vita, fascino della mia vita,

figghiu, figlio,

pi’mmia è finita. per me è finita.

Sulu miu, Soltanto mio,

ciatu miu, respiro mio,

ciatu, respiro,

ciatu, respiro,

mottu ammazzatu, morto ammazzato,

figghiu sdisanuratu. figlio disonorato.

Pi’mmia Per me

nun ci po fari nenti, non puoi far nulla,

po me tuluri per il mio dolore

nun ci sunu curi, non ci sono cure,

nun ci sunu primuri. non ci sono premure.

Sulu vileni Soltanto veleni

pi li me peni! per le mie pene!

Iù Io

caia’ffari senza ri tia? cosa devo fare senza di te?

Figgh’i Maria, Figlio di Maria,

figghiu ra Beddramattri figlio della Madonna

mi lassasti nura nura. mi hai lasciato nuda nuda.

Quanta primura! Quanta fretta!

Mi lassasti sula sula, Mi hai lasciata sola sola,

sula coma nu cani sola come un cane

nmenz’a na strata, in mezzo a una strada,

com’a na cannalata come un tubo di scarico

ca ietta sancu che getta sangue

ro cori stancu. dal cuore stanco.

Stancu iè lu me cori, Stanco è il mio cuore,

si nun ti po’ amari. se non ti può amare.

Comu nda nu mari Come in un mare

senza pisci senza pesci

lu me beni tuttu svanisci, il mio bene tutto svanisce,

sinni và o ventu se ne va al vento

senza suspiri, senza sospiri,

senza lamentu. senza lamento.

Ma iù c’aia ‘ffari? Ma io cosa devo fare?

Rimmillu tu! Dimmelo tu!

M’aia ‘mmazzari? Mi devo uccidere?

M’aia ‘mmazzari Mi devo uccidere

cu lu cuteddru, con il coltello,

figghiu miu beddru? figlio mio bello?

M’aia ‘mmazzari Mi devo uccidere

cu la lupara, con la lupara,

sotti maiara? sorte infame?

M’aia ‘mmazzari Mi devo uccidere

cu lu vilenu con il veleno

uò sutta nu ttrenu? o sotto un treno?

Figghiu sdisanuratu, Figlio disonorato,

figghiu mottu ammazzatu! figlio morto ammazzato!

Tu rommi Tu dormi

e nu’mmi senti, e non mi senti,

tu rommi tu dormi

e nun t’arruspigghi e non ti svegli

mancu a li me schigghi, neanche alle mie grida,

figghiu addummisciutu, figlio addormentato,

ristinu miu scunchiurutu! destino mio insignificante!

C’aia ‘ffari? Cosa devo fare?

Rimmillu tu! Dimmelo tu!

M’aia ‘mmazzari? Mi devo uccidere?

Tu rommi Tu dormi

e nu ‘mmarrispunni. e non mi rispondi.

Tu nun mi senti Tu non mi senti

e nu’mmi parri. e non mi parli.

Rommi rommi, “Dormi dormi,

picciriddru, bambino,

c’ò papà perché il papà

à ‘cchiappatu n’ariddru, ha catturato un grillo,

rommi rommi, dormi dormi

picciriddru, bambino,

aranciu và il granchio va

iè aranciu veni, e il granchio viene,

nun ti scantari non spaventarti

ro vabberi, del barbiere,

se ti nesci se ti esce

sancu ro peri, sangue dal piede,

scinni scinni, scendi scendi,

rommi rommi, dormi dormi,

ioca ioca.” gioca gioca.”

Uno alla luna, “Uno alla luna,

due al bue, due al bue,

tre la figlia del re, tre la figlia del re,

quattro ma ‘zzia o tiattru, quattro mia zia al teatro,

cinque è una incrociatura, cinque è una incrociatura,

sei battiscopa, sei battiscopa,

setti puppetti, sette polpette,

otto risotto, otto risotto,

nove alle uova, nove alle uova,

reci senza nenti, dieci senza niente,

unnici iurici, undici giudice,

durici iè na camurria, dodici è una seccatura,

tririci santa Lucia tredici santa Lucia

ca pamma.” con la palma.”

