LE STIMMATE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Buongiorno Salvatore,
volevo raccontarti il mio sogno, non è uno dei miei soliti sogni strani, ma, visto che ieri è stata una giornata tanto serena, mi sembrava strano che avessi fatto questo sogno.
Stanotte ho sognato che mi tagliavo per sbaglio i palmi delle mani mentre cucinavo.
Usciva un sacco di sangue, erano tagli profondi, se non sbaglio tre e addirittura vedevo un tendine fuori, che avevo urgenza di rimettere dentro la mano, ma la mano era stata già medicata e sapevo che, se avessi mosso qualcosa, avrebbe ricominciato a sanguinare.
Ho avuto una notte agitata in cui mi svegliavo di continuo, quindi non ricordo bene il tutto.
Ricordo che preparavo il brodo di carne con il mio ragazzo, per lo più ero io a cucinare, come accade di solito nella realtà.
Nel brodo ci mettevo cose rimaste, pezzi di impanate e ricordo che dovevo mettermi da parte delle uova, così come aveva fatto mia sorella, anche se comunque di uova ce ne erano tantissime perché mia sorella le aveva ricomprate.”
Questo è il sogno di Ambra.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

“volevo raccontarti il mio sogno, non è uno dei miei soliti sogni strani, ma, visto che ieri è stata una giornata tanto serena, mi sembrava strano che avessi fatto questo sogno.”

Non esistono “sogni strani”. I prodotti onirici sono frutto delle nostre esperienze psichiche pregresse e in atto, sono elaborati dai “processi primari” e, in particolare, dai “meccanismi psichici di difesa” della “condensazione”, dello “spostamento” e della “figurabilità”. La loro natura poetica e libertaria li rende “strani”. Proprio perché era “una giornata tanto serena”, la Psiche di Ambra ha potuto elaborare materiale affluito dal “resto diurno” senza alcuna resistenza: un pensiero o un ricordo o un fatto del giorno precedente che ha evocato in libera associazione esperienze psichiche pregresse e ancora in circolo.
Niente di strano, cara Ambra, ma tutto regolare.
In sintesi , il tuo sogno verte sul “narcisismo” in versione sacrificale e adeguatamente composto ed evoluto in versione costruttiva, tratta della sessualità procreativa nella forma del “sangue e delle uova”, nonché sul “sentimento della rivalità fraterna”: un sogno direttamente proporzionale al trionfo della giovinezza femminile con associate le paure e le angosce sui vari temi.
La funzione onirica dirà tutto nel suo linguaggio apparentemente dimenticato.

“Stanotte ho sognato che mi tagliavo per sbaglio i palmi delle mani mentre cucinavo.”

Ambra presenta subito la sfera affettiva e relazionale, “mentre cucinavo”, nonché la sua sfera psichica sacrificale, quasi cristologica, “mi tagliavo i palmi delle mani”. “Per sbaglio” equivale a una revisione del senso di colpa in questa dimensione psichica che tratta i conflitti del sentimento e dell’investimento di “libido”, la vita affettiva e relazionale come detto in precedenza. E in questa dimensione così privata Ambra esibisce a chiare lettere i “segni” della sua elezione, della sua predilezione verso se stessa, del suo “narcisismo”, le “stimmate”, la sua individualità nella versione ricorrente di un segno nella carne che ne manifesta l’eccellenza e il valore. Pur tuttavia, trattandosi di “narcisismo”, Ambra è un’eroina negativa da tragedia greca che si sacrifica per la vita e la vitalità affettive. Ambra ha elaborato nella sua infanzia il “fantasma” narcisistico nell’immagine di una bambina eccellente ed eccezionale, dotata di un forte amor proprio che non disdegna il culto di sé e l’affermazione della sua superiorità e sempre in un ambito familiare ed affettivo. La “posizione psichica orale”, primo anno di vita, e la “posizione narcisistica”, quarto anno di vita, hanno esaltato la “posizione anale”, secondo e terzo anno di vita, con il sacrificio di sé per amore, la classica sintomatologia cristologica della morte per la salvezza del prossimo più vicino. Il senso di colpa ha un ruolo importante nell’infondere energia e sostanza a questa travagliata, quanto naturale, psicodinamica. Siamo e restiamo in un ambito evolutivo di formazione psicofisica.
Procedere nell’interpretazione del sogno di Ambra ha un suo gusto, alla luce della complessità dei temi condensati, spostati e rappresentati dal “lavoro onirico”.

“Usciva un sacco di sangue, erano tagli profondi, se non sbaglio tre e addirittura vedevo un tendine fuori, che avevo urgenza di rimettere dentro la mano, ma la mano era stata già medicata e sapevo che, se avessi mosso qualcosa, avrebbe ricominciato a sanguinare.”

Il bisogno di affermazione e di esibizione, la pulsione narcisistica, è direttamente proporzionale alle esigenze affettive di dare e di ricevere. Il “sangue” è archetipo della Vita e dell’energia vitale, la “libido” nella sua accezione globale, per cui la perdita di “un sacco di sangue” da un lato attesta di quest’angoscia di devitalizzazione e dall’altro lato del forte bisogno di richiamare l’attenzione del prossimo circostante. I “tagli profondi” rievocano anche angosce di deflorazione classiche dell’infanzia, erano tanti e cruenti nell’evidenziare il “tendine”, così come i bisogni di riparazione e di ripristino dell’equilibrio psicofisico turbato erano altrettanto urgenti, per cui Ambra reagisce riformulando la rete delle relazioni affettive in base all’equilibrio migliore possibile alle condizioni date, evidenziando notevoli capacità di leggere le situazioni e le persone e di sapersi adattare. L’evitamento del protagonismo iniziale di stampo narcisistico si evolve nell’intuizione delle psicodinamiche relazionali e nella messa in atto delle strategie idonee al mantenimento dell’equilibrio psichico personale e del gruppo di appartenenza. Resta, in ogni caso, l’esaltazione della “libido narcisistica” al fine di rinforzare l’Io e la “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, la struttura, e di disporre di energie funzionali alla loro crescita e prosperità. L’intelligenza operativa di Ambra è evidente in “sapevo che, se avessi mosso qualcosa, avrebbe ricominciato a sanguinare.” Ambra bambina e adolescente ha saputo adattarsi all’aspra conflittualità delle psicodinamiche in atto e ha reagito istruendo le difese narcisistiche che ha successivamente superato con una migliore presa di coscienza. Nel comporre se stessa si è riconciliata con l’ambiente stabilendo le relazioni migliori per sopravvivere. La valenza narcisistica e la valenza affettiva-relazionale si inseguono e si susseguono sotto la spinta del “sentimento della rivalità fraterna” che è sempre dietro l’angolo e rende il sogno complesso nelle interazioni e ricco di vissuti, a testimonianza della fervida attività della Fantasia di Ambra, meglio dei suoi “processi primari”.

“Ho avuto una notte agitata in cui mi svegliavo di continuo, quindi non ricordo bene il tutto.”

