RATZY

Non a caso piovuto da un cielo plumbeo

nel pieno splendido splendente della veneta pianura,

Ratzy ha un mantello grigio perla

senza macula e senza inganno,

è un vivente di razza,

ha una personalità giuridica

con tutti gli effetti etici e morali,

è una persona per bene,

discreto quanto basta agli intelligenti

e furbo quanto serve agli idioti,

vive in un mondo di simili e consimili

tra gioie e dolori del quotidiano tendere a un fine.

Opitergium è a portata di mano dal suo mondo,

a un tiro di schioppo dal grembo di sua madre,

Oderzo sa di latino e di vino,

di campi a fieno e a biada,

di vigne e di formento,

di pannocchie e di bachi da seta.

In questo giorno del 2005 é arrivato

come un papa,

come un pope,

come un ras,

come un ayatollah,

con il suo mantello raso e color crema,

il musetto di quelli che la sanno lunga

e che a cacciar topi son di gran classe,

mentre cresce amato nel cortile di Ilaria,

nei campi a filari geometrici di Rosa,

rosicando i bocconi saporiti di Iuca,

degni di un levriero elegante nel cuore.

Solitario nella caccia,

bonario come un monaco cistercense di Tempio,

paziente in specie con l’amico Ringo,

Ratzy si é fatto grande,

é diventato Ratzum.

Vivi Ratzum,

vai Ratzum,

vola Ratzum,

abbaia Ratzum,

salta Ratzum,

balla Ratzum,

corri Ratzum,

ama Ratzum,

soffri Ratzum,

riposa Ratzum,

dormi Ratzum,

sogna Ratzum.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 11, 2022

COME SI SPIEGANO LE ALI

E arrivi tu,

crogiolo di urla in versi.

Parole di ovatta attutiscono la caduta nella fossa del leone.

Vorrei risalire,

ma ognuno ha i suoi demoni,

laggiù,

sul fondo del buio irrinunciabile.

Leggo.

Coraggioso capitolo folle,

spire di serpente,

abbraccio finale.

Scrivi come si respira,

dentro e fuori,

sangue rosso,

sangue blu.

Vene,

arterie,

vie di percorrenza di vite ordinarie,

straordinario narratore della bestia ancestrale,

guerra e pace,

fatica dell’amore.

Ti ho sognato,

eri proprio tu,

in veste prima d’uomo e poi di donna.

Potrei riconoscerti tra mille,

ogni invenzione appartiene all’inventore.

Spargevi il tuo seme,

ne raccoglievo una parte

e la montavo a neve

fino ad ottenere una spuma azzurra.

La assaggiavo,

il sapore era soffice come la sostanza.

Ti chiedevo

che città avresti voluto essere

se avessi potuto essere una città.

Rispondevi Pete.

Non sono mai stata a Pete,

dicevo.

Pensavo all’Australia.

No,

è nelle campagne emiliane,

spiegavi.

Ma Pete non esiste,

è solo un sogno,

solo una parola.

Le tue parole esistono.

Sabina

Trento, 20, 04, 2022


LA RONDINE

Ardore della mia anima a grovigli,

nuovo come un inizio di stagione,

ardore mio,

puro come un diamante,

sono passata indenne attraverso il tempo ricurvo

per poterti guardare

come si guardano le stelle

(che non ci sono più,

però brillano sempre nei cieli di settembre).

E il tuo, di settembre, com’è?

Perché non vieni qua tra le mie braccia?

È una di quelle sere

in cui è possibile dire tutto,

proprio tutto,

vestiti solo di penne remiganti,

come una rondine in volo con i suoi pensieri.

Credo che mi fermerò al 23 di via del Campo

e lascerò una lettera nella cassetta della posta,

prima di tornare all’Africa natale.

Leggila,

c’è scritto che a suo tempo sono morta di gioia.

Sabina

Trento, 15, settembre, 2022


AUTORITRATTO 4

Caru deu ti scrivo,

così mi rilasso un po’,

e ti ritorno a dire

che ci sono anch’io in questo mondo,

“in estu mundu ghe sum eu”,

io ed Erasmo che mi elogia,

io e la mia follia.

E ti dico e sottolineo che,

che non sono per niente contento,

“che ni so cuntentu eu”.

Come vedi,

siamo ancora una volta in due,

nonostante la prima volta e il mito della prima volta,

io e Sigmund stavolta,

mica Vittoriu u babbu o sua sorella Carmelina,

Sigmund in persona,

l’ebreo errante che fuma puzzolenti sigari Thuskanen

del monopolio dell’OsterReich rampante e altezzosa,

ieri governata dall’imperatore Joseph Franciose e da Adolfo,

oggi da un ragazzino licchettato,

impomatato di brillantina Linetti,

quella dell’infallibile ispettore Rock

nel famigerato Carosello dell’Italia povera ma bella.

Sigmund mi parla,

m’ispira,

mi inebria,

mi traduce,

mi incita,

mi vocifera dentro e fuori.

Siamo ancora in due,

io e il me medesimo ebreo della Giudecca

che mi attrae,

mi respinge,

mi gingilla,

mi attizza,

m’incastona,

io e il me stesso poeta italico e vernacolare,

contaminatore e falsario,

che riattraversa,

mischia,

confonde,

rifonde,

io e il me contastorie e contaballe

che vaticina,

rievoca,

fantastica,

desidera,

la spara grossa.

In tanto bordello non c’è una donna di provincia,

ma soltanto una serva Italia di dolore ostello

e in mano alla meglio gioventù del Testaccio e di Forcella,

de Milan e di Firenze.