Santa Luciuzza, Santa Luciuzza,

santa Luciuzza beddra santa Lucia bella

ramm’a vista i ll’occhi dammi la vista degli occhi

pi’vviriri u figghiu miu per vedere il figlio mio

mott’ ammazzatu morto ammazzato

comu nu sdibbusciatu. come un delinquente.

Santa Luciuzza Santa Luciuzza

facitamilla cantari ancora fammela cantare ancora

a canzuneddra la canzoncina

ca’nnicu’nnicu che da piccolo piccolo

u’ddumisceva. lo addormentava.

Facitaccilla sentiri Fategliela sentire

pi’ll’uttima vota per l’ultima volta

a canzuneddra la canzoncina

o figghiu miu, al figlio mio,

ca s’addummisciu che si è addormentato

troppu presto. troppo presto.

Facitammillu addummisciri Fatemelo addormentare

pi’ll’uttima vota per l’ultima volta

u figghiu miu, il figlio mio,

iè poi ‘cciù rugnu a motti. e poi lo do alla morte.

Sugnu sicura Sono sicura

ca mi senti che mi ascolta

iaccusì e così

sinni và ‘cchiu tranquillu se ne va più tranquillo,

senza tuluri, senza dolori,

cu ‘ssa mattri con sua madre

ca ‘cci canta a canzuneddra che gli canta la canzoncina

ca’cci piaceva tantu. che gli piaceva tanto.

Figghiu, Figlio,

figghiu miu, figlio mio,

ciatu, respiro,

ciatu miu, respiro mio,

cosa ruci, cosa dolce,

ggioia ri lu mi cori, gioia del mio cuore,

quanti maiari quante lamentatrici

aia ‘cchiamari? devo chiamare?

Quanti rinari Quanti denari

m’aia ‘mmanciari mi devo mangiare

pi ‘ppaiari per pagare

tutti sti maiari! tutte queste lamentatrici!

Viniti ccà, Venite qua,

maiari, viniti ‘cca! lamentatrici, venite qua !

Cantammaccilla a canzuneddra Cantiamogliela la canzoncina

o figghio miu. al figlio mio.

Cantamaccilla bona, cantiamogliela bene,

cu’ttutt’o cori con tutto il cuore

iè fotti fotti, e forte forte,

ca nana ‘ssentiri che ci devono sentire

tutti l’ancili ro parariso. tutti gli angeli del paradiso.

Iancilu iera Angelo era

iè ‘mmurriu ammmazzatu ed è morto ammazzato

comu nu sdibbusciatu. come un disonesto.

Cantammaccilla fotti fotti, Cantiamogliela forte forte,

c’a ‘vvinciri che deve vincere

macari a motti. anche la morte.

Po ciatu miu Per il mio respiro

quanti maiari quante lamentatrici

aià ‘cchiamari? devo chiamare?

Quanti rinari Quanti denari

m’aia manciari devo spendere

pi ‘ffari cantari per fare cantare

tutti sti maiari? tutte queste lamentatrici?

San Franciscu i Paula “San Francesco di Paola

cunsatimi la taula, apparecchiatemi la tavola,

cunsaammilla apparecchiatemela

cu ‘ppani iè pisci con pani e pesci

ca stu figghiu che questo figlio

s’addummisci”. s’addormenta”.

Fozza maiari, Forza lamentatrici,

mittitici cori mettete animo

ndò ripitiari! nel lamento!

Quant’è beddru “Quanto è bello

stu figghiu, questo figlio,

Maria. Maria.

Si lu vonu rubbari la ‘ggente, Se lo vogliono rubare la gente,

ma so mattri iè vigilanti, ma sua madre è vigile,

lu talia lo guarda

cu’ ll’occhi e la menti.” con gli occhi e la mente.”

Fozza maiari, Forza lamentatrici,

mittitici cori mettete animo

ndò ripitiari. nel lamento.

