DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN FOLLE PASSEGGERE

Coincidentia oppositorum,

mio caro Nicolò da Cusa?



Chi sei tu?

Quello vero e autentico,

quello fresco di giornata come le uova di Paolo in Avola,

non quello dell’Università ad alto costo e a basso rischio,

non quello dell’Università che salda con i saldi di lauree,

a votre plaisir,

a volontè,

come la maionese che abbonda

nel camioncino sgangherato e odoroso di Ferruccio e di Ivana,

quelli che in piazza della Libertà nelle domeniche di tramontana,

sempre in Avola,

la cittadina delle mandorle e del cannolo di ricotta,

del vitigno antico e del vino nero,

quelli che vendono i micidiali mc donald nostrani,

impastati di sego di maiale,

del povero porsel,

e di sfilacci di carne di cavallo,

del povero cheval.



De docta ignorantia,

mio caro Nicolò Cusano?



Chi sei tu,

quello vero e autentico della Dotta ignoranza,

quello che disserta su una contrazione e una esplicazione dell’Infinito,

di un Dio fatto così e così,

tra ragione e inconsapevolezza,

tra pane e panelle che fanno le figlie belle?

La tua Dotta ignoranza esige

che la linea coinciderà con la circonferenza

secondo le rigide e precise norme del processo all’infinito,

che l’uomo è un piccolo dio,

soprattutto quando sforna il pane caldo quotidiano

in quel forno di Avola,

a putia ro pani i casa.

La tua Dotta ignoranza

afferma che del Supremo si può dire soltanto quello che non è,

il nominabile che manca sempre di qualcosa,

il Dio fatto in casa come le tagliatelle di nonna Giuseppina.

Cosa vuoi o Nicolò?

Dei nostri desideri son piene le fossa.

Della sua creatura preferita rimane ben poco,

non Gli è venuta poi tanto bene.

Lui, il Perfetto, se ne dispiace e si addolora,

ma in compenso ha pronto il gatto Coraggiosetti

con tutte le sue manfrine sicule e le sue sceneggiate napoletane.

Al felino improvvido sono destinate le ricchezze dell’universo,

in una con le difficoltà a reperire un mondo d’amore

dove inviare l’inviato del giornale o del telegiornale,

l’opinionista e l’esperto,

il leccaculo e il ruffiano,

il furbetto del primo piano e la bonazza di Instagram.



De venatione sapientiae,

mio ultracaro Nicolò da Cusa?



L’universo si contrae e si espande come il mio cuore,

batte come un martello e suona come un mantice.

Questo spazio infinito dove tutto è al suo posto,

dove ogni cosa è al suo posto,

come nella mia officina di campagna,

come nella cucina di mia sorella,

di mia cugina,

della madre del milite ignoto

che ancora aspetta il figlio partito per il fronte della Carnia,

Vincenzo Mamo,

detto ‘Nzino,

fu Antonino e zia Concettina,

quelli delle colonie africane del Duce,

quello che ancora oggi promette al suo popolo l’acqua e la luce.

Mira il tuo popolo,

o bella Signora,

che pien di giubilo oggi ti onora.

Anch’io festevole corro ai tuoi piè,

o santa Vergine prega per me,

che io, chissà se me la cavo.

Io?

Speriamo.

Speriamo che me la cavo

senza andare dal dentista.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere, 08, 12, 2021







IN NOME DELLA PIA

In un letto di spine spinate giace la Pia.

E’ appena caduta dalle mura del maniero di Nello dei Pannocchieschi,

in quel Castel di Pietra,

in Maremma,

un castello arcinoto per i suoi fantasmi in ghingheri bianchi e neri.

Ricordati di me che son la Pia,

Siena mi fè,

disfecemi Maremma.

In un letto di fuoco il Sommo poetastro la colse

e la depose sopra la pubblica coscienza

mettendola in versi aulici e proletari,

tanto da far contente la destra e la sinistra.