Manca Platone,

il ragazzotto greco dalle spalle larghe e dalle palle mosce.

Platone non c’è,

è rimasto ad Atene a cazzeggiare con le sue mille Idee iperuraniche

prima di venderle in Amazon.

Soffre il mal di mare e non sa nuotare,

teme un nuovo Dionisio e un vecchio Dione,

è allergico ai giovani di belle speranze e ai mercanti in fiera,

nonché ai nani e ai buffoni di corte,

gli inetti osceni che sputano sul desco

fiorito di occhi larghi di bambini affamati,

di poveri migranti ricchi di uova e di seme,

fecondi e feconde,

è allergico alle gentili servitrici della tivù di Stato

e della tivù ciarlatana e beffarda,

quella dell’eterno e costoso tempo che farà,

quella che gioca con le solite carte a sette e mezzo,

quella che la sera massacra i poveri di spirito del Belpaese

con il ghigno saliente del giornalista camaleonte

e l’amorfa mummia imbellettata del tempo che fu

e che fu, a quanto pare, invano.

Questo è una parte di quel quanto,

mio caro dio,

“caru lu me deu”,

che vorrei depositare sulle tue auguste ginocchia

per la grazia ricevuta di aver vissuto questi tempi

di grande ingordigia e di vasta ignoranza,

di tanta scienza e di cacasotto pandemia,

di stupidi marioli e di incongruenti scassapagliai,

di bastardi onnipresenti e di emerite teste di cazzo.

E allora, cosa resta agli sconsolati ed eterni esclusi?

Signori in carrozza,

per fortuna finalmente si parte.

Il grande vate e il gran balon sono serviti

nel vagone ristorante di questo treno,

mezzo vuoto e mezzo pieno,

targato anni trenta e ferrovie dello Stato di Benito

e dei suoi imperituri immarcescibili accoliti.

O Ciccia,

Francesca all’anagrafe di Arcore,

ricordi che allora i treni arrivavano sempre in anticipo,

forse non partivano,

forse non partivano mai,

come i migranti dall’Africa di Maryl Streep,

come gli emigranti da Corleone di Vito e da Forcella di Raffaele,

come gli alberi degli zoccoli prima della Lega socialista,

come i poveri di spirito e lo spirito dei poveri,

la chiesa luterana e la grappa trentina.

O Bepa,

Giuseppina all’anagrafe di Pieve di Soligo e del quartier del Piave,

come farò a non vendermi l’anima,

se sei tu a volerla comprare

e mi seduci

mentre questo vagone letto di marca francese,

“compagnie internationale des wagons lits”,

viaggia spedito come l’Italo del Prezzemolo?

E intanto il tempo se ne va,

come il treno inquisito e osceno,

tra una canzone di Totuccio e un articolo di Marchetto,

tra un saggio puttaniere e un emerito imbecille,

tra un politico ovunque e un giornalista dappertutto,

giorno e notte,

notte e giorno,

sempre a lacerare i coglioni della povera gente,

organi intirizziti da un virus virulento e virile

che circola tra i colori dell’arcobaleno

saltellando di palo in frasca come la vispa Teresa

che aveva trovato tra l’erbetta una gentil farfalletta

e tutta giuliva gridava l’ho presa,

l’ho presa,

stringendola, oltretutto, al petto.

Vedi,

vedi, “caru deu”,

cosa ci tocca sentire e vedere in questa valle di lacrime,

dove non ci soccorre neanche la statuetta di una madonnina di gesso

con le sue stille argentate e le sue litanie monotone,

mentre attendiamo il greco deus ex machina

che alla fine trionferà

e risolverà la fame e la sete,

il morbillo e la tubercolosi,

la sifilide e lo scolo,

il Mes e il Recovery Fund,

Dante e Boccaccio tramite Petrarca.

Vedi,

“caru deu”,

cosa ci tocca fare per ridere e sognare un po’?

E ancora Ulisse non si mostra all’orizzonte

di questo mare che sta in mezzo alle terre,

di questo pelago mezzo scuro e mezzo chiaro,

di queste acque salate e inquiete

che spruzzano contenuti immorali

contro le mura ammuffite del convento delle suore di Orsola,

mentre un bambino bianco e nero è seduto sullo scanno

davanti un pianoforte nero con la coda bianca,

un organo che non suona da solo,

ma che può volare.

Se vuole,

un pianoforte di notte può volare nel cielo più scuro

e sotto le mani di un intenditore come Paolo Grillo,

ti porta chissà dove,

chissà dove,

sulle tamerici salmastre e arse,

sui rosmarini di viola guarniti,

sui freschi pensieri che l’anima schiude novella,

sulla favola bella di un P.C.I.

che ieri c’illuse e che oggi ci sgamma,

o Francesco.

Intanto sono gradite una preghiera e una mancetta

per ricevere una grazia mafiosa nella chiesa del buon Gesù.

Padre mio,

dammi oggi il pane quotidiano,

dammi domani il pane di ieri,

possibilmente condito con sgombro e olive,

e liberami dalla tentazione del gran rifiuto e della gran viltà.

La tragedia si sta velocemente consumando.

Andiamo in America

a salvare la statua della Libertà.

All’Italia ci penseranno i travicelli,

neri di storia e di vergogna,

che ancora oggi onorano gli uomini di ghiaccio della Siberia.

Fu vera gloria?

Tutto questo Alice non lo sa.

E Ulisse?

Ancora non si vede a Cefalù

e neanche nella quinta strada di Nuova York.

Amin!