Rommi rommi, “Dormi dormi,

fai lu sonnu, fai la nanna,

ti lu fai beddru loncu te la fai bella lunga

beddru loncu cuant’a lu mari, bella lunga quanto il mare,

picchì si ‘nnicu perché sei piccolo

iè ‘tt’ arripusari.” e ti devi riposare.”

C’aia ‘ffari senze i tia, Cosa devo fare senza di te,

figgh’i Maria. figlio della Madonna.

Beddru, Bello,

figghiu beddru figlio bello

abbola, vola,

abbola coma n’aceddru, vola come un uccello,

abbola abbola, vola vola,

abbola vicinu, vola vicino,

abbola luntanu, vola lontano,

abbola senza scantu vola senza paura

ndo campusantu nel camposanto,

fagghiu amaru figlio amaro

abbola abbola vola vola

ndo cimiciaru. nel cimitero.

LA MACCHINA INTROVABILE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che mi avevano rubato l’auto.

Ero in un luogo strano, il parcheggio di una stazione o di un aeroporto, e stavo tornando a casa da non so dove.

Ero con amici e avevo aperto il bagagliaio per mettere le valigie.

Sono andata verso di loro e, quando mi sono voltata, la macchina non c’era più.

Tutto era andato bene e ho pensato che questa non ci voleva.

Non ricordo come sono andata a casa.

Durante la cena ho detto a mio marito che mi avevano rubato la macchina.

Era arrabbiato e diceva che proprio quella non dovevano rubarla. Cercava un modo per rintracciarla, ma diceva che non la troveremo più.

A questo punto mi sono svegliata.”

Il mio nome è Marumaru.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che mi avevano rubato l’auto.”

C’è qualcosa che non va negli apparati e nelle funzioni del sistema neurovegetativo di Marumaru. C’è qualcosa che non va nella sessualità, ma non in senso organico, c’è qualcosa di psicologico che si è inceppato e causa una disfunzione all’esercizio della vita sessuale. C’è un “fantasma di castrazione” in circolo nella “organizzazione psichica reattiva” di Marumaru. La donna non vive bene in questa contingenza psico-storica la sua femminilità e la sua sessualità. Deve essere successo qualcosa di traumatico che ha riesumato questo “fantasma” che si matura nell’infanzia e che si trasporta nel corso dell’evoluzione psicofisica sotto forma depressiva di perdita. “Rubato l’auto” si traduce in “vivo malissimo il mio corpo e le mie funzioni erotiche e sessuali”, mi sento castrata.

Ero in un luogo strano, il parcheggio di una stazione o di un aeroporto, e stavo tornando a casa da non so dove.”

Il luogo sarà “strano”, ma simbolicamente è inequivocabile. E’ il luogo del distacco e della perdita. Un “fantasma di morte” si profila subito dopo il “fantasma di castrazione”. Di certo, siamo in un ambito psichico fortemente depressivo. Marumaru sta mettendo a dura prova la sua solidità psichica sotto le sferzate amare del distacco e della perdita. Se nella “castrazione” c’è una causa traumatica esterna che esaspera la “rappresentazione” di se stessa, nella “morte” c’è una congrua emersione dal profondo del nucleo depressivo dell’infanzia a cui nel tempo si sono associati tutti vissuti di perdita successivi. Marumaru è in uno stato psichico di obnubilamento mentale, uno stato crepuscolare della coscienza che non le consente quella lucidità necessaria per una reazione adeguata alla situazione in corso. Sta rientrando in se stessa dopo aver subito uno shock, “stavo tornando a casa da non so dove”. Marumaru ha appena vissuto un’esperienza fortemente emotiva che l’ha scombussolata dalle fondamenta ed ha evocato i suoi “fantasmi di castrazione e di morte”, l’angoscia di non essere giusta e adeguata, l’angoscia di vivere una perdita affettiva e un distacco sentimentale. Questo è il vero senso e significato di “ero in un luogo strano”.

Ero con amici e avevo aperto il bagagliaio per mettere le valigie.”

