TANTA VOGLIA D’INNAMORARSI

TRAMA DEL SOGNO

“Avevo l’immagine del mio ex.

Dopo si è presentato un tatuatore.

Mi parla e decidiamo un tatuaggio.

Voglio provare un altro tatuatore.

I colori del nuovo tatuaggio sono rossi, turchesi e neri, ma la forma non la ricordo.

Poi mi trovo in macchina.

Qualcuno mi segue e io dallo specchietto non vedo perché è appannato.

Comunque non ho paura e continuo tranquilla.

La strada è dritta.”

Questo è il sogno di Miky.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Avevo l’immagine del mio ex.”

La “imago”, immagine, è la rappresentazione emotiva elaborata dai “processi primari”, dalla Logica della prima infanzia, è il “fantasma” di Melanie Klein formato dalle modalità psichiche neurovegetative del neonato fatte di senso e di “organizzazione primaria” dei dati: la “posizione schizo-paranoide” e la “posizione depressiva” del primo anno di vita. Durante la prima scindo la “imago” o fantasma in buono e cattivo, durante la seconda espio il senso di colpa e mi sento perseguitato dalla parte cattiva che ho espulso da me e proiettato in altro oggetto. Insomma la “immagine”, di cui scrive Miky, non è una semplice “cosa” alla Lacan buttata là tanto per parlare e per comunicare. La “parola immagine” ha una lunghissima storia filosofica e un ammasso di sensi e di significati, la “parola immagine” è un segno, “signum” latino, gravido di etimologie profonde che l’uomo ha immesso, è una “insegna” dell’esercito umano dietro la quale corrono e si ritrovano da sempre i soldati di tutto il mondo e non soltanto quelli romani.

Miky ha usato una “parola” gravida di storia e di creatività, una “parola” poetica e prosaica, scientifica e tecnica, per dirsi in sogno che stava pensando al suo “ex” innamorato con una modalità affettiva ed emotiva, sensoriale e sensuale, “libidica” per dirla all’ingrosso. Non lo stava sognando e rievocando secondo i procedimenti della Logica di Aristotele, lo stava ricordando secondo i canoni del registro neurovegetativo, emotivo e sentimentale. Di sicuro è questa la maniera giusta e degna di imprimersi nella memoria e di lasciarsi ricordare da parte di un qualsiasi uomo che si relaziona amorosamente con una donna, “il mio ex”. Dico meglio: questa è la maniera migliore di vivere le proprie storie d’amore, di sesso e di varia umanità da parte di una donna autonoma e libera da pregiudizi e cianfrusaglie morali.

Un altro commento cade a fagiolo per tutte le persone curiose. Quando si sogna il proprio “ex”, il primo significato esige una relazione emotivamente in sospeso e un discorso ancora in via di composizione e di sistemazione. In ogni caso una propria storia sentimentale non si riduce a una definitiva e fredda “razionalizzazione”, semplicemente perché resta un sottofondo emotivo nel bene e nel male.

Tornando al sogno, Miky rievoca la storia d’amore, di sesso e di varia umanità che ha vissuto con un uomo in cui ha sospeso gli investimenti psichici evidenti, ma su cui non ha interrotto gli investimenti psichici interiori. Non avendo rimosso tutto e adeguatamente, resta sempre in Miky qualcosa di insoluto e di ritornante nell’aura dorata dei sentimenti e nell’ampio spettro delle sensazioni apparentemente sospese.

Ogni storia d’amore non si chiude mai abbastanza e del tutto. Per questo motivo ritorna sui suoi passi e presenta nuovi interessi nei momenti di crisi psico-esistenziale.

Dopo si è presentato un tatuatore.”

Ecco cosa è rimasto insoluto e parzialmente sospeso in Miky: la “libido epiteliale” con tutti i suoi risvolti erotici ed affettivi. Miky rievoca in sogno la parte tenera del suo “ex”, l’uomo che la accarezzava e la erotizzava con le sue carezze. Le manca il “tatuatore”, l’uomo anonimo che rievoca l’ex per connotazione emotiva e che lavora la sua donna sulla pelle, una parte del corpo dotata di forte sensibilità e sensorialità. All’immagine emotiva e affettiva dell’ex è subentrata la precipua proprietà erotica nei vissuti di Miky dell’uomo, colui che s’imprimeva nella sua pelle e s’imprimeva nel suo vissuto erotico. Ricordo che Miky “sposta” nel “tatuatore” il suo ex per continuare a dormire e per non trovarselo faccia a faccia con la possibilità di un risveglio che inevitabilmente disturba il sonno. Ricordiamo che il sogno è il “guardiano del sonno” e che l’insonnia è in prevalenza un pesante disturbo psicosomatico, oltretutto pericoloso per lo sconquasso neurovegetativo che si porta addosso e dietro.

Mi parla e decidiamo un tatuaggio.”

Questo è il classico e costante “ritorno dell’ex” con coito annesso e connesso. Tante coppie si ritrovano dopo la rottura della relazione per sperimentare una “intesa” cordiale ed erotica, un riallacciamento possibile delle cinture e del ritorno possibile alla praticabilità del rapporto a due. In questo titanico tentativo la sessualità è il veicolo di trasmissione dei sentimenti e il raccordo giusto per comprovare una ripresa o un distacco. Nulla di definitivo esiste nel mondo degli uomini e delle donne in età di matrimonio civile o religioso, in età di “libido genitale”. Miky e il suo ex hanno un rigurgito erotico e tagliano la testa al toro, “decidiamo”, ritrovandosi in esorcismo alla dolorosa nostalgia e per recuperare quanto meno un momento di piacevolezza e di appagamento del desiderio. Dopo essersi regalati le parole per dirlo, “mi parla”, si passa al tatuaggio, a imprimere sulla pelle il marchio di gloria o di infamia. Il tutto dipende dal vissuto successivo all’happening. I dati del sogno dicono in sintesi che Miky e il suo “ex” si sono ritrovati per riprovarci e riprendere la storia o per ritrovarsi e vivere l’attimo, il “momentum” o meglio il “diem”, fuori dal tempo e dalla storia, come era solito poetizzare il furbetto Quinto Orazio Flacco nelle sue rievocazioni in esorcismo all’angoscia di morte.

Voglio provare un altro tatuatore.”

Miky è una donna oltremodo libera, non libertina. E’ una donna padrona del suo corpo, per cui dispone a chi affidarlo per un nuovo tatuaggio, per una nuova impressione sulla carne, per un nuovo marchio di proprietà, per una nuova esperienza umana e sessuale. Il termine “provare” attesta del potere che Miky esercita sugli uomini almeno nei suoi vissuti e del pragmatismo con cui vive le relazioni. Niente di strumentale e di prevaricatore, ma sicuramente la parola “provare” indica l’efficienza materiale e la carnalità del processo di conoscenza. Niente di sublimato c’è nell’atto del “provare” e nessun riferimento al detto antico “chi non risica non rosica”. Il corpo e le sue sensazioni sono l’oggetto indiscusso del bisogno psicofisico di Miky in questa sua personalissima ricerca dell’uomo giusto.

I colori del nuovo tatuaggio sono rossi, turchesi e neri, ma la forma non la ricordo.”

Ogni uomo, ex o non ex, ha le sue caratteristiche psicofisiche, ogni uomo ha i suoi tratti caratteriali, ogni uomo di Miky presenta una diversità che si colora di originalità. L’imprimatur impartito al nuovo entrato, “i colori del nuovo tatuaggio”, è un mix di chiara eccitazione e di oscuro fascino. Miky ricorda le sensazioni e le emozioni provate e non ricorda il corpo e le fattezze del nuovo arrivato sotto le sue grinfie di donna fatale che è alla ricerca della nuova preda, più che della persona giusta con cui avviare un discorso “genitale” e uno scambio di omonima “libido”. Si conferma l’autonomia erotica e sessuale di Miky e la sua dipendenza dal tatuatore e dal tatuaggio per la completezza dell’operazione psicofisica. Traspare un tratto “narcisistico” che mette in minoranza il tratto “genitale” della condivisione e della donazione a favore del godimento solipsistico in compagnia. Si conferma la libertà della donna che esercita il suo fascino nelle relazioni con i suoi uomini e appaga i suoi bisogni erotici e sessuali senza inibizioni e con cognizione di causa e di potere.

Poi mi trovo in macchina.”

Il sogno non è finito e continua l’esibizione della carta d’identità psichica di Miky, lo svelamento delle sue inclinazioni e delle sue pulsioni. Miky è sempre interessata alla sua sessualità e questa volta in maniera individuale e senza il tatuatore e tanto meno l’ex e gli ex. Miky “si trova in macchina”, è alle prese con la sua femmina, con la forza dei suoi istinti. Prima la pelle rappresentava la “libido”, adesso tocca agli organi sessuali, la “libido genitale” nel suo variegato complesso, ma sempre in funzione idolatrica da parte di una Miky in piena eccitazione seduttiva. La donna “sa di sé” e del suo corpo, nonché del potere seduttivo che ha ampiamente trattato in precedenza. Vediamo la seduzione dove va a parare, se trova l’oggetto giusto o se è fine a se stessa, se serve soltanto per rafforzamento narcisistico, per il gusto della conferma di essere bella, attraente e disinibita.

Qualcuno mi segue e io dallo specchietto non vedo perché è appannato.”

E ti pareva?

Miky è una narcisista, ma non sa fare a meno degli uomini, dei maschi che appetisce e di cui in sogno si fa appetire. Pensate che si fa seguire da un anonimo “qualcuno” che non desta paura o impressione perché è come da quel copione che dall’inizio si sta snodando nel sogno di Miky. Il desiderio di sedurre e di essere sedotta è una questione vitale per una donna che non è in debito di “libido” e che è in cerca di relazioni eccitanti e vitalistiche a diversi livelli. Il sogno conferma l’auto-gratificazione e la continua tensione nel costruire scenari “appannati”, nella chiara allusione al lasciarsi andare, alla caduta della vigilanza razionale a favore di un’aura crepuscolare che fa tanto bene al moto e al respiro dei sensi. Lo “specchietto” è simbolo di un surrogato di coscienza, una consapevolezza riflessa e non rivolta all’oggetto in sé. “Non vedo” è l’affermazione che in certe circostanza non si può e non si deve ragionare. “Appannato” è il termine giusto per figurare l’obnubilamento erotico del corteggiamento nella duplice versione di lei che procede e di lui che la segue. Queste sono le coordinate simboliche dell’allegoria della seduzione.

Comunque non ho paura e continuo tranquilla.”

Si è capito da tempo che Miky è una donna affermativa e impavida, ma persiste il bisogno di rafforzare l’immagine dell’autonomia e del “fare legge a se stessa”. Miky ha una buona “coscienza di sé” che le consente di procedere nella vita senza patemi d’animo e incertezze esistenziali, “tranquilla”. Non è certo una forma di “atarassia” e tanto meno di pace dei sensi, tutt’altro! Miky sa ben gestire e gestirsi nelle relazioni amorose, soprattutto sessuali, che le aggradano e che la trovano “arbiter elegantiarum” e abile dispensatrice delle sue bellezze al momento opportuno secondo riti che la donna ha meditato e maturato in vista del raggiungimento di un traguardo di vera completezza. L’autonomia e la libertà si fondono in questa ammissione simbolica di Miky: la paura non abita da Miky e la tranquillità è una forma di sicurezza.

La strada è dritta.”

Oltre che “sapere di sé” e dell’altro, Miky è una donna navigata e vissuta. Possiede l’esperienza giusta che le concede di affermare con cognizione di causa che la sua vita e la sua esistenza vanno verso un traguardo ben chiaro e senza tanti intoppi. La sicurezza è anche speditezza nel cammino della vita. “La strada dritta” conferma la buona visione mentale degli eventi che Miky vuole concretizzare e delle scelte che vuole fare. Poche idee ma chiare, direbbe il solito maligno, ma nel caso di Miky questa cattiveria non ha motivo di essere, semplicemente perché le sue conquiste psichiche sono frutto di esperienza e per vivere alla grande ci vuole anche coraggio e coinvolgimento. Merito al merito. Pur tuttavia, il sogno di Miky attesta del grande desiderio di innamorarsi senza perdere l’autonomia e la libertà di donna emancipata.

