CAREZZA DEL VENTO

02 / 11 / 2.000

 

 

Alla stazione di Venezia ho incontrato una donna anziana, una vecchia: il termine “vecchia” è più significativo perché è carico di odio e di disprezzo.

Era una donna veramente vecchia con la colonna vertebrale ridotta a punto interrogativo e arrancava tutta storta con una borsetta bianca stile anni venti, un vero reperto d’antiquariato che ho visto negli armadi di maman Immé; la povera derelitta doveva raggiungere Mestre in treno e di poi l’aeroporto Marco Polo in corriera.

Vedendola stanca e impacciata l’ho aiutata ad arrampicarsi sui gradini del treno e a trovare un posto a sedere: il classico e antico servilismo dei negri.

E’ proprio inutile aggiungere che tutte le altre persone intorno, italiane per intenderci, non si sono accorte di nulla, essendo in tutt’altre faccende affaccendate o meglio essendo tutte prese dai cazzi loro.

Oggi sono in vena di volgarità, ma non importa; c’è di peggio dentro di me e i mali, si sa, non vengono mai da soli e non finiscono mai, per cui conviene andare avanti e senza commenti.

Ho tanta rabbia in corpo che sbranerei un elefante nano.

Dicevo che nessuno, dico nessuno e sottolineo nessuno, si è minimamente degnato di aiutare una povera vecchia in un paese pieno di vecchi come l’Italia e sostenuto economicamente dalle pensioni di vecchi abbandonati a se stessi, scaricati in una anonima casa di riposo o costretti a vegetare in uno squallido ospizio.

In Occidente non c’è rispetto per le persone anziane e si fugge, finché si può, dal pensiero della vecchiaia proprio facendo di tutto per diventare vecchi.

Si fugge dalle malattie e si esige immediatamente la salute senza lasciare che si formino gli anticorpi.

Ma non importa, perché queste sono riflessioni dettate soltanto dalla rabbia e non so il perché di questa mia aggressività, almeno per il momento.

Intanto andiamo avanti nella speranza che la grande Scimmia mi aiuti e qualche buon dio mi perdoni.

Dicevo che in quella vecchia ho visto uno spirito indomabile dentro un corpo tenuto ormai in vita dai processi chimici dei farmaci e della decomposizione; quel corpo conteneva ed esprimeva un’impressionante vitalità, una forza che supera ogni ostacolo e una sacra incoscienza che va in culo al mondo.

La vecchia gagliarda si recava a Taormina per un soggiorno in un villaggio turistico approfittando della bella e della bassa stagione.

Gli acciacchi, disegnati in rilievo sul suo corpo come in una carta geografica, non frenavano il suo spirito; tutt’altro !

La vegliarda si fiondava in maniera garibaldina in Sicilia per vivere la vita in maniera esagerata e fino all’ultimo briciola, alla Vasco Rossi.

Per inciso sono sicura che in Sicilia troverà maggiore affabilità e sacro rispetto.

Questo episodio ha ridestato nella memoria due momenti importanti della mia travagliata esistenza: il triste soggiorno a Taormina nelle vesti di puttana novizia per facoltosi turisti e le poche donne senza tempo, sicuramente giovani, del villaggio, le vecchie conosciute durante l’infanzia e nel tempo trascorso presso la mia gente in Africa.

E’ proprio così.

Le donne Isciu sono tutte senza tempo, perché sono vissute troppo e troppo in fretta con il calendario del loro corpo e del loro cielo.

Il dì e la notte, le piogge e la siccità aiutavano a fissare l’evoluzione del tempo, ma erano sempre il “kunnalindu”, la prima mestruazione e l’ingrossarsi dei seni a stabilire le tappe principali e significative nella vita di una femmina.

Di poi, di gravidanza in gravidanza, ci si avviava rapidamente verso la vecchiaia e si prendeva confidenza con la morte.

Io ho sempre visto girare tra le capanne e nella foresta soltanto bambine o femmine incinte; le vecchie erano poche e per questo motivo saltavano agli occhi, ma sono sicura che non avevano più quarant’anni, gli anni che io ho adesso secondo il mio primo documento d’identità, il passaporto francese.

Sono sicura che queste femmine senza denti, con pochi capelli, sterili, dalla pelle rattrappita, piene di cicatrici, bavose, sporche, folli al punto di terrorizzare gli uomini e i bambini, sono sicura che il corpo di queste poche vecchie non arrivava a mettere insieme quaranta primavere e sempre se avessero avuto la possibilità di contarle.

Nella loro disgrazia erano fortunate, perché erano sopravvissute alle tante femmine con le quali avevano condiviso le dure leggi di una cultura imposta dai maschi in piena regola con la conservazione della specie.

Ho già detto che il “bilingo” era il vero sovrano, il re della tribù e chi non lo possedeva, le femmine, era vittima del sistema per i riti cruenti a cui era sottoposto.

Con il “bilingo” il maschio andava in orgasmo e fecondava con negligenza le femmine del gruppo come il re della foresta, quel leone che, in verità, è il re dei parassiti.

Ho già detto che del dio “bilingo” le femmine erano vittime predestinate e soltanto vittime, perché una volta ingravidate avevano buone speranze di morire dissanguate dopo il parto.

Una vecchia non valeva niente, più che un peso da trasportare era proprio un niente, per cui poteva essere tranquillamente dimenticata o scartata in qualche angolo della foresta.

E le vecchie si lasciavano abbandonare con fatalistica rassegnazione e con la convinzione di ritornare a quella natura che non era stata certamente una madre nei loro confronti; le vecchie chiudevano con la morte il giro della vita secondo la sacra formula “io sarò il pasto di quell’animale della foresta che poi sarà ucciso dalla mia gente e la nutrirà.”

Questa legge valeva solo per le femmine, perché di maschi vecchi ne giravano tanti per il villaggio e per la foresta; il dio “bilingo” aveva sempre femmine a sua disposizione e al suo servizio.

Nella loro negligenza questi vecchi spesso si accompagnavano alle bambine ed esigevano prestazioni adeguate alla loro età che non facevano gridare allo scandalo o tanto meno alla pedofilia, perché, oltre al diritto, non esistevano il pudore e la fobia del sesso in una tribù dove la nudità e le pratiche sessuali rientravano nella normalità del vivere quotidiano.

Quello che al ricordo m’impressiona e ancora oggi mi dà i brividi è la rassegnazione con la quale queste vecchie si emarginavano e si lasciavano morire.

Si può pensare che dovevano soffrire molto, se la morte era la soluzione alla loro tragica condizione, ma in effetti erano femmine spente soprattutto nel cuore, femmine mai state vive.

Tra le foreste alle pendici dei monti Loma la mia tribù si spostava dopo la stagione delle piogge e fondava un altro villaggio anche perché le canne e il fango delle capanne non avevano resistito alle intemperie; ricordo che in ogni trasloco qualche donna senza tempo, vecchia o malata, rassegnata o folle, sdentata o calva, non seguiva il gruppo e restava in quel posto in attesa della morte per inedia.

Restava fredda e immobile tra quei cumuli di fango e di fasciame in balia dei topi, delle bestie feroci e dei serpenti; chi arrivava per primo aveva il pranzo assicurato almeno per quella giornata.

Se ti capita per disgrazia di morire in mezzo alla foresta africana, ricordati che prima arrivano i topi a roderti il cervello infilandosi nelle orbite degli occhi, in seconda battuta arriva lo sciacallo per ridurti a brandelli e alla fine arriva il povero serpente per ingurgitare quello che di intero resta ancora del tuo corpo.

Un senso di macabro mi assale al pensiero di questo scempio abitando nel verde Veneto, ma chi vive in Africa conosce bene quale fine aspetta il suo corpo quando muore nella savana.

La rassegnazione e la mancanza d’amor proprio di queste povere vecchie si infilavano dentro di me e destavano un senso di repulsione e un netto rifiuto; incameravo in una sola volta rabbia, nausea e angoscia.

Non mi restava che fuggire dall’altra parte dell’oceano, dove il benefattore, il bracconiere, il mercante, Marion soprattutto, insomma tutti questi ambasciatori della violenza dicevano che c’era un altro mondo, un mondo totalmente diverso dal nostro e da cui arrivavano gli specchietti per le allodole, lo spazzolino da denti, la cioccolata, il whisky, le sigarette, il latte in scatola, i biscotti, il chinino e qualche medicina.

Cosa poteva fare una bambina terrorizzata, con la “puta” scavata e per giunta negra ?

Assorbiva, assorbiva ancora e sognava di fuggire da tanta desolazione.

E così tra avventure e peripezie Ascingha si è ritrovata clandestina in Sicilia e trasformata con un passaporto falso in Jasmine Ainé, senza la tribù, senza i riti cruenti, senza la foresta, senza le dolci foglie di “macai” e in compagnia di Aggun: Ascingha e Aggun, due adolescenti alte come il bambù e nere come l’ebano, due atletiche figlie della foresta, indifese come le gazzelle e con i seni a punta.

Per fortuna o per disgrazia ci portavamo addosso il marchio d’infamia, la pelle nera.

E proprio nel “suregai” avevo incontrato l’amore, uno strano sentimento scoppiato tra le cassette di fetide sardine e destinato a Marcos, l’uomo che mi aveva comprato e a cui Marion mi aveva volentieri venduto.

Nella stiva putrida del bastimento Marcos, il sudamericano dagli occhi azzurri che sulle donne aveva buon gusto, volle subito assaggiare la bontà del suo ultimo acquisto senza la necessità di chiedere in spagnolo o in portoghese; il linguaggio del corpo è universale e, mentre mi prendeva sopra le umide reti, ho sentito con sorpresa che non era la solita minestra di dolore e indifferenza.

Quello che provavo era uno strano e sconosciuto piacere che si allargava a macchia d’olio dal ventre in tutto il corpo fino a scoppiarmi nel cervello in maniera più deliziosa della cocaina.

Era un orgasmo ?

Solo con Marcos ho provato e ho continuato a provare queste stupende sensazioni.

Mi sono chiesta se in tanta tempesta di ormoni influiva il fatto che a possedermi fosse un uomo bianco.

La risposta immediata era stata la seguente: non era la prima volta che stavo con un bianco.

Il benefattore, il mercante, il bracconiere trovavano senza alcuna difficoltà nel mio villaggio la femmina negra con cui accompagnarsi, con cui sbizzarrirsi e con cui raffreddare i bollenti spiriti: una trinità perfetta.

I bianchi erano diversi dai negri nella loro strana gentilezza e poi non erano indolenti o selvaggi, ti guardavano con desiderio, ti avvicinavano con discrezione, ti facevano capire con cortesia, ti accarezzavano con delicatezza e tu eri quasi grata e orgogliosa perché avevano scelto te e non un’altra femmina per appagare il loro desiderio.

Stupidamente ti creavi anche il problema di non farti dimenticare con una buona partecipazione e nella speranza che il giorno dopo lo stesso uomo bianco ti cercasse ancora per un altro giro nella colorata giostra del tuo giovane corpo.

Nel tempo ho capito che la seduzione dei bianchi era un’arte antica che provocava l’istinto femminile annidato da qualche parte anche in una femmina negra.

Marcos era stato il primo uomo bianco che mi aveva procurato una frenesia strana e mista a un altrettanto sconosciuto benessere nel sottopormi al suo istinto.

Paura e alleanza con il nemico ?

Ancora me lo chiedo e ogni volta rispondo che era amore.

Bisogno di essere protetta ?

Ancora me lo chiedo e ogni volta rispondo che era amore.

Marcos era stato con me dolce in tutto e per tutto; quella volta nel “Suregai” per me era stata la prima volta in ogni senso.

Mentre mi spingeva ritmicamente contro la rete da pesca al sobbalzare delle onde lunghe dell’oceano Atlantico, ho sentito una perfetta sintonia con il movimento del mare e ho perso la testa, mi sono abbandonata e ho ritrovato in un sol colpo i sensi smarriti e gli organi castrati.

Altro che lotteria !

Dopo è stato sempre come quella prima volta, una nuova prima volta anche senza la dolce culla dell’oceano.

Marcos era anche bugiardo, ma questa era la sua natura; del resto, quando ti leghi a un uomo, ami anche i suoi vizi.

Quasi corteggiato a distanza dalla guardia costiera, il “suregai” ha sbarcato il suo prezioso carico umano, le bertucce e le zanne d’avorio a Mazara del Vallo; la seconda tappa del mio calvario è stata la bella Taormina, una località turistica apparentemente poco adatta a due povere negre adolescenti.

Io e Aggun eravamo perplesse e le orbite dei nostri occhi si erano fatte più bianche per la paura e più lucide per la meraviglia.

Marcos aveva capito tutto e da uomo di mondo ci rassicurava nella sua lingua imbastardita con le parole adatte e i gesti giusti, con gli abiti nuovi e i documenti falsi, con l’insalata di polpi alla marinara e la pasta alle sarde, con le mutandine colorate di cotone e il reggiseno di pizzo, con un buon bagno caldo e il sapone profumato della Vidal, con una scatola di baci Perugina e un astuccio di profilattici Hatù, con il superfluo e i ferri del mestiere.

Di tutto questo lusso io non ho mai dimenticato la granita di gelsi, i cannoli di ricotta, le paste di mandorla, i fichi d’India, gli occhi neri e voluttuosi dei siciliani.

Cosa potevi chiedere al mondo ?

Era ovvio: la sicurezza, una maggiore sicurezza, quella sicurezza che non si comprava purtroppo in un qualsiasi supermercato.

A volte avevo l’impressione che io e Aggun avessimo addosso qualcosa di scimmiesco, soprattutto guardando i movimenti eleganti delle donne siciliane; volentieri trascuro i loro seni, per non rivivere un profondo senso d’inferiorità.

Si sperava sempre che arrivasse da qualche parte una maggiore sicurezza e una migliore convinzione.

Tutto era una miniera di sorprese; Alice si era trovata benissimo nel paese delle meraviglie e noi due insieme a lei.

Marcos era frenetico e ci faceva capire che saremmo rimasti per qualche tempo in Sicilia e che in seguito saremmo partiti per il continente, ma in effetti stava vendendo Aggun a un boss locale.

Marcos era bugiardo, ma era fatto così; questa era la sua natura.

Dopo alcuni giorni di ambientamento è cominciato il lavoro, il tempo necessario per inserirsi nel giro e trovare la protezione giusta.

Marcos non aveva mezzi termini nel chiedere la nostra collaborazione ed era molto chiaro nel prospettare il mestiere futuro a due adolescenti ingenue e disposte all’attività sessuale senza particolari traumi.

Io e Aggun eravamo meravigliate del fatto che questi maschi dell’Occidente rifiutavano la “puta” delle loro donne e desideravano la nostra, oltretutto pagando con quei soldini che per noi erano ancora carta colorata.

Quanto ?

Il nostro imprenditore era Marcos e nelle sue tasche girava tanto denaro e di tutti i tagli.

E così, in una dignitosa pensione della costa siciliana, in una stanza confortevole e attrezzata di un grande letto con le lenzuola di raso e di un lucido bagno con i rubinetti dorati, io e Aggun senza saper leggere e scrivere ricevevamo a modo nostro i ricchi turisti italiani e stranieri in vena di erotismo esotico e con naturalezza disarmante regalavamo tutto quello che i nostri occasionali amanti desideravano; la cosa non ci sembrava poi tanto sconvolgente o impossibile.

Non avevamo modo di pensarci puttane, perché tutte le persone che incontravamo erano molto gentili per carattere o per vergogna; in ogni caso erano molto affabili e ci facevano sentire importanti nel nostro strano ruolo.

E anche questa fu una bella sorpresa e una piacevole meraviglia, ma Alice, ragazza per bene, in questa avventura non era più coinvolta.

Io e Aggun assaporavamo il gusto ignoto del potere sui maschi, un senso temerario e trasgressivo che presso la nostra gente, gli Isciu, era impossibile vivere, un senso altrettanto inconcepibile come le lenzuola di raso e il bidet.

La nuova situazione elettrizzava beneficamente la nostra mente e il nostro corpo fino al punto di non avvertire più la diversità del colore della pelle; a una femmina negra, sia pur “buttana”, in Sicilia e dai siciliani non era riservato un sentimento ostile e un trattamento razzista, forse in ricordo delle tante dominazioni subite.

Il senso della razza te lo porti dietro da negra sin da quando i tuoi simili ti fanno capire che esiste una razza bianca: la magia del colore.

Il senso della razza te lo porti dietro da bianco sin da quando i tuoi simili ti fanno capire che esiste una razza negra: la solita magia del colore.

Mutando l’ordine dei fattori il prodotto purtroppo cambia, perché il bianco si sente superiore e il negro inferiore; la differenza non è di poco conto, ma dipende dalla solita magia del colore.

Da puttana di colore non ti senti disprezzata ed emarginata perché hai potere, un potere originale basato sul tuo corpo e in particolare su quello che ti ritrovi in mezzo alle gambe, un potere basato sulle debolezze dei maschi bianchi.