Marumaru è una donna che socializza bene, “ero con gli amici”, ha una disposizione psichica a stare con la gente e in mezzo alla gente, nonché a fidarsi della gente. Pur tuttavia, la sua apertura sociale non sempre incorre nel giusto premio e nel doveroso riconoscimento. La gente sa che Marumaru è una donna e una madre, che ha una precisa identità psichica e sociale, che occupa un ruolo inequivocabilmente femminile: il suo “bagagliaio contiene le valigie”. Non si capisce bene quanto i cosiddetti “amici” siano solidali con Marumaru dal momento che sono messi in questa cornice onirica come tramite per cambiare quadro, più che come possibili alleati. In ogni caso questi amici movimentano la psicodinamica onirica senza stonare. La funzione onirica ha una valida capacità rappresentativa e creativa.

Sono andata verso di loro e, quando mi sono voltata, la macchina non c’era più.”

La disposizione sociale di Marumaru è, altresì, confermata proprio nell’andare “verso di loro” quasi in atto di solidarietà, di ricerca di consenso e di approvazione di fronte al trauma della “castrazione” e della “morte”, della deprivazione e della perdita. Marumaru si trova di botto senza la funzione sessuale e senza il ruolo di madre e chiede alla società la nuova modalità di riconoscimento, chiede a se stessa quale immagine sociale deve esibire tra la gente che l’ha vissuta e riconosciuta come donna intera e madre integra. Marumaru ha perso proprio la figura di donna e il ruolo di madre. In qualche modo è stata deprivata della sua identità psicofisica. Non si tratta certamente del trauma dell’invecchiamento legato alla menopausa e alla perdita della capacità di essere fecondata e di avere un figlio, la questione verte su un trauma che Marumaru ha subito e che ha leso la sua identità psicofisica e il suo ruolo di madre, nonché il suo ruolo sociale di donna che vive e lavora tra la gente. Viene confermato quanto detto in precedenza.

Tutto era andato bene e ho pensato che questa non ci voleva.”

E’ intercorsa una circostanza che ha smascherato lo status psicosociale di Marumaru, è brillato un fulmine nel ciel sereno che ha turbato l’equilibrio psicofisico, è occorso uno strano evento che ha messo a nudo la verità storica di un’esistenza: “tutto era andato bene”. Serve un cabarettista con il suo repertorio di intrighi e paradossi per illustrare che “tutto era andato bene” e che questo trauma “non ci voleva” proprio. Spesso la malafede e l’ingenuità vanno a braccetto nelle relazioni umane e specialmente in quelle amorose. Una inedita fiducia e un acritico affidamento sono virtù che spesso si sacrificano nel campo di battaglia. E’ successo che una donna chiamata Marumaru si è imbattuta con molta pacatezza riflessiva nella necessaria modificazione del vissuto su se stessa e sul suo ruolo di donna e di madre. Il trauma non è da poco anche se viene sostenuto dall’esperienza e dai meccanismi di difesa dell’età matura: la “razionalizzazione” ad esempio. Per questa motivo l’espressione “ho pensato che questa non ci voleva” calza a pennello con i tempi e le circostanze.

Non ricordo come sono andata a casa.”

Traduco immediatamente dal registro simbolico al registro logico: “ho operato una poderosa “rimozione”, non “razionalizzazione”, per difendermi da tanto inganno e da tanta lesione personale”. Marumaru sistema nella sua “organizzazione psichica” i segni funesti di tanta sventura e, anche se possiede gli strumenti per archiviare bene il trauma dimenticando e ridimensionando gli eventi, è costretta a inserire nella sua “casa” psichica mobilio e accessori di non propria pertinenza e competenza. Ripeto: di fronte agli effetti psicofisici del trauma subito dalla sua persona e dalla sua figura, Marumaru trova una sistemazione idonea ai nuovi vissuti, oltretutto imposti da inaspettate occasioni e malcelate omissioni. La “rimozione” è un meccanismo psichico di difesa che soccorre ogni persona che vi ricorre con la sua blanda consolazione di oblio e di leggera dimenticanza e senza ricorrere necessariamente a ipotizzare dimensioni psichiche inconsce.