Quando tornerò nel mondo dei morti,

dopo questo gran paradiso di plastica e di amianto,

appena avrò un minuto di tempo in quella terra,

di te mi ricorderò,

o donna Silvana

dal mento aggraziato e dalle tette grosse,

tu che, insieme alla gracile Francesca da Rimini, girovaghi

nei gironi dei bordelli maltesi dell’Inferno di Dante,

l’amica di Paolo,

la moglie di Gianciotto lo sciancato,

quello che firmava i pizzini di Totò lu curtu

a che più oltre il becco non si metta.

Quando finirà questa cruenta guerra tra maschi e femmine,

tra uomini e donne,

tra mariti e mogli?

Da lì trarrem gli auspici della civiltà e della nuova Armonia.



Salvatore Vallone



Giardino degli Aranci, 28, 10, 2023

A ETTORE

Ettore ha chiesto di uscire in giardino.

Ha respirato profondamente.

E’ rientrato in casa.

Ha guardato la sua cuccia.

Ha scodinzolato a Ivan.

E’ passato di là.



Salvatore Vallone



Karancino, 17, 11, 2023

GIANNA VALLONE

380260043629229,

nome – Bella,

di poi Gianna, Tita, Tota, Billy, Billybilly, Duani, Duadua, Kamanbaby, Puccipucci,

microchip nel collo sinistro,

specie – cane,

sesso – femmina,

mantello – nero focato, (black tan),

testa – sale e pepe,

sterilizzato – si, ma da altri,

ultima ubicazione – traversa vallone Carancino, n° 62, 96100 Siracusa,

razza – meticcio

data di nascita – 09/04/2020,

tipo – pelo medio,

taglia – piccola,

segni particolari – BELLISSIMA, INTELLIGENTISSIMA, RIOTTOSA.

Abbandonata a raffica,

una volta,

due volte,

tre volte,

quattro volte.

Sopravvissuta a se stessa e all’ignominia umana.

E’ l’amor di Salgareda e del Ponte del mio Piave,

è l’amore che non ha pietà di me.

Adesso non cambierà bandiera.

Sei arrivata,

mi hai scelto

e ancora oggi resti con me per amarmi.

Came on my baby!

Caminamu!



Salvatore Vallone



Giardino degli aranci, 08, 11, 2023

SILVANA

Lei era dal macellaio.

Ieri ho incontrato la Silvana dal macellaio Rosario.

Deh, quant’era bella!

Ella non mi ha riconosciuto,

mi ha sentito.

Deh, quant’era donna!

Domina et magistra senza essere mater.

Era irrequieta e nervosa,

ma non aveva il mestruo,

non doveva purificarsi nei bagni della Giudecca,

sottoterra,

al terzo piano col suo nasino all’ingiù.

Silvana non è ebrea

e da tempo non ha più uova

da smerciare nel mercato di via de Benedictis,

tanto meno nella putiula dello zio Caitano,

Gaetano per l’anagrafe.

La donna delle selve aveva ancora il mento vezzoso,

lo sguardo fascinoso e ammiccante,

le tette basse basse,

il fare springo e l’incedere elegante,

il sedere liscio e cadente,

liscio come il culo di un monaco,

ma Silvana non è una suora,

cadente come le palle di Salvatore,

ma Silvana non è un maschio ernioso.

Ha comprato un chilo di spezzatino misto,

sette etti di salsicce di maiale

e mezzo chilo di fettine scelte di vitellone

per fare gli involtini alla messinese,

quelli con i pinoli delle Madonie e il pan grattato.

Ha pagato 42 euro

senza fare una piega.

Girando i tacchi altissimi,

è inciampata.

Non è caduta

perché io l’ho sorretta al volo

e l’ho baciata sulle gote rosse da alcolista.

Di poi è tornata nelle selve

con la sua Kaptur a trazione posteriore

e con venti valvole in tutto il corpo.