Com’è imprevedibile la vita e gli uomini che l’abitano !

Presso la mia gente l’essere nata femmina era la massima disgrazia, mentre in Occidente lo stesso destino biologico poteva ridursi a una discreta fortuna economica e a una gratificante posizione sociale.

In effetti la nostra forza si riduceva alla spontaneità con cui concedevamo il nostro corpo a chi aveva desiderio e denaro, uno schema culturale acquisito e un potere incarnato dalle donne occidentali sin dai tempi del cuculo.

Anche in questo caso valeva la legge di prima: presso gli Isciu la “puta” era da disprezzare e meritava di essere scavata con un coltellino di latta perché non vibrasse mai più, presso gli occidentali la “fica” godeva di un buon valore, di rispetto, di desiderio, in molti casi di venerazione e forse era anche quotata in Borsa.

E’ ovvio che queste considerazioni le ho fatte nel tempo, perché allora o in quel tempo l’unico linguaggio conosciuto era quello del corpo, il linguaggio universale con cui facilmente comunicavo e risolvevo qualsiasi imbarazzo specialmente da nuda.

Una notevole differenza tra noi e i nostri clienti era il senso di colpa riversato nella sessualità e il conflitto vissuto verso i bisogni del corpo; sempre nel tempo ho capito che questo tormento era uno dei subdoli danni causati dalla loro religione.

I poverini confondevano il sesso con il sacro, il peccato con la divinità, l’orgasmo con la colpa; in tal modo sentivano il bisogno trasgressivo delle puttane e se queste erano negre, ancora meglio, perché il piacere si colorava d’immenso e il senso del peccato andava a farsi fottere in un bordello più mistico.

In tanto trambusto dei sensi l’erotismo poteva venir fuori a garganella e specialmente se i presunti colpevoli riuscivano a entrare tramite il mio corpo in sintonia con il loro bioritmo.

Quando io e Aggun comunicavamo a Marcos queste particolari esperienze e queste nuove sensazioni, egli giustamente sosteneva che i nostri clienti erano nel profondo del cuore degli uomini soli, persone infelici che avevano bisogno della compagnia di una donna e a modo loro della gioia dei sensi; infatti, alcuni godevano nel vederci nude, altri nel toccarci, altri ancora nello spogliarci e il campionario di questa umanità originale si potrebbe allargare anche ai casi più pericolosi.

La gamma degli uomini era molto varia, ma aveva in comune la difficoltà a comunicare con una donna e il profondo bisogno d’affetto, per cui, violando tante leggi, compravano quello che non riuscivano ad avere per via naturale.

Incredibile !

Quante leggi violate per la buona dea “puta” e per il fascino perverso della “fica” !

Parecchi uomini si fermavano a parlare con noi e il bisogno di comunicare era talmente forte che non si accorgevano della nostra assoluta incapacità a capire un bell’accidente di tutto quello che vomitavano dal cuore, ma questo variopinto materiale, l’ho capito in seguito, è materia prediletta dei seguaci del dottor Freud o degli operatori di un Centro di igiene mentale.

Per le povere adolescenti che parlavano soltanto il linguaggio del loro corpo, l’ascolto non solo era proficuo, ma anche necessario per il futuro successo.

Marcos era molto abile a sostenerci e a suscitare nella nostra mente quella piacevole confusione che ci portava ad affrontare il delicato lavoro con il sorriso sulla bocca e il coraggio degli incoscienti.

Marcos insisteva sul fatto che avevamo bisogno di tanti quattrini, “beaucoup d’argent”, per trasferirci in Francia, il paese dove sarebbe stato più facile soggiornare e dove avremmo incontrato gente della nostra tribù, donne sparite all’improvviso dall’Africa e che in effetti non erano morte, ma avevano fatto prima di noi lo stesso viaggio della speranza per finire in un bordello di Marseille, di Nantes, di Parigi, di Versailles, di Bordeaux, di Montpellier, di Nice, di Saint Tropez.

Marcos, come al solito, aveva ragione sia per quanto riguarda la questione finanziaria, “beaucoup d’argent” e sia per quanto riguarda la questione lavorativa, “les putains”.

Non esisteva professione più decorosa che si sposasse con il tanto denaro, per cui era necessario lavorare bene e muoversi con abilità per spillare al massimo il vino dalla botte, i quattrini di uomini soli che parlavano una lingua che tu non capivi, ma che, tuttavia, sapevano farsi ben capire con le mani e con i gesti.

E tu per istinto e per convenienza non eri certamente da meno.

Il senso dell’illegalità, di tanto in tanto, si insinuava nella nobile convinzione di aiutare il prossimo con il nostro mestiere, un lavoro che non era certamente comune; quando il travaso dell’illegalità e della convinzione riusciva, avevi la netta sensazione di essere probabilmente dalla parte giusta e sempre in compagnia di una sana ignoranza.

Inizialmente io e Aggun ci siamo consolate e naturalmente assolte tirando in ballo il costume sessuale della nostra gente; l’abitudine a essere prede passive dei maschi nella foresta o nella capanna contrastava con il valore aggiunto dei preziosi bigliettoni della Banca d’Italia, degli Stati uniti, della Germania o di qualsiasi altra nazione disposta a collaborare all’emancipazione umana e sociale di due povere negre.

Il denaro affascinava la nostra ingenuità con il suo disegno e il suo meccanismo: un pezzo di carta colorata ti dava il potere di acquistare quello che volevi e magicamente si tramutava in oggetti di qualsiasi tipo, dal cibo all’abbigliamento, dalle medicine ai profumi, dal necessario al superfluo e per concludere con qualsiasi genere che appagava i tuoi tanti desideri.

Ma quello che ci sorprendeva sempre e comunque era il diverso valore della “puta” mutilata; nella giungla per i maschi Isciu non valeva niente, mentre in questo strano mondo chiamato Occidente era un bene costoso.

Chissà dove stava e dove sta la verità, visto che il mestiere più antico del mondo occidentale è ancora in voga e alla grande.

In attesa della dimensione che non esiste, ricordo che in quella lussuosa camera d’albergo di Taormina ho fatto felici con il mio corpo tanti uomini, tutti diversi e tutti ricchi secondo il vangelo di Marcos: un vecchio texano dal cappello a larghe falde e dai tanti pozzi petroliferi, un industriale tedesco dall’espressione dura e dalle batterie per auto, un politico italiano dal tatto viscido e dalle diverse presidenze, un commerciante argentino dagli occhi languidi e dagli infiniti vitelli, un dentista israeliano dalla bibbia facile e dalle protesi in ceramica pura, un finanziere francese dall’accento armonioso e dalle tante azioni in borsa, un giocatore d’azzardo dalla pistola facile e dai tanti mazzi di carte, un protettore siciliano dall’animo gentile e dal portafoglio a fisarmonica, un mafioso sempre siciliano dai capelli unti di brillantina e dalle guardie del corpo fuori dalla porta, un industriale francese di penne a sfera dal dolce “savoir faire” e dalla sbronza continua e altri, tanti altri, tutti diversi e tutti sfacciatamente ricchi e malati.

Spesso, dopo lo sfogo sessuale, percepivo di consolare con il mio silenzio qualcuno per i sensi di colpa che lo assalivano nei confronti della sua donna o per la vergogna che lo divorava al pensiero di aver abusato di una ragazzina che poteva essere sua figlia e oltretutto negra.

E’ cominciato così per me e per Aggun il bel mestiere, ma forse era finita per sempre la bella vita.

Marcos era felice e generoso con noi: regali e benessere.

Del resto bastava poco per due adolescenti che avevano avuto un bel niente dalla vita e che erano ancora alla ricerca della coscienza di quello che stava loro effettivamente piombando dal cielo come una meteora.

Marcos si accompagnava regolarmente con me e con amore; io filavo dietro i miei virtuali o reali orgasmi.

Taormina è stato ed è ancora oggi un bel ricordo per me: un paradiso in ogni senso anche perché ero insieme ad Aggun.

L’affetto che ci legava in quella breve e intensa parentesi della nostra vita era veramente sincero e sconosciuto; la freddezza degli Isciu si era dileguata nei nostri cuori come la nebbia sotto il sole della Sicilia.

Il trasporto emotivo era dettato sia dalle necessità in corso e sia da un forte desiderio di prendersi cura l’una dell’altra nei mille particolari di una giornata tutta da scoprire e tutta da conquistare.

Puttana era bello !

Puttana era bello, nonostante la grezza potatura dell’imene e del clitoride.

Puttana era bello perché rivalutava quella parte del tuo corpo che per educazione e per violenza disprezzavi.

Puttana era bello perché si sposava con quella funzione sessuale che ti dava finalmente potere sui maschi e non ti faceva sentire ancora una volta la loro vittima.

Finalmente ero diventata bella e attraente, desiderata e importante; i sogni a occhi aperti non erano ancora tassati dallo Stato e anche il delirio era democraticamente a portata di mano per tutti quelli che avevano voglia di sballo.

Il mio nuovo centro di gravità era concentrato nella “puta” e io potevo tranquillamente gridare a tutto il mondo che io ero la mia “puta” scavata.

La persona Ascingha si era ridotta senza alcuna vergogna alla sua deformità e poteva alla prova dei fatti gridare a tutto il mondo che i suoi buchi erano tanto apprezzati e ben retribuiti dai maschi bianchi.

Ma la bella Taormina, come tutte le cose belle, era destinata a tramontare e a trasformarsi di giorno in giorno nella più dolce parentesi della mia vita soltanto per il fatto che io e Aggun eravamo insieme ed eravamo una cosa sola.

Ma la bella Taormina, come tutte le cose belle, era destinata a non essere soltanto dolce, ma anche e soprattutto amara, tanto amara quando inesorabile è arrivato il giorno in cui uno strano cliente, poco gentile e poco nobile, mi ha portato via la mia Aggun per un incontro che ancora non si è concluso.

Quante lacrime ho versato senza capire e senza voler capire !

Proprio quando io e Aggun pensavamo di essere due principessine approdate dall’inferno nel mondo delle favole, proprio quando pensavamo di avere in pugno la nostra vita e la vita degli altri, proprio quando pensavamo di dominare gli uomini e le cose del mondo, proprio quando eravamo costrette a ricrederci sulle nostre disgrazie, proprio quando io e Aggun eravamo felici di essere una cosa sola, proprio quando e ancora proprio quando, allora è arrivato inesorabile il giorno in cui uno strano cliente, poco gentile e poco nobile, ha spezzato quel filo che ci legava e ci portava da tutte le parti e al suo posto ha lasciato il dolore della perdita e le catene della nostalgia.

Così è passata anche la bella Taormina e quando penso alla Sicilia e ai siciliani ancora oggi ricordo Aggun circondata dai suoi occhi neri e dagli occhi di tutti quelli che la desideravano.

E questo, credimi dottore, è vero dolore !

Credimi, dottore, questo è un sordo dolore la cui unica soluzione è anche in questo caso soltanto la morte.

E io sono ancora viva.

Pensa, adesso, a quante lacrime amare hanno versato e dovranno ancora versare questi miei occhi neri.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

26 / 10 / 2.000

Ieri mattina passeggiando in Canaregio, nei pressi della chiesa di santa Lucia, ho sentito una voce maschile che mi chiamava: “signora Tirindelli, signora Tirindelli, signora Tirindelli !”

Ho avuto all’improvviso la sgradevole sensazione di essere una sporca negra opportunamente riciclata nella perbene signora Tirindelli, una vera signora.

Notevolmente irritata mi sono girata e ho gridato al malcapitato: “Ascingha, io mi chiamo Ascingha e non ho niente a che fare con la signora Tirindelli.

Io mi chiamo Ascingha e sono la “carezza del vento”: punto e basta !”

Ero scissa e in piena crisi d’identità; me ne sono resa conto dalla reazione spropositata che, pur tuttavia, è uscita dal profondo del mio cuore.

Io sono Ascingha e almeno di questo sono sicura, perché è l’unica identità depositata nella mia memoria; tutto il resto è solo probabile e non metto la mano sul fuoco, perché può essere anche frutto della mia fantasia malata.

Chi mi chiamava era il generale di corpo d’armata Attilio Posdocimi, classe mille novecento ventiquattro, pluridecorato e attualmente in pensione, collega e grande amico di mio marito, il generale Biagio Tirindelli per l’appunto.

I militari italiani di una volta o erano tutti eroi o erano tutti imbroglioni; non ne ho conosciuto uno che non potesse vantare almeno una medaglietta di latta in qualche tipo di valore.

E poi tutti hanno combattuto per tutte le cause, dalla monarchia e dal fascismo alla repubblica e alla democrazia, dal colonialismo imperialista alla guerra civile.

E chi più ne ha, più ne metta sui militari e sullo spirito che li ha animato e li anima ancora oggi, nonostante il fatto che, facendo la guerra, vogliono darci la falsa immagine di operatori di pace.

E mi fermo qui con la tiritera, perché avrei tante rimostranze contro le forze armate e il cosiddetto stato sociale; nella mia vita di puttana sono stata tutelata dai poliziotti per indolenza o sono stata ignorata dalle assistenti sociali sempre per indolenza.

Da questo punto di vista gli italiani non hanno nulla da invidiare agli africani; basta fermarsi un mese in Sicilia o in Lombardia e ci si rende conto di come tutto il mondo si riduce a un piccolo paese.

Ritornando alle contraddizioni o alle stranezze dei militari, volevo dire che mio marito, il generale Biagio Tirindelli, è decorato con medaglia d’argento al valore militare sia per la campagna etiopica e sia per la Resistenza, è stato decorato sia da Mussolini e sia dalla Repubblica democratica; tralascio la serie delle croci e delle onorificenze che nel corso di una carriera infinita ha racimolato in ogni parte d’Italia e nelle occasioni più disparate.

Se si dovesse bardare come un cavallo in parata con tutte le patacche, più o meno nobili, che possiede o rimarrebbe inchiodato al suolo o penderebbe tutto da una parte come la torre di Pisa; la cosa dipenderebbe soltanto dalla disposizione, perché la quantità delle patacche è veramente notevole.

Questa, a esser sincera, non è farina del mio sacco, perché lo notava sempre e con perfidia maman Immè e non perdeva occasione per ferire l’amico generale; del resto, il generale si rifaceva alla grande portandosi a letto la domestica della sua perfida amica, Ascingha la negra.

Io sono sicura che maman Immè era nel profondo del suo cuore innamorata del generale Tirindelli; penso che anche una donna tutta di un pezzo come lei si poteva innamorare e, quando le capitava, si irrigidiva ancora di più quasi per nascondere questo increscioso sentimento e i vergognosi desideri derivati.

Tornando alle grida del generale Posdocimi e alla mia reazione isterica, il povero vecchio mi ha guardato perplesso e mi ha chiesto scusa di un qualcosa che sicuramente non ha capito e che soltanto io ho capito ma non giustificato.

Ero in preda a una strana eccitazione, una forma di tensione nervosa più consona al bordello mentale che alle rilassanti passeggiate nelle calli di Venezia durante l’ora dell’aperitivo.

Poi ho riflettuto sulla causa di questa mia frenesia e ho dedotto che, in effetti, ero notevolmente arrabbiata con mio marito per le sue immancabili richieste mattutine di erotismo: appena si sveglia, nel silenzio della stanza e nella complicità del letto, cerca il mio corpo con la mano, ogni volta immancabilmente nella stessa parte, per farmi capire che gradirebbe iniziare la giornata nel migliore dei modi, da buon guerriero che adempie il dovere di conquistare la sua donna.

Io sono fisiologicamente frigida da quando le maledette vecchie della tribù hanno scavato i miei genitali con un coltellino ricavato da un barattolo di latte in polvere portato da quegli uomini strani e vestiti come le donne con una sottana bianca, personaggi tutti particolari che erano e che sono ancora oggi i benefattori degli africani.

Io sono fisiologicamente frigida, ma solo con l’unico amore della mia vita, Marcos, mi concedevo ogni volta un orgasmo stupendo, reale o virtuale non importa.

L’uomo che ami ti trascina, ti trasporta dove vuole e sicuramente dalle sue parti e tu non hai alcun diritto di replica, perché subisci volentieri e godi di essere condotta nel ballo; si tratterà ancora una volta della solita sottomissione, ma almeno in questo caso è veramente indicata e proficua.

Mio marito alla sua venerabile età ha una virilità invidiabile e la nostra relazione è stata di natura erotica sin da quando ero al servizio della signora Immè, la mia “maman”, e il generale frequentava la sua casa prevalentemente per incontrare me, piuttosto che la sua grande ma vecchia amica.

Questa suo spiccato istinto è per me motivo di tensione quando sento di non volergli bene abbastanza e di essere la sua femmina solo per il fatto che con il matrimonio mi ha sistemato in ogni senso fino alla fine dei miei giorni e si è sistemato in ogni senso per il resto dei suoi giorni.