Così è se vi pare e se vi garba,

come disse Matteo ai coglioni di Machiavelli.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 28, 02, 2021

LA VALIGIA BIRICHINA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Era appena arrivato l’autobus per l’aeroporto dove mi aspettava un aereo per la Germania, dove sarei andata a trovare il mio ragazzo. Faccio per caricare la valigia nel bagagliaio, quando qualcosa mi distrae.

Una volta arrivati all’aeroporto, vado a prendere la valigia ma, sorpresa, mi accorgo che non c’è. Allora, ricordo di non averla mai caricata, perché distratta da qualcosa.

Presa dal panico, decido di avvertire casa per vedere se qualcuno sarebbe potuto andare a prendere il mio bagaglio, ma, preso in mano il telefono, mi accorgo che si trattava di quello di mio padre, che è identico al mio. Tuttavia, non potevo utilizzarlo dato che, per farlo, c’era bisogno di un pin che non conoscevo.

Così, sempre più in ansia, mi rivolgo a un uomo dell’agenzia degli autobus, spiegandogli la situazione, ma senza ammettere il fatto che io stessa non avevo infilato la valigia nel bagagliaio, dicendo invece che qualcun altro l’aveva tirata fuori a mia insaputa.

Mi vergognavo abbastanza di questa mia grande distrazione.

Lui mi dice, rassicurante, che la mia valigia era stata trovata, che era in viaggio su un autobus e che avrei dovuto aspettarla lì.

Sarei arrivata a prendere il mio aereo?”

Questo è il sogno di Bruna.

INTERPRETAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Si tratta di un sogno carico di simbologie femminili che sviluppa il tema della consapevolezza di essere femmina e il potere di essere donna, l’assimilazione dell’identità psichica femminile in espresso riguardo alla sessualità e alle figure dei genitori. E’ una tematica universale e una tappa evolutiva che riguarda le ragazze che si affacciano alla vita amorosa relazionandosi a un uomo in questo caso, una figura che oltretutto ha la sua radice e il suo modello nel padre. Ricordo che per par condicio la madre funge per l’identificazione e l’identità psichiche della figlia.

Era appena arrivato l’autobus per l’aeroporto dove mi aspettava un aereo per la Germania, dove sarei andata a trovare il mio ragazzo. Faccio per caricare la valigia nel bagagliaio, quando qualcosa mi distrae.”

Bruna è in procinto di incontrare il suo ragazzo e, sognando, mette in discussione il suo essere femminile in previsione dell’intimità da convivere e timorosa della femminilità da offrire. “L’aereo” è un simbolo materno, così come la “valigia” rappresenta il grembo con gli annessi e connessi genitali e sessuali dell’universo femminile. Bruna ha qualche sospeso con la consapevolezza della sua femminilità e qualche timore in riguardo alla sua sessualità, per cui non carica la “valigia nel bagagliaio”. Bruna ha qualche conflitto latente con la madre. La “distrazione” è una difesa psichica che si chiama “rimozione”. Lei parte ma dimentica, non vuol pensare a quel qualcosa di intimo e privato che si prospetta in questo happening con il suo ragazzo.

Buon viaggio, allora, anche con questa vena di vago erotismo e di stupore diffuso: “qualcosa mi distrae”.

Una volta arrivati all’aeroporto, vado a prendere la valigia ma, sorpresa, mi accorgo che non c’è. Allora, ricordo di non averla mai caricata, perché distratta da qualcosa.”

Bruna ha dimenticato di caricare la valigia nell’autobus che la sta portando all’aeroporto per volare verso il suo amore. Ritorna la distrazione, “quando qualcosa mi distrae” e “perché distratta da qualcosa”, Bruna mantiene in vita il meccanismo di difesa della “rimozione”, Bruna si aliena leggermente e senza pericolo in quella che è la parte del suo corpo più coinvolta in quest’avventura, la sua natura femminile e la sua sessualità. Il “non averla mai caricata” si traduce in non averla mai adeguatamente vissuta e razionalizzata. Bruna è una giovane donna e in quanto tale non ha avuto ancora la possibilità di fare le giuste esperienze di vita e di vitalità erotica, per cui va da sé che si senta frastornata e inadeguata a tanto viaggio. La leggera brezza della “rimozione” aiuta e incoraggia a proseguire il cammino verso l’innamorato e nella vita. Ritorna “l’aeroporto” nel sogno a testimoniare del “tramite” che porta all’autonomia psicofisica, alla libera gestione del suo “psicosoma”. Bruna deve partire e, se non parte, non cresce.

La domanda legittima a questo punto è la seguente: quale causa innesca questa “rimozione”?

Presa dal panico, decido di avvertire casa per vedere se qualcuno sarebbe potuto andare a prendere il mio bagaglio, ma, preso in mano il telefono, mi accorgo che si trattava di quello di mio padre, che è identico al mio. Tuttavia, non potevo utilizzarlo dato che, per farlo, c’era bisogno di un pin che non conoscevo.”

Ecco in ballo la figura paterna e in forma esplicita!

Bruna riesuma il padre in un contesto erotico e leggermente conflittuale, uno status psicofisico dettato dalle radici della sua formazione e dalla sua evoluzione psichica, in particolare la “posizione edipica”, i vissuti affettivi ed erotici in riguardo alla dialettica “padre-figlia” in questo caso, ma in cui è coinvolta necessariamente la “madre” per rendere completo il quadro psicodinamico. Bruna, sognando, si mette in relazione con il padre tramite il “telefono” di lui e giustifica il lapsus con la condivisione dello stesso modello. Ma guarda un po’ come ragiona Bruna in sogno. Invece di rivolgersi all’ufficio dei bagagli smarriti, richiama il padre e la relazione pregressa con lui per dire che in questa “rimozione” della sua femminilità e in questo viaggio verso la passione ha una parte importante ma non determinante, perché c’entra anche la madre e la stessa Bruna in un’ampia gamma dell’atavica diatriba sul freudiano “complesso di Edipo”. La differenza tra la figlia e il padre si attesta nel “pin”, nel codice personale che giustamente Bruna non conosce e che si traduce nella formazione e nell’evoluzione psicofisiche. Del resto, i vissuti formativi sono estremamente personali e unici ed è questa unicità che ci rende fortunatamente originali e irripetibili. Il padre non può andare a prendere il bagaglio smarrito della figlia. La questione s’intriga e si evolve verso le giuste e naturali conseguenze, seguendo sempre la linearità evolutiva del fenomeno onirico e della psicodinamica innescata.