Per questo sottofondo psichico universale ho dato al sogno il titolo di “tanta voglia d’innamorarsi”, mettendo in rilievo il bisogno della donna di passare dalla “posizione fallico-narcisistica” alla “posizione genitale”, dalla gestione del potere femminile alla condivisione dei sensi e dei sentimenti, dall’individualismo esasperato a una relazione matura che contempla la solidarietà e la cura dell’altro, oltre e in primo luogo di se stessa. Miky è una donna che cerca, Miky è una donna che sta cercando quella “parte di sé” che si apre alle persone e al mondo senza il bisogno di avere un ruolo e di esercitare una funzione, la disposizione “genitale”, la migliore formulazione del sentimento d’amore presente oggi sul mercato linguistico e soprattutto umano.

Insisto e invito ad approfondire il concetto psicoanalitico di “Genitalità” e suggerisco la lettura del libro di Franco Fornari “Genitalità e Cultura” proprio per capire come il concetto di “Maternità” si sposa con il concetto di “Paternità”, almeno nei primordi psicofisici dell’Umanità senza scissioni e limitazioni a ruoli naturali e culturali definiti e ristretti all’ambito biologico.

Ricordo che quando si parla d’amore, non si può assolutamente prescindere dalla “Genitalità”, dal partorire qualcosa per l’Altro a prescindere dal sesso fisiologico.

L’ALFA 159

TRAMA DEL SOGNO

“Sono per strada e vengo rapito da due ragazzi con un’alfa 159.

Mi mettono nel bagagliaio con altre due persone. Io sono terrorizzato dall’idea di soffocare per lo spazio angusto. In realtà il cofano è molto spazioso e riesco perfino a togliermi il giubbotto.

Riesco a tirare fuori il busto come se fossi nei sedili posteriori ed inizio a parlare con i rapinatori. Non ricordo di cosa parlavamo precisamente, ma ricordo di aver fatto in modo di far loro capire che avevo bisogno di respirare meglio.

A questo punto si avvicina alla macchina un pedone che chiede informazioni. L’autista prende una pistola e gli spara due colpi al petto. Quindi scappiamo.

Dopodiché spara ancora ad un altro pedone e continua a scappare. Mi fa vedere la pistola ed insieme al suo complice mi consiglia di stare in silenzio altrimenti fa fuori anche me.”

Questo sogno appartiene a Oneiro.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sono per strada e vengo rapito da due ragazzi con un’alfa 159.”

La “strada” non è il cammin di nostra vita dove ci si ritrova soli e morti di fame a trentacinque anni perché la dritta “via” è smarrita.

La “strada” non è la “via” ben definita e artefatta da percorrere con l’eleganza barocca della civiltà e l’orgoglio noncurante dell’uomo in frac.

La “strada” è il simbolo della vita disinibita e triste della gioventù bruciata degli anni cinquanta: vedi James Dean.

La “strada” è il simbolo della vita spericolata di Vasco che cerca l’esagerazione e la finzione dei film recitati secondo il copione del “chi se ne frega” del tutto e della parte dietro la spinta opportuna e maliarda delle pasticche al mentolo.

Pasolini Pier Paolo era particolarmente affascinato dalle psicodinamiche che si giocavano nelle “strade” delle periferie urbane, Roma nello specifico, tra la peggio gioventù e il resto del mondo: vedi “Ragazzi di vita”.

La “strada” non ha riferimenti nel suo essere omogenea e generica, ma possiede tutta la precisione delle vite vissute senza regole o con la regola di non avere regole, una vita senza le ingiunzioni restrittive del “Super-Io” individuale e collettivo, un’esistenza acrobatica e da circo, esibita sul trapezio e senza rete.

La “strada” è la vita da vivere senza protezione e senza recinti, per quello che viene e succede, la vita senza la volontà di fare e di brigare e soltanto con l’estro masochistico di godere subendo e possibilmente di sopravvivere alla meglio o alla meno peggio.

La “strada” è il simbolo dell’esistenza coatta e dell’uomo coatto delle borgate brutte e senza senso, è il luogo filosofico e letterario di Heidegger, di Sartre, di Camus, è il luogo sensuale della splendida e fascinosa Juliette Greco.

La “strada” è il luogo patetico di Federico, nelle argute e variopinte vesti di Zampanò e di Gelsomina Di Costanzo, dove si consuma la violenza e l’ingenuità con la stessa drammatica indifferenza del conte Ugolino.

La “strada” è il “topos” della buona democrazia quando si sposa con la capricciosa anarchia: Rousseau e Bakunin in congresso e senza Grilli in testa.

La “strada” è un succulento teatro dove far giostrare i migliori simboli della nostra esistenza e della cultura che ci ha impregnati, nostro bengrado e nostro malgrado.

E così, cari marinai, Oneiro si trova “per strada”, nel coacervo delle simbologie suddette e in un momento specifico della sua vita e del suo vivere, si ritrova dentro la sua esistenza psicofisica alla ricerca delle ragioni introvabili durante le crisi di senso e di significato.

E in questa “strada” sacra e laica Oneiro si lascia “rapire” da due ragazzi sessualmente brillanti e dotati di “un’Alfa 159”. La competizione e l’invidia vertono sulla sessualità e nello specifico sugli organi sessuali, sulla virilità e sull’estetica maschile, sulla potenza del motore, sulle cariche della “libido”, una “libido edipica” competitiva e intenzionata all’altro, una “libido narcisistica” intenzionata a se stesso.

Oneiro “viene rapito” da due ragazzi con una macchina di gran lusso e di gran classe, “un’Alfa 159” e non una Fiat 500. Traduco: Oneiro si perde nei suoi desideri di essere bello e possente, si perde nei suoi sentimenti di rivalità, ridestando e riesumando la sua vanità e la competizione con il padre, la prima figura maschile con la quale è entrato in contatto durante la sua infanzia e con la quale ha ingaggiato una dialettica naturalmente aspra per la sua contrastata evoluzione psicofisica.

Oneiro condensa nei due ragazzi dotati di “Alfa 159” la sua figura e la figura paterna, quel padre che nell’infanzia e nell’adolescenza ha vissuto ed elaborato durante la “posizione psichica edipica”, al fine di identificarsi al maschile e di vivere la sua autonomia evolvendosi nella “posizione psichica genitale”, quella in cui si riconosce l’altro e ci si dona anche sessualmente per andare al massimo e a gonfie vele.

“Rapito” si traduce simbolicamente “sono preso dai miei ricordi e desideri”, sono preso da me stesso e dai miei vissuti, mi perdo nelle esperienze vissute, ma soprattutto significa sono in balia delle mie emozioni e dei miei sensi.

I “due ragazzi” si traducono simbolicamente in un rafforzamento della figura paterna e della virilità, gli oggetti del desiderio invidioso.

“L’Alfa 159” rappresenta simbolicamente l’apparato sessuale, proprio per il riferimento agli automatismi neurovegetativi che lo contraddistinguono e governano. Ricordo ancora che l’autovettura richiamata è di gran lusso e di grande potenza per essere una berlina, oltretutto è una Alfa Romeo, una macchina elegante e potente che tanto si presta al simbolismo del “narcisismo” sessuale.

Ritraduco in sintesi: Oneiro è tutto preso emotivamente dalla bellezza e dalla potenza della funzione sessuale.

Mi mettono nel bagagliaio con altre due persone. Io sono terrorizzato dall’idea di soffocare per lo spazio angusto. In realtà il cofano è molto spazioso e riesco perfino a togliermi il giubbotto.”

Il vissuto suddetto sulla bellezza e potenza della funzione sessuale è contrastato e non si snoda in maniera lineare. Il “narcisismo e l’edipico” sono rissosi coinquilini e non si sono ben spiegati e, di conseguenza, ben capiti in questo condominio aristocratico del quartiere Mazzarona in Siracusa. Si rileva che il numero “due” è presente nello spazio esterno, “due ragazzi con un’Alfa 159”, e nello spazio interno, “nel bagagliaio con altre due persone”. Il numero “due” condensa simbolicamente e di base la relazione e la coppia. Oneiro, infatti, è in relazione con se stesso, “posizione narcisistica”, e con le figure genitoriali, “posizione edipica”. Di grande interesse è l’emergere del simbolismo materno, dopo quello paterno, “nel bagagliaio”, dove Oneiro si mette e si lascia mettere da una figura materna possessiva e seduttiva. Oneiro, oltre al padre virile e prestante, oggetto degno di desiderio e d’invidia, manifesta una madre soffocante che poco concede alla libertà del figlio, una donna che non insegna e favorisce la sua autonomia psicofisica: “io sono terrorizzato dall’idea di soffocare per lo spazio angusto”. Oneiro si trova tra il padre e la madre, come da piccolo nel rifugio del loro lettone, e sta cercando le strategie efficaci e indolori per subire il minor danno psicofisico possibile da queste figure che lo supportano anche secondo i loro bisogni, meglio secondo i bisogni che il figlio individua e proietta nei suoi genitori. La parabola significa che Oneiro descrive i genitori secondo il suo evangelo in un momento evolutivo preciso, il passaggio dalla “posizione narcisistica” alla “posizione edipica”. In questo trambusto Oneiro spezza una lancia nei confronti della madre e la compone “in un cofano molto spazioso” dove riesce “perfino a togliersi il giubbotto”, a fare a meno di una quota d’affettività in sovrappiù e di una serie di difese inutili. Oneiro gestisce bene la funzione psichica materna e si conosce al punto di dispensarla nelle giuste dosi e senza maturare danni.

Riesco a tirare fuori il busto come se fossi nei sedili posteriori ed inizio a parlare con i rapinatori. Non ricordo di cosa parlavamo precisamente, ma ricordo di aver fatto in modo di far loro capire che avevo bisogno di respirare meglio.”

Decodifico subito per una migliore chiarezza: “riesco a liberarmi in parte dalle dipendenze psicofisiche materne e ad assumere il mio ruolo di figlio per passare all’elaborazione della figura paterna e al mio “complesso di castrazione”, un “fantasma” maturato nel vissuto conflittuale del padre per l’appunto. Oneiro ha sistemato alla bene meglio la madre e può passare “a parlare con i rapinatori”, a elaborare quella “parte psichica di sé” che lo lega in maniera ambivalente al padre, a risolvere la sua “posizione edipica” in riguardo al versante maschile, il “topos” verso il quale dovrà orientare la sua identità psichica tramite un’operazione contrastata d’identificazione. Oneiro è consapevole del bisogno di autonomia psicofisica, “bisogno di respirare meglio”, non nega o rifiuta il padre, ma gli chiede una collocazione discreta e non invasiva. Insomma, Oneiro è in piena risoluzione della sua “posizione edipica” e, nello specifico, si trova nella “strada” che porta al riconoscimento del padre dopo averlo ucciso e onorato, dopo aver reagito con aggressività per maturare il senso di “castrazione”, dopo aver reagito con remissività per maturare il bisogno affettivo di dipendenza. E così Oneiro è cresciuto e si è guadagnato i galloni di un figlio che riconosce il padre e la madre e può degnamente guardare narcisisticamente all’evoluzione del suo “Io”, quell’amor proprio che non guasta mai e che non si deve smarrire anche percorrendo le “strade” più impervie dell’esistenza.

A questo punto si avvicina alla macchina un pedone che chiede informazioni. L’autista prende una pistola e gli spara due colpi al petto. Quindi scappiamo.”

Purtroppo la “strada” presenta qualche buca di troppo e la “via” regolare non è così spedita come nel finale dei film più belli. Tutta colpa di un volgare “pedone” che “si avvicina” per chiedere “informazioni”. Oneiro non è convinto di sé e della sua persona, soprattutto non è sicuro della sua formazione sessuale. Avverte con animo perturbato e commosso che fuori dalla “macchina” qualcosa non gira bene e che gli affetti non si coniugano a dovere con l’esercizio della “libido”. La “macchina” è in distonia e opposizione con la “deambulazione”, l’esercizio del vivere nella quotidianità. Ed è anche tutta colpa “dell’autista”, del padre e dell’Io di Oneiro, se l’organo sessuale, la “pistola”, allargata alla vitalità erotica, se ne impipa dell’esercizio affettivo, se il sentimento d’amore esula dalla pulsione aggressiva e dall’attrazione sessuale. Oneiro non ha maturato il “narcisismo” nella “genitalità”, è rimasto fermo al conflitto “edipico” e alla competizione funesta con il padre e, per risolvere la sofferta psicodinamica, è regredito alla “posizione psichica narcisistica”, ha rielaborato il culto di sé e della sua potenza virile: io non mi innamoro e non mi lego, tanto meno mi dono. Oneiro è continuamente in fuga da se stesso e dal coinvolgimento affettivo, dal momento che privilegia se stesso e la propria immagine virile. La “posizione edipica” è stata risolta a metà e non è stata portata a buon fine: “l’autista spara due colpi al petto” e poi fugge. Oneiro rifugge e il suo “Io” dispone la strategia del non coinvolgimento per difesa: meccanismo psichico del “disinvestimento”. Oneiro evita in tal modo “l’angoscia di castrazione” e persiste nel nulla risolto e nel tutto rimandato. La pena è la mancata crescita umana, più che sessuale.