Niente si fa per niente.

La cosa è particolarmente squallida proprio nel suo esser vera.

Questo fatto mi addolora, ma la vita sessuale con il generale a volte rievoca il mio passato e non riesco a pensare ad altro, se non al fatto che mi dispongo soltanto fisicamente nei suoi confronti.

Se ripenso alla mia infanzia, ho piena coscienza che questa immagine di me stessa l’ho vissuta sin da quando nella mia tribù ho assunto il ruolo femminile di oggetto sessuale al servizio dei maschi.

La storia comincia in Africa e si evolve in Occidente quando divento, mio malgrado, una delle tante schiave di Marcos, l’uomo che resta, nonostante tutto, l’unico e il vero amore della mia vita.

Il sesso africano aveva una nota primitiva nel suo essere culturalmente naturale e privo di senso di colpa; lo facevo senza possibilità di scelta, lo subivo da qualunque maschio del villaggio che ne avesse distrattamente voglia o da qualunque mercante o impostore che ne avesse veramente voglia e notavo sin d’allora la diversità del trasporto che esisteva tra bianchi e neri.

Gli uomini bianchi mi piacevano sessualmente non perché godessi, ma perché erano più coinvolti nel desiderio e ti facevano sentire importante e poi, contrariamente a quello che si pensa, erano anche più capaci.

Se vivo male il trasporto di mio marito, mi arrabbio con me stessa perché devo subire le sue voglie e perché il suo desiderio evoca i fantasmi del mio passato, i traumi legati a quei soprusi che mi hanno umiliato per tanti, sicuramente troppi, anni della mia vita.

Io sento di essere stata puttana per mestiere e non certo per vocazione.

La parte di me ambita da tutti è stata immancabilmente il corpo, nonostante il mio essere negra e mutilata due volte nella mia intimità, una prima volta fisicamente con il coltellino di latta e una seconda volta psicologicamente con l’indolenza degli inetti.

Eppure oggi sono formalmente Jasmine Ainé in Tirindelli, oggi sono la signora Tirindelli, la moglie di un generale pluridecorato e una cittadina italiana.

Io dico sempre e ripeto che sono Ascingha e che mi chiamo Ascingha; Ascingha è dappertutto, mi perseguita, ma in effetti chissà dov’è andata a finire.

Almeno la signora Tirindelli è una rispettabilissima negra anche quando si sente in difetto con suo marito, ma Ascingha chi è ?

Ascingha era una giovane donna che si accompagnava con vecchi industriali pieni di soldi e in preda al desiderio di un esotico amplesso da un milione di lire al colpo, denaro che serviva poi ad arricchire Marcos, un altro imprenditore a suo modo, un manager di donne che come tutti gli sfruttatori girava in Ferrari testa rossa, ma lui era bello e buono; io avevo bisogno di amarlo e di essere la sua schiava anche perché aveva gli occhi azzurri.

Di certo la prostituzione non è il lavoro più antico della storia dell’uomo, perché secondo la Bibbia il primo vero lavoro è quello del giardiniere e soltanto con la civiltà è arrivato il mestiere della puttana.

A volte desidero ritornare in Africa, immagino la mia vita in Africa e alla fine penso che sarebbe stato meglio non essere mai nata; certamente non avrei conosciuto le amare verità scritte sulla mia pelle, la discriminazione razziale, lo sfruttamento umano da parte dei negri e dei bianchi.

Io sono una negra sola e non ho conosciuto alcuna forma di solidarietà, perché sono stata umiliata dai negri e dai bianchi.

Ma chi doveva amarmi ?

Chi doveva proteggermi ?

Chi doveva farmi riposare sul suo petto ?

Gli italiani sanno esternare disprezzo verso i negri con la stessa facilità e noncuranza con cui si dichiarano antirazzisti; è veramente sconcertante, oltretutto, la superficialità che trovi nella gente che ha responsabilità sociali e occupa il potere.

Se ti aspettavi di essere aiutata dall’ordine costituito o dai servizi sociali eri bella e fottuta, proprio bella e fottuta, le due qualità che conoscevo molto bene nel mio corpo e nella mia vita di tutti i giorni.

Giustamente e con criterio sono stata costretta a diffidare delle cosiddette autorità, specialmente quando sopra di me avevo una persona per bene e di potere che trafficava con il bassoventre alla ricerca di un piacere che si negava da solo.

E immancabilmente nei momenti di riflessione, momenti che tu non cerchi e che inevitabilmente ti capitano quando meno te l’aspetti, il pensiero struggente vola al famigerato e inutile “ah, se fossi rimasta in Africa”, “ah, se non fossi mai partita dall’Africa”.

E penso ancora che avrei preferito non nascere o morire giovane per un’infezione gastrointestinale, piuttosto che sentirmi una squallida troia e una sporca negra per il resto dei miei giorni.

Almeno in Africa la cultura si può camuffare con la natura e si può, di conseguenza, accettare quello che ti succede senza alcuna obiezione perché non sai chi sei e non conosci il resto del mondo, ma nel superbo Occidente la cultura non si evolve certamente nella civiltà, anzi premeditatamente degenera nella perversione e nella violenza.

Alla fine del tormento per consolarmi mi dico e continuo a ripetermi che io sono una donna eccezionale e ancora una volta che io sono una donna eccezionale, perché eccezionale è la mia esperienza umana: Ascingha la negra è passata dallo stato primitivo al top della cosiddetta civiltà nel breve tempo dei suoi quarant’anni di vita.

Potrei essere una nonna e raccontare tante storie ai nipotini, proprio io che non sono neanche mamma e non ho avuto il coraggio di tenermi i figli che la natura mi aveva per fortuna o per ingiuria regalato.

Maman Immè, l’intellettuale superba e la donna spietata, mi diceva sempre con amore che io ero una meravigliosa sintesi dell’evoluzione umana, un compendio di sette millenni di umanità, perché ho viaggiato in una sola vita dai riti tribali a “internet”, dal culto della grande Scimmia al rito di Satana, dall’infibulazione al trapianto dell’embrione, dalla fecondazione selvaggia alla clonazione.

Maman Immè era tanto preoccupata per la mia salute mentale proprio per questo motivo: io ho vissuto troppo e tutto in una sola vita.

Eppure la gente pensa e continua a pensare che io sono una povera negra con le labbra pensili e l’osso al naso, una cannibale che dice “badrone” al posto di “padrone” e che in ogni caso ha bisogno di un padrone a cui rispondere sempre di sì.

Ritornano i soliti pregiudizi culturali sulla razza inferiore che inferiore non è e che nella realtà è una razza intelligente e fortunata al punto che può evolversi di millenni in una sola vita, un’esperienza negata agli occidentali, servi della ragione, del progresso, del denaro e del sesso.

Io sono una persona istruita e non una zoticona ignorante, ho il mio abbonamento al teatro “Goldoni” e non voto per la “Liga” veneta, leggo “l’Espresso” e non sono comunista, gradisco l’ordine sociale e non sono fascista; tutto questo grazie a maman Immè, una donna occidentale.

Sono sempre più convinta che gli uomini diventeranno veramente uguali soltanto quando, fondendosi in ogni senso, riusciranno a essere di un solo colore.

Allora e soltanto allora il nostro mondo sarà veramente un bel mondo.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

19 / 10 / 2.000

E’ bello ricordare il tempo passato.

Rovistare nei cassetti della memoria ha un fascino particolare; il bene e il male, la gioia e il dolore, il dritto e il rovescio, il nord e il sud, tutti gli opposti e tutte le contraddizioni assumono la giusta collocazione e il degno rilievo.

I ricordi riempiono il sacco dell’esistenza e sostengono ogni persona con i mille dettagli che li contraddistinguono.

Si potrebbe quasi affermare che noi siamo i nostri ricordi o ancora meglio il cumulo organizzato dei nostri ricordi, altrimenti subentrano gli psichiatri e puniscono il tuo disordine mentale con dieci scatole di “serenase” da ingurgitare in un sol colpo.

E’ anche vero che non si può vivere soltanto di ricordi e che bisogna agire, fare, disfare, brigare, costruire i ricordi di domani con i fatti di oggi, ma la cosa più importante è avere sempre qualcosa da ricordare.

Si può ricordare o dimenticare se si è tanto vissuto e in questo caso si è anche più tolleranti: chi ha più vissuto, più sa e più comprende.

Se dimenticare è doloroso, perché significa perdere qualcosa di tuo, è tragico non aver niente da ricordare, perché vuol dire che hai vissuto poco e senza alcun coinvolgimento emotivo; forse anche la tua fantasia è ammalata.

I ricordi, pur tuttavia, possono degenerare in nostalgia se sono tanti e troppi: la virtù, come al solito, sta nel mezzo e la dose giusta fa sempre una buona torta.

Durante questa settimana ho pensato a Marion e dopo tutta l’aggressività scaricata contro di lei nella seduta precedente il mio odio si è progressivamente trasformato da desiderio di vendetta in bisogno di comprensione.

Ho ricordato, ho proprio ricordato senza rancore quel cordone di idee e di fatti che ha legato nel bene e nel male le nostre giovani vite in quel momento per me così importante, un momento che ha cambiato drasticamente il mio modo di essere e di esistere.

E così ho pensato a Marion e mi sono abbandonata ai ricordi lasciandoli affiorare dalla memoria senza forzature, senza trucco e senza inganno.

L’ho rivista nerissima nella sua pelle africana, vestita all’occidentale con pantaloni e camicia color cachi aperta al punto giusto, cappello bianco a larghe falde, mocassini in cuoio e soprattutto avvolta di tante parole.

Marion parlava tanto e parlava sempre; ascoltarla era un grande piacere.

Le sue non erano semplici parole, ma morbide sferzate sulle spalle degli schiavi.

Le parole uscivano dalla sua carnosa bocca e si muovevano come una nuvola sopra la sua testa quasi a formare l’aureola di una santa cristiana; il fascino era tanto e, se non ti lasciavi prendere, avresti sicuramente perso un’occasione importante per vivere sognando.

Marion arrivava come una consolazione durante la stagione delle piogge e la sua presenza era sempre gratificante; il nostro incontro avveniva dentro una capanna e l’eccitazione cresceva con l’incalzare dei suoi racconti.

Mentre il fango delle pareti si scioglieva e dal tetto di canne l’acqua sporca scivolava sui nostri capelli crespi, Marion riusciva a far sognare gli occhi spenti, magari appena usciti da qualche infezione o dalla febbre malarica, delle povere adolescenti, proprio noi che attendevamo soltanto di poter sognare e sognavamo immancabilmente di fuggire.

Marion conosceva bene l’arte di far vivere agli altri i suoi fantasmi e la fuga era il sottofondo musicale del suo desiderio di evadere da una triste e avara realtà; noi la seguivamo volentieri e a ruota libera.

Ed era tanto più convincente, quanto più era falsa.

Marion era una bella donna negra del Senegal; l’accento francese imbastardiva la sua lingua e rendeva più fascinoso il personaggio.

Aveva tanti modi di essere e di atteggiarsi, di tacere e di parlare, di camminare e di sedere, di masticare e di toccare; tra questi tanti modi c’erano anche quelli della diversa, della trasgressiva, dell’eroina.

Marion raccontava, raccontava sempre e immancabilmente ti catturava nel midollo.

Raccontava che si era ribellata alla legge religiosa del Corano e alla legge civile del suo popolo, quella legge religiosa e quella legge civile che sin da bambina la volevano schiava, come al solito, di un maschio.

Ma lei cercava un uomo, un uomo da amare e da cui essere amata, il grande amore.

Per non restare vittima di questo fanatismo religioso e di questo opportunismo culturale, Marion, dopo che era stata venduta dalla sua gente per una pipa di tabacco al maschio che la voleva, era riuscita a fuggire dalla casa in cui era stata rinchiusa sotto il controllo spietato delle vecchie e nella speranza che riacquistasse l’uso della ragione, la ragione del maschio naturalmente.

Marion aveva sconfitto anche il nemico più infido, l’invidia delle femmine vecchie.

Con l’aiuto interessato di Jean-Claude, un uomo occidentale e un mercante di donne, il suo vero uomo e il solo uomo da lei amato, Marion si era liberata dalla schiavitù di una povera famiglia in Senegal per realizzare il desiderio di una famiglia tutta sua in Provenza.

Ignorava che il suo bel Jean-Claude era un bugiardo e aveva destinato il suo corpo a un rinomato bordello di Marsiglia situato in rue de la Concordie sul lungo boulevard che dal quartiere De Gaulle porta al porto, il porto delle meraviglie in ogni senso.

Di famiglia, di bimbi, d’amore, di fiori in tavola e di libertà nel perfido cuore del mercante francese non si trovava traccia neanche nell’elettrocardiogramma.

Jean-Claude, in effetti, aveva soltanto bisogno di Marion per la tratta delle negre; lei aveva il giusto fascino, era una dea nera, conosceva le lingue parlate negli angoli più remoti dell’Africa, era un’ottima civetta.

Per una nuova misteriosa forza del destino o della natura Marion, una donna negra, si era inserita nella parte giusta e si era ritrovata senza accorgersene nella parte sbagliata per amore di un maledetto uomo bianco.

Fu così che Marion era ritornata nel suo ruolo naturale di vittima predestinata; era, infatti, scampata all’abbrutimento del maschio negro che l’aveva comprata ed era caduta nello sfruttamento di un maschio bianco che l’aveva conquistata.

Di conseguenza aveva fatto di necessità virtù e aveva accantonato i suoi desideri di donna e di madre in un paese ricco e senza tanti scrupoli si era trasformata in un carnefice proprio alleandosi con il nemico che amava; era in tal modo diventata un ambiguo e sottile negriero che sapeva parlare in simultanea da sovversivo e da criminale, una donna negra dalle forti passioni, una donna negra dolce e amara come le foglie di “macai” dopo la prima pioggia.

Marion si era illusa di non essere una vittima e si illudeva ancora di diventare una donna libera; per questo motivo sapeva illudere anche le povere bambine a cui le vecchie della tribù avevano già scavato la “puta” per tutelare il potere del maschio, quelle adolescenti che sognavano di fuggire dalla servitù e di conquistare la libertà, di non vegetare ma di vivere.

Il corpo è la prima coscienza politica; un corpo castrato non ha alcun diritto, è soltanto un oggetto tra i tanti che esistono in natura o nella civiltà dei consumi, un corpo castrato è già stato scartato, per cui finisce tra i rifiuti; può capitare che, se non hai la fortuna di essere castrato dagli altri, provvedi da solo a ridurti un oggetto degli altri.

Ripenso sempre con rabbia a quelle povere bambine ancora senza mestruo che le vecchie rendevano con un’orrenda mutilazione pronte per il “bilingo”, il solo dio della nostra sopravvivenza e il vero feticcio della nostra tribù.

E così, senza raccontare storie di nessun tipo che potessero giustificare questo martirio, ma soltanto per il gusto della pura violenza, le vecchie mutilavano le bambine non delle braccia o delle gambe, come si usa oggi, ma di quella parte del corpo che disponeva alla gioia di vivere.

Rivedo gli occhi sanguigni e avidi della vecchia che incideva i miei organi genitali con un coltellino di latta e sento ancora le braccia irsute dell’altra vecchia che mi immobilizzava in una morsa degna di un lottatore.

Il mio odio monta come la panna e trabocca fino a desiderare la morte di entrambe per lunga agonia.

Adesso le bambine erano pronte come le leonesse per il piacere del pigro leone.

In tanta disgrazia Marion si inseriva nelle pieghe del nostro cuore come una buona sorella e come una buona maestra; sapeva dire le parole giuste per consolarci e proporre l’unica soluzione per riscattarci, la fuga.

E noi eravamo affezionate sorelle e ottime allieve, bambine castrate e pronte a ricevere il coltello affilato che sarebbe servito a tagliare la gola delle vecchie e il grimaldello giusto che sarebbe servito a spezzare le catene della schiavitù.

Eravamo delle adolescenti promosse femmine e in attesa di essere ingravidate come capre dai maschi della tribù.

Il lavoro era stato ottimo e ben riuscito.

Eravamo femmine da fecondare, non donne o tanto meno madri, perché non avevamo alcun potere e l’istinto materno si era sciolto nella notte dei tempi sotto i raggi del sole africano.

Io ho avuto una madre e un padre; io non ho mai conosciuto mia madre e sul padre non è il caso di impostare alcuna discussione.

E allora sia benvenuta ancora una volta Marion !

Ho abbandonato i vecchi carnefici e sono fuggita con i nuovi aguzzini per avere anch’io il reggiseno di pizzo e gli slip trasparenti, i profumi e i foulard di Marion, ma soprattutto per essere Marion e avere la vita di Marion.

Io mi ero immedesimata a tal punto nella sua persona che avevo smarrito la mia già precaria identità dentro la sua immagine e avevo ritrovato dentro le sue premure quella madre mai avuta che consiglia, ispira e protegge.