Salvatore Vallone



Karancino, 30, 10, 2023





IN MORTE DI SALVATORE

Intorno al sole c’è sempre un’aura

che brilla nel cielo spazioso,

che ottunde prima della scarica nervosa,

che risuona dopo la liberazione emotiva,

che vibra nello sposalizio della nuova energia.

Oggi intorno al sole c’è anche un’aureola che piange.

Intorno al sole ci sono le persone

vissute solitarie in mezzo alla gente

e morte in un letto d’ospedale,

abbandonate a “nostra sora morte corporale”

dalla pubblica indifferenza e demenza.

Oggi tra tanta Luce c’è mio cugino,

Salvatore il grande e il piccolo,

il forte e il debole,

l’uomo che non ha conosciuto l’equilibrio della normalità,

l’eterno sopravvissuto e mai cresciuto,

il marinaio della regia Marina militare italica

con la sua pizza in testa nel porto di Barcellona,

l’uomo di mare andato oltre la vita con la sua pilotina a nafta,

il giovinotto in Fiat spider prima del Sorpasso,

prima di Vittorio Gassman e di Dino Risi,

il ragazzino che ha cercato la sua verità,

l’uomo dagli affetti travagliati e dagli amori infelici.

Ti guidino tra le braccia del primo Nulla Giovanni ed Enzo,

i fratelli capitani di lungo corso,

e non ti manchi mai quella pietas

che merita un fedele marinaio dell’Albatros celeste.



Salvatore Vallone



Karancino, 01, 09, 2023



 





NOTE INTONATE

Caro malfattore,

mi dà allegria trovare una tua lettera nella bussola,

anche se non è più quella rossa dell’infanzia

e non c’è più il postino a recapitarla.

O tempora, o mores!

Qui non sono tutti trogloditi,

solo alcuni e sempre agguerriti,

certo,

ma siamo fortunatamente riusciti a ingentilirci

per poter sedere dignitosamente alla tavola dei pari.

Credo che sia così,

ma frequento poco la società,

quindi potrei essere troppo generosa

nel contrastare il pregiudizio.

Sono felice di sapere che stai bene,

a volte mi colgono pensieri cupi

e mi sembra che l’eternità si sgretoli

dentro il passaggio inesorabile delle stagioni,

poi rientro subito nei ranghi sgangherati dei miei sogni

e ti vedo così come sei:

estivo,

forte ed estivo,

caldo e ventoso,

folle come una tempesta

e fermo come la bonaccia.

Verrò a trovarti e ti abbraccerò,

la mano e basta non si usa con le persone amate,

nemmeno qua nella valle di Neanderthal.

Le mie migliori intenzioni collimano con le mie peggiori intenzioni,

quindi tocco tutto per sentire che esisto.

Se non ti piace,

mi dispiaccio,

ma piace a me il tuo odore di estate

e me lo godo tra il cicaleccio delle comari sudate.

Ciao, grillo parlante.

Sabina

Trento, 21, 06, 2023

IN NOME DELL’AMICA INFELICE

Tra le viti ramate e odorose di mosto,

tra i filari antichi di crocifissi lignei e bagnati di zolfo,

si è addormentata la donna in un ripido letto di rovi.

Ahimè,

la giovine era angosciata,

era d’acciaio temprato,

aut aut e non et et,

tanto mai vel vel,

ma la giovine era angosciata.

Lei volle e sempre volle,

fortissimamente volle,

ma la sua forza si sposava con la fragilità.

Ella volle una corda di canapa

per il suo necessario esodo.

Lascia che sia fiorito il suo sentiero”,

canta il menestrello

in quella terra laboriosa di gelide freddezze.

Fai buon viaggio,

o anima inquieta,

tra le energie cosmiche intrise di terrene e umane storie.

Salvatore Vallone

Giardino degli aranci, 30, 10, 2023

IN LIRICA E IN PROSA

Dimmi,

orsù e di grazia,

perché t’imballi

quando ti sballi

nel casinò di san Vincenzo

tra le dame di carità

vestite di nuovo

come le brocche dei fiordalisi

in questa domenica d’agosto

e dimmi,

ancora e per favore,

come mai le chiappe estetiche

sono soltanto abilitate

a supportare la defecazione

in questa giornata di amena calura

con tanto di sole che fulmina anche a Damasco.