“La notte agitata” si spiega proprio con la complessità interattiva dei “fantasmi” e dei simboli, delle paure e delle angosce, dei bisogni e dei desideri. Ambra oscilla tra il sonno e la veglia, ma, in effetti, l’intensità nervosa è misurata dal mescolarsi del “contenuto latente” e del “contenuto manifesto” del sogno. Se il “lavoro onirico” di camuffamento dei vissuti, messi in gioco nel sonno involontariamente da Ambra, funziona, allora il sonno è profondo e le tensioni sono ridotte al minimo sindacale. In caso contrario, il prezzo da pagare è l’agitazione e il risveglio immediato con incubo incorporato per coincidenza del “contenuto latente” e del “contenuto manifesto”: la “censura onirica” non ha funzionato. Il mancato ricordo del “tutto” è dovuto sempre al camuffamento dei vissuti originari nei simboli e nella loro interazione poetica. Insomma, Ambra è agitata per la qualità umana del materiale che sta sognando e per il duplice registro in cui creativamente lo sta inserendo: l’affettivo e il sessuale.

“Ricordo che preparavo il brodo di carne con il mio ragazzo, per lo più ero io a cucinare, come accade di solito nella realtà.”

“Lupus in fabula”. Questo è il registro sessuale. Ambra si ritrova in piena fusione attiva con il suo “ragazzo” a preparare un “brodo di carne”, un alimento che contiene l’affettività e i sentimenti, ma che ha soprattutto una valenza proprio carnale nella liquidità degli umori e nell’iniziativa del desiderio femminile. Ambra è una donna attiva e fattiva che agisce senza alcuna remora psichica e culturale, gestisce la relazione affettiva ed erotica sessuale con disinvoltura e coglie con precisione i termini neurovegetativi dell’eccitazione e della lubrificazione vaginale: “il brodo di carne” per l’appunto.

“Nel brodo ci mettevo cose rimaste, pezzi di impanate e ricordo che dovevo mettermi da parte delle uova, così come aveva fatto mia sorella, anche se comunque di uova ce ne erano tantissime perché mia sorella le aveva ricomprate.”

Il “brodo”, “i pezzi di impanate”, le “uova” e “mia sorella”, quest’ultima molto provvida nel ricomprare le uova e nel non rimanere senza, questi sono i “quattro elementi psichici” che interagiscono nel finale del sogno di Ambra, dopo che la nostra ex eroina ha abbandonato le “stimmate”, i segni sulla carne diventati inutili nel momento in cui si relaziona con l’esterno e commisura il suo valore nel confronto con gli altri e nell’esibizione delle sue doti. Questi “quattro elementi psichici” sono tenuti insieme dal “sentimento della rivalità fraterna” e dallo spirito di competizione al femminile. Ambra ha maturato un vissuto ambivalente nei riguardi della sorella, un sentimento fatto di affetto e avversione, di autonomia e dipendenza, di complicità e diffidenza. Il tutto rientra nella norma assoluta, così come tutta la psicodinamica del sogno di Ambra, ma viene sviluppato in maniera personale. L’oscillazione tra sessualità e affettività si mostra nel finale attraverso la lubrificazione vaginale, l’affettività, la fertilità e la competizione, i “quattro elementi psichici” di cui si diceva in precedenza. Ambra si identifica nella sorella e nella sua fecondità, la vive come una donna che sa prevedere e provvedere in riferimento al menage affettivo ed erotico, nonché sessuale. La sorella è stata una maestra e un esempio da imitare non soltanto nella vita e vitalità sessuale, ma anche nella sfera affettiva. Spesso le sorelle si educano reciprocamente nei temi scottanti della vita sessuale e della crescita psicofisica. Ambra ha trovato nella sorella una guida a cui affidarsi e da cui diffidare per amore della propria autonomia e differenziazione.
In sintesi il sogno “strano” di Ambra sviluppa all’interno della cornice del “sentimento della rivalità fraterna” la psicodinamica evolutiva della vita sessuale con particolare riferimento ai doni dell’essere femminile, l’eccitazione e la fertilità, la disposizione e la fecondità. La figura maschile è marginale e attesta del gradimento di Ambra di viverla in una “posizione psichica narcisistica”, senza tante dipendenze e altrettante sottomissioni. Ambra mostra il suo culto nei riguardi dell’autonomia, del “far legge a se stessa” negli affetti e nella sessualità, trovando nella sorella un riferimento ambivalente di evoluzione psicofisica. Non dimentichiamo che Ambra si tagliava i palmi delle mani mentre cucinava, ossia nell’esercizio degli affetti e dei sentimenti.
Un ultimo inciso teorico è opportuno sulla tematica universale delle “stimmate”. Sono “segni” sul corpo ottenuti per via fantasmica come nel sogno, “signa”, funzionali all’identificazione e all’identità psichiche. Sono, infatti, risoluzioni della problematica evolutiva in associazione alla “posizione edipica”, la conflittualità con le figure genitoriali. Quando nella triade padre-madre-figlia quest’ultima immette un senso di colpa, avviene la rottura dell’equilibrio relazionale, per cui, sempre la figlia, regredisce e ricorre alla “posizione narcisistica” rafforzando in maniera abnorme l’Io e secondo le linee della colpevolizzazione. Le “stimmate” sono proprio una identificazione colpevolizzata e una identità all’uopo sacrificale, un segno nella carne che è molto difficile ottenere come somatizzazione della pulsione psichica nella realtà di tutti i giorni.
Mi spiego meglio.
Quando nella realtà ci imbattiamo nelle stimmate di una persona che si ritiene a suo modo eletta, bisogna rilevare che è impossibile che la Psiche procuri una somatizzazione di così forte intensità e consistenza. Insomma le “stimmate” non rientrano nella Medicina psicosomatica, ma si addebitano all’azione diretta della persona che intende procurarsi un segno visibile e ultraterreno di elezione. La cosa non è tanto salubre.
Questo è quanto e tanto di più di quel che è dovuto a un sogno apparentemente “strano”.

 

IL CAMMINO DI SANTIAGO

TRAMA DEL SOGNO

“Ero appena arrivata alla mia meta dopo un lungo viaggio a piedi e compiuto con passo calmo ma costante.

Il paesaggio era collinare e i colori predominanti quelli dell’imbrunire o dell’alba, dunque dorato e buio, con le ombre lunghe.

Era una meta anche di altri viaggiatori, camminatori, come la fine del Cammino di Santiago.

Il posto di arrivo era una comunità e c’era la sensazione che quella non era la fine, ma una continuazione.”

Questo è il bellissimo e interessantissimo sogno di Libera.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero appena arrivata alla mia meta dopo un lungo viaggio a piedi e compiuto con passo calmo ma costante.”