Nulla di nuovo sotto il sole!

Così, sempre più in ansia, mi rivolgo a un uomo dell’agenzia degli autobus, spiegandogli la situazione, ma senza ammettere il fatto che io stessa non avevo infilato la valigia nel bagagliaio, dicendo invece che qualcun altro l’aveva tirata fuori a mia insaputa.”

“Presa dal panico” in precedenza e “sempre più in ansia” adesso, Bruna viaggia verso la soluzione del problema: ritrovare e riappropriarsi della propria “valigia” dimenticata da qualche parte senza l’ausilio del padre e proprio adesso che sta per volare per raggiungere il suo ragazzo “in Germania” e consumare la sua carica erotica. Degna di nota è la componente isterica e leggermente fobica della nostra eroina, il panico e l’ansia, ma si tratta di somatizzazioni che si fondono e si confondono con la piacevole eccitazione che sta provando da un paio di giorni a questa parte in attesa di volare verso una forma di rendiconto della sua formazione erotica e sessuale. Dopo il padre ritorna una figura maschile, “un uomo dell’agenzia degli autobus”, uno “spostamento e una “traslazione” che rende meno traumatico il prosieguo del sonno e del sogno. L’ansia e il panico si risolvono “spiegando la situazione” e chiaramente a se stessa e con la truffa dell’omissione, “senza ammettere”, che è una mezza furbesca e quasi consapevole “rimozione”. Bruna si sta dicendo “ adesso vado dal mio moroso in Germania e chi vivrà vedrà con valigia e senza valigia, ma è meglio che recuperi una certa qual consapevolezza della mia sessualità.” Lei aveva infilato la valigia nel bagagliaio, ma qualcun altro l’aveva tirata fuori a mia insaputa: una consapevole bugia difensiva per non pagare il dazio, per non prendere del tutto coscienza di quanto il padre abbia contribuito con la sua figura nella formazione della sua struttura psichica reattiva ed evolutiva e nella sua vitalità erotica e disposizione sessuale. Degna di nota è la difesa protettiva della sua sessualità e si vede chiaramente in “io stessa avevo infilato la valigia nel bagagliaio”, due simboli femminili che attestano delle paure maturate da Bruna nel corso della sua formazione psichica evolutiva. Chi mi aveva fatto conoscere la mia sessualità è quel qualcun altro che risponde alla figura paterna. I conti tornano e tornano alla grande a confermare la bontà della griglia interpretativa della “posizione edipica”. Si nasce femmine, ma si diventa femmine. Così parlò Sigmund!

Mi vergognavo abbastanza di questa mia grande distrazione.”

Non è vero, si tratta di un naturale meccanismo psichico di difesa che ha nome “rimozione” associato a una consapevole tutela da incidenti sociali in corso d’opera. Meglio aver paura, piuttosto che prendere botte con grande danno. La “distrazione” si traduce in “metto una cosa da un’altra parte e la sottraggo alla sua naturale e giusta collocazione”. E’ una difesa psichica che si definisce “spostamento” e serve a distribuire eventuale angoscia in maniera di renderla vivibile senza alterare l’equilibrio omeostatico anche durante il sonno e nel sogno. Ricordo che il sentimento della “vergogna” verte simbolicamente su temi riguardanti l’intimità, la vita erotica e sessuale, i bisogni del corpo. Bruna sta recuperando in sogno la sua identità di giovane donna che si appresta a vivere esperienze degne di interesse per la loro carica erotica e per la crescita personale.

Lui mi dice, rassicurante, che la mia valigia era stata trovata, che era in viaggio su un autobus e che avrei dovuto aspettarla lì.”

Coordino per capire meglio. Bruna si fa rassicurare sulla sua femminilità e sulla sua sessualità dall’addetto ai bagagli smarriti, una figura maschile che è la “traslazione” del padre, quindi Bruna si fa rassicurare dal padre sulla sua femminilità e sulla sua sessualità perché la sua evoluzione psicofisica è passata attraverso la dialettica psichica “edipica” e abbisogna dell’autorizzazione del padre. A tutti gli effetti realistici Bruna si autorizza a procedere da sola con quelle titubanze eccitanti che condiscono la preziosa minestra delle esperienze sessuali. Le sue paure sono state risolte nel migliore dei modi attraverso il riconoscimento del padre e dei diritti del suo corpo, oltre che del suo essere femminile. Sembra che non si sia presentata in sogno la figura materna trattandosi di identificazione e di identità psichiche e questa assenza significherebbe che la madre è stata ben razionalizzata e archiviata almeno per il momento e in questa situazione. Del resto, Bruna va a trovare un uomo, il suo uomo, e il padre serve anche come nulla osta per evitare i sensi di colpa e come figura di riferimento maschile. In effetti la madre è simboleggiata nella “valigia” dentro “l’autobus”, per cui il quadro edipico si compone in tutti i suoi elementi costitutivi e la vitalità sessuale di Bruna, la figlia, sembra avviarsi nella prosperità, visto che tutti gli elementi della diatriba sono stati richiamati e andati nel loro giusto posto. In precedenza la stessa Bruna aveva affermato che lei in persona “non aveva infilato la valigia nel bagagliaio” denotando la relazione con la madre e connotandola come un contrasto che si risolve al meglio e senza danno per i contendenti. L’identificazione femminile nella figura materna c’è stata, l’autorizzazione paterna c’è stata, il “Super-Io di Bruna ha detto di sì a questa avventura, l’identità femminile è acquisita, per cui si può partire per vivere la grande storia di una donna innamorata del suo giovane uomo. Si vola in Germania con la Lufthansa.