Dopodiché spara ancora ad un altro pedone e continua a scappare. Mi fa vedere la pistola ed insieme al suo complice mi consiglia di stare in silenzio altrimenti fa fuori anche me.”

La sparatoria continua come nei migliori film western degli anni cinquanta a marca americana “L’autista”, ormai, è un conclamato assassino di incauti pedoni che si avvicinano per avere quelle informazioni o, meglio, quelle giuste consapevolezze su quello che sta accadendo nella “strada” e nei suoi dintorni. Oneiro vuole “sapere di sé” e dei suoi trascorsi psichici che si stanno riverberando nella sua attualità esistenziale e manifesta apertamente che la psicodinamica “edipica” non è ancora risolta e che tende a ripresentarsi sul suo elegante teatro psichico. L’Io di Oneiro tende alla fuga, usa meccanismi psichici di difesa dall’angoscia, come “l’evitamento” e “l’isolamento”, che equivalgono a “disinvestire” e a “spostare la libido”, a richiamare la “posizione psichica narcisistica” e “anale” e a scaricare aggressività sul mondo umano in cui vive e che lo circonda. Si conferma la tesi che Oneiro non progredisce verso la “posizione genitale”, ma inverte la rotta e regredisce a espressioni psichiche vissute e sperimentate. Non è, di certo, vietato istruire queste operazioni difensive, ma non è la giusta e proficua evoluzione psichica semplicemente perché Oneiro sposta la conflittualità dalle figure edipiche dei genitori alle figure che popolano il suo mondo sociale e alle relazioni importanti. Oneiro è sempre con la pistola in pugno, pronto a sparare e a fuggire per non incorrere nella punizione della legge e dei carabinieri, del suo “Super-Io”. La complicità con se stesso è la conferma della bontà temporanea della strategia difensiva. La condivisione comporta la persistenza nell’errore e nell’angoscia di perdere i pezzi della sua funzione sessuale: “insieme al suo complice mi consiglia di stare in silenzio altrimenti fa fuori anche me.” Il “silenzio” non è quello degli innocenti, ma quello degli psicoastenici, le persone che vivono la debolezza psicofisica come sindrome di convenienza, che conoscono il segnale del prevalere dello svantaggio sul vantaggio, che sanno che lo svantaggio si “sublima” in un vantaggio finale tramite l’attenuazione dell’angoscia del coinvolgimento e degli investimenti di “libido”. L’immaturità psichica da mancata risoluzione della “posizione edipica” e “regressione” alla “posizione narcisistica” con tinte “anali” e in evitamento della “posizione genitale” è la psicodiagnosi del sogno di Oneiro. Questa strategia psichica non fa vivere male, ma non è il massimo della goduria, è sempre un vivere nell’incompletezza e nella precarietà della solitudine.

FREUD E I SUOI CANI

Il padre della Psicoanalisi nella sua maturità esistenziale godeva quotidianamente della presenza di due cani.

Jo-fi era uno di questi, una cagnetta a cui mancava la parola dal momento che la sensibilità non le mancava per niente. Era soprattutto reattiva di fronte all’arroganza dei pazienti e ai momenti d’imbarazzo durante le sedute.

Ebbene sì!

Jo-fi si accucciava accanto alla poltrona del suo augusto compagno, non padrone, e seguiva le sedute segnandone la fine.

Cinquanta minuti canonici misurati, di volta in volta, con una precisione canina: Jo-fi si drizzava sulle zampe, si stirava e rompeva il silenzio sbadigliando. Era il segnale giusto per il grande Capo.

Freud estraeva l’orologio dal taschino del panciotto e costatava che il messaggio era oculato e non certo inopportuno.

Al fortunato paziente non restava che sollevare la testa dalla salvietta di lino bianco del cuscino del divano e congedarsi fino alla prossima seduta.

Jo-fì era molto brava a cogliere il carattere delle persone che frequentavano lo studio. Il suo giudizio era importante e Freud sapeva che, se i pazienti non piacevano alla cagnetta, molto probabilmente avevano grossi problemi da risolvere e tanti nodi psichici da sciogliere.

Era un cane “chow chow”, come si diceva in precedenza, sensibile alle tensioni nervose in eccesso e aveva trovato il posto giusto nello studio e nel cuore del suo amico. Freud l’aveva chiamata Jo-fì in omaggio alla sua bellezza: per l’appunto, in ebraico Jo-fì si traduce bellezza. La cagnetta gli era stata regalata da Marie Bonaparte per consolarlo della perdita di Lun, il primo dei suoi “chow chow” che era morto tragicamente sotto un treno nella stazione di Salisburgo. Lun gli era stato regalato dalla ricchissima paziente americana Dorothy Burlingham che curava il trauma della separazione dal figlio del gioielliere Louis Comfort Tiffany, quello del film Colazione da Tiffany.

Dorothy era diventata grande amica di Anna, la figlia prediletta di Freud, e le due donne condividevano la fobia del maschio e l’amore per i cani. Anna non conosceva uomo in ogni senso ed era il cruccio del padre che si lamentava spesso con le amiche della frustrazione sessuale della figlia. Ma poi si consolava rilevando che Anna sublimava brillantemente la “libido” negli studi sulla psiche infantile, per cui non era necessario maritarsi e farlo diventare nonno. Anna si compensava anche e soprattutto con il pastore alsaziano Wolf che l’accompagnava nelle sue passeggiate solitarie. Wolf aveva conquistato anche la simpatia e l’affetto del professor Freud e faceva pienamente parte della famiglia. Ne parlava come un animale tenero, geloso, selvatico e civile, un essere vivente molto amato in casa.

Se Wolf non era vicino, Freud non si concentrava nella lettura. Accendeva la luce se Wolf era al buio ed entrava in apprensione se lo lasciva solo. Lo nutriva durante i pasti prelevando il cibo dal suo piatto e facendo imbestialire la moglie Marta. Per elogiare l’intelligenza pragmatica di Wolf, Freud soleva raccontare che un pomeriggio al Prater era sfuggito al controllo di Anna, ma non si era perso d’animo e si era recato da un taxi dondolando il collo per far notare la medaglietta dove si recitava “professor Freud,19 Berggasse”. In tal modo Wolf si era fatto portare a casa in taxi e l’autista era stato ampiamente gratificato con una lauta mancia per la gioia di tutti.

Wolf consolava il professore malato con la sua presenza e il suo affetto. Consapevole di questo e non senza una vena leggera di gelosia, Anna al compleanno del sessantanovesimo anno aveva donato al padre un ritratto di Wolf che portava al collo una poesia nella quale faceva gli auguri al suo amico. Freud diceva che sul cane trasferiva parte dell’affetto che aveva per la figlia e che trattava i suoi cani come le persone senza esitare di entrare nella loro testa.

Passeggiando con un collega per le piazze di Vienna, alla vista di un cane della Polizia addestrato alla sicurezza ma legato alla catena, consapevole che poteva essere aggressivo, lo slegò e il cane per riconoscenza cominciò a leccargli le mani. Poi rivolgendosi al collega rilevava che, se fosse stato incatenato tutta la vita, sarebbe diventato cattivo anche lui.

Tornando a Jo-fi, ricordiamo che gli sarà accanto nella vecchiaia. Nonostante i dolori causati dal tumore, Freud si occupava della sua cagnolina, la osservava teneramente, vegliava sul suo pasto e giocava con lei come prima era solito giocare con il suo anello.

E così si prospettò la necessità di lasciare il civico 19 di Berggasse perché Vienna non era più sicura. Il mondo civile stava crollando e Freud scrisse nel diario in latino “finis Austriae” proprio il giorno in cui i nazisti imbrattavano di svastiche i muri dell’antica capitale asburgica. In un primo momento cercò di resistere alle pressioni di quelli che lo volevano incolume e in salvo all’estero, ma poi si arrese alla sofferenza fisica e non alla paura.

Marie Bonaparte fu, come al solito, generosa e preparò la partenza logistica, diplomatica ed economica del grande “Vecchio”.

Nel primo pomeriggio del 4 giugno del 1938 Freud prese posto nell’ Orient-Express proveniente da Istambul e diretto a Parigi, tappa intermedia dell’esilio londinese. Con lui salirono sul treno la moglie Marta, la figlia Anna, la domestica Paula e altre tredici persone. Tra queste non figuravano le quattro sorelle che moriranno qualche anno dopo in un campo di concentramento.

Su quel treno c’era, invece, Jo-fi, il suo piccolo amato “chow chow”.

Nell’agosto del 1939 e in quel di Londra le condizioni di salute di Freud peggiorarono e i dolori si erano fatti insopportabili. Le ferite erano infette e anche Jo-fi ne avvertiva il fetore senza allontanarsi dal suo grande amico. In un momento di lucidità e dopo lunghi stati di sopore Freud ricordò al dottor Schur il patto stipulato e l’impegno contratto a suo tempo e ne chiese il rispetto e l’esecuzione. Il dottor Schur aumento progressivamente le dosi di morfina per attenuare i dolori e Freud si assopì senza più svegliarsi.

Fu onnipotenza e fu eutanasia.

Accucciata ai piedi del letto c’era Jo-fi, il suo piccolo amato “chow chow”.

Hanno raccontato che Jo-fi si sia lasciata morire di fame. Vittima della sua sensibilità, le mancavano i saporiti bocconi e le succose premure del suo amico.

Almeno così è, se vi pare.

A me piace pensarla così.

IL SOGNO A MATRIOSCA 4

RIASSUNTO DEL TERZO SOGNO A MATRIOSCA

Il sogno a matriosca numero 3 è dedicato alla madre e si conclude con l’incontro e la conferma che restiamo sempre nella psicodinamica della maternità e dell’identificazione al femminile. Persiste pacato il rammarico e la consapevolezza della mancata esperienza e del persistente desiderio di avere un figlio.

Il filo conduttore dei tre sogni a matriosca di Saba è la contrastata dimensione materna. Non resta che analizzare il quarto sogno e trarre gli auspici da questa libera e originale associazione onirica.

TRAMA DEL QUARTO SOGNO A MATRIOSCA

“E vado nel mio quarto sogno, al mare con mia sorella, su un’alta scogliera da cui si vede l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.

L’immagine dall’alto è molto bella, c’è una specie di barriera corallina, anche se non ci sono colori ad evidenziarla, ma forme.

Scendiamo velocemente e dico a mia sorella (che solo per quell’attimo è diventata mia madre) che voglio bagnarmi i piedi nell’acqua.

Corro ed entro nel mare, la sabbia è come velluto sotto i piedi, ci sono animaletti simili a piccoli pesciolini vermiformi ovunque e mi piace tanto.

Mia sorella intanto raccoglie granchietti, dice che collezionarli è la sua passione.

Mi stupisco, non lo sapevo. Stiamo bene assieme, esco dall’acqua e le voglio far vedere una torre saracena che sta in alto.

Saliamo, ma la torre è un campanile. Allora le spiego che è perché i cristiani combatterono e vinsero contro i mori e trasformarono la torre in una chiesa.

Lei cerca granchi sulle pareti della torre e io cerco coccinelle.”

INTERPRETAZIONE DEL QUARTO SOGNO A MATRIOSCA

E vado nel mio quarto sogno, al mare con mia sorella, su un’alta scogliera da cui si vede l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.”

E siamo fortunatamente approdati al quarto sogno, la matriosca più piccola ma sempre altamente significativa nel suo essere un valido condensato. Si spera di incontrare il tema della femminilità e della maternità al fine di confermare la tesi he i sogni non procedono per salti: anche se cambiano i simboli, non cambia la psicodinamica in ballo. In ogni caso il “lavoro onirico” tratta sempre nel suo spazio e nel suo tempo il materiale psichico che occupa lo stato di coscienza in maniera più o meno consapevole e che viene attivato da una causa scatenante minima occorsa nel giorno precedente.