Donna Libera è libera di nome e di fatto. Almeno mi piace pensarla così prima di addentrarmi nei meandri del suo bel sogno, un prodotto sicuramente psichico e specificamente filosofico a conferma della democratica valenza speculativa, oltre che poetica, della funzione onirica. Dormendo e sognando riusciamo a pensare i temi universali attribuiti storicamente alla Filosofia e a formularli secondo canoni poetici. E così Libera arriva alla “meta” del suo “lungo” e travagliato “viaggio”. Alla fine della sua vita s’impatta con la morte e mantiene la calma e la costanza che hanno contraddistinto la sua vita. Si sa che il “viaggio” è la metafora della vita e dell’esercizio del vivere. Si sa che la “mia meta” rappresenta la mia fine del viaggio o della vita: la mia morte. La vita di Libera si è snodata con la giusta fatica degli onesti e con la calma fiduciosa dei costanti, di coloro che segnano il loro cammino con passi ritmati e ben impressi sul terreno a voler testimoniare che hanno ben vissuto e attraversato con gusto pieno le varie esperienze della loro vita. Libera ha ben vissuto le tappe della sua vita e adesso si dispone bene verso la sua morte: naturale eutanasia. Giunta alla fine del suo pacato e deciso cammino, Libera cerca la morte buona, bella e giusta, quella che non viene vissuta come una irreparabile perdita, ma come una naturale evoluzione del vivere e magari con il rischio o il pregio che sia la conclusione naturale del ciclo vitale e del metaforico viaggio: di poi, il nulla eterno che nell’umano mentale consorzio è sempre un qualcosa.

Il paesaggio era collinare e i colori predominanti quelli dell’imbrunire o dell’alba, dunque dorato e buio, con le ombre lunghe.”

La morte non è un’irreparabile e assurda perdita, così come la vita non è un filosofico andare verso la morte. La vita di Libera non è stata contrassegnata dai “fantasmi” depressivi, ma dalla Bellezza, dall’Estetica, dal gusto del Bello e del Sublime che soltanto l’Arte dona all’uomo che a essa si apre e si dedica nella sua ricerca esistenziale senza filare dietro al pessimismo e alle brutture dell’angoscia di una morte tre volte “in”: ineffabile, insostenibile, ineludibile. Libera è supportata alla fine del cammino di vita dalla sua sensibilità estetica, dalle sue tendenze a vedere in se stessa la funzione della Bellezza e nella natura l’incarnazione della Bellezza. La vita vissuta si colora delle sensazioni e dei sentimenti che Libera ha sperimentato nelle mille esperienze di acquisto e di perdita, di vitalità e di caduta dell’energia, della ricchezza e della penuria della “libido”. Libera si è proiettata nel futuro con i piedi ben saldi sul presente e ha prolungato il gusto delle esperienze vissute fino al massimo consentito dalle umane leggi psicofisiche. Una saggezza buddista governa Libera nel suo trovare l’alba dentro l’imbrunire e nell’individuare i colori della fine nei colori dell’inizio seguendo sempre l’andamento collinare del suo vivere, fatto di alti e bassi umorali, di salite e di discese psichiche, di sublimazioni e di materializzazioni difensive sempre di quell’angoscia che rappresenta per ogni uomo la “malattia mortale” per eccellenza. Ricordo che le “ombre” si allungano all’alba e al tramonto, ma per convenzione simbolica l’alba va verso la vita e il tramonto va verso la morte. La filosofia di Libera è diametralmente opposta all’Esistenzialismo e al Pessimismo che lo ha segnato come malattia culturale collettiva dopo le tre tremende guerre della prima metà del Novecento. La filosofia naturale di Libera è il Giusnaturalismo che celebra il trionfo della Vita con tutto l’Ottimismo che l’essere vivente può concepire. Vedo Libera prossima al Buddismo e liberamente diretta verso quel traguardo senza maestri e senza insegnamenti specifici di setta o di scuola. Bontà dell’umano sognare che rivela la democrazia della Poesia, della Filosofia e dell’Arte di vivere secondo natura e secondo realistico buon senso.

Era una meta anche di altri viaggiatori, camminatori, come la fine del Cammino di Santiago.”

A questo viaggio di Libera verso la morte e in onore dell’amor fati manca la sofferenza che il Buddismo esige in prima istanza come essenza del vivente. La “volontà di vivere” di Arthur Schopenhauer non è presente nel mondo pacato e responsabile della protagonista del sogno: tutt’altro! I “camminatori” sono tanti e tanti, altri assieme ad altri e tutti insieme per raggiungere la meta, “la fine del cammino di Santiago”, la fine della vita. Libera è una cittadina del mondo ed è una donna della società umana: il cosmopolitismo si coniuga in lei con l’umanità solidale e l’umanità diversa. Tutti gli uomini sono uniti dai corpi e dal viaggio biologico e sociale dei corpi, dalle due gambe che consentono di essere “camminatori”, uomini del mondo che viaggiano la loro vita arrivando al mistero sacro della fine di quel viaggio. E già la fine del viaggio ha una sua sacralità fondata sul senso del mistero e sull’esaltazione della materia vivente che include proprio la fine del viaggio, la morte buona, la morte bella, la morte giusta. Il viaggio ha una valenza etica ed estetica e in questi attributi trova la sua giustificazione e il suo riscatto. Non tutti gli uomini sono “camminatori” nell’esperienza esistenziale di Libera, ma la diversità arricchisce e non è motivo di esclusione e di emarginazione.

Il posto di arrivo era una comunità e c’era la sensazione che quella non era la fine, ma una continuazione.”

La koinè greca, il senso di essere cittadini del mondo e di partecipare al comune destino, è “il posto di arrivo” di quel viaggio che sembra aver fine e che, dalla consapevolezza di essere in tanti e in troppi e in quasi tutti e in tutti, trova il senso del mistero che si apre verso una metamorfosi, una continuazione della vita e del “viaggio” in altre forme e in altro modo. La comunità “pneumatica” di Kierkegaard, spirituale o delle anime, viene rievocata da Libera senza la coscienza di sognare il sogno di un altro, il suo sogno già sognato da altri e magari dato alle stampe filosofiche, ma la comunità sociale di Libera tende all’universalità perché tutti gli uomini sono viaggiatori e camminatori anche se non tutti hanno la coscienza di tanto nobile andare e di tanto inesausto progredire. Ma questa mancanza non è selettiva e non ha il sapore dell’esclusione. “C’era la sensazione”, ma non c’era la certezza. Libera offre questa chiosa filosofica per comunicare che il pendolo della vita oscilla per i consapevoli “camminatori” tra il dubbio e la verità del dubbio. La “scepsi” universale si conferma la forma di verità migliore possibile per la Logica e per l’Etica umane.

Grazie a Libera per aver sognato gli spunti psichici e filosofici di tutta l’umanità e per aver confermato, qualora ce ne fosse stato bisogno, quella comune matrice che, al di là delle differenze culturali, lega tutti gli uomini nella comunità e nella comunanza, nella dignità e nel valore.

Anche quando nulla chiede in noi di continuare a vivere, la Vita si afferma sempre nella Filogenesi. Ci saranno ancora altri uomini a rivivere e a trasmettere la meravigliosa comunione degli amorosi sensi che visibilmente lega le generazioni.