Marion era una madre e una sorella; anche lei aveva la “puta” scavata da un coltellino di latta arrugginita, anche lei aveva rischiato di morire di tetano per la stupidità degli adulti.

L’Africa era stata ed era ancora una volta puttana con le sue figlie, ma le sue figlie Marion, Ascingha, Aggun, Kinda, Pingala, Takei e tutte le altre senza nome non erano state puttane con l’onesta Africa.

Quell’Africa chiedeva ancora alle sue figlie più belle e ingenue una ribellione inutile, una stupida rivolta destinata a un altro penoso fallimento e a un altro disastroso naufragio.

Chi fugge ha sempre torto.

La fuga è sempre una colpa.

Ascingha era una bella figlia dell’Africa nera, una bella bambina negra che aveva già fatto in tempo a essere seviziata ed era in attesa soltanto di essere riempita dai maschi del villaggio.

Questa non era la dura legge della natura o la dura legge della giungla, ma la legge della prevaricazione umana e della violenza culturale.

Io non sapevo da quanti anni ero in vita e non conoscevo chi mi potesse amare, avvertivo una vaga esigenza di essere di qualcuno e che qualcuno fosse per me, io ero di tutti, ma nessuno era per me.

Di due cose ero certa: il mio nome era Ascingha ed ero una bella femmina.

La prima convinzione derivava dal fatto di essere stata chiamata sempre in quel modo e la seconda l’avvertivo dal desiderio con cui mi palpavano gli uomini bianchi che costantemente capitavano nella nostra foresta, benefattori o mercanti era poco importante perché alla fine con tutti immancabilmente si recitava la stessa storia o la stessa farsa.

I maschi della tribù non destavano in me alcun interesse e alcun compiacimento perché erano indolenti come i leoni della savana e mi consideravano una loro preda in ogni senso.

La sensualità e la passione sono movimenti spontanei del cuore e reazioni naturali del corpo.

La sensualità e la passione non hanno niente da spartire con gli obblighi e tanto meno con i doveri, altrimenti sei ridotta a oggetto del piacere degli altri, una troia.

In entrambi i casi non sei coinvolta in alcun modo e devi soltanto riconoscere che sei legata a qualcuno e a qualcosa.

Io non ero puttana quando stavo con i negri della mia tribù e ho fatto la puttana, non certo per mia scelta, quando sono arrivata nel malefico Occidente, il solo luogo al mondo che usa il paradiso e l’inferno negli spot pubblicitari.

Lasciandomi fottere per natura e per cultura dai negri della mia tribù sono stata benemerita e giustificata in tutto e per tutto; lasciandomi fottere a pagamento dai bianchi non ho trovato alcuna storiella da raccontare a me stessa e in mia difesa.

Con i bianchi mi sono sentita sempre schifosamente inferiore nel profondo del mio cuore di negra, eccezion fatta per l’unico e vero amore della mia vita, Marcos.

In un modo o nell’altro ero destinata a essere un oggetto e a fare la volontà degli altri.

Ero preparata a sottomettere in ogni senso il mio corpo ai negri e mi sono trovata a venderlo ai bianchi con tutto il ribrezzo che quotidianamente vomitavo su me stessa per il senso di inautenticità che conosce e capisce soltanto una donna costretta a vivere nell’anonimato e a concedersi a tutti per arricchire i suoi assassini.

In ogni caso ho continuato a stimare poveri sia i negri di ogni età che ti cercavano per bucarti con indolenza a tutte le ore e in tutti i luoghi, sia i bianchi che ti cercavano per pagare la loro incapacità di amare una donna.

Con il tempo ho accettato di essere bella e pronta soltanto per l’uomo bianco: io negra dovevo essere sempre schiava, la schiava di un bianco e non di un negro.

Il senso della schiavitù era nel mio sangue; in ogni modo dovevo essere una vittima e non riuscivo a pensarmi diversamente, nonostante le tante fantasie che il tempo e il luogo offrivano a una bambina africana.

Marion conosceva bene il terreno da coltivare e si può sicuramente riconoscere che aveva seminato su zolle ben concimate.

Ascingha non valeva niente in Africa, ma era una miniera d’oro in Occidente.

In Africa Ascingha avrebbe partorito un figlio ogni dieci mesi e lo avrebbe abbandonato in mezzo agli altri bambini della sua tribù, in Africa Ascingha sarebbe sicuramente morta di parto nello spazio di dieci gravidanze e, se avesse avuto la fortuna di essere sterile e d’invecchiare, Ascingha avrebbe tagliato con un sol colpo di coltello l’imene e il clitoride alle bambine pronte per il maschio.

Devo riconoscere che questa è una verità, una dura verità, ma è pur sempre la mia verità: l’Occidente mi ha salvato dalla morte precoce e dall’inedia, dalla morte del corpo e dalla morte del cuore.

Il prezzo è stato altissimo e altrettanta la convenienza.

Ascingha non valeva niente da povera donna africana, ma era una miniera d’oro in Occidente.

Ascingha era soprattutto molto bella, un vero affare per i mercanti che ben conoscevano i gusti perversi degli uomini bianchi e soprattutto il colore dei loro soldi.

Ascingha era alta, affusolata, elegante come una gazzella della savana.

Solo l’incavo della “puta” era decisamente brutto, ma non si vedeva e per gli uomini che abitavano al di là del mare non era uno sfregio sgradevole, visto l’uso che facevano di se stessi e delle donne.

Ho fatto tanta fatica all’inizio della mia strana attività a capire che gli uomini bianchi desideravano e pagavano profumatamente la parte deforme e insensibile del mio corpo.

La diversità è il sale della terra ed è un bene di tutti quelli che, al di là del colore della pelle, ancora ragionano; per gli altri, i tanti altri, ci sarà soltanto fanatismo, violenza, intolleranza e razzismo.

E così e da parte mia la bellezza e l’esigenza della libertà, da parte degli altri la brama e il gusto della ricchezza, mi hanno spinto lungo la pista che attraverso le foreste dei monti Loma porta ancora al mare della Guinea per approdare finalmente a Dakar.

Era il mio primo viaggio, un viaggio guidato da Marion e fatto insieme alla mia dolce Aggun, l’unica persona della tribù che vivevo come una sorella e che non potevo certamente abbandonare come Mutu in un mondo infame e senza luce.

Ah, se non fossi stata bella !

Ah, se non mi avessero castrato !

Ah, se non avessi sentito il bisogno della libertà !

E’ vero e di questo devo essere convinta: Ascingha sarebbe già morta di parto o di “aids”, di colera o di tifo, di malaria o di sifilide, se fosse rimasta in Africa a marcire dentro una capanna impastata di fango, canne, paglia e merda di elefante.

Ascingha era buona in Africa per essere fecondata come una gazzella ed era buona in Europa per essere distrutta dalla sete di ricchezza di alcuni poveri uomini e

dall’immaturità affettiva di tanti poveri uomini.

In ogni caso Marion era in malafede e non aveva alcun diritto di vendermi come schiava a una banda di trafficanti.

Marion deve morire, se non per riscattare la mia sorte, quanto meno per vendicare quella di Aggun.

Quest’odio e quest’attesa danno ancora oggi forza e senso alla mia vita.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

12 / 10 / 2.000

I deboli sono il pasto dei forti; “ubi maior, minor cessat”, diceva sempre maman Immé al povero medico di famiglia quando a suon di milioni arrivava da Milano il grande professore per diagnosticarle ancora una volta gli stessi mali e per cambiarle soltanto la combinazione dei farmaci.

Maman Immé soffriva di disturbi cardiocircolatori e di una terribile artrosi alle gambe che la costringeva negli ultimi anni a letto; il suo grande cuore e le sue forti gambe non servivano più ad amare e a girare il mondo dentro Venezia.

Maman Immé era morbosamente legata alla vita ed era, di conseguenza, terrorizzata, come tutte le donne bianche, dalla morte o meglio dal pensiero della morte, per cui entrava in depressione alla sola idea di non trovarsi più in mezzo alle calli e ai campielli della sua Venezia, la città che amava con lo stesso trasporto di Atene.

Quando la sua mente pura era inondata da questi pensieri neri, andava in angoscia e non respirava più come Mutu.

Allora io sapevo, il tempo me lo aveva insegnato, che dovevo rialzarla sul cuscino, porgerle un miracoloso sorso d’acqua, abbracciarla con delicatezza, stringerla teneramente al cuore, sussurrarle parole d’amore e in particolare dovevo dirle che io ero vicino a lei, che non l’avrei mai abbandonata, che non doveva aver paura di niente finché sentiva il mio abbraccio e, pensavo con autoironia, il mio odore di negra.

Altro che “bentelan” rosa !

Effetto portentoso dell’amore umano !

Il rantolo si scioglieva nel respiro, l’affanno e i fischi si risolvevano in una serie di sospiri, dolcemente maman Immè si addormentava e il suo viso diventava liscio come quello di una bambina baciata dalla fortuna di essere diventata vecchia all’improvviso e senza il tempo di esserne cosciente.

Allora mi dicevo che Mutu non era passato e ritornato invano nella mia vita, perché avevo capito la tremenda lezione del suo sguardo.

Dicevo prima “ubi maior, minor cessat”; in Occidente questo concetto si può definire libertà democratica, ma per chi ha vissuto nella foresta questa formula esprime una dura legge di natura, la più ingiusta che si possa concepire, ma sempre una fondamentale legge di natura.

Quale natura ?

La natura della foresta o la natura dell’uomo ?

La natura della foresta ha i suoi spiriti e alla loro benevolenza ogni uomo timoroso si affida; la natura umana ha i suoi fantasmi e necessariamente ogni uomo per difesa rischia di diventare violento e crudele.

La natura umana è la peggiore delle creature uscite dal ventre della grande Scimmia o dai pensieri di un dio.

Una tempesta o una malattia sono doni, ingrati quanto vuoi, della natura anche quando danno la morte; un uomo è soltanto un crudele assassino quando uccide un suo simile semplicemente perché ne ha coscienza.

Io sono stata uccisa ogni volta che mi hanno costretto a dare la morte: dalle donne africane a Marcos, dalla foresta al lettino di una mammana, sempre mi sono sentita l’ultima degli ultimi, una sporca negra che uccide o abortisce; in quest’ultimo caso se l’emorragia non ti risparmia, nessuno ti piangerà.

Ogni volta che sono stata costretta ad abortire mi sono chiesta perché non c’era un maschio ad assistermi, un falso dottore che nel profondo del suo cuore poteva anche essere obiettore di coscienza; l’unica risposta al mio stupido quesito è stata che in questi pietosi casi una femmina sa essere crudele e rigida al punto giusto, mentre un maschio è soltanto disarmante nella sua ingenuità.

Tu sei sdraiata in quel maledetto lettino, un letto mozzato dagli insulti delle povere donne, nuda e con le gambe aperte, la posizione più vulnerabile che il corpo di una donna possa esprimere, guardi in alto e scopri gli occhi azzurri di una mammana che traffica dentro la tua “puta” con il manico di un aspirapolvere o con i ferri per la maglia e non capisci se quegli occhi erano gli stessi che hai visto maniaci nei maschi che hanno sempre cercato il loro piacere sopra il tuo corpo.

Quegli occhi crudeli ho visto tutte le volte che per amore ho ucciso.

Marcos non voleva figli e io ancora devo capire se la sua era una libera scelta o la paura dei mancati guadagni legati alla mia gravidanza.

Io ero la sua puttana e la sua donna nello stesso tempo; come puttana gli consegnavo per contratto cinque milioni a settimana e come donna lo amavo sin da quando mi ero imbarcata per la Sicilia e avevo incontrato i suoi occhi azzurri sopra il mio corpo di gazzella.

Marcos aveva gli occhi azzurri.

Con lui, solo con lui, riuscivo per suggestione a vivere l’orgasmo, nonostante la mia mutilazione: la psiche fa miracoli nel bene e nel male.

Per convincerlo a lasciarmi tenere il figlio, ogni volta che mi scaricava davanti alla casa della morte per abortire, mi scioglievo in suppliche e in lacrime, gli promettevo che avrei continuato a lavorare e con maggior profitto, perché i miei clienti erano attratti dal far sesso con una donna incinta e, se poi era una negra, lo sballo era assicurato insieme a una tariffa più alta.

Immancabilmente mi ritrovavo con una ferita aperta e una colpa in più, un ovaio in meno e un utero sfibrato, ma sempre devota come una santa a un uomo che non voleva un figlio da me semplicemente perché avrebbe dovuto fare i conti con i suoi sentimenti di padre e i suoi floridi guadagni; io penso che non avrebbe sopportato che suo figlio avesse come madre una puttana.

Eppure immancabilmente Marcos mi fecondava con precisione chirurgica e con perversione inconsueta; egli era abile anche nel provocare il suo istinto paterno e nel negarlo, dal momento che si sentiva appagato dal buon esito del suo seme dentro di me.

E io da buona negra lasciavo fare e ho sempre lasciato fare al pensiero che fosse amore.

E io da buona negra non sono stata diversa dalle donne della mia tribù per stupidità o per paura della solitudine.

Io ero una bambina debole e soltanto con il tempo ho acquistato una forza incredibile per sopravvivere, ma oggi mi ritrovo a essere una donna fragile e piena di sensi di colpa.

Nelle situazioni più tragiche mi ripetevo che ero la creatura più forte del mondo e che come Kuntakinde ce l’avrei sempre fatta, se non altro per potermi vendicare; l’odio mi dava energia, tanta energia.

Dall’odio ho attinto sempre quella forza che oggi non riesco a trovare neanche al supermercato nel bancone delle trippe, forse perché ho perdonato tutto e tutti, forse perché ho avuto la fortuna di conoscere l’amore, forse perché sono una povera negra, forse perché sono un’incurabile malata di mente e basta.

Io oggi sono l’ombra di me stessa.

Io non mi riconosco più”: queste parole uscivano dalla bocca di una povera donna bianca, una mia vicina di casa, prima che si tuffasse dal terzo piano in preda alle allucinazioni degli psicofarmaci che ingoiava a gogò per curarsi la depressione.

Anch’io mi dico e mi ripeto che sono l’ombra di me stessa e che non mi riconosco più, ma non ho il coraggio di uccidermi in nessun modo perché io sono già morta e non solo una volta, ma tante volte.

Spesso penso che i miei atteggiamenti cercano la compassione degli altri e che la mia infelicità tenta di provocare nel prossimo un meschino senso di pena.

Eppure non cambierei mai la mia vita con un’altra vita; la mia vita è stata eccezionale e io ne sono fiera.

L’orgoglio non è una dote dei negri, ma io sono un’eccezione.

I deboli sono il pasto dei forti”: così disse la leonessa alla gazzella mentre le squarciava il fianco con i suoi denti aguzzi.

Ubi maior, minor cessat”: così disse il leone alla leonessa sottraendole la preda.

C’è sempre qualcuno più forte e più in alto che ti può far male e, se non lo fa, è solo perché è pigro; per trovare un dio non c’è bisogno di volare in cielo.

Il potere è su questa terra ed è sempre dei violenti.

Nel tempo ho capito che ero una bella gazzella della foresta, alta, affusolata, i seni a punta e le cosce lunghe; gli unici difetti, l’esser negra e mutilata, erano compensati dalla richiesta venale che veniva dai maschi occidentali e, quindi, diventavano ulteriori pregi nella mia semplice riflessione.

Della mia razza possiedo la mandibola pronunciata e le labbra rigonfie, i tratti delle scimmie, ma io sono Ascingha, la carezza del vento, una donna negra della foresta e appartengo alla tribù Isciu; ancora oggi sono molto bella, nonostante il tempo e le sofferenze.

Secondo Marion io sin da adolescente ero buona per fare la puttana in Europa, io ero un bene della natura che doveva trasformarsi in un affare degli uomini, io ero un’eroina greca da sacrificare al dio quattrino, un dio di altri.

Tutto questo rientrava nel vangelo di Marion, una negra rinnegata e la civetta dei trafficanti di schiave.

Marion ha deciso la mia vita e nessuno mi ha difeso; io ero pienamente caduta nella sua trappola.

Marion adesso deve morire, deve pagare le sue colpe in nome di Ascingha, di Aggun, di Guen, di Memuna e di tutte le donne negre senza clitoride che ha costretto per sopravvivenza adAggun,foresta,giungla,macai, aprire le gambe davanti a uomini malati e a essere sfruttate economicamente dai suoi complici.

Marion deve morire !

Io la cercherò in lungo e in largo per il mondo, la troverò in qualche puzzolente bastimento che dall’oceano Atlantico viaggia ancora verso il mar Mediterraneo in compagnia di altre adolescenti negre da vendere come puttane presso i popoli civili del vecchio continente, la trascinerò nella foresta dei monti Loma e la darò in pasto ai topi e ai serpenti legandola all’albero del dolce “macai”.