Eppure eran belle le tue forme,

imperfette come un panettone di scarto,

originali in quel nonsochè osceno della provincia

tra i mercatini di broccoli aulenti,

tra i desideri di un cinema di periferia,

in mezzo alle strade che portano a Pieve di Soligo,

in attesa di essere nichelate dal fabbro ferraio.

Non facciamo storie,

dai e per cortesia.

Intanto si liberi,

di poi si desti come la donna di provincia,

non quella di bordello.

Come si ameranno le donne e gli uomini

senza fronzoli e cime di rapa,

senza crauti e cicoriette selvatiche.

Amami,

Alfredo,

e dimmi che non vuoi più vivere così,

con il culo in fronte

e non toccare le corde della tv

quando la tavola è imbandita.

Ti ritrovo tra un agosto di culi agognati

e un dicembre di avanzi festosi,

ermetico come il vaso di cetrioli

che il pianista di Polanski non riusciva ad aprire

nel bel mezzo di un gelido inferno.

Poi lo aiutò un nazista.

Comunque,

qui non si tratta di capire il sottotesto,

l’animo umano è così contorto

che cedere al piacere dell’enigma

a volte è solo un peccato di vanità.

E noi?

Noi com’eravamo?

Allegri e gentili,

credo,

pronti a toglierci gli abiti

e a non calare la maschera.

Una fetta della mia libertà

e una fetta di ottimo panettone artigianale

sono sempre a disposizione per te.

Che sia di scarto e di provincia non mi riguarda,

a me piacciono i sogni

e i sogni mi piacciono belli.

Con affetto, passione e un pizzico di oscenità,

bacio il viso di colui che sa mal cucinare le trippe.

Sava

Carancino di Belvedere, 08, 12, 2021


L’ERBA DEL VICINO

Adorabile è il gioco degli specchi

in cui l’adorata si pone da sola

e al centro di se stessa.

Il Cantico lo dice a chiare note:

come mite gazzella porta le labbra procaci e i seni intonsi

nel verde pascolo dove nulla è mancante

se tu sei con me.

Anche se non ci sei,

nulla è mancante

perché io ti penso.

Il narcisismo è una caratteristica maschile.

Nessuna donna va alla conquista di se stessa,

tanto meno si annega alla fonte risorgente di Ciane o di Aretusa

o si trafigge di acuminato pugnale nel prospero petto.

Narciso fa a meno di Eco,

la bellissima tra le belle,

colei che ancora vibrando risuona per valli e per monti.

Anche Orfeo piange l’amato bene perduto,

mentre la morbida Euridice scende nel regno degli Inferi

abbracciata all’ispido e irsuto Ades.

Questo è l’amore,

l’amore del possesso:

un capitalismo di guerra,

uno Smith che si marita in un soviet con Keynes.

Tu e io definiamo identità in opposizione

ciascuno pescando nel mondo dell’altro:

tu femmina, io maschio,

tu maschio, io femmina.

Il sillogismo è bello e servito.

Concludi tu,

tu che mi arricchisci con la tua visione balzana dell’universo,

una weltanschauung alla carlona e degna di un visionario,

un manicomio fascista e democristo prima dell’amico Franco,

un timballo di melanzane carnose e polpettine con salsa di pomodoro.

Ma la paternità di ciò che tu muti è mia,

la maternità di ciò che tu muti è tua.

Alla fin fine la Vita è Poesia.

La grande consolazione è la grande Bellezza.

Tutto questo mi sembra di gran lunga sufficiente

per accorgersi del miracolo,

per gridare inseguendo un goal e con tanto di mortaretti notturni:

evviva,

evviva,

abbiamo fatto ancora una volta la festa al Santo”.

Sava

Carancino di Belvedere, 21, 05, 2021