Andiamo al dunque e al sodo.

Saba chiama nuovamente in scena la “sorella” con la funzione di alleata psichica che permette al sogno di scorrere e al sonno di continuare. La “sorella” è pari pari la “proiezione” di Saba, lo strumento di cui si serve per portare avanti i suoi disegni psichici. Saba si trova “su un’alta scogliera”, in un ambito di netta “sublimazione della libido” senza sensi di colpa nell’immediato e con qualche pendenza nel pregresso. E’ questo il significato della scena che Saba ha costruito: “l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.” Il “mare” è simbolo della dimensione psichica profonda, nonché della vita e dell’attività creativa, del deposito vitale dei desideri e delle pulsioni, una zona giustamente oscura e densa di significati. Saba sta contemplando dall’alto la sua dimensione profonda e più o meno consapevole.

L’immagine dall’alto è molto bella, c’è una specie di barriera corallina, anche se non ci sono colori ad evidenziarla, ma forme.”

La bellezza estetica è la sublimazione della “libido” più cruda. Ci mancava la “barriera corallina” in questa parata del sistema psichico difensivo e meno male che “non ci sono i colori” a tormentare gli argini della scogliera, l’acqua scura e l’acqua chiara di cui in precedenza ci siamo occupati. Saba è in piena difesa dal coinvolgimento e dall’investimento delle sue energie più genuine e si è installata “su un’alta scogliera” insieme alla sua alleata sorella o meglio si è raddoppiata per non svegliarsi e per continuare a sognare questo splendido isolamento in cui si relegata con la sua vena estetica e il suo culto della bellezza, ma non la bellezza con la “b” minuscola, la Bellezza con la “B” maiuscola. Saba si rifugia nell’Arte per non vivere la Materia e opera a trecentosessanta gradi con il processo psichico difensivo della “sublimazione”. I “colori”, che “non ci sono”, rappresentano le emozioni e le pulsioni che si sono stemperati in tanta opera di bonifica dell’agro psichico. Le “forme”, che “ci sono”, condensano l’assenza di contenuto emotivo o meglio l’unicità del contenuto emotivo fissato nel sentimento della bellezza, la metodologia estetica del Barocco. Saba e la sorella sono paghe di cotanto freddo natural calcare sotto forma di barriera corallina che le tempeste del mare dal cuore escludono. Ognuno si difende come sa.

Ma da cosa si sta difendendo Saba?

Scendiamo velocemente e dico a mia sorella (che solo per quell’attimo è diventata mia madre) che voglio bagnarmi i piedi nell’acqua.”

Saba è irrequieta, non è una donna qualsiasi, è degna figlia della madre e non si appaga di sublimare, non vive soltanto del Sublime kantiano, sa e vuole concretizzare, imbeversi di materia vivente ed energizzarsi tra maschile e femminile con i suoi “piedi” bagnati “nell’acqua”. “Scendiamo” è simbolo del processo di difesa opposto alla “sublimazione”, la “materializzazione”, il ricorrere alla concretezza della “libido” nella sua accezione più carnale. La “sorella” è l’alleata che consente la discesa in tanta materia e “velocemente”. “ Voglio bagnarmi” rappresenta l’atto consapevole dell’eccitazione volitiva, il desiderio di vivere l’intensità sensoriale ed emotiva del corpo, un’abbondante lubrificazione vaginale. “I piedi” sono simboli fallici che rappresentano il potere maschile dell’incidere e del penetrare, il potere di Afrodite o dell’universo psichico femminile con la seduzione e la perdizione del maschio in una con le strategie mitologiche delle povere e infelici Sirene. “L’acqua” è il classico simbolo della Madre e delle madri, il corredo essenziale del “principio femminile” e di tutte le donne. Il pusillis della questione per l’interpretazione corretta del sogno è la frase messa da Saba tra parentesi e come se fosse un lapsus, “(che solo per quell’attimo è diventata mia madre)”. Saba è in compagnia di una figura materna perché si sta ancora portando dietro la maternità, il “fantasma” di avere un figlio, di realizzare la sua pulsione a procreare e il suo istinto materno. Dalla “sublimazione” alla “materializzazione” si snoda in alto e in basso il viaggio di Saba intorno alla prerogativa classicamente femminile della fecondazione e della gravidanza. Anche la quarta matriosca evidenzia la stessa psicodinamica delle altre tre sorelle maggiori e sicuramente la rappresenta con la ricchezza poetica del contenuto psicofisico. Un figlio è materia vivente e non è un angelo con le ali.

Corro ed entro nel mare, la sabbia è come velluto sotto i piedi, ci sono animaletti simili a piccoli pesciolini vermiformi ovunque e mi piace tanto.”

Saba istruisce un rito propiziatorio e liberatorio, “corro ed entro nel mare”, come se fosse stata bloccata nelle sue capacità di espansione psichica e di investimento della sua “libido”. Saba va verso la vita e la vitalità, investe le sue energie fisiche e mentali, i suoi muscoli e i suoi progetti. Il potere su se stessa e sulla realtà è cresciuto ed è libidico, “velluto sotto i piedi”. Saba si dispone alla gravidanza e a gestire il potere della madre. Gli “animaletti simili a pesciolini vermiformi” son gli spermatozoi che vanno a fecondarla. E il lasciarsi andare a questa invasione vitale è tanto piacevole. Il quadro iniziale della “sublimazione della libido” si è ribaltato e la “libido” in prima persona si è messa al servizio diretto del Genio della Specie senza trascurare il piacere erotico e orgasmico del coito fecondante.

Mia sorella intanto raccoglie granchietti, dice che collezionarli è la sua passione.”

Ecco la “passione” di cui si diceva prima, ecco il godimento della recezione sessuale e dell’orgasmo: “patior” latino si traduce sono affetto e subisco, mi lascio andare al moto naturale del sistema neurovegetativo, mi affido alle sensazioni intense del mio corpo. La sorella alleata, la stessa Saba, è una donna che con la passione ci va a spasso, è disinibita e orgasmica, è attratta dal mettere insieme le sue emozioni e sensazioni senza disdegnare il rischio di rimanere incinta, di raccogliere nel suo grembo dei “granchietti”. Il meccanismo onirico della “figurabilità” in questo caso fa un gran figurone così come viene usato. Il granchietto si avvicina figurativamente al feto nei primi mesi di vita. Comunque e per farla breve, il tema del sogno è sempre lo stesso anche se trattato in maniera diversa e secondo formule estetiche, mistiche, realistiche o surreali. Saba è una donna sessualmente disposta al maschio e alla fecondazione. Eppure qualcosa mi dice che il sogno di Saba va a complicarsi, piuttosto che risolversi in tanto benessere. Chi vivrà vedrà e godrà.

Mi stupisco, non lo sapevo. Stiamo bene assieme, esco dall’acqua e le voglio far vedere una torre saracena che sta in alto.”

Qualcuno penserà che io sono un profeta e invece non è così, sentivo che Saba poteva introdurre ancora con la sua creatività onirica qualche altro tema importante e compatibile con la psicodinamica trattata.

E chi ti arriva?

Il padre in carne e ossa, anzi sotto forma di “una torre araba che sta in alto”. E, del resto, la “posizione edipica” esige che sia il padre la prima figura con cui una figlia si accoppia anche per avere un figlio. Un figlio dal padre è stato desiderato da tutte le figlie che si rispettano e che si possono definire tali. Traduco con dovizie di particolari e chiarezza. Saba sta bene con se stessa e soprattutto con i suoi stupori, le sue cadute della vigilanza e l’abbandono fiducioso alle fantasie e ai ricordi della famiglia, del padre, della madre, della sorella, del tempo dell’infanzia e dell’adolescenza quando maturavano le nespole e le mele. Appena evoluta in donna, Saba ha riscoperto la figura paterna anche perché costretta a riformulare il vissuto edipico per conquistare la sua autonomia psicofisica. “La torre saracena che sta in alto” è da “vedere”, da prendere consapevolezza, il padre è da razionalizzare per sistemarlo nel posto giusto e all’uopo necessita il processo di difesa della “sublimazione”, “in alto”.

E perché è proprio “saracena” questa torre?

Saba rievoca un tratto caratteristico del padre che verte sulle culture arabe e mediterranee. Di più il sogno non dice, almeno per il momento.

Saliamo, ma la torre è un campanile. Allora le spiego che è perché i cristiani combatterono e vinsero contro i mori e trasformarono la torre in una chiesa.”

“Saliamo”, ritorna quella “sublimazione della libido” che nei riguardi del padre e della “posizione edipica” è più che mai indicata e opportuna come difesa dall’angoscia di aver tanto desiderato e tanto osato con il pensiero e la fantasia. Dopo la madre in diretta nel sogno precedente, la terza matriosca per intenderci, adesso tocca alla figura paterna per completare l’opera onirica e il capolavoro estetico. Il padre da mediterraneo e saraceno diventa ebraico cristiano, “trasformarono la torre in una chiesa”, acquista attributi e caratteristiche sempre in linea con il processo di “sublimazione” e non esenti dalla sofferenza e dal martirio, a testimonianza del trasporto affettivo ed erotico della figlia adolescente verso di lui. “Combatterono e vinsero” offre il senso tragico del conflitto intrapsichico a cui Saba si è naturalmente sottoposta con i suoi vissuti nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza. Saba archivia il padre con il carisma a lui dovuto e questa è una forma di riconoscimento della figura e di risoluzione della “posizione edipica”.

Lei cerca granchi sulle pareti della torre e io cerco coccinelle.”

Saba cerca i ricordi che la legano al padre e, in particolare, al desiderio dell’infanzia di avere un figlio da lui, “granchi sulle pareti”, e per difesa li attribuisce alla sorella alleata. Saba, di poi, ha cercato il seme giusto per essere fecondata e diventare madre. Chiarisco: il sogno di Saba rievoca il travaglio psichico adolescenziale nei riguardi del padre e il successivo tentativo della donna di diventare madre, presentando un feto abortito e la ricerca degli spermatozoi atti all’ingravidamento. Saba ha incamerato questi vissuti nel corso della sua esistenza e li presenta a se stessa dormendo e sognando.

L’interpretazione del quarto sogno a matriosca si può concludere con questo chiaro e netto richiamo dei temi trattati nel primo sogno.

Il cerchio onirico si chiude mirabilmente.

Buona fortuna!

IL SOGNO A MATRIOSCA 3

RIASSUNTO DEL SOGNO PRECEDENTE

Saba conclude il secondo sogno a matriosca con la piena consapevolezza delle sue psicodinamiche e precisa anche il metodo psicoterapeutico che segue, quello più antico e vicino al Buddismo, la metodologica socratica. Nella prima parte del sogno Saba elabora il suo distacco sublimato dalle psicodinamiche sessuali della maternità e manifesta una soglia di tolleranza della frustrazione molto alta in grazie alla buona ed esibita auto-consapevolezza.

TRAMA DEL TERZO SOGNO A MATRIOSCA

“Esco di casa e sono nel mio terzo sogno, in giro con mia madre rediviva, tornata dal regno dei morti in splendida forma, vestita di rosso, ma sportiva, pantaloni anziché gonna.

È molto attiva, si muove con sveltezza. Ovviamente ha l’ultima età che le è stata consentita, io non posso sapere come sarebbe diventata, quindi la sogno in un tempo immobile, che ora coincide col mio tempo in corsa: ho la sua età di allora o lei la mia di adesso.

Vuole andare in banca a depositare un assegno e mi chiede se di pomeriggio le banche sono aperte.

“Certo, mamma”, le dico. Mi piace chiamarla mamma, al risveglio è una delle sensazioni più appaganti che mi porto dietro.

Le dico che ci rivediamo la sera stessa e me ne vado.”

Saba

INTERPRETAZIONE DEL TERZO SOGNO A MATRIOSCA

Esco di casa e sono nel mio terzo sogno, in giro con mia madre rediviva, tornata dal regno dei morti in splendida forma, vestita di rosso, ma sportiva, pantaloni anziché gonna.”