Marion deve morire e io sento il dovere di vendicare migliaia di donne negre ridotte alla schiavitù, costrette a prostituirsi per arricchire uomini violenti e umiliate nella loro dignità umana.

Se questo è un delirio o un segno del mio squilibrio mentale, ebbene, io sono felice di essere pazza; quest’odio e quest’attesa danno forza e senso alla vita che ancora mi resta, una vita da consumare lontana dall’Africa e in una città, Venezia, che non amo e in mezzo a gente che non mi ha mai amato e che io non ho mai amato.

Il bilancio è sul tappeto davanti ai miei occhi ed è nettamente fallimentare al di là delle apparenze, ma si sa che tutto quel che brilla non è sempre oro o diamanti anche se proviene dalla Sierra Leone.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

05 / 10 / 2.000

Per tutta la settimana sono stata angosciata da questa immagine: lo sguardo implorante di Mutu.

Questa scena non mi ha abbandonato un solo istante del giorno e della notte.

Come se tutto questo non bastasse, stamattina ho rivisto Mutu al supermercato negli occhi pieni di pianto di un bambino negro che chiedeva una scatola di cioccolatini alla madre, altrettanto negra e povera come la miseria.

Ho rivisto lo stesso sguardo implorante di Mutu prima di abbandonarlo ai topi e ai serpenti della foresta in quel maledetto giorno.

Ho sentito subito l’odore dell’Africa misto al dolore del ricordo; quella donna, quella madre era originaria del Senegal, Dakar per la precisione, una città che nella cartina geografica si trova sopra la mia prima casa.

Mi sono sentita salire dalle budella l’istinto di caccia e con malagrazia ho investito di parolacce in lingua Isciu questa madre ingrata che per una scatola di cioccolatini faceva piangere il proprio figlio, un bambino così dolce, così bello e così indifeso.

La donna ha decifrato dal mio tono buona parte delle insolenze e da negra sottomessa si è fatta da parte e mi ha permesso, penso anche volentieri, di comprare quello che il bambino desiderava, una scatola di barrette al latte della Kinder.

Incredibile, ma vero: quella povera negra non aveva duemilaquattrocentoventi lire per comprare un astuccio di cioccolatini al proprio bambino.

Io sono orgogliosa e tirannica: buon sangue non mente.

Ho detto al direttore del supermercato, un mezzo uomo dalla testa rapata, che in futuro avrei risposto finanziariamente io, Jasmine Tirindelli, per tutto quello che la sorella africana e il suo tenero bambino avrebbero desiderato.

Sono titolare di una carta “oro” della C.I.S.A. e il credito è illimitato; questo lo dico e lo affermo tanto per intenderci e per mettere i puntini sulle “i” !

E il direttore, una mezza cartuccia dalla pelle sbiadita, sa molto bene che la mia è una carta “d’oro” ed è bene che non lo dimentichi.

La donna africana si chiamava Garit e il figlio aveva un nome occidentale, George; è stato un vero delitto aver privato il bambino della sua identità africana, perché dal colore della pelle capirà sempre che il nome non gli appartiene e lo rende inevitabilmente un bastardo.

Io l’avrei chiamato Misciu, “colore della pioggia quando c’è il sole”.

Ma Garit e George per me non erano Garit e George.

Ho pensato che in effetti erano Aggun e Mutu; Garit e George si chiamavano Aggun e Mutu ed erano venuti a trovarmi in segreto per scrutare la mia reazione, ma io li ho subito riconosciuti e sono stata al loro gioco soltanto per non deluderli.

Se ci provano gusto a giocare, non vedo il motivo per cui io non debba stare al loro gioco; conosco le regole del gioco, per cui lasciamoli giocare.

Si vede da mille miglia che sono Aggun e Mutu: altro che Garit e George.

Che fantasia, Garit e George !

E’ proprio vero che la vita nella foresta aizza l’immaginazione a dilatarsi all’infinito.

Aggun e Mutu fondamentalmente non mi perdonano di averli abbandonati o, meglio ancora, non mi perdonano di non aver fatto niente per non abbandonarli.

Cambia come vuoi l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia: Ascingha è stata bastarda e continua a essere bastarda.

Adesso vogliono giustamente punirmi.

Ma io finalmente posso riscattare le mie colpe e per farmi perdonare li riempirò di cibo e di regali.

Sarà anche facile riavere il loro affetto, perché le donne africane sono remissive e i bambini negri sono teneri, ma soprattutto adorano la cioccolata perché non sporca il loro viso.

Non esistono al mondo donne così dolci come le donne africane e bambini così belli come i bambini negri; li riconosci subito dai seni a pera e dagli occhi grandi.

Non esistono al mondo donne così dolci con le gambe allungate e i polpacci rigonfi.

Speriamo che non diventino schiave o puttane.

Non esistono al mondo bambini così belli con gli occhioni bianchi e le pupille nere come i bambini negri.

Speriamo che non diventino mai grandi.

Quando crescono, i bambini negri diventano brutti e crudeli come le scimmie con cui hanno giocato nella foresta.

Quando crescono i bambini negri si trasformano in esseri inferiori, perché la loro pelle ha assorbito fino in fondo il colore.

Io non mi vergogno di essere negra.

Non ho più voglia di parlare; sento che oggi c’è qualcosa che non gira bene nel mio cervello e voglio risparmiarmi la derisione che inevitabilmente mi cadrà addosso quando ripenserò alle idiozie che ho detto.

Mi fermo volentieri e chiudo con dignità.

Oggi non è la giornata giusta per perdermi piacevolmente nei ricordi, perché mi sono abbondantemente smarrita nella realtà.

La memoria è anche una pessima compagna di viaggio.

Ritorno a Venezia.

Bonjour monsieur le docteur.

 

 

CAREZZA DEL VENTO

28 / 09 / 2.000

Ieri, durante il pranzo, il generale Biagio Tirindelli, mio marito per intenderci, ricordava che ai disertori era comminata in tempo di guerra e con processo immediato la pena di morte per fucilazione e si vantava di aver dato egli stesso in alcuni casi l’ordine di sparare sia da giovane tenente nel deserto durante la compagna d’Etiopia e sia da affermato capitano nelle verdi colline del Veneto durante la Resistenza.

Si vantava” !

Ho detto bene, “si vantava” e lo vivo con raccapriccio questo “si vantava”.

Io lo trovavo semplicemente assurdo e ho avuto paura dell’uomo che mi stava accanto, di quell’uomo vanaglorioso e violento che sosteneva con passione la sua crudeltà e giustificava fanaticamente l’assoluta giustizia della pena di morte, sia pur in tempo di guerra.

Ingenuamente gli ho chiesto se avesse mai sofferto di incubi e se nei suoi sogni si fossero mai presentati i volti disperati di quegli uomini che aveva fatto fucilare, seduta stante e senza difesa, per l’effimero bene della patria e per l’ignobile senso del dovere.

E’ seguita una squallida discussione sulla pena di morte e sul suo uso inumano in tempo di pace e in alcuni paesi civili del mondo; il discorso si è poi trascinato con ulteriore pena sulla schiavitù dei negri africani e sulla crudeltà dei bianchi americani.

Da quando ho cominciato a capire e a riflettere, ho nutrito un’avversione ragionata verso la variopinta razza degli “united states” e noto sempre con piacere che da buona negra quest’ostilità calcolata diventa anche viscerale e mi compiaccio del fatto che mi si infila nelle budella e mi esce dal buco del culo sotto forma di diarrea.

Perdoni la volgarità dottore, ma non so trovare altre parole per dire quello che veramente sento.

E poi il linguaggio colorito è per la povera gente l’unico condimento della minestra quotidiana, quella solita minestra che è stata sempre servita ai più deboli e agli indifesi senza il sale della ragione e senza il pepe del buon senso: altro che amore universale o diritti umani !

Il sentimento dell’odio verso tutti i negrieri si esalta nel ricordo delle mie radici, dei miei padri, delle mie madri, dei tanti maschi e delle tante femmine con la pelle nera e le labbra pronunciate che dall’Africa sono stati trasportati in catene e dentro le stive dei bastimenti al di là dell’oceano dai mercanti bianchi, ma, nel momento in cui aspetto che l’ostilità cresca, avverto chiaramente un senso di rabbia contro la mia stessa gente e contro tutti gli africani dalla pelle nera e dalle labbra pronunciate, perché non si sono mai ribellati ai loro aguzzini e si sono lasciati trasportare in catene e dentro le stive dei bastimenti al di là dell’oceano dai mercanti bianchi come se fossero delle scimmie.

Concludo che noi negri africani siamo stati e siamo un razza inferiore e carne da macello, perché non ci siamo mai ribellati a quel padrone bianco che ci ha sempre annientato a suo piacimento.

Una negra africana che odia la sua razza non può che odiare in primo luogo se stessa e forse sarà vero anche questo, ma io non ho mai desiderato di avere la pelle bianca.

Io sono un animale selvaggio della foresta e una carezza del vento, per cui mi strofino sulle chiappe tutte le congetture che si possono tirare fuori dai mille discorsi delle persone cosiddette per bene e civili, cumuli di parole che non portano a niente di chiaro, di vero, di certo e d’immediato.

Almeno spero che sia così.

Ricordo che durante la fuga Marion parlava di Freetown, la capitale della Sierra Leone che allora non conoscevo; diceva che il nome significava “città libera” e che era stata fondata da ex schiavi negri ritornati in Africa dall’America.

Il mio paese è stato fondato sul valore della libertà da ex schiavi orgogliosi del colore della loro pelle e dell’odore del loro sangue, ma gli africani di oggi non penso che siano effettivamente liberi ed emancipati; la rivincita delle crudeltà e delle angherie, subite nel tempo passato dall’uomo bianco, si è trasmessa nei geni, ma si è ritorta contro i propri fratelli neri.

Io odio la mia gente, io odio le mie radici, ma sono orgogliosa dell’odore del mio sangue e del colore della mia pelle; io sento addosso la vergogna implacabile di essere fuggita dall’Africa, di avere abbandonato la mia terra, di essere l’ingrata figlia di una madre a suo modo generosa.

In questi momenti mi assale la nostalgia e mi viene il mal d’Africa, il male presente di un male antico, l’Africa.

La fuga è sempre stampata sulla mia pelle e in qualsiasi luogo io porto il mio corpo si legge: “questa donna negra è colpevole di essere fuggita dalla sua terra e di essere andata in Occidente tra gli uomini bianchi per farsi sfruttare come i suoi padri.

Questa donna negra, quindi, non merita alcuna comprensione, ma soltanto la giusta punizione.”

E io fuggo ancora, fuggo sempre e mi nascondo perché non posso camuffarmi in nessun modo: il colore della pelle, il nero, mi tradisce dappertutto, ma non in Africa.

La fuga non è mai una soluzione e tanto meno la giusta soluzione specialmente per chi ha la pelle nera.

I problemi non si risolvono partendo da un inferno alla ricerca di un paradiso che non troverai mai e soltanto perché esiste nella mente degli ebeti.

La fuga è la strategia dei poveri e dei deboli; io mi sento povera, ma non sono debole e la mia vita conferma la mia forza in ogni sua conquista e in ogni suo dolore.

Fuggendo sentivo di cambiare in meglio e in tutti i sensi, ma avvertivo anche la colpa di chi lascia gli altri per salvare se stesso, di chi non ha più diritto di replica perché è andato via dalla propria casa, di chi ha soltanto il torto marcio di aver rinnegato le proprie radici, di chi, per vivere un po’ di più e per morire un po’ più tardi, ha tentato inutilmente di dimenticare se stesso in mezzo a persone ostili e di un altro colore.

Chi fugge mostra il culo, ma chi ritorna mostra la faccia.

Questo è mal d’Africa !

Questo è il vero mal d’Africa: parola di africana !

Navigando dentro la stiva maleodorante di quel bastimento chiamato “suregai”, “amante del mare” quasi a esorcizzarne la paura, stretta ad Aggun pensavo in positivo filando dietro i suggestivi messaggi di Marion, la civetta della banda, l’anello africano della tratta delle negre, un maledetto traffico che arricchisce pochi criminali e non interessa i benpensanti del resto del mondo.

Tra le zanne d’avorio di poveri elefanti e alcune bertucce rinchiuse in gabbia c’eravamo noi, alcune ragazzine negre, sporche e mezze nude, che sognavano le illusioni di Marion con gli occhi di Marion, la sola persona conosciuta e con cui si poteva comunicare.

E Marion, dall’alto dei suoi pantaloni in jeans e della sua maglietta attillata, diceva con calma e per rassicurarci: “sopra l’Africa nera c’è l’Europa bianca, la terra della libertà e del benessere, al di là dell’Africa nera c’è l’America variopinta, la terra dei nostri padri; voi andate in un mondo che non riuscite neanche a immaginare e che io non posso descrivervi.”

Marion aveva un album di fotografie a cui mancava la parola, ma che a suo modo parlava da solo: donne bellissime e uomini affascinanti, città e palazzi, luna park e centri commerciali, macchine e autostrade, insegne luminose e progresso, coca-cola e pop-corn; tutto questo era a portata di mano e bisognava soltanto afferrarlo andando da un’altra parte del mondo, al di sopra e al di là dell’Africa.

Il benessere era dappertutto, ma non era in Africa.

Chissà perché, il benessere era dappertutto, ma non era in Africa.

La stessa Marion, ben vestita e ben curata, era lo specchio della nostra futura immagine; noi saremmo diventate tante Marion come le Barbie messe in fila a Natale nella vetrina di un negozio di giocattoli per attirare l’ingenuità delle bambine e per assolvere i sensi di colpa delle madri.

Marion gridava con forza a chi supplicava una parola di conforto in tanto trambusto: “voi migliorerete in tutto, andate finalmente verso la civiltà e verso il progresso.”

Non c’era alcun motivo per essere perplesse e angosciate; Marion era ben visibile e a portata di mano e tu potevi struccarle le natiche o palparle i seni, se avevi bisogno di capire che eri sveglia e che non stavi sognando.

Tutto era certo, non c’era nessun trucco e nessun inganno; Marion era lì, in carne e ossa, insieme a noi e soltanto per aiutarci a ribaltare i nostri destini di adolescenti infelici e povere in vite reali di donne ricche ed appagate.

Nessun dubbio aveva ragione di esistere nei nostri cuori, più che nelle nostre ignare menti; nessun punto oscuro aveva ragione di esistere in tanta luce.

Marion riempiva i nostri occhi impauriti di un’eccitazione oscena, animava le nostre speranze con la forza dell’evidenza, gonfiava a dismisura i nostri sogni con l’ossigeno della realtà, dava fiato a ignoti desideri maturati all’ombra di opportunità soltanto immaginate, portava la luce della coscienza dove prima c’era il buio dell’ignoranza.

Ma noi non sapevamo di entrare in Occidente da schiave.

Noi non sapevamo di andare nel paradiso degli altri.

Noi non sapevamo di andare nell’inferno degli altri.

Noi non avevamo paradiso e inferno, oltretutto di noi stesse e delle nostre cose ignoravamo quasi tutto, ma qualcuno stava preparando anche il nostro inferno.

Ho detto giustamente “da schiave” e non “da puttane”, perché la sessualità per noi adolescenti della foresta africana non era un tabù culturale e non comportava assolutamente un conflitto morale o un peccato religioso come nei cuori mutilati degli abitanti del mitico Occidente.

Nella nostra stupida adolescenza eravamo già femmine nostro malgrado e senza alcuna vergogna, eravamo già femmine sessualmente mutilate e navigate senza alcuna colpa.

Nella nostra stupida adolescenza eravamo istintivamente portate come le leonesse della savana a essere l’oggetto del piacere dei maschi di qualsiasi età, in qualsiasi momento e in qualsiasi modo.

Ho detto all’italiana “oggetto del piacere”, in francese “objet du plaisir”, in inglese “plaisure object”, in tedesco “gegenstand der leidenschaft, in spagnolo “objeto do prazer”.

Dimenticavo !

Certo, non a caso stavo dimenticando che nella nostra cultura esisteva da sempre un maledetto rito, oltretutto cruento, che relegava le donne al ruolo biologico di femmine, il “kunnalindu”, la castrazione delle bambine.

Le femmine degli Isciu non erano donne, ma soltanto strumenti sessuali, femmine e basta.

Le poche e maledette vecchie della tribù, quelle femmine che la morte aveva dimenticato perché ancora non avevano espiato le colpe commesse contro la loro stessa natura, nel giorno in cui decidevano che una bambina era pronta per il maschio, la trascinavano nella foresta e con una selce affilata o un coltellino di latta le tagliavano alla radice grandi labbra e clitoride, gli organi del piacere, per poi completare l’opera incidendo l’imene, se ce n’era bisogno.

La bambina, forse, aveva vissuto sei o sette volte la stagione dell’inverno.

Questa cruenta e crudele operazione chirurgica acquistava il macabro sapore della superstizione, un rito condito con il sale del sacro, una sacralità servita nella versione primitiva della stregoneria, per cui era ritenuto un pesante sacrilegio ribellarsi alla volontà della Madre Natura o della grande Scimmia.