Durante la cena ho detto a mio marito che mi avevano rubato la macchina.”

“Lupus in fabula”. Il quadro onirico si sposta consequenzialmente nella zona relazionale degli affetti costituiti e consolidati per spiegare la psicodinamica e l’entità della questione relazionale in corso. Il “marito” rappresenta non certo il partner di Marumaru, ma sicuramente la sua “parte psichica maschile”, quella affermativa che esige il massimo rispetto della propria autonomia psicofisica ed esclude, di conseguenza, qualsiasi forma di dipendenza che si può essere strutturata nel tempo e soprattutto nella convivenza massimamente fiduciaria. La “cena” attesta di un contesto sociale in cui è avvenuta la “castrazione”, il furto della “macchina”, la depauperazione della propria sessualità e l’offesa della propria femminilità. Marumaru prende progressivamente coscienza che, al di là dell’evento traumatico, ha fatto difetto la sua “parte psichica maschile”, “mio marito”, in questa relazione drammatica con se stessa, magari scatenata da stupidità altrui, ma in ogni caso male affrontate da una donna ingenua e innocente che pensava di essere al di sopra di ogni sospetto e circostanza. A Marumaru è venuta a mancare la direttività decisionale nella circostanza in cui è stata messa in gioco la sua fiducia e il suo affidamento nei riguardi degli altri.

Era arrabbiato e diceva che proprio quella non dovevano rubarla. Cercava un modo per rintracciarla, ma diceva che non la troveremo più.”

Questa è la reazione da cavallo di razza della nostra protagonista: la rabbia scatenata dall’ingiustizia subita dalla sua persona e l’offesa arrecata alla sua figura, “proprio quella”. Marumaru dimostra un forte attaccamento alla sua femminilità e alla sua vita sessuale. La reazione è direttamente proporzionale all’intensità emotiva del sentimento della rabbia che per difesa ha spostato nella figura del marito, la sua “parte psichica maschile”, quella adibita alla difesa dell’orgoglio e alla tutela dell’onore. Marumaru le tenta tutte per recuperare la sua dimensione psicofisica turbata e umiliata, ma alla fine si convince che la “castrazione” è avvenuta anche se per interposta persona. La donna non ha saputo evitare l’umiliazione al suo essere femminile e il danno alla sua sessualità. La rabbia si compone nell’accettazione, il sentimento si placa nella consapevolezza della perdita. Il sogno si conclude con la pacatezza dell’inesorabilità dell’evidenza e con il rifiuto di una compensazione delirante che deroga dalla realtà dei vissuti e dei fatti. Dopo la “rimozione” arriva la “razionalizzazione”, dopo la dimenticanza subentra la presa di coscienza.

In conclusione è opportuno ribadire che spesso il sogno approfitta di un fatto della realtà o di un’esperienza vissuta per comporre le disarmonie e per riparare i traumi: vedi la teoria onirica della Gestalt psicologia. Magari qualche difetto del marito di Marumaru ha scatenato in sogno una reazione intesa precipuamente a cogliere la propria debolezza nella tutela della propria persona e nella difesa della propria integrità psicofisica anche in occasioni impreviste e inaspettate. La rabbia normale è esternata nella realtà degli eventi, mentre nella realtà onirica persiste sempre una forma di tutela psichica legata alla migliore sopravvivenza possibile anche di fronte a traumi imprevisti.

E fu così che Marumaru si arrabbia in sogno con la sua smarrita autonomia psicofisica e con la sua improvvida fiducia nei riguardi degli altri, nonché con il suo acritico affidamento al mondo che la circonda. E’ questa la sua vera “parte psichica maschile” che è andata in crisi per negligenza e per distrazione. E’ sempre preferibile tenere alta la guardia e sapere leggere e scrivere anche di fronte a circostanze di impostura e di ignoranza altrui.