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 11

Tu ne quesieris…

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babilonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!
Seu plures hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

VERSIONE LETTERALE

Tu non cercare…

Tu non cercare, il sapere non è lecito, quale a me, quale a te
fine gli dei hanno dato, o Leuconoe, non provare
i calcoli babilonesi. Al meglio, qualunque cosa accadrà, sopporta!
Sia che Giove ha dato parecchi inverni o come ultimo
questo che ora affatica il mar Tirreno tra le opposte scogliere,
sii saggia, mesci i vini e in uno spazio breve
taglia una lunga speranza. Mentre parliamo, sarà fuggito il tempo
invidioso: cogli il momento, quanto minimamente fidente nel futuro.

VERSIONE LETTERARIA

Carpe diem

O Leuconoe, non chiedere anche tu agli dei
quale destino hanno riservato alla nostra vita
perché è impossibile saperlo
e sarebbe come ricercare un senso logico
nei calcoli astrali dei Caldei.
Credimi, è meglio rassegnarsi,
sia se Giove ci concede ancora molti inverni
e sia se l’ultimo è proprio questo
che infrange le onde del mar Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci bene! Versati un po’ di vino
e soltanto per un breve tempo
concediti l’illusione di una speranza.
Mentre noi parliamo, il tempo impietosamente è diventato passato.
Godi l’attimo e non affidarti assolutamente al domani.

COMMENTO

Celebre e celebrata l’ode del “carpe diem” è stimata il capolavoro della poesia di Orazio; in essa i temi dominanti dell’Etica epicurea sono espressi in maniera lucida e sobria, essenziale e incisiva.
Il testo è dedicato a Leuconoe, la donna “dall’animo candido” o “dai pensieri ingenui”, in ogni caso una fanciulla preoccupata del domani a cui il saggio e maturo Orazio non lesina i suggerimenti più obsoleti e ricorrenti nella letteratura greca: Alceo, Saffo, Anacreonte, Bacchilide, Simonide, Mimnermo, Euripide, Epicuro.

Anacreonte

Frammento 44 D sulla morte.

“Le mie tempie son canute,
la mia testa è tutta bianca:
la gentile gioventù
è svanita, ho i denti vecchi:
poco tempo mi rimane
della bella vita ormai.
Così spesso mi lamento,
nel terrore di laggiù.
E’ terribile l’abisso
della morte, il passo è amaro.
Perché questa è verità,
che chi scende non risale.

Anacreonte

Frammento 69 D

Ho desinato con un pezzettino
Smilzo smilzo di focaccia;
ma di vino
ne ho tracannato un orcio fino in fondo;
e ora con la cetra
faccio la serenata alla mia bella.

Simonide

Frammento 6 D

“Uomo qual sei, non dire mai quel che domani sarà
né se vedi uomo felice, quanto durerà.
Di una mosca dalle lunghe ali
non è così veloce il volo.

Frammento 9 D

“Degli uomini scarso è il potere,
sono gli affanni vani;
dolore su dolore è la breve vita.
Su tutti uguale pende l’inevitabile morte:
i vili e i forti ugualmente l’hanno in sorte.

Saffo

Frammento 58 D

Morta tu giacerai,
ne più memoria sarà di te,
né rimpianto; ché non cogliesti
le rose della Pieria:
e ombra ignota anche nell’Ade
ti aggirerai,
tra scure ombre di morti
sperduta.

Bacchilide

Epinicio V 151 162

“Per un istante è ancora la dolce vita,
sentii venir meno le forze, oh misero,
dando l’ultimo respiro
piansi lasciando la bella giovinezza.”
Soltanto allora, come narrano,
l’impavido figlio di Anfitrione
bagnò gli occhi di pianto
lamentando la sorte dell’eroe infelice
e rispondendogli disse:
“Meglio per l’uomo non essere nato
E non vedere la luce del sole.”

Alceo

Frammento 39 D

Bisogna ubriacarsi ora, bere anche
se non si vuole, perché è morto Morsilo.

Frammento 90 D

Zeus manda pioggia. Un grande inverno
Dal cielo. Sono ghiacciati i corsi d’acqua…
E ammazzalo l’inverno. Butta fuoco,
mesci senza risparmio vino buono,
gira la lana morbida sul capo

Frammento 91 D

Non devi ai mali concedere l’anima.
a nulla giova soffrire e piangere,
o Bucchi. Far portare il vino
ed inebriarsi è il solo rimedio.

Frammento 104 D

Sì, il vino è per gli uomini uno specchio.

Frammento 94 D

Gonfiati di vino: già l’astro
che segna la grave stagione,
dal giro celeste ritorna,
e ogni cosa è arsa di sete.
e l’aria fumica per la calura.

Acuta tra le foglie degli alberi
la dolce cicala di sotto leali,
fitto vibra il suo canto, quando
il sole a picco sgretola la terra.

Solo il cardo è in fiore:
le femmine hanno avido il sesso,
i maschi poco vigore, ora che Sirio
il capo dissecca e le ginocchia.

Frammento 96 D

Beviamo. Le lucerne
perché attendiamo? Il giorno è solo un attimo.
Prendi, amor mio, le grandi,
le bellissime coppe variopinte.
Il vino, oblio dei mali,
diede il figlio di Semele e di Zeus,
ai mortali. Due parti
mescola d’acqua, una di vino; riempi
fin all’orlo il cratere.
Ed una coppa spinga l’altra giù.

Frammento 73 D

Bevi, bevi ed ubriacati,
Melanippo, con me. Credi tu forse,
quando varcato avrai
Acheronte, il gran fiume vorticoso,
credi tu che vedrai
la luce pura splendere del sole
un’altra volta? Amico,
non vagheggiare cose grandi mai.
Ma, pur saggio come era,
due volte, per volere della sorte,
il fiume vorticoso,
l’Acheronte, varcò; dolori immensi
il re figlio di Crono
laggiù gli diede da soffrire, sotto
la nera terra. Ma i pensieri tristi
scacciamo, finché giovani
siamo. Bisogna questa volta ancora
bere, e soffrire il male
che ancora voglia il dio farci soffrire.

Mimnermo

Frammento 2 D

Noi siamo come foglie, che la bella stagione
di primavera genera, quando del sole ai raggi
crescono: brevi istanti, come foglie godiamo
di giovinezza il fiore, né dagli dei sappiamo
il bene e il male. Intorno stanno le nere dee:
reca l’una la sorte della triste vecchiaia,
l’altra di morte. Tanto dura di giovinezza
il frutto quanto in terra spande la luce il sole.
Ma, quando questa breve stagione è dileguata,
allora, anzi che vivere, è più dolce morire.