Sarei arrivata a prendere il mio aereo?”

Bruna esprime nel finale del sogno, mentre si sta svegliando a causa del protrarsi emotivo del “lavoro onirico”, il suo dubbio esistenziale: “riuscirò a vivere bene la mia femminilità e la mia sessualità e a dispormi in maniera recettiva verso le sensazioni del mio corpo e verso il mio uomo?” La titubanza è la maniera migliore per concludere un sogno completo e composto nella sua ricca e prolifica sinteticità.

Ho fatto leggere l’interpretazione dl sogno di Bruna a un mio amico veneto che di mestiere fa il tappezziere e a tempo perso il carrozziere. Alla fine Denis ha commentato in questo modo: “ma ti te varda cossa vien fora quando si decide di andare a scopar. Par mi no l’è possibile.”

Gli ho risposto che non è importante che sia vera o falsa l’interpretazione e che, invece, è giusto porre il problema della auto-consapevolezza in quello che facciamo e viviamo per non essere presi per il culo da noi stessi anche nelle situazioni più eccitanti e birichine. Non c’è cascato e ha continuato a borbottare nel suo argentino dialetto che “no l’è possibile, no. Ti t’esagera come sempre.”

L’interpretazione del sogno di Bruna si può concludere degnamente qui, nonostante le convinzioni del mio amico Denis.

TOI – 1452b

Ti regalerò un piccolo pianeta,

un piccolo pianeta con due stelle,

le stelle binarie,

un pianeta pieno d’acqua al venti per cento,

di quel che manca è pieno di eudaimonia,

i buoni demoni,

i demoni del bene,

gli istinti vitali di Dioniso il matto,

gli angeli della cuccagna

che fan l’amore con madama Dorè

in tutte le chiese del circondario,

nei conventi abitati dagli ultimi monaci,

gli uomini soli e veri

che sono sopravvissuti alle tivvù caccose

e ai professori mercenari e scontati al centodieci per cento,

come le facciate dei palazzi fatiscenti di Forlimpopoli.

Quanti buoni demoni!

Tanti,

ma tanti e poi altrettanti.

Ma quanti sono questi demoni?

Sono tanti

quanti quelli che dentro sentiva Socrate

quando era fatto di cicuta e di peperoncino,

quando era fatto di poche parole e di tanti perché,

Socrate,

il figlio di Sofronisco e di Fenarete,

il fratellastro di Patrocle,

il marito di Santippe,

il sofista anomalo,

il marito anomalo,

il padre anomalo,

il misogino normale,

l’omosex normale,

il filosofo senza filosofia,

il perditempo dell’agorà,

quello che non scrisse nulla per pigrizia,

quello che ciondolava per le strade anfose,

quello che dormiva sotto i portici dipinti,

le stoà di Pirrone,

non il gesuita di don Fabrizio,

non il ruffiano del Gattopardo,

lo stoico Pirrone,

quello del giusto mezzo,

non la 500 di Nane Agnelli e di Viktoir Valletta anni 50,

quello dell’in medio stat virtus,

quello del sunt denique certi fines,

quos, ultra citraque, nequit consistere rectum,

non quello di Quinto Orazio Flacco da Venosa,

il furbastro che allettava gli schiavetti a piacimento

nella sua casetta parva sed apta ei,

non questo e non quello,

ma il demone che ti comprerò io,

me misero tapino,

senza un soldo nel taschino,

senza un cane e un topino,

ti offro un TOI-1452b con stelle incorporate,

con acqua a volontà

per gli sciacqui orali e per il bidet a ogni ora,

con le dovute cure e premure

per gli obesi e i nullatenenti,

per i politici e i giornalisti,

per Charlene e Marlene,

per Ilary e mastro don Gesualdo,

per i re e le regine,

per i matti e le mattine,

per chi ancora ha voglia di fottere e di fottersi

in questo nostro pianeta a rimasuglio,

un pianeta stupito con due stelle,

stelle binarie,

un pianeta pieno d’acqua al venti per cento,

ma di quel che manca è pieno di daimonia.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 09, 2022

LA SORELLA UBRIACA

TRAMA DEL SOGNO

In una festa in cui non sapevo la presenza di mia sorella, la incontro.

Mi viene vicino e getta delle scarpe con il tacco nella piscina.

Io le dico: “ma cosa fai?” E mi rendo conto che era ubriaca.

Lei a quel punto mi insegue e io scappo. A un certo punto mi fermo, lei va avanti e cade nella piscina.

Io mi rendo conto che lei non riesce a riemergere e la tiro fuori dall’acqua, affidando le sue cure a mia madre e alla mia compagna, dicendo loro che devo andare a trovare il marito.

Trovo il marito nella parte coperta della “masseria” appoggiato ad un muro e gli chiedo dove fosse mia sorella e da quanto non la vedeva.

Lui mi risponde che non sapeva e che ha sempre saputo di avere la fiducia da parte nostra.