“Simile simili cognoscitur” sentenziavano gli antichi Romani, i nostri saggi e valorosi progenitori: “il simile si assimila al simile e riconosce il simile”. I Veneti dicono ancora oggi che “la ghianda caduta non va al di là della chioma della quercia”, resta nel raggio della pianta madre. E così nel terzo sogno Saba esordisce con la figura materna e ci presenta una donna in forma e dalle mille variegate sfumature di rosso, il colore della reattività e della vitalità estrema, nonché della rabbia. Saba esce dalla psicodinamica del sogno precedente, la maternità sublimata e la coscienza di sé, per immettersi nelle acque tempestose della figura materna “rediviva”, morta fuori ma viva dentro di lei, e si porta a spasso una madre riesumata dal dimenticatoio, la difesa della “rimozione”, oltre che dal regno dei morti. Saba in sogno elabora la maternità spostandola e condensandola nella madre.

Quale migliore operazione difensiva poteva fare, se non questa per continuare a dormire e a sognare?

In questo terzo sogno la macchina motrice è sempre la stessa dei primi due, la maternità, sia pur con le sfaccettature necessarie all’evoluzione del conflitto vissuto da Saba, che di getto si proietta nella madre e descrive se stessa nell’essere “sportiva” e giovanile e affermativa, “pantaloni anziché gonna”. Saba descrive una “virago”, una donna di potere che ha risolto i suoi conflitti psichici e relazionali con quell’affermatività e quella petulanza che non guastano nel grembo e nella mente di una donna arzilla. Saba si descrive, si piace e si compiace del suo essere femminile nel corpo e maschile nella psiche. Saba descrive una figura androgina molto brillante e mitica, una donna a cui non si raccontano frottole e che non costruisce castelli in aria. La “splendida forma” si attesta proprio in questa vitalità aggressiva e in questo valido pragmatismo; fatti e non chiacchiere.

È molto attiva, si muove con sveltezza. Ovviamente ha l’ultima età che le è stata consentita, io non posso sapere come sarebbe diventata, quindi la sogno in un tempo immobile, che ora coincide col mio tempo in corsa: ho la sua età di allora o lei la mia di adesso.”

Il quadro psicofisico era stato annunciato ed è stato ampiamente descritto in precedenza: “molto attiva e si muove con sveltezza”. La madre, meglio la stessa Saba si vive in sogno “molto attiva” nel fare e pragmatica più degli Inglesi positivisti in “si muove con sveltezza”. Aggiungo che la “sveltezza” è simbolicamente l’abilità mentale nei processi di intuizione e di sintesi. Corpo e mente sono in buona sintonia. Si tratta di attributi che Saba ha prelevato dalla madre durante il processo di “identificazione” per acquisire la sua “identità” psichica di donna abile e capace, non certo di donnetta lessa nel doppio brodo Star. Di poi, Saba passa a precisare le questioni temporali e in ciò denota che il suo sonno è leggero e agitato, la terza fase REM, dal momento che ragiona con la lucidità di una donna in sul primo mattino o dopo aver sorbito una buon beverone di caffè Lavazza. La madre ha l’età che aveva quando è morta, ma non ha l’età degli ultimi istanti vissuti perché Saba la ringiovanisce e la porta alla sua età e completa l’opera di giocare con il Tempo, possibile solo in sogno o nelle fantasie, invecchiandosi all’età in cui la mamma è morta. E’ la stessa tematica che Edmondo De Amicis tratta nella sua poesia dedicata alla madre, che comincia “Non sempre il tempo la beltà cancella o la sfioran le lacrime e gli affanni” per concludere “Vorrei veder me vecchio e lei dal sacrificio mio ringiovanita”. Mi spiego meglio. La madre è nel “Tempo immobile”, mentre Saba è nel “Tempo in corsa”, condividono due modalità del Tempo, lo scorrere evolutivo e lo stare fermo o il “breve eterno”, il Tempo psichico che riporta in vita le nostre presenze interiori. Quello che sta facendo Saba, dopo essersi identificata nella madre, è proprio questo, la madre “viva” dentro di lei e la madre “morta” fuori di lei. La madre “viva” è nel suo “breve eterno” o “Tempo immobile”, la madre “morta” è nello scorrere temporale o “Tempo in corsa”. Si spiega in tal modo “ho la sua età di allora e lei la mia di adesso”. L’identificazione nella figura materna è particolarmente brillante nel sogno di Saba. La presenza è stata importante e l’assenza altrettanto.

Vuole andare in banca a depositare un assegno e mi chiede se di pomeriggio le banche sono aperte.”

Decodificare “l’assegno” nel suo simbolo è determinante per il prosieguo del sogno e per la sua comprensione. “L’assegno” è la traslazione del denaro, il denaro si traduce in potere sessuale, in capacità d’investimento di “libido”, in affermazione sociale e valore femminile in questo caso. Saba rievoca della madre la sua capacità di essere affermativa e di essere una figura reale e concreta più che astratta e carismatica, un donnone con il libretto degli assegni in tasca e sempre pronta a metterci del suo nella rete delle relazioni che intercorrono nella quotidiana pratica esistenziale. La madre vuole andare in banca a depositare un assegno e non sa se le banche sono aperte di pomeriggio: Saba ha potere, ma dubita sui tempi e sulle modalità d’investimento. Saba si è proiettata nella madre e come lei ritiene di essere una donna di gran valore, un donnone, ma, ancora una volta come lei, non sa trovare le occasioni e le condizioni per esternare e rendere oggettivo quel “ben di dio” che si porta addosso in riguardo al corpo e alla mente, nonché alle sue arti seduttive, erotiche e sessuali. Saba sente di avere dentro una banca, un potenziale esplosivo di capitali e di talenti umani, ma, come il vissuto che lei ha della mamma, si vive come una donna sacrificata che non ha realizzato quel che vale e che si è costretta a non investire i suoi valori mobili.

Viva le banche aperte, viva le donne che spendono tutti i loro quattrini non soltanto in balocchi e profumi, ma anche nella piena convinzione del “sapere di sé”, quell’auto-coscienza salvifica che aiuta a investire quintali di “libido” senza alcuna paura e titubanza.

“Certo, mamma”, le dico. Mi piace chiamarla mamma, al risveglio è una delle sensazioni più appaganti che mi porto dietro.”

Anche qui ci sta bene il solito “come volevasi dimostrare” perché Saba rassicura se stessa tramite la mamma sulla possibilità di versare in banca un assegno anche nelle ore pomeridiane. La banca delle virtù e del potere è aperta anche nell’età matura. Saba si consola con la consapevolezza del valore e della dignità di donna matura. La predilezione di “chiamarla mamma” annuncia il bisogno e desiderio della maternità che Saba si sta portando dietro e dentro i suoi sogni a matriosca. Una donna è completa come la mia mamma quando diventa madre. Questa consapevolezza aiuta a vivere e riempie in questo risveglio psichico quello che è mancato a Saba.

Le dico che ci rivediamo la sera stessa e me ne vado.”

Le dico che le voglio tanto bene e vado avanti nella mia vita. Saba congeda la madre temporaneamente e dice a se stessa che la partita si gioca nella sua interiorità dove la figura materna non mancherà, il suo “breve eterno”, e soprattutto non mancherà la piena coscienza di quanto Saba abbia desiderato la maternità e di come abbia sistemato l’assenza di un figlio che l’avrebbe chiamata mamma o maman alla francese. Degno d’interesse il buon dialogo che Saba ha con se stessa: “le dico che ci rivediamo”.

Il sogno a matriosca numero 3 è dedicato alla madre e si conclude con l’incontro e la testimonianza che restiamo sempre nella psicodinamica della maternità e dell’identificazione al femminile. Persiste pacato il rammarico insieme alla consapevolezza della mancata esperienza e del persistente desiderio.

Il filo conduttore dei tre sogni a matriosca di Saba è la contrastata dimensione materna. Non resta che analizzare il quarto e trarre gli auspici di questa libera e originale associazione onirica.

IL SOGNO A MATRIOSCA 2

RIASSUNTO DEL SOGNO PRECEDENTE

Saba sogna a matriosca, un sogno dentro l’altro, ma sicuramente un sogno dopo l’altro e ricorda questo suo meccanismo e questa sua modalità di sognare proprio perché l’intensità del sonno REM è media. Saba è mezza sveglia verso la fine del sogno e consapevolmente lo riprende e riparte per una nuova avventura onirica attinente. Saba è una donna che possiede una ricca vitalità onirica a conferma di una altrettanto ricca vita psichica e di una notevole disinibizione nel trattare i suoi prodotti psichici. Nel sogno precedente Saba aveva elaborato il suo bisogno di maternità e la sua difficoltà a diventare madre per un problema legato al compagno e per qualche trauma che la riguardava direttamente. Non erano presenti sensi di colpa, ma era rappresentata chiaramente la dinamica della fecondazione e l’esito infausto per l’insufficienza di seme, oligospermia e necrospermia. Vediamo dove va a parare il sogno della matriosca successiva.

LA TRAMA DEL SECONDO SOGNO DELLA MATRIOSCA

“A questo punto mi affaccio ad un poggiolo e guardo dall’alto la prima scena del mio secondo sogno; vedo la figlia del mio compagno che sta festeggiando il suo compleanno all’aperto, con tantissimi invitati.

Adesso ho ricordi confusi, ma so che c’erano un sacco di letti matrimoniali. Io non scendo, resto a casa con il mio compagno e intanto si fa sera.

Riappare mia sorella e ci mettiamo a parlare del senso della vita.

Entra la figlia del mio compagno e mia sorella la convince ad ascoltare una canzone di Tiziano Ferro (inventata all’uopo dalla mia mente arzigogolata) che nel titolo ha la parola “Iromia”, con la emme al posto della enne.

Mia sorella spiega con fervore che Ferro ha dimostrato una grande sensibilità ad inserire l’uso dell’aggettivo possessivo nel termine ironia.

Ascolto anch’io la canzone, ha delle belle parole, le conosco e canto, anche se al risveglio non le ricordo.”

L’INTERPRETAZIONE DEL SECONDO SOGNO DELLA MATRIOSCA

A questo punto mi affaccio ad un poggiolo e guardo dall’alto la prima scena del mio secondo sogno; vedo la figlia del mio compagno che sta festeggiando il suo compleanno all’aperto con tantissimi invitati.”

Saba si stacca dal coinvolgimento con la problematica dialettica della maternità contrastata e impedita e si mette in un punto di osservazione sublimato dove può portare avanti, al meglio e senza sofferenza, i temi dominanti in questa notte a sogni multipli. “Guardo” si traduce in “prendo coscienza” e “dall’alto” si traduce “sublimo”. Saba non cade nell’angoscia depressiva legata alla perdita della capacità di procreare e usa la “razionalizzazione” per giustificare a se stessa questo momento critico e questo rospo non facile da ingurgitare. All’uopo mette le sue energie al servizio di se stessa e degli altri e travalica l’aspetto materiale della maternità come esperienza vissuta, magari legandosi affettivamente alla figlia del compagno. Tanta gente sotto il poggiolo e all’aperto festeggia lo scorrere del tempo di una giovane donna su cui Saba investe le sue energie amorose e solidali. Saba si è staccata da gran signora dalla gente e si è posta in un poggiolo, in una sua nicchia in alto da dove osserva una figlia adottiva e la gente che le fa festa. La soluzione è buona e verte tra consapevolezza e sublimazione. Saba contempla.

Adesso ho ricordi confusi, ma so che c’erano un sacco di letti matrimoniali. Io non scendo, resto a casa con il mio compagno e intanto si fa sera.”

La confusione è giustificata dall’angoscia che il tema onirico suscita. Vuol dire che la “rimozione” della delicata e traumatica psicodinamica funziona a metà e il materiale psichico che emerge e sfugge al carcere della “rimozione” combina la trama del sogno camuffandola in maniera adeguata tramite il meccanismo psichico di difesa della “figurabilità”, dare la giusta immagine simbolica al materiale emerso per non farlo riconoscere. Infatti i tanti “letti matrimoniali” attestano la psicodinamica della coppia nell’intimità sessuale, quando il maschile e il femminile s’incontrano per fondersi nelle prerogative naturali inscritte negli organi. Ma Saba sa tutto questo e non è una novità che la sconvolge, è una situazione da cui si astiene senza fuggire ma con lo scoramento depressivo di chi non può partecipare alla pari al convegno dei maritati in procinto di combinare guai procreativi e trasgressioni erotiche. Saba non scende e resta in alto e in casa insieme al suo compagno di viaggio in questa impresa teatrale che mette in scena una psicodinamica di coppia tra le tante che incorrono nei sentieri della vita e del vivere. Saba vive la sua coppia in maniera appartata e anomala per pudore e per rabbia. Lei non scende nella materia e nella materialità della sessualità e della fecondazione per adire a una gravidanza, simbolo del letto matrimoniale, Saba sublima la sua “libido” e la mette al servizio della sua sensibilità di donna che assorbe quello che impara e lo fa suo. “Intanto si fa sera” rievoca il verso del poeta Salvatore Quasimodo della brevissima poesia “Ed è subito sera”, un poeta immeritatamente riconosciuto come Nobel. Intanto Saba abbassa la vigilanza della coscienza, si obnubila in uno stato “spleen”, la milza greca funziona producendo bile nera che porta inquietudine e malinconia. Stasera non esco e “resto a casa con il mio compagno”: l’associazione fa la forza e la condivisione porta coraggio.