Il poeta dissuade Leuconoe dall’interrogare gli astrologi babilonesi sul futuro che l’attende e le suggerisce la soluzione migliore di carpire alla fuga e alla rapina del tempo la giornata presente senza sperare in quell’ovvio domani che resta sempre affidato agli dei e depositato nel loro grembo.
Lo scenario più naturale dell’ode appartiene alla stagione invernale: il mare in tempesta e le onde che si infrangono sugli scogli a simboleggiare senza equivoci le ineffabili sofferenze della vita umana e l’ineffabile imprevedibilità di un destino situato tra scienza e magia.
In una formidabile sintesi poetica Orazio include molti temi: la fanciulla ingenua, la volontà degli dei, l’inesorabile scorrere del tempo, l’ineffabile destino umano, la vita e la morte, la saggezza dell’uomo maturo, la ricerca di un’impossibile coscienza di sé, il tabù della conoscenza, la mitica astrologia, la volgare superstizione, la necessaria rassegnazione, la passiva accettazione del progetto degli dei, la cosciente illusione delle speranze, la benefica panacea del vino, l’angosciante fugacità del tempo e la provvida soluzione del “carpe diem”.
L’ode muove da una circostanza immaginaria dal momento che non contiene indizi cronologici precisi che consentano una collocazione temporale plausibile. Del resto, l’angosciante tema della rapina del tempo appartiene alla “coscienza collettiva” insieme alle riflessioni logiche opportune e alle forti emozioni implicite, un tema che rientra nello “Immaginario collettivo” con tutto il corredo dei fantasmi psichici collegati all’angoscia della morte.
La concezione epicurea della felicità, la “atarassia” per l’appunto, ingiunge al comune e saggio mortale di vivere intensamente l’attimo e il tempo presente per eliminare le angosce del futuro e della fine; in quest’ode Orazio affida a otto intensi e concisi versi un messaggio atavico e obsoleto a testimonianza della sua capacità di elaborare e riproporre in poesia i classici temi filosofici intorno alla situazione esistenziale e ispirati alla morale corrente.
Nell’approfondire la fugacità della vita umana Orazio non esorta a vivere banalmente la quotidianità, ma a essere padroni di se stessi, estimatori delle gioie consentite agli uomini e consapevoli dei propri limiti. Questi temi ricorrono nella sua poesia come se fossero radicati nella dimensione psichica profonda del poeta e fossero stati oggetto nella sua adolescenza di una drastica e difensiva introiezione.
L’autocontrollo del poeta appare manifesto dentro un coerente e adeguato modello espressivo, un testo denso e privo di ridondanza, un procedere colloquiale, il tono e l’indeterminatezza elegante musicalità del ritmo creano un fascino autentico e un gioiello della lirica di ogni tempo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 22, 02, 2021

LA MAGIA DELLA POESIA

Il poeta è così.
Già, così!
Il poeta è prodigo di senso.
Il poeta non possiede i significati dei suoi sensi.
Il poeta è libertario perché è libero,
è libero dentro e fuori,
è libero di fare e di brigare,
di combinare,
di evocare,
di tirare fuori,
di contaminare,
di rubare,
di associare il visibile e l’invisibile come Freud,
di realizzare il possibile e l’impossibile come Teresa,
di dare in pasto i suoi fantasmi ai gladiatori nel Colosseo come Nerone,
di piangere come un bambino
che non ha imparato Pianto antico a memoria
perché il piccolo Dante lo faceva piangere,
come Salvatore.
Il poeta s’en fous dell’editore
e della sua preziosa carta straccia
che puzza di inciucio e di fottisterio.
Il poeta è come Jacob nel lager,
compone con Ilse e con Andrea,
inquacchia con i pennelli i colori delle sue parole,
verba quae volant,
verba quae sapiunt,
verba quae nesciunt,
parole che non cercano alcunché
e nulla valgono al cospetto dell’Ente
che in principio le pronunciò creando:
sia il poeta et poeta factus est.
Il poeta è un piccolo dio e un grande fornaio,
vedi Pablo,
un infante che non sa parlare come Jacob o Slomo,
come Tommaso e Mariapia,
come tutti i dislessici e gli autistici dell’universo,
il poeta parla per loro,
diventa un verso
e porta con sé un vocabolario,
il suo,
come dono per i più fortunati,
i muti nelle corde vocali ma non nel cuore.
Questo suono vuol dire poesia,
vuol dire voce e grido e cadenza,
uno stato di quiete che si accovaccia ai piedi della tragedia,
l’eco di un canto di speranza
che accompagna il tormento,
che si tatua sulla pelle sottile dell’infanzia.
Il poeta entra anche nell’orrore
e ne esce pulito.
Oggi anche tu sei Jacob,
anche tu sei Alan a viso in giù sulla sabbia gentile di Lampedusa,
anche tu sei my baby nelle grida della madre disperata,
anche tu sei Rosetta Nascimbeni,
anche tu sei Dante Carducci,
anche tu sei Pirro Viviani,
l’amico di Giovanni Pascoli
su cui disse le orazioni dovute
per un buon esito della gita nella campagna romagnola dell’aldilà.
Il poeta è ricco di fantasmi
e li sparge per i campi fertili in lungo e in largo.
In questo il poeta è un bambino:
usa il fantasma
e va per libere associazioni,
lavora per se stesso e non tende all’universale,
non aspira al premio di Venegazzù nella civile Svezia.
Se ti ritrovi e ti evochi,
il poeta è per te,
altrimenti va bene lo stesso,
tutto va bene,
tutto va ben madama la marchesa
e in bocca al buon lupo,
tutto va ben,
tout va tres bien.
Sarà per la prossima volta,
magari quando anche tu proietterai i tuoi fantasmi
alla ricerca di una eco nella gente,
nel prossimo che ti circonda
e che ha tante storie uguali alle tue da raccontare,
ma non ha il coraggio di dirle.

Questo furto è stato operato da Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 01, 05, 2021

DEDICATO AD ANDREA

Caro amico,
da tempo non ti si vede per le calli della marca trevigiana,
terra di conti, marchesi, vassalli, valvassori e valvassini,
terra di servi della gleba in odore di borghesia rurale,
terra dei futuri miracoli industriali, visibili e invisibili,
terra dei miracolati del nordest storico e geografico,
terra della Liga stupida e crudele e dei crumiri mercanti della lana,
terra dello spritz frizzante al Campari e dello spiedo alla salvia lucens,
terra della grappa da bus che inciucca e ingroppa,
terra del tiramisù inventato dalla maitresse del casino di Cae de oro,
terra delle buone e belle fritoe da gustare soltanto a Carnevale.
Da tempo non giri per i sestrieri e i campielli di Venessia,
non girovaghi per i porteghi e i sottoporteghi di Cannaregio,
per i ghetti degli Ebrei e i vicoli della Giudecca,
non senti gli olezzi maligni della laguna
e delle fogne a cielo aperto nel nostro patrimonio umano e collettivo.
Da tempo il basco blu non copre la tua testa sopraffina,
i tuoi pensieri arditi di alpino mancato e di pacifista ostinato,
il tuo credo profondo di socialista devoto a Pietro e non a Bettino,
le tue idee felliniane di dolce vita e bianciardiane di vita agra,
i tuoi modi austeri di antico poeta e di modico contadino.
Finalmente non odori più di Nobel.
In culo gli Svedesi e tutti i ruffiani dei Vikinghi!
In mona le Accademie moleste e i conventi televisivi!
In stramona gli intellettuali di destra e di sinistra!
Tu eri troppo timido e modesto
per le ciurme infami degli avventurieri e dei pirati.
Ormai tu puzzi del sego dei nobili di cuore,
dei veri criatori di sensi e di significati,
di significanti e di neologismi,
di metafore argute e di allegorie saltate in quattro padelle,
di suoni molesti e di verba quae sapiunt,
parole sincere che sanno e hanno un sapore,
come il lesso di bue con il kren nell’osteria di Lino,
in quel di Solighetto,
come lo speo di pollo e costesine de maial nella trattoria della Clemy,
in quel di Labella in Follina.
Il camposanto di Collalto è la tua umile dimora
e alla gente onesta di campagna va ancora il tuo santo ritornello:

“pin piedin,
paladin,
pin penin,
mascareto,
dolze è il viso de la femena bea
che jeri jera putea.”