Lo Spirito della foresta esigeva la continuità del rito e chiedeva sempre giovani vittime per il suo riconoscimento; i ministri del culto erano quelle donne che avevano superato la soglia della fertilità e del desiderio, ma non quella della gelosia e del rancore.

A tutti gli effetti l’essere femminile era sacrificato al potere culturale del maschio.

Quest’ultimo rinunciava al senso di potere legato alla deflorazione e assoggettava definitivamente le femmine del gruppo al suo piacere e al suo piacimento, ritenendole soltanto femmine e imprigionandole in questo ruolo biologico.

E così ancora bambina ti trovavi incinta senza capire cosa ti era successo e senza sapere il come e il perché; ti avevano riempita tanto e in tanti.

La condanna alla maternità era in molti casi una condanna a morte; se riuscivi a schivarla, era pronta per te una nuova gravidanza senza variazioni sul tema e tutto fino a quando non tiravi le cuoia sotto il bel cielo africano e nell’indifferenza della tua stessa gente.

La sterilità era una fortuna per una femmina, perché le permetteva di continuare a vivere senza il rischio ciclico di morire; pur tuttavia, prima o poi i maschi si accorgevano della sua fortuna e la rifiutavano di brutto o perché non aveva l’odore giusto per attizzare il “bilingo” o perché aveva la capacità di frustrarne l’orgoglio.

I maschi Isciu non avevano il senso della paternità, ma possedevano alla grande l’istinto di procreare e, di istinto in istinto, il cetriolo andava sempre a infilarsi nel culo del povero ortolano.

Quando ne parlavo con maman Immè, ricordo che lei tirava in ballo le teorie di Darwin, ma il perché in questo momento mi sfugge.

La maternità era una condanna a morte e la preparazione della bambina per il maschio era un rito infame, una pratica messa in atto dalle stesse femmine secondo le regole di una violenza culturale che si risolveva in una forma di sottomissione al maschio; le femmine si castravano tra di loro e soltanto in questo modo affermavano la loro presenza all’interno del gruppo.

La femmina non era soltanto assoggettata in tutti i modi e in tutti i sensi, ma era anche coinvolta direttamente nel suo martirio, il ”kunnalindu”.

La femmina era, inoltre, indegna del suo corpo e del suo orgasmo; in poche parole non aveva il diritto naturale di godere della sua sessualità, perché il privilegio maschile si estendeva a macchia d’olio anche sull’aria che con discrezione respiravi.

Nascere maschi era la sola miserabile fortuna che poteva capitare a chi era già stato disgraziato per essere nato in Africa e tra povera gente.

Noi femmine, oltre che negre e castrate, eravamo già schiave per cultura e subivamo il potere dei maschi secondo un principio biologico innaturale ed elaborato nella notte dei tempi dagli stessi maschi.

Noi femmine non eravamo state certamente consultate sulla necessità metafisica del “kunnalindu” o tanto meno sull’opportunità erotica dello stupro o tanto meno ancora sul principio filogenetico della fecondazione perpetua; in compenso questa sessualità negligente e questo piacere a senso unico erano privi di sensi di colpa, perché non infrangevano le leggi di uno stato che non c’era o i comandamenti di un dio che non esisteva.

Era una magra consolazione, ma almeno i sensi di colpa non potevano attecchire nei nostri poveri cuori; da questo punto di vista e soltanto da questo punto di vista io posso gridare a pieni polmoni e a chi mi provoca “viva l’Africa” e “abbasso l’Europa” e il resto del mondo civile, perché, mi ripeto, almeno i sensi di colpa e i divieti sulla sessualità non abitavano presso i popoli incivili.

Noi femmine africane, oltre che negre, eravamo costrette, più che educate, sin dall’adolescenza a vivere la “puta” come un organo inferiore, oltretutto mutilato e sensibile soltanto al dolore, ed eravamo naturalmente portate a giustificare questa triste realtà come un oscuro segno del destino femminile in un mondo occupato da maschi violenti.

Noi femmine africane assorbivamo i riti e i costumi sessuali della nostra tribù come una necessità naturale e spiegavamo tutto quello che ci cadeva addosso e ci succedeva intorno con la realtà dei fatti e con l’impossibilità del diverso o del diversamente; del resto, non riuscivamo a immaginare altri modi di intendere la propria persona, di vivere il proprio corpo, di organizzare la propria vita e di sentire la propria sessualità.

Ci avevano fregato nella notte dei tempi e continuavamo a fregarci da sole nella luce quotidiana, ma senza l’intervento di un dio cattivo che non gradiva che tu facessi “pen-pen” con il maschio che ti cercava.

L’orizzonte del mondo per noi femmine Isciu si chiudeva con la linea arcuata dei monti Loma e con la linea orizzontale della verde savana, mentre l’universo si estendeva al cielo che amorosamente, nel bene e nel male, ci ricopriva.

La nostra incapacità a pensare e la nostra debolezza a reagire facevano la forza e il successo di Marion o di tutti i benefattori delle femmine negre.

La nostra fatalistica naturalezza sessuale, non certo la nostra perversa disinibizione, era incredibilmente destinata a una nobile missione: assolvere le antiche debolezze sessuali di quei mitici uomini dell’Occidente che avevano debellato il tifo e la malaria, ma non sapevano fare a meno dei benefici effetti di una “puta” esotica per il loro “bilingo” malato.

E fu così che sbarcammo in Sicilia da schiave, per svolgere la nobile missione di puttane.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

21 / 09 / 2.000

Ho sofferto moltissimo durante questa settimana; il pensiero della morte mi ha seguito dappertutto, mi ha sempre ossessionato e, del resto, non poteva essere diversamente perché quello che hai dentro viene fuori prima o poi, non ti risparmia, anzi, ti logora di volta in volta e con gli interessi raddoppiati.

Io sono piena di morte.

Io sono stata sempre incinta di morte: uno splendido fantasma e un pessimo figlio.

In passato intuivo questa amara verità e sentivo questa indesiderata gravidanza; per non soffrire le abbandonavo entrambe immediatamente e proprio là dove le avevo incontrate o si erano proposte.

Mi rifiutavo di essere una tomba squallida o un sarcofago decorato.

Questa verità e questa gravidanza ricomincio a sentire sulla mia pelle; la conferma arriva sempre spietata nelle situazioni più disparate, ti fa bene e male allo stesso tempo, ti ossessiona il cervello, ti logora la materia grigia e ti sfrega le cellule senza risparmiarti un sordo dolore.

Nonostante la mia bellezza e la mia vitalità, io sento di essere un cadavere e di puzzare sempre e ovunque di morte.

Dentro questi seni a punta da negra della foresta non c’è latte per nutrire un bambino, c’è soltanto crudeltà, c’è soltanto morte.

Quello che sento non è il profumo della mia pelle e della mia casa, ma l’odore del marcio; quello che mi porto dentro è la puzza della morte, il tanfo di un corpo che vive una lenta inesorabile decomposizione.

Del resto, Ascingha è figlia dell’Africa e l’Africa odora di marcio, perché sotto il sole tutto marcisce e si trasforma in deserto, solitudine e rabbia.

L’Africa puzza di marcio, l’Africa imputridisce sotto i raggi di un sole che dà sempre la morte e soltanto la morte.

Come si capovolgono anche i simboli sulla scia del clima e dei vissuti degli uomini; per gli occidentali il sole è il simbolo della vita e la notte è il simbolo della morte, mentre per gli africani è tutto all’incontrario, la notte fresca e umida rappresenta la vita, mentre il sole uccide ed è l’immagine spietata della fine.

Maman Immè diceva sempre che l’unico uomo dell’Occidente che la pensava all’africana era il principe di Lampedusa e leggeva per consolarmi i brani più significativi del “Gattopardo”.

Come i raggi del sole la morte ti segue dappertutto ed è sempre una magra consolazione ritenersi fuori dalla mischia, almeno per quel momento; prima o poi tocca anche alle tue spalle portare il peso di quei tanti desideri che non ti sono mai caduti addosso dal cielo e che sono rimasti sornioni in alto a decorare l’albero di natale e a sbalordire i bambini infelici con il naso all’insù.

E così succede che di notte non riesci a dormire perché rivedi lo sguardo di chi hai in qualche modo ucciso e allora senti l’ombra della morte che avvolge il tuo corpo colpevole e disteso sul letto in attesa della giusta punizione.

La morte è là, sopra di te e tu la senti nell’aria che non respiri per non fare rumore e per paura che lei, sempre la morte, si accorga di te, ti prenda e ti porti via come la strega, costringendoti a lasciare con dolore i quattro stracci che sei riuscita a racimolare nella tua vita e che ti circondano ormai con derisione e in segno di sfida.

A questo punto inizia il tragico film: Ascingha rivede Mutu, un bambino di qualche anno appena, una creatura che soffriva d’asma, Ascingha rivede se stessa mentre abbandona Mutu davanti una piccola grotta della foresta.

Alcune femmine della tribù mi avevano costretta ad abbandonarlo perché era malato.

Io non c’ero !

Alcune femmine snaturate della tribù costrinsero una povera bambina, che aveva soltanto la colpa di essere nata in quel posto ingrato e in mezzo a quella gente crudele, a uccidere un povero bambino che, a sua volta, aveva soltanto la colpa di essere asmatico.

L’assassina era una povera bambina.

Io non ero, perché io non c’ero !

Allora inutilmente fuggo e ancora inutilmente torno a fuggire, ma la scena crudelmente incalza e si ricompone di fotogramma in fotogramma, l’angoscia sale dallo stomaco, afferra e paralizza il cervello posato sopra il cuscino e io ho soltanto la possibilità di rivedere inesorabilmente la verità, sequenza dopo sequenza: Ascingha ha in braccio Mutu, sente il suo respiro affannato, si trova all’ingresso della grotta e con forza lo strappa dal suo corpo, lo mette a terra nel fango di una culla fatta da due pietre nere, vede il suo sguardo che implora pietà, sente che il suo respiro è diventato un rantolo e si allontana lasciandolo preda inerme prima dei topi e dopo dei serpenti.

L’assassina era una povera bambina.

Io non ero, perché io non c’ero !

I ricordi sono più angoscianti dei fatti.

Penso e ripenso a Mutu, alle sue pupille nerissime come l’ebano e lucide come il vetro dentro il colore bianchissimo degli occhi, quegli occhi che ancora oggi mi guardano dal cielo e mi chiedono la ragione di tanta crudeltà.

Quegli occhi bellissimi e soffocati dalla malattia mi perseguiteranno finché sarò viva.

Questa non è una suggestione paranoica, caro dottore, ma la verità, la sola verità che ritorna e si ripresenta ogni notte nella mia solitudine.

Mutu non doveva morire !

Mutu non doveva morire in quel modo: senza parlare e senza piangere.

Mutu aveva diritto di vivere e oggi deve sapere quello che io stessa allora non capivo, Mutu è quell’angoscia che ancora mi consuma come un rimorso assurdo, non si placa mai, mi urla dentro fino allo sfinimento e manda il mio cervello in tilt epilettico.

Quel rimorso oggi mi distrugge appena affiora alla mente con tutto il suo carico di irreparabilità.

E’ terribile per me prendere coscienza che tutto è stato in quel modo e non si può modificare di una virgola.

Ma cosa poteva fare una povera bambina negra e idiota ?

Cosa poteva fare e cosa poteva dare una bambina infelice che aveva rispetto a Mutu soltanto la fortuna di essere in salute almeno in quel momento ?

Cosa poteva fare quella bambina ?

Qualcuno mi dica e, se può, risponda a questa domanda che si rivoltola nel mio cervello e lo strizza come un tubetto di dentifricio.

Cosa poteva dare quella bambina ?

Io non so trovare a quest’incubo una soluzione che non sia il delirio della follia.

E dopo che tu lo hai ucciso senza coscienza e su ordine possibilmente di quella stessa femmina che si era fatta negligentemente ingravidare da qualche “bilingo” in calore e senza amore l’aveva partorito, così dopo questa tragedia arrivi nel vecchio continente e vieni a sapere che bastava una pastiglietta rosa di cortisone, un “bentelan” rosa, per salvare la vita a Mutu.

Bastava una pastiglietta rosa di cortisone e oggi il piccolo Mutu risponderebbe ancora al mio dolce richiamo e io non soffrirei più di un male veramente inguaribile.

Ma Mutu non risponde al mio richiamo: Mutu tace.

Mutu dorme ingiustamente il sonno degli innocenti.

Mutu è stato dato in pasto ai roditori e ai serpenti della foresta forse per scelta della stessa madre.

Mutu non voleva morire !

Quando mi guardava con i suoi occhi neri, Mutu chiedeva soltanto aiuto e non voleva di certo morire.

Mutu voleva vivere.

Quegli occhi, da allora, io sento conficcati nel mio cuore come una spina di acacia e da allora, per non odiare e distruggere me stessa, ho cominciato a odiare e distruggere le femmine del villaggio, per cui mi è stato sempre più naturale rifiutare la sottomissione e la passività delle madri, doti bastarde che stanno a metà tra il destino infame e la biologia ingrata.

Senza modelli da imitare e senza identità da ricercare, lentamente e senza rimpianti mi sono convinta che Ascingha non si poteva ridurre a quella “puta” che mi ritrovavo mio malgrado tra le gambe e per giunta mutilata del clitoride e delle grandi labbra; Ascingha non si poteva ridurre a un ruolo affibbiato dai maschi della tribù in onore di un “bilingo” da lasciar infilare a piacimento nel tuo buco per riempirlo in ogni senso.

Non volevo esser femmina e non volevo esser maschio.

Entrambi i sessi mi davano la nausea, per cui preferivo essere quell’odio che mi trovavo dentro e mi portavo in giro.

Le femmine africane sono inette e con il clitoride si sono tagliate da sole qualsiasi istinto e qualsiasi sentimento.

Io non sono mai stata e non voglio essere una di loro !

E così Ascingha, di sospiro in lacrima, si è illusa di poter dimenticare, si è illusa di dimenticare; di poi, di dolore in nostalgia, Ascingha ha cominciato a desiderare la morte per raggiungere il bene che non poteva più riavere tra le sue braccia, gli occhi neri dentro il bel viso e il corpicino vivo di Mutu.

La fuga è stata la mia prima morte !

La fuga dalla mia gente e dalla mia terra è stata l’esca per afferrare quel qualcosa di diverso che si offriva subito e a portata di mano.

Del resto la compagnia di Mutu non mi mancava perché lo portavo sempre dentro il mio cuore e pensavo che forse con la fuga anche la sua morte avrebbe acquistato un senso, un senso assurdo, ma pur sempre un senso almeno per la mia vita.

Mi sono volentieri costretta a morire in qualche modo e da qualche parte per espiare la mia infame colpa.

E ancora oggi, per giustificare la mia sopravvivenza, vado gridando in giro come una pazza: “un bentelan, datemi un bentelan, quello dal colore rosa, quello che avrebbe salvato la vita al mio piccolo Mutu.”

Pensi, dottore, bastava un “bentelan”, quel “bentelan” che adesso porto sempre nella borsetta senza essere asmatica, ma solo per salvare la vita a un altro piccolo Mutu, un bimbo dagli occhi neri che senza parlare sapeva chiedere molto bene.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

14 / 09 / 2.000

Raggiungere il suo studio ogni settimana diventerà per me un rito estremamente gradevole, nonostante la ripetitività; mi piace pensare che di giovedì in giovedì alle ore otto e venti attraverserò il ponte delle Guglie, arriverò alla stazione santa Lucia, mi fermerò all’edicola di Nane per prendere “La nuova Venezia”, acquisterò il biglietto, l’oblitererò, prenderò il treno delle otto e quarantadue per Udine, alle nove e trentuno scenderò alla stazione di Conegliano e appena fuori troverò il taxi che mi porterà a destinazione tra le verdi colline trevigiane.

Le abitudini sono rassicuranti e riempiono la vita specialmente dopo tante drammatiche traversie.

In questo mese di settembre l’odore dell’uva matura è molto acuto e l’aria profuma di mosto; la vendemmia è una festa della natura e degli uomini.

Io non ricordo niente di simile nella mia Africa; l’ambiente è decisamente ostile e le forze della natura sono dominanti.

Io ho un buon olfatto e fortunatamente non mi sfugge il profumo dell’uva appena vendemmiata e del vino appena spremuto.

Queste colline verdi e fresche sembrano finte per una donna vissuta tra il giallo e il nero dell’Africa e tra il grigio e il verde sporco di Venezia; queste colline somigliano a quelle dipinte dai bambini negli album da disegno, quando la maestra ordinava di tuffarsi a volo d’angelo dentro i colori e di buttar fuori le proprie emozioni.

I miei sensi sono ancora acuti come conviene a una donna africana della tribù Isciu e di nome Ascingha, “carezza del vento”, nata e cresciuta per anni nelle foreste dei monti Loma.