Ma cosa condividono i due?

Riappare mia sorella e ci mettiamo a parlare del senso della vita.”

I due sublimano con le discussioni filosofiche il trauma occorso alle singole persone e alla coppia. Possono scrivere un nuovo trattato sul “De consolatione philosophiae”” come se non bastasse già quello di Severino Boezio. Oppure si mettono in sintonia con le drastiche teorie dell’Esistenzialismo francese, quelle di Sartre e di Camus, dal momento che prediligono la lingua francese per quel sapore erotico che si porta dentro e dietro. La “sorella” “riappare”, riappare l’alleata onirica, quella persona su cui Saba può proiettare le sue angosce e portarle avanti in sogno e che magari stima come una valida interlocutrice di temi astratti e altamente inutili come quelli “del senso della vita”. Saba sta dicendo che arriva sua sorella e si mettono a parlare tanto per parlare, a parlare per niente. Certo bisogna considerare quanto la parola e il parlare aiutano a scaricare e a comunicare, a capire e a sedare.

Potere terapeutico del Verbo e potere taumaturgico del Verbalizzare!

Bisogna riformulare le ragioni del vivere attraverso il parlare per cicatrizzare le ferite e ripartire verso le avventure che incorrono facilmente a chi si muove e va in giro per il mondo anche se crudele. Vediamo, a questo punto, dove va a parare la matriosca onirica 2 di Saba.

Entra la figlia del mio compagno e mia sorella la convince ad ascoltare una canzone di Tiziano Ferro (inventata all’uopo dalla mia mente arzigogolata) che nel titolo ha la parola “Iromia”, con la emme al posto della enne.”

La situazione sociale si complica per motivi di ordine psichico e Saba introduce la figlia del compagno, quella che all’inizio del sogno festeggiava il compleanno con tantissimi invitati e con tanti letti matrimoniali, quella giovane donna ricca di tante promesse e di tante virtù che Saba vive con un’ambivalenza affettiva di un certo spessore e che guardava dal poggiolo in alto della sua casa. Anche la sorella continua a fungere per Saba, alleata che, oltretutto, arzigogola una canzone inesistente del cantante Tiziano Ferro, un testo che nel titolo contiene la soluzione del quadro psicodinamico: “iromia”. Saba dice a se stessa tramite la sorella e la figlia del compagno di usare il metodo socratico della “ironia” e della “maieutica” per conoscere se stessa, di effettuare una buona “razionalizzazione” della propria condizione psichica attraverso la perdita delle false certezze e l’acquisizione delle nuove verità, quest’ultimo punto attraverso un parto di “parti di sé”, valori culturali e virtù sociali.

Ma perché Tiziano Ferro e non Tony Santagata o Albano e Romina, immarcescibili come il fiore che non marcisce alla porta della chiesa prima del funerale?

Tiziano Ferro è vissuto come il cantante dell’intimità e dell’interiorità attraverso un’espressione linguistica semplice e non banale e che non manca di una vena futuristica. Saba è tutta presa da se stessa e dai suoi “fantasmi” in riguardo alle sue maternalità e maternità, nonché dalla sua tendenza a isolarsi nella ricerca della risoluzione, solipsismo. In ogni caso Saba sa bene quali sono le cose giuste, quelle che deve fare: la tensione alla “coscienza di sé”.

Mia sorella spiega con fervore che Ferro ha dimostrato una grande sensibilità ad inserire l’uso dell’aggettivo possessivo nel termine ironia.”

Saba si proietta nello schermo gigante della sorella alleata e rende ragione della grande sensibilità necessaria alla pratica socratica del “conosci te stesso”, basata come si diceva prima sulla “ironia” o destrutturazione psichica e sulla “maieutica” o parto delle prime verità sempre sul tema universale del “chi sono io”. L’aggettivo possessivo “mia” associato a “ironia” equivale a “destrutturo me stessa”. L’assonanza o fenomeno fonetico della “crasi” o “sincrasi” consiste nel mettere insieme due parole combinando la fine della prima con l’inizio della seconda. E’ questa l’operazione fonetica che mette in atto Saba per dire a se stessa che conosce la metodologia socratica e la metodologia personale psicoterapeutica della destrutturazione o perdita delle “resistenze” che impediscono l’afflusso del materiale profondo rimosso e del parto delle prime note psichiche della vera identità. Brava Saba che con la sua sensibilità onirica ha tirato in ballo Tiziano Ferro, un cantante sicuramente a lei gradito, per parlare di sé e delle sue pratiche psicologiche. I meccanismi di difesa dello “spostamento” e della “traslazione” sono abbondantemente usati come lo zenzero in cucina.

Ascolto anch’io la canzone, ha delle belle parole, le conosco e canto, anche se al risveglio non le ricordo.”

Come volevasi dimostrare, Saba ascolta la canzone che ha inventato creativamente sulla falsa riga del suo stato esistenziale di donna sensibile ai valori psico-culturali della coppia e della maternità, elogia l’estetica delle parole e innalza un inno alla bellezza, dimostra di conoscere il testo come da copione e di saperlo cantare nelle giuste modalità di voce e di postura della sua ugola d’oro. Ha composto in sogno la poesia che al risveglio regolarmente non ricorda perché era troppo bella.

Peccato che le cose belle e i sogni debbano sempre finire!

Saba conclude il secondo sogno a matriosca con la piena consapevolezza delle sue psicodinamiche e precisa anche il metodo psicoterapeutico che segue, quello più antico e vicino al Buddismo, la metodologica socratica.

Al sogno di Saba si può apporre una composta italica “fine” o un freddo americano “the end”.

IL SOGNO A MATRIOSCA 1

IL QUESITO

Uno dei miei sogni senza soluzione di continuità. Io sogno a matriosca, la fine del primo contesto onirico coincide con l’inizio del secondo e così per tre, quattro volte successive, ma questo guazzabuglio al risveglio si palesa come un unicum.”

La domanda sorge spontanea: è possibile sognare a matriosca?

Il sogno è una matriosca in quanto “unicum”, ma viaggia per libere associazioni come una seduta psicoanalitica.

“Vada a ruota libera con i suoi pensieri e non curi la logica di quello che dice”: questo era il nuovo invito metodologico di Freud alla sua paziente dopo aver abbandonato la pratica ipno-terapeutica.

Non sogniamo a matriosca, sogniamo in fila indiana intessendo i nostri “fantasmi” nel campo di battaglia come tanti bei soldatini di latta nei giochi dei bambini di un tempo. Il sogno è una “unica”, un insieme di “unici” che costituiscono il nostro “unicum”, la nostra irripetibilità psichica. La clonazione non abita nella nostra psiche anche quando la Psicologia delle masse sembra dire il contrario e la Storia presenta pagine scritte da pochi personaggi. E’ impossibile suggestionare un insieme di persone nella stessa misura e con gli stessi contenuti, perché ogni componente del gruppo rivisita il messaggio in base alla sua formazione e ai meccanismi psichici di difesa che usa in prevalenza nel suo quotidiano vivere. La Storia è ricca di epoche di alta suggestionabilità e di incantatori di serpenti, ma la Storia è maestra di vita soltanto quando diventa Poesia, quando ogni uomo filtra il fatto oggettivo anche con l’acutezza della sua sensibilità, altrimenti è destinata a essere l’elenco telefonico del buon tempo antico. In questo malaugurato caso la Storia è pericolosa, perché si riempie delle suggestioni di abili illusionisti e fantasiosi malati mentali.

Questo preambolo per confermare che la matriosca è una bella bamboletta russa che è rimasta incinta di tante piccole sorelle tutte uguali e sempre più piccole, così come i nostri sogni sono talmente personali e originali che non possiamo mai ripeterli anche se trattano gli stessi “fantasmi”. In questa naturale e involontaria operazione psichica notturna si attesta la nostra irripetibilità e la nostra ignorata carica creativa, una dote non piovuta dal cielo, ma una modalità di elaborazione insita nella materia vivente. Anche i miei gatti sognano e alla grande.

Il sogno di Saba attende di essere denocciolato come le famose olive o le altrettanto famose prugne secche della California, quelle che consentono il noto benessere psicofisico del mattino.

LA TRAMA DEL PRIMO SOGNO DELLA MATRIOSCA

“Mi sveglio e chiedo al mio compagno se mi porta un caffè a letto, ma in breve mi trovo catapultata ad attendere la colazione in cucina, dove sua figlia ha messo sul fornello, per sé, una piccola caffettiera da due.

Io invece voglio la caffettiera da tre, ma non la vedo in giro. Mi sto spazientendo, quando arriva il mio compagno col caffè e con un bicchiere vuoto, pulito, trasparente.

Metto dell’acqua nel bicchiere e il vetro diventa immediatamente opaco; sul fondo vedo un residuo bianco, denso e spesso, sembra bicarbonato bagnato. Sciacquo il bicchiere, ma questo residuo non se ne va.

Chiedo al mio compagno se ha lavato la caffettiera col bicarbonato e lui mi risponde che ha usato un detersivo che io so essere velenoso e mi spavento, perché non riesco a ricordare se ho già bevuto il caffè uscito da quella caffettiera.

Mi rendo conto di non averlo fatto e di star ancora aspettando. Nel frattempo, in cucina è apparsa mia sorella e si prepara il caffè. Sia lei che la figlia del mio compagno riescono a berlo, mentre il mio, l’unica volta che finalmente gorgoglia nella caffettiera per avvertire che è pronto, si rovescia sul ripiano della credenza, forse anche per la mia maldestraggine.

Cerco di trattenerne un po’ per versarlo nella tazza, ma è proprio solo un goccio e purtroppo lo devo buttare via.”

Saba

L’INTERPRETAZIONE DEL PRIMO SOGNO DELLA MATRIOSCA

Mi sveglio e chiedo al mio compagno se mi porta un caffè a letto, ma in breve mi trovo catapultata ad attendere la colazione in cucina, dove sua figlia ha messo sul fornello, per sé, una piccola caffettiera da due.”

Saba è nel gruppo, ma si sente estromessa dal gruppo, è ben consapevole dei suoi bisogni di capire pienamente la sua situazione esistenziale e il suo status psichico, ma spesso è presa alla sprovvista da quegli eventi che non dipendono da lei e che non può controllare. Spesso si trova e si sente “catapultata” nella ricerca e nella condivisione degli affetti e il sentimento della rivalità non è assente, anzi fa sentire la sua autorevole voce. Saba chiede al suo compagno un’eccitazione sessuale che si fonde e confonde con la sfera affettiva, “la colazione in cucina”, per cui resta inappagata e alla ricerca di una soddisfazione sostitutiva. Con “una piccola caffettiera da due” non si può sorbire un buon caffè se siamo in tre. L’elettroencefalogramma di Saba ha poca corrente, ma ancora non è piatto. Finché c’è vita, c’è “libido”.

Io invece voglio la caffettiera da tre, ma non la vedo in giro. Mi sto spazientendo, quando arriva il mio compagno col caffè e con un bicchiere vuoto, pulito, trasparente.”