E noi?
Noi come facciamo senza di te?

Fen, fene?
Fon, fone?
Fasen, fasene?
Fasòn, fasone?

Noialtri canten co ti e co a siora Lily de Pieve
nel filò che si celebra stasera
nella stalla dei siori Zanzotto a Col san Martin.

Fen a Biadén,
fene a Biadene,
fon a Piavòn,
fone a Piavone,
fasen a Piovén,
fasene a Piovene,
fasòn a Cisòn,
fasone a Cisone.

Ahimè, ahimè!
Gente & gente accorrete!
Orsù, fé presto!
Il poeta è morto come la Toti,
il sacrestano Bepy insemenio spara le campane a morto
contro il cielo amaranto di Pieve di Soligo,
il popolo nobile si toglie il logoro cappello di feltro nero
e allaccia il miglior tabarro, sempre nero, per la festa,
la banda suona una intrigante mazurca di periferia,
una donna innamorata mormora la sua cantilena
come una nenia antica di rurale virtù,
una litania a metà tra il sacro e il puttano,
una canzone pop e comunista del miglior Vasco,
una marcia funebre da quaranta carati
con tanto di carro funebre e di cavalli neri
che seminano sul selciato palle di merda gialla
e odorosa di fieno fresco,
quello proprio di giornata,
come le uova della Bepa da Cadoneghe.
Il filò ritorna nelle promesse
e nelle speranze di questa donna innamorata,
un femenon intonacato di bianco con la falce lucente e affilata,
un femenon avvezzo ai tristi congedi,
una donna cannone sempre prona alle fusioni oscene
e senza compromessi tra le cosce.

Pin Penin,
fureghin,
perle e filo par inpirar
e pètena par petenar
e po’ codini e nastrini e cordèa.
Le xe le comedie e i zoghessi de chèo
che jeri la jera putèo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 27, 02, 2021

Post scriptum sempre di parole

Oh bambino,
piccolo e piccolino,
monellaccio e monellino,
tu che giochi con i bottoni di madreperla
e li cuci con il filo nella tua vesticciola,
tu che hai un pettine per pettinarti
e anche i nastrini e la cordella
per legare i codini dei tuoi capelli d’oro.
Queste erano le azioni,
questi erano i giochini di quell’omino
che ieri era bambino.

Varda che affari!
Il ragazzo promette bene,
il tosat va bene a scola,
ha la capacità di cogliere i valori del significante,
una naturale virtù dettata dalla sua vena musicale campagnola,
dai rumori che percepiva sin dal soggiorno nel grembo materno.
Varda, varda!
Il dovene promette ancor meglio,
va al Liceo classico Flaminio di Vittorio veneto,
sa di greco e di latino,
non tira sassi alle piante e in specie ai biancastri platani
che da Pieve portano a Solighetto in un unico filar.
Il giovane conosce Lacan e Chomsky,
l’è amigo de la Toti,
la Dal Monte, la soprano Antonietta Meneghel,

quea che piase anca al porzel de Gabriele.
Il dovene se la fa a Roma con Federico da Rimini
e le sue donne da salotto e da circo,
spupazza parole di tutte le risme
come dame dell’Ottocento in profumo di cipria
per coprire le naturali puzze,
presto sarà poeta affermato e conclamato in Campidoglio
con tanto di corona d’alloro
e di pennas de granturco e di biada.
Vana è l’attesa,
come tutte le vanitates vanitatum
di cui il poeta riempie il carrello del Despar,
del Conad,
dell’Eurospin,
del Lidl,
del Visotto di Oderzo,
del Penny market,
del Panorama de Conejan.
Verrà la Morte e avrà i suoi occhi.
E’ venuta la Morte e aveva i suoi occhi.
La Vita è stata onorata,
come la sua storia.
Onore ai caduti!
Il Silenzio è fuori ordinanza.

Pin Pidin
cossa gastu visto?
‘Sta piavoleta nua
‘sto corpesin ‘ste rosette
‘sta viola che te consola
‘sta pele lissa come sèa
‘sti pissigheti de rissi
‘sti oceti che te varda fissi
e che sa dir “te vòi ben”
‘ste suchete ‘sta sfeseta,
le xe belesse da portar a nosse,
a nosse composte de chéa
che jeri la jera putéa.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 03, 2021