In Africa i sensi si esaltano per il forte calore e per la necessità di sopravvivere; gli uomini sono molto simili agli animali nei comportamenti e nelle reazioni.

A dire il vero l’odore del vino, quest’odore aspro e dolciastro, mi procura una nausea terribile quando affiora nella mia mente il ricordo di uomini ubriachi, pochi in verità, che mi hanno vomitato addosso mentre tentavano di svegliare il “bilingo” per godere della mia “puta” asciutta e distratta; questi sono gli inconvenienti di un certo lavoro.

Il calore, soprattutto il calore, è determinante per la vita dei sensi; man mano che ti sposti verso il nord e verso il freddo, ti rendi conto di perdere qualcosa nel corredo delle tue sensazioni.

Questa non sarà una legge universale, ma è la mia opinione e il mio vissuto: se punti a settentrione, perdi sempre in vitalità.

Io ho scelto, a mio modo, di lasciare l’Africa e sono stata costretta a risalire il mappamondo a bordo di uno sgangherato bastimento; il viaggio ha impresso sulla mia carne, di onda in onda, un oscuro senso di perdita che non riesco ancora oggi a sradicare, un’opaca sensazione di distacco che mi stringe ancora oggi la gola.

Ancora oggi !

E’ come se il tempo si fosse fermato sopra l’abisso del dimenticatoio, trattenendo le esperienze più significative della mia vita in attesa di lasciarle cadere definitivamente nel vuoto; è come se io con il cuore in gola tentassi di salvare questi frammenti di vita vissuta dal pericolo del nulla per l’angoscia di morire del tutto e per sempre.

Quel viaggio non è stato certamente il semplice trasferimento del corpo di Ascingha da un continente all’altro; io non posso dimenticare un viaggio che si riempiva, onda su onda, di un ambiguo simbolismo e oscillava come un pendolo tra il desiderio di vivere il nuovo e la colpa di abbandonare il vecchio.

Il piatto si è così condito nel tempo di una fatale inesorabilità che ha una sola verità e un solo sapore: tutto ciò che si lascia è definitivamente perduto e non può ritornare in alcun modo, neanche sotto la forma di un pupazzo di “peluche”.

Anche la morte s’inchina di fronte a ciò che non è stato vissuto e si poteva vivere.

Ricordo quel viaggio e sento chiaramente il freddo e lo sgomento che saliva dai miei piedi scalzi mentre percorrevo il sentiero che portava lontano dalla mia foresta sotto la guida di Marion e in compagnia di Aggun.

La foresta, la verde foresta !

Però, cos’era per me quella foresta ?

Era la mia casa sotto il cielo, un buco nero dell’universo che ben conoscevo e dentro il quale sguazzavo sicura come un’anatra quando le prime piogge formavano qualche pozza.

Mentre mi allontanavo da quel misero punto tutto nero, sentivo che una vecchia emozione scivolava dalla mia pelle e con il sudore si perdeva per sempre al suolo.

Eppure io, fuggendo, miglioravo la mia esistenza in ogni senso.

Marion era la prova vivente del salto di qualità e io potevo toccare il suo corpo con le mie mani nei momenti di dubbio più intenso.

Bastava saltare dalla sponda africana sopra un putrido peschereccio dal nome “suregai” e lasciare che i marinai puntassero la prua verso nord, sempre e solo verso nord, un punto cardinale magico per gli uomini che abitano le terre situate in basso rispetto al paradiso dell’occidente, quegli africani che si sentono inferiori rispetto ai popoli degli altri continenti e inevitabilmente per la vile legge della compensazione si stimano superiori rispetto ai loro fratelli; basta considerare le guerre civili che insanguinano il mio paese per avere un’idea dei misteri o dei paradossi dell’Africa nera.

Bastava fare un salto sopra un bastimento puzzolente di sardine e potevi conquistare gli antibiotici in farmacia, l’acqua in casa, il denaro in banca, i cibi nel supermercato, la legge in tribunale, gli slip in negozio, la plastica in ogni luogo, i pannolini in bustina, le tagliatelle ai funghi, la macedonia di frutta, il bidet in bagno, le aspirine effervescenti per i dolori mestruali, tanto di tutto o quasi tutto.

Chi più ne ha, più ne metta e alla fine non si senta povero il beneficiario e non si senta ingordo il beneficiato.

L’Occidente era l’anticamera del paradiso per una negretta primitiva della tribù africana degli Isciu; in Occidente si poteva anche stupidamente sperare di non morire.

Quanti bambini ho visto morire nella mia terra per la mancanza di un farmaco e quante donne malate non ho visto più ritornare dalla savana.

La foresta era il dio e il luogo sacro del dio, la divinità e il suo tempio; la foresta dava e riprendeva la vita senza dolore e senza rumore.

Era costume degli Isciu abbandonare i bambini malati e le poche donne vecchie nella foresta per lasciarli morire; quelli che restavano vivi, ritornando al villaggio, pensavano di averli affidati agli spiriti buoni e ai cicli generosi della natura.

Da un giorno all’altro e con estrema naturalezza in Africa si scompariva dalla scena della vita per inedia collettiva e per fatalistica rassegnazione.

Tutti mostravano assoluta indifferenza di fronte alla morte; il vago senso di necessità naturale dei sopravvissuti si mescolava alla noncuranza dei disperati, uomini ancora vivi che avevano la fortuna e la possibilità di vagare domani per la foresta e di ritornare alla propria capanna di fango prima della notte.

Quante volte non riuscivo a prender sonno, mi giravo sopra il pagliericcio e volgevo lo sguardo verso quella parte della foresta dove speravo di rivedere all’improvviso quel viso che da qualche giorno era sparito.

In questa ingenua attesa avvertivo un sentimento di gioia e un senso di tristezza, poi mi rassegnavo e sfinita dai desideri e dalle paure cadevo nel sonno.

Quanto l’ho atteso !

Quanto ti ho atteso, piccolo amore mio dalla pelle nera e dagli occhi nerissimi !

Eppure ti ho atteso, pur sapendo che non avevi gambe e piedi per camminare; io ti ho atteso lo stesso e ho desiderato che almeno il tuo dolce viso apparisse dai cespugli delle “nuree” almeno una sola volta per dirmi: “non piangere Ascingha, io ti ho perdonato.”

Io sono viva e aspetto ancora il tuo bel viso, ma sono sicura che qualcuno da qualche parte mi restituirà almeno il tuo dolce sorriso.

Non riesco a dire altro, dottore; in questo momento sento soltanto il bisogno di sparire.

Voglio tornare a casa, non mi sento per niente bene; speriamo che il tassista sia già fuori ad aspettarmi.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

PIEVE DI SOLIGO – 07 / 09 / 2.000 – ORE 15,15

Buongiorno dottore, chiedo umilmente scusa per il ritardo, ma il tassista non riusciva a trovare la strada del suo studio.

Mi chiamo Jasmine Ainé in Tirindelli, ma il mio vero nome è Ascingha e in lingua italiana si può tradurre con una certa approssimazione “carezza del vento”.

Come ha visto la mia pelle è nera e le mie labbra sono pronunciate come quelle di una bertuccia, ma in tutto il resto le assicuro che sono simile a una donna dalla pelle di qualsiasi altro colore.

Non è mia la colpa di essere a suo tempo caduta dal cielo proprio dentro uno spicchio d’Africa.

Sono originaria della Sierra Leone e la mia tribù abita ancora nelle foreste che si trovano alle pendici dei monti Loma e ai confini con la Guinea.

Oggi la mia terra, purtroppo, è famosa per la guerra civile che la insanguina e soprattutto per l’uso spietato che i guerriglieri di chissà quale causa fanno del “machete”, mutilando tutti quelli che incontrano sul loro cammino, grandi o piccoli, forti o deboli, vecchi o giovani, maschi o femmine, intelligenti o ebeti.

Sembra che per questi criminali la cosa più importante sia lasciare alla propria gente un segno ben visibile della loro ferocia per tutto il resto della vita: la “mezza manica” o la “manica lunga”, in base alla scelta dell’amputazione sopra o sotto il gomito.

Trascuro la mutilazione dei piedi o delle gambe, perché il solo pensiero mi scatena tanta rabbia e il ristagno della tensione mi procura il vomito; mi creda, non vorrei riempirle la scrivania del tritato degli spaghetti alla carbonara che ho appena gustato a pranzo.

Posso capire il cannibalismo, ma non la ferocia e soprattutto quando è consumata contro i bambini e contro le donne.

Ritorno a me e ai miei tanti problemi, perché non è proprio il caso di dilungarmi su questioni morali o politiche che oltretutto non riesco a capire semplicemente perché non trovo e non troverò mai alcuna giustificazione alla violenza; mio marito dice che sono mentalmente pigra, ma chissà quale dramma si nasconde dietro questa mia pretesa pigrizia.

Da più di trent’anni mi trovo in Occidente e da quindici anni vivo a Venezia, la più bella e umida città del mondo; pur essendo una negra africana, sono una persona istruita e ho avuto la fortuna di acquisire la cultura occidentale e di non dimenticare le radici africane, per cui devo riconoscere che mi sono sempre adattata e mai integrata.

Sarà questo il solito mal d’Africa o sarà questo il solito male psichiatrico ?

La risposta spetta ormai agli stregoni o agli specialisti della mente umana, ma ricordo che una zingara davanti a un supermercato di Mestre a suo tempo mi aveva detto che tra tanto male e tanto bene sarei sempre stata una donna eccezionale.

Io ho la mia verità in proposito, ma è indiscutibile che, nonostante le conquiste umane e sociali fatte in tanti anni di permanenza in Italia, io mi sento insoddisfatta, inquieta e sempre alla ricerca del trapezio più pericoloso e dell’equilibrio più precario.

Ma cosa cerco ancora ?

Mi chiedo con gentilezza: Ascingha, cosa cerchi ancora ?

Mi rispondo con altrettanta gentilezza: cerco la gloria e la vendetta, l’aureola e il pugnale, il pari e il dispari, il maschile il femminile, il concavo e il convesso, il padre e la madre, il fuoco e il ghiaccio, la vita e la morte, io cerco l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco, io cerco l’armonia dei miei opposti e dei miei elementi.

Per spiegarmi meglio devo partire da lontano, ma lei ha già capito che con i simboli mi trovo a mio agio e con le metafore mi sento in famiglia; la fantasia è la mia unica confidente e la mia buona medicina, perché mi aiuta ad addolcire o a camuffare le tristi verità della mia vita.

E’ opportuno, a questo punto, presentarmi meglio.

Il mio primo documento d’identità è stato un passaporto falso, rilasciato negli anni settanta dalla mafia di Dakar, la pigra capitale del Senegal e il tragico crocevia della tratta delle negre.

Dakar è il capolinea di una disperata rotta che da capo Verde porta ancora tante adolescenti, racimolate nell’entroterra africano, a Mazara del Vallo, imbarcandole in vecchi bastimenti stivati di sardine puzzolenti.

Di questa rotta e di questo commercio sono da sempre al corrente le autorità politiche e morali del mondo e in particolare dei paesi europei, così come ne sono ben informati tutti i benpensanti dalla pelle bianca che ogni notte vedono adolescenti negre passeggiare mezze nude sui marciapiedi delle loro città per la soddisfazione erotica dei loro simili.

Di questa rotta sono direttamente al corrente anche le autorità militari dei paesi che nel bene e nel male sono coinvolti in questo squallido commercio: l’infido Senegal, la povera Mauritania, il falso Marocco, l’allegra Spagna, la fanatica Algeria, l’ambigua Tunisia, la brillante Italia e il resto dell’Europa civile dove le negrette vanno a sciamare come le api e con il loro miele.

Le motovedette di ogni paese e di ogni arma hanno fatto e fanno ancora la scorta alla tratta delle negre lungo le coste dell’Atlantico e del Mediterraneo nella piena convinzione di aver sempre rispettato il diritto sulle acque territoriali e di aver sempre evitato imbarazzanti complicazioni tra i vari stati.

Bravi, molto bravi, non c’è che dire !

Nel rispetto della legge internazionale e delle leggi nazionali sono stati e sono ancora favoriti i traffici criminali di ogni tipo, burocrazia compresa, perché non si tratta soltanto di smerciare puttane lungo i marciapiedi o nei bordelli, ma anche di collocare la merce umana con una certa legalità formale.

Il mio passaporto, ad esempio, era pieno di bolli e di timbri, il capolavoro di un abile falsario, un documento incorniciato dalla foto sbiadita di una ragazzina negra impaurita e appena uscita dalla foresta, un’opera così perfetta nel suo genere che è stata la base della mia identità europea fino a oggi.

Nessuna polizia, marittima o terrestre, nessuna autorità umana o celeste ha mai contestato per pigrizia o per convenienza quel pezzo di cartone sporco d’inchiostro colorato.

Del resto, cosa vuoi e cosa puoi obiettare alla Repubblica francese che dichiara per iscritto che una certa Jasmine Ainé è nata a Marsiglia, Marseille en francais, il nove dicembre del millenovecentosessantuno e abita al numero settantadue di rue Mallarmé sempre nella stessa città di Marsiglia, Marseille en francais.

Dall’autunno di quell’anno che non so, questa è stata la mia identità formale.

E’ perfettamente vero: “quell’anno che non so”.

Certamente esiste “quell’anno che non so” anche se io non l’ho mai conosciuto e semplicemente perché il calendario della foresta era il cielo, quel cielo che misura ancora oggi il giorno e la notte e dimostra l’inutilità di fare il conto di quanto hai malamente vissuto e di cosa ti lasci alle spalle.

All’inutilità di fare il conto si aggiungeva l’indolenza a contare i giorni trascorsi e a metterli in riga anche incidendoli sulla ruvida corteccia di un’acacia; a questo buco tecnico si deve associare l’incapacità africana ad avvertire in qualche modo quella che si definisce storia presso gli altri popoli, i cosiddetti popoli civili che giustamente amano la memoria perché hanno nel bene e nel male qualcosa da ricordare.

Del resto, cosa avresti voluto conservare dentro il tuo cuore e rivivere con desiderio in un mondo a una dimensione e in una quotidianità ripiena di cose sempre uguali ?

Eppure la nostalgia colpisce anche gli africani, ma questo mal d’Africa è soltanto desiderio d’oblio, un bisogno inconfessato di dimenticare totalmente se stessi.

A tutt’oggi, quindi, secondo quella carta colorata io mi porto addosso quasi trentanove anni, appartengo al segno zodiacale del Sagittario e, aggiungo volentieri, con ascendente Saturno per sottolineare la tendenza a usare soprattutto la testa anche se buona parte della mia vita potrebbe affermare malignamente il contrario: più emozione e bassoventre, meno ragione e cervello.

Il mio attuale documento d’identità, rilasciato dalla Repubblica italiana di cui sono cittadina, riporta ancora questi dati, ma io so bene che il vero e unico dato della mia persona è il nome Ascingha, proprio quel nome che non compare in nessuna carta scritta e che risuona nelle mie orecchie come il rumore delle dolci foglie di “macai” quando il vento del deserto spazza la sabbia a pettine.

Ho già detto che Ascingha si può tradurre in italiano “carezza del vento”, che le traduzioni sono sempre approssimative e specialmente se riguardano i nomi di una tribù primitiva dell’Africa nera, ma quel nome, lo ripeto volentieri e senza paura di essere monotona, ricordo di aver sempre sentito dentro le mie orecchie come il rumore delle dolci foglie di “macai” quando il vento del deserto spazza la sabbia a pettine.

Io mi chiamo Ascingha e sono la “carezza del vento” in qualsiasi parte del mondo mi trovo a camminare e in qualsiasi fuso orario mi trovo a filare la mia vita.

Dopo questo amaro sfogo vengo al dunque, al mio dunque naturalmente.

Come le ho riferito per telefono, mi ha fatto il suo nome il professor Crisafulli, il più quotato in ogni senso psichiatra del nord-est, il quale, dopo avermi diagnosticato schizofrenica e inutilmente curato con micidiali cocktails di farmaci ben equilibrati nelle indicazioni e nelle controindicazioni, adesso sostiene semplicemente che a me conviene star male e che, quindi, non guarirò mai.

Sindrome di convenienza”, ecco, l’ha definita così.

Sono felice di aver ricordato la nuova diagnosi, perché possedere una buona memoria mi fa sentire una donna in forma e una persona sana di mente, contrariamente a quanto pensa l’illustre clinico con il suo sedici metri a vela ancorato nella darsena di Monfalcone.

Ecco, lo strano personaggio si è dimostrato un pesante chimico e un grande maldicente semplicemente perché senza farmaci la sua bislacca scienza vale poco meno di nulla.

Ecco, dopo aver trasformato il mio corpo in un impianto petrolchimico e dopo averlo annientato con miracolosi farmaci, l’illustre clinico sostiene che lei, proprio lei che sulle pillole e sulle supposte per principio e per mestiere non fa alcun affidamento, potrebbe essere indicato al caso mio anche perché al contrario di lui, aggiungo io e me ne assumo la responsabilità, sembra avere tanta pazienza e poca ingordigia.