Io gli rispondo che, una volta messa la fede al dito, si stava comportando male.

Finisce qui.

Raffaele

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

In una festa in cui non sapevo la presenza di mia sorella, la incontro.”

Raffaele si imbatte subito nello struggimento del “sentimento della rivalità fraterna. Si trova in famiglia, un luogo felice, ma arriva una rivale, una contendente, una ladra d’affetti e di attenzioni, “mia sorella”, non solo in carne e ossa, ma soprattutto in “presenza”, quasi un daimon persecutorio e, quanto meno, infido. Raffaele non sapeva perché sapevano i suoi genitori e nello specifico la madre.

Mi viene vicino e getta delle scarpe con il tacco nella piscina.”

Le “scarpe” sono un chiaro simbolo femminile, vaginale per la precisione. Se poi hanno “il tacco”, si tratta di una donna fallica, una femmina di potere, una persona seducente e ricercata, appetitosa e ricca di sé: la solita rappresentazione dell’universo femminile che risale alla figura della dea Afrodite e alle Sirene. La “piscina” è una rappresentazione simbolica della Madre, le ‘viene vicino” condensa l’ambito familiare e la convivenza, “getta” equivale a fondersi con la madre. Insomma, Raffaele ha una sorella ingombrante che ha una relazione privilegiata con la madre, oltretutto viene vissuta come una donna di potere per la sua spiccata femminilità e sessualità. Si prospettano per Raffaele conflitti con l’universo femminile.

Mi piace soffermarmi sulla visione culturale e rappresentazione seduttiva della donna, per affermare l’obsoleto “fantasma” maschile dell’angoscia di castrazione, nella prima infanzia collegata al padre. Sul cambiamento della rappresentazione di questa “fantasma” si fonda il possibile cambiamento di tanti mali che ieri e soprattutto oggi sono una costante e tragica minaccia per le donne: il femminicidio. Un maggiore e migliore presenza del padre nell’educazione familiare è sempre necessaria e non soltanto auspicabile. Il Tempo evolve anche la Cultura, per fortuna, e la Psicologia consegue.

Io le dico: “ma cosa fai?” E mi rendo conto che era ubriaca.”

Raffaele vive la sorella come facile a lasciarsi andare e all’orgasmo, abile ad abbassare i livelli della vigilanza della coscienza, a disporsi a gustare l’estasi e lo sballo. Raffaele vive la donna in maniera diametralmente opposta a se stesso: “mi rendo conto”. La sorella condensa l’universo femminile. Di fronte all’autocontrollo di Raffaele la sorella è il massimo del lasciarsi andare neurovegetativo e morale. Se il fratello è apollineo, la sorella è, di certo, dionisiaca. “Io le dico”: prescrizione, rigore, “Super-Io” esigente e censorio. “Ma cosa fai” cela, per converso e meno male, anche il desiderio di autocritica. Raffaele sogna e rivedendosi si mette in discussione.

Lei a quel punto mi insegue e io scappo. A un certo punto mi fermo, lei va avanti e cade nella piscina.”

Raffaele è pienamente entrato in conflitto con la sorella, l’elemento femminile in generale, si serve della sorella per rievocare la sua formazione psichica e i suoi vissuti verso le donne, i suoi “fantasmi” al riguardo. Viene fuori questo tira e molla, questo desiderio e rifiuto, questa ambivalenza psicofisica con l’aggravante della “caduta nella piscina”: il “sentimento della rivalità fraterna”. Raffaele proietta nella sorella il suo bisogno di madre, di tanta madre, una “piscina” per l’appunto, quella dove la sorella si abbandona e si rilassa, “cade”. Il sogno si serve dei meccanismi della “traslazione” e della “proiezione” per consentire il prosieguo del sonno e per evitare il risveglio traumatico, l’incubo. In sintesi: il bambino Raffaele è stato tanto geloso della sorella e tanto bisognoso di madre, l’adulto Raffaele vive la donna come facile a lasciarsi andare fisicamente e psicologicamente, confermando una rappresentazione dell’universo femminile obsoleta e non certo originale.

Io mi rendo conto che lei non riesce a riemergere e la tiro fuori dall’acqua, affidando le sue cure a mia madre e alla mia compagna, dicendo loro che devo andare a trovare il marito.”

Come volevasi dimostrare. Madre e sorella appaiono in sogno spudoratamente e altrettanto spudorato è Raffaele il censore, l’uomo che vuole sanare le situazioni relazionali. Appare anche la dialettica di coppia in doppia versione: la “mia compagna” e “il marito” della sorella. Riconfermo: nei vissuti di Raffaele la sorella e la donna sono facili a lasciarsi andare, così come la madre la sorella a cui Raffaele si affida, presumendo la loro diversità in base al suo desiderio e al suo bisogno di avere una donna a sua immagine e somiglianza. Il “marito” include anche la figura paterna, un barlume spostato di padre in mancanza di una sostanziosa figura paterna. L’eroe Raffaele blocca l’orgasmo della donna, vive male il lasciarsi andare alle pulsioni del sistema neurovegetativo della sua donna sentendolo come un difetto e un pericolo. Della serie: ragioniamo sempre e comunque, che è meglio.

Trovo il marito nella parte coperta della “masseria” appoggiato ad un muro e gli chiedo dove fosse mia sorella e da quanto non la vedeva.”