DALL’EPISTOLARIO DI ANTONIA SOARES

LETTERA CHIUSA AL MIO DOTTORE

Ciao merda globale!
Sai,
mi viene familiare chiamarti così di questi tempi
e non certo per un senso di disprezzo o di distacco.
Tutt’altro!
Tu sai quanto sono legata a te nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
nella dipendenza e nella libertà,
in carcere e in Tasmania.
Per me tu sei un brutto stronzo soltanto per affetto,
per tanto affetto ben riposto e mal retribuito.
Adesso non ti dirò che ti amo,
ma è assolutamente vero
che io sono legata a te dalla gioia e dal dolore,
dalla salute e dalla malattia,
dalla dipendenza e dalla libertà,
dal carcere e dalla Tasmania.
Anzi, è assolutamente verissimo.
Io oggi sto bene.
A me sembra banale star bene
e soprattutto mettermi a scrivere quando sto bene.
Ma cosa significa star bene?
Significa forse non pensare in maniera arrapata?
Significa forse non sentirsi angosciati,
disperati dentro e dispersi tutt’intorno?
Allora sì, pezzo di merda, io sto abbastanza bene.
Io oggi posso dire di stare abbastanza bene.
Ma oggi è molto più difficile esprimermi,
oggi io mi sento tanto vuota e insignificante
al punto che non riesco a trovare le parole
per esprimere i miei pensieri,
le mie emozioni,
le mie fantasie,
i miei sogni a occhi aperti,
le mie fandonie,
le mie verità.
Oggi mi manca il delirio e la possibilità di delirare.
Tutto è diventato niente
o è sempre stato semplicemente niente,
uno zero assoluto,
un vuoto inconsistente,
un nulla mischiato con il niente.
Però oggi sto abbastanza bene.
Ma cosa significa questo niente?
Ma cosa significa questo zero assoluto?
Ma cosa significa questo vuoto?
Significa forse non avere pensieri tumultuosi in testa?
Significa forse non avere nessuno slancio emotivo
per le cose che mi stanno intorno?
Significa essere spenta?
Allora sì, amico mio, sono vuota,
sono spenta e sto abbastanza bene.
Ma io sono morta.
Per stare bene sono morta.
Io sono una morta che sta bene.
Partecipo alle attività del Centro diurno dei matti
e lo faccio con interesse e con piacere,
lavoro in una serra il sabato e la domenica
e lo faccio abbastanza volentieri
perché so
che poi con i soldini mi posso comprare le sigarette.
A volte dipingo
e la cosa mi dà soddisfazione.
Sono diligente,
riconosco il potere,
riconosco il padre e la madre,
il cane e il gatto,
la merenda e la colazione,
insomma,
ci sono anch’io.
Stringi stringi, le cose, caro dottore, mi vanno abbastanza bene.
Ma all’improvviso che succede?
Succede che un amico di vecchia data viene a ritirare
il modulo del censimento
e si mette a parlare con mia sorella di un libro di Coelho
che è appoggiato sopra la libreria.
La conversazione si arricchisce sempre più
e interviene anche mia madre.
Parlano di spiritualità,
di quella forza e di quella energia che sta dentro ognuno di noi
e che ci serve per andare avanti
perché l’uomo ha bisogno di un credo,
qualunque esso sia,
altrimenti la vita si fa invivibile.
E io?
Io niente,
io non ho detto una parola
e in quel momento mi sentivo così inadeguata,
così vuota,
così senza niente dentro,
senza niente da dare e da dire,
incapace di partecipare alla conversazione.
Eppure anch’io una volta avevo qualcosa dentro,
avevo un credo, seppur religioso,
un credo che si basava su un dio
che mi dava la forza e l’energia,
la sicurezza di pormi di fronte agli altri
e il coraggio di fare certe scelte.
Adesso niente,
adesso non ho niente
perché io voglio pensare di poter essere qualcuno
e qualcosa senza alcun dio,
di poter essere uno qualsiasi e una qualsiasi,
ma senza alcun dio.
Forse questa è follia,
forse questa è presunzione.
Sicuramente Lucifero ci cova.
Questi sono discorsi luciferini.
Chissà se l’uomo può essere qualcuno e qualcosa senza un dio.
Ma chi è Dio?
E’ forse un qualcuno e un qualcosa che sta al di sopra di noi
e dove possiamo canalizzare le nostre energie?
Dio è un ideale, un credo, uno scopo?
Questo stramaledetto scopo, che io non riesco a trovare nella mia vita,
può chiamarsi Dio?
Ne ho parlato con Carmelo,
ma lui a dio non crede più da tempo.
Allora gli ho chiesto
perché qualche volta segue la messa in tivù
e lui mi ha risposto che lo fa per nostalgia.
Da bambino credeva in san Nicolò
e adesso è diventato grande
e alle illusioni di san Nicolò non può più credere
e questo gli crea nostalgia.
Ma allora dove spostare il mio ideale,
il mio scopo,
ammesso che io ne abbia uno?
Io non ho energie da investire
perché sono ghettizzata in questa situazione psichiatrica
e da qui non ne esco.
Ho bisogno di spiritualità,
ambisco il mistico,
ma qui tutto è troppo concreto,
tutto è troppo presente,
tutto è troppo medicinale
e so
che soltanto così io posso vivere.
Ma così potrei anche morire,
morire dentro.
E allora?
Che faccio?
“Fottiti!”
Allora fottiti anche tu, brutto stronzo,
visto che io mi sono ormai fottuta da sola.

Salvatore Vallone

Venezia, 21, 10, 1986

GIU’ DALLA RUPE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Rebecca

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.”

Il sogno si apre con la diade “madre-figlia”. Niente di male, purché non sia una simbiosi. Il sogno si apre con “un sentiero”. Niente di male, purché non sia il sentiero della mamma. Il sogno si apre con “vicino a casa mia”. Niente di male, purché non sia la casa della mamma adattata dalla figlia, purché ci sia la giusta “identificazione” e non l’errata commistione che fomenta soccombenza e dipendenza dalla figura materna. Rebecca si sta dicendo in sogno di essere molto legata alla madre e di percorrere un tratto di vita al suo fianco e in sua compagnia. Rebecca esalta la voce latina “mater et magistra”.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.”

Il sogno precisa la psicodinamica “madre-figlia” e afferma che in questa situazione esistenziale è in atto il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, della nobilitazione degli investimenti erotici e sessuali, delle energie psicofisiche in generale, da parte della figlia. Questa modalità viene “proiettata” da Rebecca nella madre, per rassicurare se stessa con la compagnia e con l’uso dello stesso processo psichico di difesa. Madre e figlia condividono il modo di procedere lungo il sentiero della vita e di risolvere le energie vitalistiche, le pulsioni erotiche e sessuali. La mamma si arrampicava meglio nei vissuti della figlia in grazie al suo essere una donna navigata e con le esperienze giuste alle spalle per poter contenere le spinte e le contro-spinte psicofisiche. Giustamente ancora Rebecca, giovane donna, ha qualche perplessità organica, più che mentale, a usare lo stesso processo di “sublimazione della libido”, semplicemente perché gli ormoni non sono acqua fresca alla sua età. Rebecca deve fare molta attenzione a non usare processi e meccanismi psichici di difesa incongrui. Meglio vivere quel che si deve vivere al momento giusto, meglio conoscersi, piuttosto che rimandare nel tempo le esperienze a forte carico formativo.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.”

Rebecca elabora in sogno attraverso i suoi simboli il lungo processo di “identificazione” al femminile nella figura materna, al fine di acquisire nei termini definiti ma non rigidi la sua “identità” psichica di donna con le dovute distinzioni dalla madre. La “sublimazione della libido” non trova la “roccia” dura come quella della madre, la sua roccia “è morbida” e Rebecca ne ha consapevolezza, “vedo”. La solidarietà con la madre non viene meno, così come la sua “identificazione”, Rebecca rileva la consistenza della “libido” nel corpo, un corpo “scuro” a testimonianza della sua sanguigna vitalità e della forza che circola. Il problema subentra nella scelta del processo psichico della “sublimazione della libido” che, alla sua età e per quanto detto dallo stesso sogno, non va bene. E’ preferibile vivere il corpo, piuttosto che mandarlo in bianco, stornare le energie ad altro uso e consumo, debellare la carica erotica e sessuale per destinarla a fini di solidarietà e di passioni socialmente consentite, come lo sport o il volontariato. Seguire la mamma è importante, ma è determinate lasciarla andare per maturare la propria autonomia psicofisica. La simbiosi c’è stata e in primo luogo era organica, di poi è stata psichica, adesso deve essere di riconoscimento non soltanto della madre, ma anche del padre per quel che riguarda l’eredità della “parte psichica maschile”. “Seguendo la mamma” va commutato in “riconoscendo la mamma”.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.”

Rebecca non era andata tanto lontano se era arrivata appena al primo piano della sua casa, nella sala, nel luogo degli incontri e delle relazioni, nel reparto dei convegni familiari e delle solidarietà, nella piazza dove si celebra l’unità democratica della famiglia. Il luogo è relativamente alto, ma in ogni caso è un luogo sublimato, sacro per l’appunto. Rebecca ha una buona dipendenza psichica dalla figura materna, se ancora sente il bisogno di stare sul groppone della madre, di tornare nel grembo, di procedere in una simbiosi regressiva che annulla l’autonomia ed esalta la dipendenza psicofisica. Rebecca in crisi “non riusciva a tenersi bene” alla rupe e si aggrappava alla madre, non riusciva a vivere la sua autonomia e aveva bisogno dell’ausilio e dell’appoggio di questa figura così importante e determinante per tutti i figli. Per fortuna che la famiglia non è fatta di sola madre. La Provvidenza dispone per l’emancipazione psicofisica di Rebecca da cotanta madre.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.”