Saba avanza le sue giuste richieste affettive, anche lei è della compagnia e della partita, è consapevole di trovarsi in una famiglia allargata e di avere delle carenze affettive, erotiche e sessuali. Nell’economia psichica del gruppo non circola buon sangue e qualche screzio si palesa e si sistema con la buona volontà. Saba si fa portare il caffè, l’eccitazione che serve, dal suo compagno e stranamente anche “un bicchiere vuoto, pulito e trasparente.” Quest’ultimo è un simbolo femminile di recettività sessuale e si avvicina al grembo più che alla vagina, ha una valenza di gravidanza più che di una sfrenata eccitazione erotica e sessuale, è finalizzato alla maternità piuttosto che alla vita e alla vitalità di coppia. Saba in sogno sta riesumando i suoi “fantasmi” in riguardo alla maternità e al suo istinto materno. La simbologia del bicchiere “vuoto” attesta della necessità di riempirlo, il grembo attende il seme ed è pronto alla sua funzione procreativa. Il “bicchiere” è “pulito” ossia il grembo è sano ed esente da sensi di colpa, la dimensione materna di Saba non ha elaborato “fantasmi” tali da indurre sensi di colpa. Saba non ha mai colpevolizzato la sua possibilità di diventare madre. Il “bicchiere” è “trasparente” per rafforzare quanto si diceva prima, l’esenzione da pulsioni di colpa e da bisogni di espiazione. Questa convinzione è ben chiara nella mente della protagonista. Saba ha ben valutato i suoi bisogni e le sue progettualità in quanto alla possibilità di diventare madre.

Metto dell’acqua nel bicchiere e il vetro diventa immediatamente opaco; sul fondo vedo un residuo bianco, denso e spesso, sembra bicarbonato bagnato. Sciacquo il bicchiere, ma questo residuo non se ne va.”

Accidenti, cosa succede?

Come non detto, si presenta il trauma senza preavviso e all’improvviso. “Il vetro del bicchiere” diventa “opaco” appena “l’acqua” lo riempie. Nell’edizione del trauma della frustrazione della maternità Saba in sogno formula un’allegoria di valore, il capoverso suddetto definisce in sintesi il tentativo, la cura e la frustrazione della capacità procreativa. Il “residuo”, che “non se ne va” nella pulizia del bicchiere, attesta di un persistere degli agenti nocivi alla maternità. Il capoverso è pieno di simboli: “l’acqua” rappresenta la prerogativa materna dell’universo femminile, il “bicchiere” condensa il grembo e la recettività materna, il “vetro opaco” si traduce in una degenerazione dell’utero, la consapevolezza del quadro clinico traspare in “sul fondo vedo un residuo bianco, denso e spesso, sembra bicarbonato stagnato.”, il tentativo di una terapia emerge in “sciacquo il bicchiere”, così come la constatazione dell’esito negativo si camuffa in “questo residuo non se ne va”. Il seme e l’utero sono incompatibili, qualcosa non va in entrambi.

Una serie di domande nasce naturale e con la giustificazione del genitore e del sottoscritto.

Perché l’acqua e il pulire e lo sporco non sono interpretati come sensi di colpa?

Perché l’interpretazione verte sulla rappresentazione, “figurabilità”, del trauma e del prosieguo del trauma e non sui sensi di colpa legati all’apparato genitale e di cui Saba non riesce a liberarsi pur sciacquandoli ben bene?

Perché non parlare di un organo inquisito e di una funzione colpevolizzata?

A domande legittime mi rispondo procedendo con l’interpretazione.

Chiedo al mio compagno se ha lavato la caffettiera col bicarbonato e lui mi risponde che ha usato un detersivo che io so essere velenoso e mi spavento, perché non riesco a ricordare se ho già bevuto il caffè uscito da quella caffettiera.”

Saba si rivolge al partner sessuale e gli chiede se ha fatto le cure giuste per l’eccitazione e la fertilità. A questo punto vengono fuori le paure di Saba di restare incinta, “ho già bevuto il caffè velenoso uscito da quella caffettiera.” Il “bicarbonato” rappresenta un agente anestetico e disinfettante, un farmaco, così come la caffettiera condensa la varia gamma dell’eccitazione maschile e femminile per il contenuto nervino che alla fine sputa fuori dalla bocchetta. Saba dice che il seme del compagno non è funzionale alla sua possibilità di diventare madre, fermo restando che “l’essere velenoso” contiene la sue normali paure di imbattersi in una gravidanza. Più che sensi di colpa, “lavato” e “detersivo”, si tratta di interventi concreti finalizzati al ripristino di una funzione, quella maschile in questo caso. Si profila la difficoltà del partner a ingravidare Saba e l’averla fecondata con un eiaculato inefficace. Saba ha bevuto quel caffè e si appresta a confermare la sua naturale paura di restare incinta.

Mi rendo conto di non averlo fatto e di star ancora aspettando. Nel frattempo, in cucina è apparsa mia sorella e si prepara il caffè. Sia lei che la figlia del mio compagno riescono a berlo, mentre il mio, l’unica volta che finalmente gorgoglia nella caffettiera per avvertire che è pronto, si rovescia sul ripiano della credenza, forse anche per la mia maldestraggine.”

Saba è consapevole della sua attesa della volta giusta e buona per realizzare la sua maternità. A conferma di quanto affermato Saba introduce un’altra donna, la sorella, su cui proietta il suo bisogno di avere il “caffè” giusto proveniente da una caffettiera funzionante. Anche “la figlia del compagno” conferma che si tratta di una psico-dialettica tra donne in riguardo alla fecondazione e alla maternità. Tutte bevono, compreso il compagno, soltanto Saba non riesce a bere il suo caffè e addirittura lo rovescia sul ripiano della credenza. Quest’ultima è l’allegoria del “coitus interruptus”, il maschio che si astiene dall’eiaculazione “intra portas” per depositare lo sperma sul pube e sul ventre della donna. Saba si assume la responsabilità di questa svista e di questo costume perché vuol comunicare che in qualche modo anche lei è responsabile di questa dialettica genitale della coppia.

Cosa sarà successo a Saba?

Ha avuto un aborto o ha avuto un intervento chirurgico?

Cerco di trattenerne un po’ per versarlo nella tazza, ma è proprio solo un goccio e purtroppo lo devo buttare via.”

Saba ha tentato di avere un figlio, ma la gravidanza non è andata a buon fine per una oligospermia e necrospermia del suo compagno. Così si traduce lo sforzo di trattenerlo nel grembo o “versarlo nella tazza”, “proprio solo un goccio”, “devo buttare via”. In precedenza il sogno aveva evidenziato le difficoltà di Saba. Con questa immagine onirica, connotata dal “purtroppo” e dal “devo buttarlo via”, si conclude il contenuto della prima matriosca, una psicodinamica di alta sensibilità che Saba snoda con l’abilità simbolica di una persona che ha una buon “sapere di sé”

LE ALLEGORIE

Il tentativo, la cura e la frustrazione della capacità procreativa si condensano in “Metto dell’acqua nel bicchiere e il vetro diventa immediatamente opaco; sul fondo vedo un residuo bianco, denso e spesso, sembra bicarbonato bagnato. Sciacquo il bicchiere, ma questo residuo non se ne va.”

Il “coitus interruptus” con l’eiaculato “extra portas” è condensato in “l’unica volta che finalmente gorgoglia nella caffettiera per avvertire che è pronto, si rovescia sul ripiano della credenza, forse anche per la mia maldestraggine.”

Ricordo che le figure retoriche costituiscono la gran parte dei nostri sogni e che in questa elaborazione tramite i “processi primari” siamo creatori, nostro bengrado e nostro malgrado, poeti senza aver alcuna consapevolezza e senza addurre alcuna libera volontà. Subiamo il sogno e la sua formulazione. Niente di magico in tutto questo, perché si tratta soltanto di una mancata consapevolezza. Per quanto riguarda il contenuto che immettiamo nel sogno sappiamo che si tratta del nostro materiale psichico sedimentato nel corso dell’esistenza, così come dei “meccanismi” e dei “processi” possiamo anche essere consapevoli di questa attività psicodinamica, così come delle energie immesse e agite sappiamo dalle fasi REM e nonREM. Esiste una Topica ossia un sistema psichico onirico, una Dinamica ossia come si forma il sogno, una Economia ossia quali energie si muovono e si consumano in sogno.

Quanto dovuto a Saba si può fermare con abbondanza qui.

CARONTE

Come un gabbiano

scivolo nell’azzurro,

tra sole e mare.

Immobile

nella contemplazione della mia Sicilia.

Par che io ti stia lasciando.

Sì.

Ma il cuor mio resta con te

e l’amore incondizionato che

dolcemente

a te mi lega.

Lucia

IL SOGNO DI NABUCODONOSOR

O

LA FANTASTICHERIA DI DANIELE

Nel secondo anno del suo regno, 603 a. C., Nabucodònosor fece un sogno e il suo animo ne fu tanto agitato da non poter più dormire. Allora il re chiamò maghi e astrologi e disse loro di rivelare il sogno e la sua spiegazione. Essi replicarono: “Esponga il re il sogno ai suoi servi e noi ne daremo la spiegazione.”

“Se non mi dite quale era il mio sogno, una sola sarà la vostra sorte. Perciò ditemi il sogno e io saprò che voi siete in grado di darmene anche la spiegazione.”

I Caldei risposero davanti al re: “Non c’è nessuno al mondo che possa soddisfare la richiesta del re: difatti nessun re, per quanto potente e grande, ha mai domandato una cosa simile a un mago, indovino o caldeo. La richiesta del re è tanto difficile, che nessuno ne può dare al re la risposta, se non gli dei la cui dimora è lontano dagli uomini.”

Allora il re, acceso di furore, ordinò che tutti i saggi di Babilonia fossero messi a morte.Il decreto fu pubblicato e già i saggi venivano uccisi; anche Daniele e i suoi compagni erano ricercati per essere messi a morte.

INTERVENTO DI DANIELE

Ma Daniele rivolse parole piene di saggezza e di prudenza ad Ariòch, capo delle guardie del re, che stava per uccidere i saggi di Babilonia,e disse ad Ariòch, ufficiale del re: “Perché il re ha emanato un decreto così severo?” Ariòch ne spiegò il motivo a Daniele. Egli allora entrò dal re e pregò che gli si concedesse tempo: egli avrebbe dato la spiegazione dei sogni al re. Poi Daniele andò a casa e narrò la cosa ai suoi compagni, Anania, Misaele e Azaria, ed essi implorarono misericordia dal Dio del cielo riguardo a questo mistero, perché Daniele e i suoi compagni non fossero messi a morte insieme con tutti gli altri saggi di Babilonia.

LA FANTASTICHERIA DI DANIELE

“Tu stavi osservando, o re, una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, che si ergeva davanti a te con terribile aspetto. 

 Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte di creta. 

Mentre stavi guardando, una pietra si è staccata dal monte, ma non per mano di uomo, ed è andata a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e di argilla, e li ha frantumati. 

 Allora si sono frantumati anche il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro e sono diventati come la pula sulle aie d’estate; il vento li ha portati via senza lasciar traccia, mentre la pietra, che aveva colpito la statua, è diventata una grande montagna e ha riempito tutta quella regione.”

L’INTERPRETAZIONE

Tu stavi osservando, o re, una statua, una statua enorme, di straordinario splendore, che si ergeva davanti a te con terribile aspetto.”  

Caro re, ti sei sdoppiato e hai proiettato la tua immagine paranoica, l’immagine di un uomo inanimato, di grande valore, esageratamente intelligente e hai vissuto l’angoscia depressiva della perdita di questa immagine della tua persona. La “statua” è un feticcio e condensa un dio che serve a imporre i tabù ai sudditi e a impedire il regicidio.

Questo conflitto paranoico Daniele attribuisce a Nabucodonosor, ma in effetti è il suo. L’angoscia della mancata autocoscienza è marcata quanto ben compensata.

“ Aveva la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi in parte di ferro e in parte di creta.” 

Caro Nabucodonosor, dice Daniele, il contatto con la realtà e con il potere non sono la tua forza. I tuoi pensieri sono nobili e disinteressati, i sentimenti e le relazioni hanno una buona qualità, i tuoi istinti sono compositi e le tue pulsioni sono transeunti, il potere e il principio di realtà del tuo Io sono la parte più debole della tua persona. L’andare va dall’alto verso il basso designa il “processo di materializzazione” ed è l’opposto del “processo di sublimazione della libido”, entrambi sono difese dall’angoscia depressiva di perdita, richiedono nella base un poderoso “fantasma di morte”.

Mentre stavi guardando, una pietra si è staccata dal monte, ma non per mano di uomo, ed è andata a battere contro i piedi della statua, che erano di ferro e di argilla, e li ha frantumati.” 