La figura maschile nel sogno di Raffaele si scinde nel censore e nel libertario, colui che reprime e colui che se ne fotte. Nella casa psicologica, la “parte coperta della masseria”, albergano due figure: il marito e il fratello-padre che protegge a suo modo la sorella o la donna in generale. Raffaele è combattuto tra il collocarsi come freddo critico e come premuroso attendente nei riguardi della donna, oscilla tra queste due pulsioni di protettore e di inquisitore. Ripeto: c’è poco padre in questo contesto familiare e il figlio ne ha preso il posto e ne ha usurpato il ruolo. Il “muro” attesta simbolicamente di questa difficoltà di Raffaele a liberarsi di sovrastrutture inutili nei riguardi della donna.

Lui mi risponde che non sapeva e che ha sempre saputo di avere la fiducia da parte nostra.”

Non sapeva della donna, ma sapeva della stima formale della famiglia. La fiducia è un elemento freddo e un tramite fragile che non cementano la relazione. Raffaele oscilla nuovamente tra l’uomo ingenuo che non conosce la psicologia delle donne e l’uomo ineccepibile che si comporta bene con le donne. Raffaele non si coinvolge nelle relazioni con l’universo femminile, ma di lui non si può dire alcunché di negativo, anzi tutt’altro. Ha preso il posto del padre e ne fa le veci. Questo cognato ha tanto sapore di padre.

Io gli rispondo che, una volta messa la fede al dito, si stava comportando male.”

La fede al dito” è una chiara simbologia del coito, la prima rappresenta la vagina e il secondo condensa simbolicamente il pene. Come dire in gergo giovanile e simpaticamente: dopo che me l’hai data, sono diventato strafottente, sicuramente non sono più quello di prima. L’attrazione sessuale si spegne dopo la conquista sessuale della donna, dopo il coito si va spegnendo il desiderio e la pulsione. Dopo aver appagato il senso della conquista e il bisogno del possesso, l’investimento affettivo ed emotivo va progressivamente scemando. Raffaele rappresenta nel sogno questa sua difficoltà a stabilire una relazione matura con una donna e a investire di volta in volta sempre nuova “libido”, a portare avanti la relazione affettiva e sessuale in un unico contesto: la cura amorevole della sua donna. Il perché di tutto questo trambusto psichico il sogno lo accenna quando parla della figura materna e della collocazione paterna del figlio. Inoltre, è di rilievo la dimensione razionale in eccesso e la paura della donna dionisiaca o in orgasmo.

Dire di più non so, per cui la decodificazione del sogno di Raffaele si ferma a queste succose e interessanti linee.

IN FIERI

In fieri,

signori in carrozza,

prendete i vostri quattro stracci,

si parte,

si parte per l’Oriente con l’Express,

per amoreggiare con Mata Hari,

per guarire il putinot dal cancro alla prostata

e l’osel putinel dal male oscuro del sangue infetto.

Si parte

per curare la depressione e la guerra,

l’Alzheimer nel mondo e la sola igiene dei popoli,

si va da santa Lucia stazione a santa Lucia badia,

da Venezia a Siracusa tutto di un fiato,

tutto in un sorso,

in un battibaleno,

con un Italo d’acciaio lucido di zecca

come un cannone del 1914 nel museo di Fagarè della Battaglia,

in provincia di Treviso,

quella che se la vedi t’innamori o t’intossichi,

si parte con una Frecciarossa tutta linda e ben disposta,

l’amica segreta e apparecchiata del fascistone italico,

Italo per l’appunto e per la precisione.

Viva il duce,

viva il duce

che ci dà l’acqua e la luce!

A che prezzo?

A che prezzo, sticazzi amari!

Per curare la depressione e la guerra,

si va e si viene in questa nottata puttanella

insieme agli amici pottaioni e alle amiche fidate,

tutti innamorati della potta e del putto,

un gruppo misto di porsei e di porsee

che i giudici e le giudicesse non contemplano

nei codici di Rocco, di Pietro, di Paolo e di Paperino.

Signori si va,

si va,

si va,

si va.

Madre,

nome comune di donna che ha partorito,

Madre santa,

nome comune di donna che non ha partorito,

Madre Natura,

nome comune di donna in fieri produttiva maestruascens,

Natura,

o Natura, o Natura,

quella che promette e non mantiene,

quella che inganna di tanto e di troppo i figli suoi,

quella di Jacopo da Recanati,

lo studioso matto e disperatissimo,

quella di Silvia e delle sue sorelle

nella sera del dì di festa,

o Demetra e Cerere,

quelle del forno biologico di Avola antica

che sforna biscotti consistenti alle mandorle e alle noci,

nonché crostate alla marmellata di mirtilli trentini

o torte alla crema di ricotta di pecorelle smarrite

da redimere nel bordello di via del Campo,

o Gea e Persefone,

quelle della campagna etnea e del Vulcano mai domo,

quelle che vanno in giro

per farsi rapire dai soliti rapitori irsuti,

così dicono i soliti misogini della tivvù cavalleresca

e dei giornali del mitico capitan codardo,

o Madre,

salve o mia regina,

dammi sempre la forza e l’estro

di essere un buon contadino,

di essere un bravo sacerdote,

di essere un Sommo Poeta come Quinto Orazio Flacco,

un grande uomo

che ha il coraggio delle sue parole,

un modesto uomo

che segue Giovanni nell’elogio del Verbo,

Giogiò l’annunciatore e l’apocalittico,

il vate che ha la forza del suo flatus vocis,

che adora il suono del sottofondo osceno delle galassie,

che annuncia l’entropia dell’universo

che si espande

e che non cade mai,

il giornalista che predica il disordine scostumato

che sta consumando la forza

impressa in illo tempore agli atomi dalla Parola,

che mischia l’energia dei venti della rosa

tra nord e nordest non è tramontana e non è Grecale,

non è Scirocco e non è Libeccio,

ma è il vento giusto che porta giusto e diretto

dalla Rosy,

dalla Maru,

dalla Margherita,

dalla Bepa,

dalla Nanà,

dallo spazio celeste all’aldilà altrettanto celeste,

indorato dalla rigenerazione cellulare,

segnato dalla lotta contro l’invecchiamento

secondo il patto con il diavolo

di vivere di più in un corpo giovane,

con un salto di prima qualità

attraverso quelle cellule staminali

che mi riprogrammerò sulle singole cellule già fatte,

già fatte e rifatte,

le cura tumori,

i grimaldelli di dio,

quel dio che ci dà il nostro pane quotidiano,

ci redime dai debiti

come le banche defunte con tutti i bancari,

i raccomandati di una volta,

di dà la vita eterna

e un sonoro così sia

al posto di un blasfemo vaffancucchio.