Il dottor Crisafulli mi ritiene una donna testarda ed esigente, una vergogna per la sua superba scienza e un’eresia per i suoi micidiali intrugli; alla fine secondo l’esimio professore e secondo tutti gli uomini poveri di spirito io sono una donna frigida che non ha trovato il bastone giusto per il suo equilibrio psichico e per bastone intenda pure quello che le salta subito alla mente uscendo fuor di metafora.

Mi preme precisare che, pur tuttavia, l’egregio dottore non ha mai disprezzato il colore della mia pelle per il semplice fatto che ha ben apprezzato il colore dei miei soldi.

Cinquecentomila lire a visita !

Mi spiego ?

Mi capisce ?

Io non sono una maldicente, io ho soltanto il brutto difetto di esprimere in maniera chiara e diretta quello che penso, senza paura e senza pudore, perché, nonostante il colore della mia pelle, oggi posso permettermi di non leccare il culo a nessuno e soprattutto a un uomo bianco.

Del resto, sono poco legata alla vita e non ho bisogno di nessuno e di niente; la gente è in più e le cose intorno a me sono inutili, gli uomini sono animali inquinanti e le città sono fogne a cielo aperto.

Per il momento sono costretta a escludere da queste mie convinzioni la sua figura e la sua eventuale funzione, ma in tutta sincerità nutro qualche speranze.

Bando alle inutili polemiche e veniamo ancora una volta al dunque, al mio dunque naturalmente.

Il professore Crisafulli mi ha consegnato una lettera riservata alle sue pregiatissime mani, “S. P. M.”; io non ho resistito alla curiosità, l’ho aperta e sono riuscita a decifrare la scrittura di un medico e addirittura a capirne il senso.

Le dico subito che non sono d’accordo sulla diagnosi, ma questo non è importante per gli altri, perché stravolge soltanto la mia persona e la mia vita.

La sola giustificazione della mia maleducazione è proprio il fatto che questa lettera riguarda la mia persona e la mia vita.

Io, caro dottore, sono ancora viva e vegeta soltanto perché ho sempre nella giusta misura diffidato di tutto e di tutti; questo significa essere prudenti e non paranoici.

Caro dottore, mi creda, io non mi trovo ai bordi della schizofrenia, non sono mai arrivata ai confini della melanconia, non mi trastullo nella crisi depressiva desiderando la morte e non mi esalto nella fase maniacale sperperando i miliardi di mio marito.

Certamente ho dei sintomi pericolosi per la mia persona e per il mio prossimo, altrimenti non sarei qui e non avrei iniziato il solito pellegrinaggio alla ricerca di un guaritore che mi dia un migliore equilibrio o di uno stregone che mi restituisca la cosiddetta normalità.

Certamente io non sto bene, non mi sento bene, non sono serena, non sono tranquilla, non sono me stessa, non sono in pace con me stessa.

Certamente oggi io sono l’ombra di me stessa e il mio malessere è iniziato proprio quando pensavo di essere arrivata a destinazione e di avere risolto gran parte dei miei problemi almeno per questa vita, ma il tutto non significa essere malata o una malata del calibro sparato dall’illustre clinico.

E’ questo il punto: io non sono e non mi sento malata !

Se sono malata, la mia malattia è allora la mia persona, la mia identità, la mia storia.

La mia malattia si chiama Ascingha.

La mia malattia è la cosa più bella e terribile che io possiedo: Ascingha !

Egregio dottore, a questo punto, come uomo potrà comprendere la mia insolenza nell’aprire la corrispondenza fra professionisti della mente e come strizzacervelli è costretto a comprendere la determinazione che ho manifestato nel difendere la mia persona dalle diagnosi più assurde, ma, mi creda, questa insolenza e questa determinazione sono doti costruite attraverso le mille esperienze della mia vita, una vita intrecciata di mille vite come la coda di un gatto e una vita sempre costretta dalla necessità di sopravvivere.

Io, Ascingha, sono sempre andata al di là della mia stessa vita e sono sempre riuscita a trovare un equilibrio nelle traversie più nere e nei momenti più tragici; questa è la mia malattia e questa è anche la mia forza.

Oggi che tutto si è sistemato nel migliore dei modi e io sono la signora Jasmine Ainé Tirindelli, cittadina italiana, oggi che posso pagare anche la parcella di uno strizzacervelli per capire quali mali oscuri dentro di me chiedono di venire alla luce, io resto sempre una povera negra e sento il bisogno di cercare quella madre naturale e snaturata che ho necessariamente avuto e non ho mai conosciuto, quel bambino negro che ho abbandonato ai topi e ai serpenti della foresta, quella pretesa sorella venduta ai mercanti di schiave che non ho più rivisto, quei quattro figli che ho abortito e che non dormono in cimitero, quell’uomo amato che è scomparso nel nulla o nell’acido solforico, quell’uomo adorato che mi ha sempre sfruttato e ingannato, quell’Africa, la maledetta Africa, che a distanza di trent’anni è conficcata nel mio cuore e ancora una volta riesce a essere la causa della mia gioia e del mio dolore.

Oggi non ho più niente da temere e non ho un nemico da combattere al di là di me stessa.

Oggi abito in una casa signorile di Venezia e posso senza alcun problema imbarcarmi, quando voglio, per una delle tante crociere intorno al mondo.

Oggi sono la moglie del generale in pensione Biagio Tirindelli, pluridecorato al valore militare nella campagna d’Etiopia e nella guerra di Resistenza; oggi sono una donna di colore rispettata dalla gente e riconosciuta dalla stato italiano, uno stato che non ho mai incontrato nei momenti più tragici della mia vita neanche sotto l’uniforme di un fedele carabiniere o dentro il tailleur amaranto di un’assistente sociale.

Oggi io non sono più quella bella negra che a pagamento lasciava menare dentro la sua “puta” il “bilingo” di uomini occidentali malati nel cuore di un amore mancato e nelle ghiandole di un corpo disprezzato.

Oggi non sono più Jasmine, la puttana di colore della squadra di Marcos del Brenta, oggi non sono la sguattera negra di maman Immé, oggi sono e mi sento soltanto Ascingha, la “carezza del vento”, la figlia ingrata di quella tribù Isciu che abita ancora presso le foreste di quei monti Loma che abbracciano con un solo orizzonte Sierra Leone, Guinea e Liberia, terre di miseria e di crudeltà, di fame e di morte.

Jasmine è entrata in guerra con Ascingha e Ascingha vuole uccidere Jasmine; questo è il mio vero dramma e lo capisco soltanto io, perché sono io a viverlo sotto la mia pelle nera.

La tensione ristagna disperatamente dentro il mio corpo come l’acqua putrida nei canali di Venezia, si scatena contro me stessa, mi buca lo stomaco, mi chiude il respiro, mi sballa gli orologi interni, mi divora gli anticorpi, mi succhia il sangue, mi rode il cervello, mi castra le energie.

A questo punto non mi resta che desiderare la morte, perché non voglio e non posso più sentire quel dolore che non è un dolore come gli altri, ma uno struggimento senza soluzione, uno sbriciolarsi delle budella sotto i denti affilati di una squadra ben addestrata di topi.

Soltanto a volte sento il bisogno di vendicarmi e di uccidere qualcuno, un qualcuno che in un modo o nell’altro è stato ed è responsabile delle violenze subite e impresse nella mia carne come le stimmate di un santo.

Dicevo che nella mia vita ho imparato a trovare in ogni circostanza l’equilibrio necessario, ma a furia di cercarlo non ho mai imparato a mantenerlo.

Sono una persona istruita e a modo mio parlo quattro lingue, conosco a memoria le poesie di Saffo, capisco qualcosa degli scritti del dottor Freud di Vienna, leggo Montale e Pasolini, amo il Gattopardo del principe di Lampedusa, ho capito tutti i film di Federico Fellini, cucino le lasagne bolognesi in tutte le salse, tiro i tarocchi per deridere le mie amiche superstiziose, lavoro a maglia e a uncinetto, conosco il punto a croce e il gigliuccio, ho imparato l’impossibile, ho assorbito culture diverse, mi sono adattata a modi di dire e di fare, ho fatto, ho detto, ho subito, ho visto, ho vinto, ho perso, ma in tanta malora o in tanta fortuna non ho mai imparato a mantenere l’equilibrio giusto per vivere senza l’altalena dell’umore e la parabola dei sentimenti.

La mia malattia si chiama Ascingha, una bambina dalla pelle nera; la mia malattia galoppa tra le tante esperienze di Jasmine, una puttana di lusso dell’entroterra veneziano: l’ingenuità di una negretta africana della foresta e la disinvoltura di una negra francese da bordello italiano.

Le mille e mille traversie della mia vita hanno lanciato in cielo altrettante immagini di me stessa che come un boomerang sono ritornate a colpirmi; se da un lato tutto questo mi ha fatto crescere e arricchire, dall’altro lato ha messo e mette a dura prova la mia identità e il mio equilibrio psicofisico.

E così a volte, soltanto a volte, mi piace tanto dimenticare me stessa e convincermi di non sapere più chi sono, ma non desidero mai essere un’altra persona.

E così non passa giorno che io non cada in uno stato pietoso di abbandono e in una tremenda desolazione; questa prostrazione mi impedisce di muovere persino un dito per dare un segno di vita a tutti coloro che si affaccendano attorno al mio corpo quasi morto nel vano tentativo di rianimarlo.

Dirò che avere tanta gente al mio servizio, il generale compreso, mi dà una bella, quanto effimera, sensazione di pienezza e di riscatto.

Oggi io mi sento Arlecchino, oggi io sono un Arlecchino vestito di mille pezze colorate e a ogni pezza corrisponde una gioia, un trauma, un ricordo, un oblio, una fantasia, un ragionamento, un sogno, un fantasma, una riflessione, una lacrima, un sorriso, una frustata, un dolore e tutto quel mare di sensazioni e di sentimenti che si deve attraversare partendo dalle spiagge di capo Verde in Senegal per approdare a Mazara del Vallo in Sicilia.

Allora ero una bella adolescente da tempo delle mele, una ragazzina incatenata con Aggun e altre sventurate bambine di colore dentro la stiva di un bastimento puzzolente di pesce; allora ero una bella adolescente da tempo delle mele che pensava di arrivare in qualche parte di un mondo migliore con la coscienza imperfetta di tutto quello che aveva addosso e desiderava lasciarsi alle spalle.

Purtroppo, quella parte del mondo che l’ingenua bambina andava a esplorare era di un’altra persona, Marion, la civetta negra dei trafficanti di donne, e quella parte del mondo non era poi la parte migliore del solito mondo.

La mia malattia è la memoria della mia vita; i ricordi di Ascingha non si sposano con i vissuti di Jasmine, ma, del resto, se avessi dimenticato una sola parte di me stessa, in questo momento non esisterei né come Jasmine e tanto meno come Ascingha.

Io non so quando sono nata e non possiedo un cognome: io sono soltanto Ascingha.

Nella foresta, come dicevo prima, non esisteva il calendario o l’ufficio anagrafico e tanto meno si conosceva il padre e la madre; tutti gli uomini e tutte le donne della tribù Isciu potevano essere i tuoi genitori e non potevi sbagliare, perché gli stranieri, che arrivavano presso le vallate dei monti Loma, erano riconoscibili dalla pelle bianca e dal fucile, dalla sottana grigia e dalla croce ed erano bracconieri, missionari, avventurieri e mercanti; questi ultimi erano i più amati e i più crudeli.

Ho vissuto troppo, in fretta e intensamente.

A quarant’anni mi sento vecchia dentro e fuori, perché le esperienze più belle e più brutte le ho fatte quasi tutte; adesso sento soltanto il bisogno di fermarmi e di riordinare la mia vita, una vita, come le dicevo, fatta di mille vite, ma non sempre ne sono capace e spesso sento il bisogno di una guida, di un compagno di viaggio che non mi indichi la strada fingendo di conoscerla, perché in effetti non può conoscerla, ma che mi segua e mi lasci esprimere.

Io non ho bisogno di un ipocrita moralista o di un falso mezzoprete.

In un mare di dubbi sono sicura di essere Ascingha e di essere sempre rimasta Ascingha e solo Ascingha, la “carezza del vento” del nord che pettina la sabbia del deserto.

Jasmine non ha niente a che fare con Ascingha.

Il dottor Crisafulli avrà anche ragione nel diagnosticarmi schizofrenica, ma in base alla vita che mi è piovuta addosso, io non potevo essere diversamente e mi sono conservata nel migliore dei modi, mi creda, dottore, mi creda.

Altro che problemi di melanconia o disturbi dell’affettività, io ho solo bisogno di fermarmi dopo essere stata per trent’anni in un moto perpetuo di sopravvivenza.

Altro che psicosi maniaco-depressiva, io ho solo bisogno di riordinare la mia vita raccontando la mia storia a un degno ascoltatore; lei mi è stato indicato come tale, uno strizzacervelli molto pacato che non si addormenta durante la seduta, che non ha soluzioni salvifiche per nessuno, che ha un profondo rispetto per i suoi compagni di viaggio e che, soprattutto, difficilmente parla.

Io ho bisogno di un interlocutore muto, di una statua di marmo, di un uomo che non apra la bocca; in tal modo eviterò anche la delusione di accorgermi che il mio navigatore non ha capito niente di tutto quello che ho detto e che volevo fargli capire, non potrò pensare ancora una volta di aver regalato le mie perle ai porci.

Io le chiedo soltanto di lasciarmi esprimere con il mio autentico linguaggio, di lasciarmi raccattare i cocci della mia originale storia, di lasciarmi ricucire le pezze sgualcite del mio bel vestito nell’ardua impresa di ritrovare la mia vera identità senza false illusioni e inutili pretese.

Sembra strano che una donna negra affidi a un uomo bianco la spremuta del suo cervello, una virtù e un lusso dei popoli superiori e ricchi, ma io sono una persona adulta e istruita, conosco il mondo e capisco le persone che lo abitano, non sono ignorante anche perché sono stata alunna di maman Immé, la mia madre putativa, una professoressa di lettere classiche presso il liceo Marco Polo di Venezia, una donna dalla mente enciclopedica e dalla casa tempestata di libri.

Sono sicura che la mia storia personale si mischierà con quella di un popolo primitivo di razza inferiore e con quella di un popolo evoluto di razza superiore, ma questa eventuale contaminazione, in verità, non mi dispiace, soprattutto se può servire a capire me stessa e a essere padrona in casa mia.

E poi credo, perdoni la vanità, che per lei sarà un’avventura ancora più interessante, quanto meno non si annoierà ad ascoltare le solite tristezze di una vita piatta e convenzionale.

Non ho alcuna difficoltà a pagare il suo onorario e lo farò tramite bonifico di mese in mese, per cui non mi resta, se lei è d’accordo, che rifilarmi un generoso “in bocca al lupo” per questo fascinoso viaggio nella memoria.

E che gli dei non siano avversi, come non lo furono allora i venti nella rotta fatale e trafficata che dall’Africa porta ancora oggi in Sicilia.

Bonjour monsieur le docteur.

LA STELLA BUONA

Nato sotto una buona stella,

Venere postbellica,

antinglese e antitedesca,

filoamericana e tanto yankee,

mi ritrovo sulla testa Orione e la sua oscena clessidra

che mi segna il tempo

e mi segue in ogni passo

dentro questo giardino arabo babilonese,

pensile e terracqueo,

suburbano e scavezzacollo sul vallone di Anapo,

l’amante di Ciane,

quella del papiro egiziano sulla fonte,

ultima mia dimora di ritorno al Tutto e al Niente,

che sono sempre un Qualcosa,

un Quidquid per un Quisquis,

un ritorno che somiglia a una potatura

inferta al Grande Ulivo millenario all’ingresso di Pietra bianca,

piantato da Pietro e Paolo in persona,

un Albero eterno come il peccato umano,

come la colpa atavica dei Padri e delle Madri

che immancabilmente ancora ritrovi tra le pieghe

dell’anima che non vuole morire,

del corpo che non marcisce come i fiori di plastica,

di un Uomo di ghiaccio che non deve morire

perché incinto di un demone,

daymon,

un doppio brodo di vitalità alla greca,

una minestra ebraica e cristiana d’immortalità,

mentre in questo mondo crudele e infame

il tiranno tiranneggia le peuple et les garcons

e uccide il Giusto con il plutonio

e il cadmio senza fosforo nella zucca,

esalta in tv cantanti e giornalisti,

patate e patatini,

sempre difeso dalla polizia inurbana

e dal consenso dell’ebete che ride,

l’homme que rit,

palpandosi i coglioni sbavati ed erniosi,

come Vittoriu u babbu in via Vittorini

quando la sorella Carmelina gli augurava la morte.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 20, 02, 2024