Caro Nabucodonosor, dice Daniele, mentre stavi prendendo coscienza di te, una minaccia è venuta dall’alto e una colpa si è profilata insieme al bisogno di espiazione. Ne è andato di mezzo il potere e il contatto con la realtà, nonché il tuo fallo. La castrazione si è completata con l’angoscia incorporata. Tutto a opera del padre, sempre secondo il vangelo psichico di Daniele.

“ Allora si sono frantumati anche il ferro, l’argilla, il bronzo, l’argento e l’oro e sono diventati come la pula sulle aie d’estate;”

Nel momento in cui hai perso il potere e il contatto con la realtà, tutte le tue opere sublimate e progressivamente nobilitate si sono vanificate. Trattasi di un’istanza depressiva di perdita che si concentra sulla vecchiaia e sulla svirilizzazione, ma che riguarda Daniele che sta proiettando i suoi “fantasmi” su Nabucodonosor. Il “fantasma di morte” è oltremodo evidente con la sua angoscia di perdita e di fine.

il vento li ha portati via senza lasciar traccia, mentre la pietra, che aveva colpito la statua, è diventata una grande montagna e ha riempito tutta quella regione.”

La perdita, sempre proiettata da Daniele su Nabucodonosor, è drammatica quanto totale. Del corpo e delle sue funzioni alcunché rimane. “Pulvis es e in pulverem redebis”, condanna irreversibilmente il Padre dopo il peccato della disobbedienza e preservandosi dal parricidio. La pula è la decomposizione della paglia, un residuo, come la cenere, che sa ancora di organico rispetto alla polvere. Ma siamo in un mondo inanimato dove la Morte domina sovrana. La “libido” è assente, è deceduta sotto i colpi inferti dall’angoscia dell’inanimazione, ha seguito il suo destino di inerzia e di decomposizione. Ma la Vita continua sotto la forma inesorabile della freddezza vitale ed emotiva. Il simbolo della “Pietra” include l’orientamento e l’indiscutibilità, indica la strada e la fissa in maniera inequivocabile e per sempre, include una poderoso e metafisico amen. Gli idoli della Vita sono stati sconfitti e hanno lasciato il posto alla Pietra e alle sue Leggi. Le due tavole della Legge erano di pietra e i comandamenti furono incisi in cotanta ineluttabilità. Per L’Ebraismo si prospettano i trionfi sul Paganesimo e sui suoi idoli viventi. L’avvento del regno di Javhé è prospettato dal profeta Daniele attraverso l’elaborazione dei suoi “fantasmi” proiettati decorosamente su Nabucodonosor.

PSICODINAMICA

Il sogno di Nabucodonosor è la “proiezione” bella e buona dei “fantasmi” di Daniele in riguardo al suo corpo. Nello specifico domina il “fantasma” depressivo di morte e di inanimazione in pieno ossequio al disprezzo del corpo e dei suoi bisogni.

ALLEGORIA

La fantasticheria di Daniele svolge la psicodinamica del fenomeno religioso nel disprezzo per il corpo e nell’esaltazione della Mente all’interno della freddezza emotiva legata alla ripetizione del culto nel rito.

ODE IN LODE DI PIETRO

ODE IN LODE DI PIETRO,

IL GENTILGATTO DETTO PIERO

“Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pierot,

nel caffellatte io c’intingo i tuoi cingot.

Il gattone me lo mangio con la panna e col giambon,

Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pieron.”

Se tu sei un felino,

io sono Raul Siddharta Encumeni:

un nessuno muschiato con un niente,

un chissachì oltremodo anonimo e ignoto,

un quaracquacquà inetto e indolente

di cui a suo tempo parlò Leonardo Zarathustra

insieme alla sua civetta e nel giorno a lei dedicato.

Eppure io sono io e tu sei tu,

io sono Salvuccio Sinagra,

detto padre Carnazza,

tu sei Pietro,

detto Piero,

un soriano orientale alla Sandokan

che salta e s’avventa sui sorcini di campagna,

un molle pagliaccio francese

che ama i massaggi shiatsu sul collo pendulo

in ricordo della mamma gatta.

Eppure tu non sei un gatto,

perché si vede e si sente da lontano

che sei un gran pezzo di pane casereccio

condito con olio extra-illibato e origano dei monti Iblei,

perché si vede e si sente da vicino

che sei un favo ripieno di miele dolciastro e appiccicoso,

sempre degli stessi monti annoiati e distesi presso Sortino,

perché si vede e si sente da lontano

che sei un vivente dai miti consigli e dai pessimi intrighi,

un incallito e irresponsabile seduttore

che non ha scritto nessun diario

perché vive la sua vita alla menomale,

alla menopeggio,

alla menesbatto,

alla menopiù, più che alla menomeno,

ma soprattutto sei un vivente libero

che non si lega a nisciuno

semplicemente perché non sei un fesso

e accà tutti lo sanno.

E tutto questo si vede e si sente da lontano e da vicino.

“Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pierot,

nel caffellatte io c’intingo i tuoi cingot.

Il gattone me lo mangio con la panna e col giambon,

Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pieron.”

E allora?

Allora,

dimmi orsù,

o signor Pietro,

cosa nascondi di buffo sotto i baffi a sventola,

mentre rumini le salsiccette texane di un siculo Mc Donald?

Non gradisci la paprika perché ti irrita il retto?

Sai quante slinguate occorrono

per richiamare all’ordine la mucosa e le sue degne comari?

Lo sai, lo so.

Lo so che lo sai.

Tu sai tante cose

perché hai il gusto e l’olfatto delle cose:

poche, ma buone e al momento giusto.

Tu non parli il greco e il latino,

non conosci l’inglese e l’arabo,

il russo e il cinese,

ma hai mille e mille altre virtù,

come diceva Giosuè ai cipressetti di Bolgheri

e alla sua Tittì che piangente l’aspettava.

Tu sai sculettare di sbieco e di squincio

sulla strada che porta da Detroit a Santafè

passando per una mitica Cefalù,

sai balzare da una sponda all’altra di oceani maldestri

per accalappiare al volo un cefalo sciocco

da arrostire dentro un cartoccio argentato.

Tu sei per me una presenza inquietante,

un ectoplasma girovago e clandestino dentro un castello medioevale,

un inciucio etologico tra professori illustri e gattofile massaie,

un insulto all’homo sapiens e ai facsimili cosiddetti,

un nobile puttaniere da bordello di Malta

che aspetta nella Marina di Ortigia il panfilo delle belle ragazze

per attraversare il siculo canale

tra acide tempeste ormonali

e schizzi volanti di piscio maleodorante

incisi sui bianchi muri della mia modesta e modica magione.

O gatto infame e in odore di mafia,

lasciati sognare con la libido genitale in corpo

e con gli investimenti psicofisici giusti e naturali,

lasciati adorare la vecchia pellaccia rossa e bianca,

linda e tersa come le trippe del megastore dei nuovi dettaglianti,

lasciati onorare sul tuo altare di solitudine

con le penne al vento degli sciocchi bersaglieri

che sempre corrono e mai si fermano,

come i pompieri di Viggiù che quando passano i cuori infiammano,

lasciati afferrare con le cariche di bellezza dei tuoi irruenti atomi

destinati a un obbrobrioso spezzatino di manzo e maiale,

lasciati blandire con le solite litanie di nonna Lucia

e delle vecchiette intrepide e sempre in lutto

che nella chiesa di san Paolo celebrano i loro nobili trofei.

Lasciati fare e lasciati servire, o gatto delle mie brame!

Sai che non sono buddista e tanto meno cristiano.

Mi porto dietro qualcosa di arabo

da sotto le sottane di mia madre

per la solita paura di essere lasciato da solo

a ballare il paso doble

in un convento di frati o in un collegio di suore,

come gli orfanelli politici del Fascismo e delle sue guerre intelligenti.

Sai che preferisco camuffarmi da ebreo errante

solo perché mi piace andare in giro su evanescenti vascelli

e non perché sono convinto della bontà

di questa logorata e logorante giostra religiosa

dei cavallucci penduli e impennacchiati

e delle macchinette appositamente gommate per lo scontro.

Io,

di mio e d’altrui,

non credo a quello che vedo.

Figurati se mi abbandono a quello che tocco!

Non sono mica Masino,

il direttore della nuova novella 2000,

non voglio mica la luna,

come la cantante dal fiore liso.

Io sono soltanto un assaggio del linguaggio del Verbo,

un misero cumulo di parole a tinchitè

che oggi ti sparo con la mia scacciacani nuova di zecca,

io sono un bossolo verbale

che ti arriva prepotente addosso

soltanto per amore e per rispetto,

che a te chiede e da te vuole sapere la verità,

l’aletheia,

quella che non si nasconde dietro quello che si vede,

il noumeno nel culo del fenomeno.

Io voglio sapere chi sei in persona,

o brutta bestiaccia

dalla lingua ruspata tra rosee labbra

che penzola da due occhi serrati

e dondola tra le meraviglie dei soliti due occhi di verdastro incantati

e conditi con scaglie di pistacchio speciale di Bronte.

Io voglio ancora sapere perché,

quando arrivo,

tu mi senti,

mi vedi,

fai la tua pipì sul mio davanzale

e fuggi nell’eden dell’ameno Carancino

mostrandoti ai miei occhi increduli e incerti

nella forgia del severo padrone di un lindo b&b

deluso dal suo ospite ingrato

che gli ha fregato la trombetta a sonagli

e gli asciugamani colorati da bidet,

arrabbiato con il governo ladro di polli

e fornitore indiscusso di pampers televisivi agli incontinenti.

Perché questa insolenza d’amore e odio, o mio gatto preferito?

Merita tutto questo Salvuccio Sinagra, detto padre Carnazza?

Non pensi che meriti di peggio?

E poi, perché fuggi?

Non vuoi mostrarmi i tuoi occhi appiccicati dall’umore delle lacrime

e arrossati dal siero di un pesante raffreddore da fieno?

Tu sei un signore sensibile,

ancor prima di essere gentile

e allora giri,

rigiri

e non ti lasci corrompere dalle nuove fattezze

che i tristi tempi impongono dall’alto di un Comitato scientifico:

la mascherina di gran moda e la distanza di sicurezza,

l’assembramento fuori moda e fuori stagione,

il cu futti futti e dio pirdona a tutti,

i dindi,

i tanti dindi che non piovono mai e abbastanza

sul desco fiorito di occhi di bambini,

i skei,

i tanti skei che cadono sempre sul bagnato

per la voracità dei soliti ignoti

che mangiano e cagano continuamente le polpette di zio lupo,

per l’accidia degli stenterelli

che non conoscono la lingua patria

e parlano alla Jacques,

senza capirci un cazzo e tanto per dire.

E dove mettiamo

i soliti narcisi che hanno ingoiato una superba caretta caretta

che è rimasta proprio sullo stomaco

e le varie e vaste mele al sole in attesa di disidratarsi

con lo spaghetto tra le labbra grandi e piccole

sulla sabbia dorata della spiaggia di una pazzoide Avola

tra cosce cadenti e lune pensanti,

tra mandarini tardivi da sbucciare e mandorle amare da gustare,

tra carati di carrube e intingoli di creme alla marinara.

Vedi cosa mi tocca vedere,

o gatto delle mie brame,

o gatto delle mie speranze perdute in un cesso pubblico

del lindo autogrill dell’autostrada

che da Firenze Scandicci porta ad Arezzo nord,

da Matteo l’evangelista ad Amintore il chierico!

Ormai si sa anche nel quartier del Piave

che tu sei un gatto codardo e infingardo,

una bestia rara senza stivali

che salta su un olivo antico

per nascondersi agli occhi delle gentili donzelle

che al tempo giusto bramano i cingotti,

quelli che hai ben sistemato ed esibisci prima della coda,

quella coda che non mordi e non rincorri più

da quando hai capito il bello e il ballo della vita.

Altro dirti non so,

credimi

e credi sempre al tuo persistente Salvuccio Sinagra,

detto padre Carnazza,

e alle sue parole sparse noiosamente allo Scirocco

e riprese al volo da quel severo Libeccio

che di certo non benedice quello che tocca

con le sue sonore frustate di bianco vestite

tra i massi di languido calcare

e pronti per un anonimo e tisico scalpellino

che rifonderà il Barocco

attendendo la silicosi per sé e per i suoi dodici figli.

“Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pierot,

nel caffellatte io ci intingo i tuoi cingot.

Il gattone me lo mangio con la panna e col giambon,

Piero Pierin,

Piero Pierin,

Piero Pieron.”

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 16 settembre 2020