E nel frattempo?

Intanto un vecchio è allo specchio,

seduto su un secchio sul suo lungomare

e attende lo sticchio di una vecchia

seduta con spocchia su una secchia

mentre si spacchia a crepapelle

come una vacca che succhia la potta.

Signori,

si scende,

finalmente si scende davvero

da questo treno mezzo scuro e mezzo nero

al grido di “a ognuno il suo”

e “a chi la tocca, la tocca”,

secondo il nobile pensiero dell’umile Gervaso.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 04, 06, 2022

IL GATTO ROSSO E IL TE’

LA LETTERA E IL SOGNO

“Ho sognato di salvare da annegamento un feto di un gatto che poco dopo vedo già adulto, bello, col pelo di color rosso ed era, con mia sorpresa, il mio gatto! (nella realtà, mai avuto gatti in vita mia).

In compagnia non ricordo di chi, prepariamo il tè, ma così tanto da riempire una piscina dove nuotiamo; mentre nuotiamo però la piscina si svuota per almeno tre quarti.

Lamento questo fatto dicendo agli altri che il tappo della piscina non è stato messo bene (come se fosse una vasca da bagno) e così quasi tutto il tè è andato perduto.”

Silvia

L’INTERPRETAZIONE

Ho sognato di salvare da annegamento un feto di un gatto che poco dopo vedo già adulto, bello, col pelo di color rosso ed era, con mia sorpresa, il mio gatto! (nella realtà, mai avuto gatti in vita mia).”

E’ un sogno di gravidanza, riguarda la femminilità di Silvia e verte sull’istinto materno che non sempre trova nella realtà il suo appagamento. Il feto di un gatto e l’annegamento condensano molto bene la dimensione materna di Silvia nel loro rappresentare un grembo gravido e il liquido amniotico, così come il gatto adulto, “il mio gatto”, “bello” e con il “pelo di color rosso, è la rappresentazione concreta di un bambino appena nato, meglio di una bambina in quanto il gatto condensa simbolicamente la femminilità.

Peccato che Silvia non ha mai avuto un gatto in vita sua e non sa quello che si è persa finora. Approfitto della circostanza per salutare il miei sei gatti siracusani: Coraggiosetti, Pietro, Fagottino, Paola, Gattorosso, Orbettino. Il gesto è doveroso dal momento che mi ospitano in primavera e in estate.

Silvia, ricorda che non è mai troppo tardi e che nel gattile della tua città trovi gattini d’autore e firmati da “madrenatura” in cerca di essere curati in cambio di un benessere psicologico senza eguali.

In compagnia non ricordo di chi, prepariamo il tè, ma così tanto da riempire una piscina dove nuotiamo;”

La simbologia del capoverso innesca l’allegoria della gravidanza: il partner anonimo a conferma che la gravidanza è esclusiva esperienza della madre, il liquido vitale, il grembo, l’empatia e la comune origine della vita. Il tè abbraccia anche una valenza dinamica e vitale con il suo essere un eccitante, un nervino. Silvia persiste nel suo bisogno di maternità e approfondisce le personali coordinate psichiche sul tema.

mentre nuotiamo però la piscina si svuota per almeno tre quarti.”

La compagnia di un anonimo è di supporto alla rappresentazione del parto. Le acque fuoriescono e il grembo si svuota. La gravidanza ha lasciato il posto alla nascita. Il sogno rappresenta in maniera semplice e inequivocabile l’esperienza naturale della gravidanza e del parto, a testimonianza che a livello psichico esiste nella donna un istinto filogenetico, l’amore della Specie.

Lamento questo fatto dicendo agli altri che il tappo della piscina non è stato messo bene (come se fosse una vasca da bagno) e così quasi tutto il tè è andato perduto.”

La bonaria pacatezza di Silvia continua a manifestarsi anche nella rappresentazione di un fatto traumatico: un aborto. Il senso della perdita viene espressamente dichiarato nel liquido vitale che non supporta più il feto. La vasca da bagno conferma la simbologia del grembo e il tappo attesta della placenta. La lacerazione e la rottura di quest’ultima è mirabilmente descritta nel tappo che non è stato messo bene.

Silvia in sogno rappresenta la sua esperienza di maternità non andata a buon fine e rimasta in un ambito traumatico, ma senza le connotazioni drammatiche che di solito accompagnano questi sogni. Tutto questo è stato reso possibile da una buona “razionalizzazione” da parte di Silvia della sua maternalità e della sua pulsione ad avere un figlio. La simbologia e l’allegoria stemperano eventualmente l’emersione delle angosce profonde e consentono al sogno di procedere senza cadere nell’incubo e senza incorrere nel risveglio.

Il sogno ha fatto in pieno il suo dovere di elaborare un tema psichico e di rappresentarlo in maniera garbata e in una veste eccentrica.