La famiglia classica è al completo: il padre, la madre, la figlia e il figlio. Meglio di così non si può. Ci sono tutte le combinazioni democratiche nella divisione del potere e nello scambio delle idee, nel confronto e nella dialettica. Ci sono tutti gli stimoli per socializzare e per essere anche dei buoni cittadini. Rebecca è in una botte di ferro, la sua evoluzione psichica ha tutte le componenti atte a una crescita omogenea ed equipollente. Eppure, rovesciando la medaglia, ci si imbatte nel “sentimento della rivalità fraterna” e nella conflittualità della “posizione edipica” che è critica quando non viene risolta e liquidata nei tempi giusti, quando il padre e la madre non vengono riconosciuti come i simboli concreti delle proprie origini appena chiusa l’adolescenza. E forse su questo punto Rebecca accusa una falla. La dipendenza dalla madre è uno strascico della “posizione edipica” e questo attaccamento si legge come un’alleanza con il nemico che le consente di non vivere apertamente la conflittualità e i sensi di colpa collegati al sentimento di avversione nei confronti della madre. Rebecca persiste nel suo processo di “sublimazione della libido”, “sono riuscita a salire”, e considera distrattamente la presenza di due persone che sono i poli di altri conflitti, la ragione di questo attaccamento morboso alla madre: il padre per la persistenza della conflittualità “edipica” e il fratello maggiore per lo struggimento del “sentimento della rivalità”. Così come per “par condicio” si deve ricordare il sentimento di quest’ultimo che si è visto capitare tra capo e collo una sorella con cui dividere, più che condividere, l’amore dei genitori. Rebecca in sogno ha ricomposto la famiglia e si attende uno sbocco chiarificatore, se non risolutivo.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.”

La situazione psichica di Rebecca sembrava in via di risoluzione grazie alla definizione composta anche se affettivamente distaccata che aveva dato del resto della famiglia. L’averli riconosciuti lasciava sperare in una buona “presa di coscienza” e dava adito a una dialettica emotiva con la madre in via di raffreddamento. Invece, il quadro onirico finale diventa “nero”, non nel senso di luttuoso, ma “nero” nel senso della perdita affettiva, nel senso dell’angoscia della perdita affettiva. La rupe “altissima” comporta un drammatico distacco affettivo dalla madre, il “guardando giù” si traduce nella coscienza della perdita, il “vedevo tutto nero” condensa una consapevolezza del forte legame e della dipendenza. Rebecca può giustamente riflettere e pensare, non di suicidarsi buttandosi giù dalla rupe altissima, ma di cosa comporta il distacco dalla madre, la morte psichica, la depressione e la solitudine: ah, se non ci fosse la mamma, sarei una donna morta! “La faccio finita” è l’equivalente del concetto di “compimento delle sacre Scritture”, dalla massima consapevolezza si può procedere ad abbracciare la fede giusta del lungo cammino verso l’autonomia e la realizzazione del tanto temuto distacco. Rebecca può iniziare la sua crescita personale. Questo punto risolutivo comporta il rivivere l’angoscia depressiva di perdita, il nucleo psichico del primario “fantasma di morte” proprio legato alla figura materna. Rebecca conferma le teorie al proposito e la psicodinamica del suo sogno non fa una grinza alle teorie di Melanie Klein sul mondo psichico infantile.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Ed ecco la conferma all’interpretazione del sogno, un prodotto che nella formulazione è più drammatico rispetto al contenuto. Rebecca sembrava destinata al suicidio con questo suo volersi buttare giù dalla rupe e farla finita e invece il dottor Vallone dice che Rebecca non è candidata a niente di tragico semplicemente perché scrive lei stessa che si tratta di “un’angoscia mentale”. Quella che viveva al risveglio non era angoscia allo stato puro, ma un fortissimo dolore per l’eventuale perdita della madre e per la sua solitudine. L’angoscia non ha un oggetto di cui il soggetto è consapevole. Questo dato caratteristico è essenziale. Rebecca chiama la sua consapevole paura angoscia. Proprio perché la paura è un fatto mentale ed emotivo, proprio questa definizione di Rebecca conforta nell’asserire che la paura anche se fortissima è il punto di partenza per la strada della crescita e dell’emancipazione. Siamo in un ambito psiconevrotico con qualche punta borderline, ma siamo nel dominio della coscienza e delle attività dell’Io. La diatriba, eventualmente, bisogna buttarla dalla parte nevrotica e non dalla parte psicotica. Del resto, Rebecca ha evidenziato una “organizzazione psichica reattiva” nettamente “orale” e un “nucleo” collegato di stampo depressivo. Ma questo è un “nucleo” e non è la “depressione” maligna e severa. La prognosi è fausta, così come il lavoro di crescita personale al fine di incarnare la migliore possibile “coscienza di sé”.

Buona fortuna, Rebecca!

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 23

Vitas inuleo…

Vitas inuleo me similis, Chloe,
quaerenti pavidam montibus aviis
matrem non sine vano
aurarum et silvae metu.

Nam seu mobilibus veris inhorruit
adventus foliis, seu virides rubum
dimovere lacertae
et corde et genibus tremit.

Atqui non ego te, tigris ut aspera
Gaetulusve leo frangere persequor!
Tandem desine matrem
tempestiva sequi viro.

VERSIONE LETTERALE

Tu mi sfuggi…

Tu mi sfuggi simile a una cerbiatta, o Cloe,
che cerca la madre pavida per monti impervi
non senza una vana paura
dei venti e della selva.

Infatti sia che l’arrivo della primavera si increspò
per le foglie mobili, sia che i verdi ramarri
mossero il rovo,
tu tremi sia nel cuore e sia nelle ginocchia.

Ma io non ti inseguo, come una tigre feroce
o un leone Getulo, per sbranarti!
Finalmente matura per un uomo cessa
di seguire la madre.

VERSIONE LETTERARIA

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

COMMENTO

L’ode è complessa nella sua linearità formale e variegata nella sua brevità semantica.
Orazio si è sicuramente ispirato a un carme di Anacreonte di cui ci è pervenuto un frammento che permette di cogliere il senso e il significato della sintesi poetica da lui operata.
Anacreonte nel frammento 39 D descrive una giovane donna con i seguenti attributi:
“dolcemente come una cerbiatta giovane, lattante,
che la madre dalle grandi corna
ha abbandonato nella selva e si sbigottisce”.
Il poeta greco evidenzia in pochi versi la dipendenza della cerbiatta dalla figura materna e l’angoscia dell’abbandono; il termine “sbigottisce” è oltremodo significativo per evidenziare la degenerazione dello stato di coscienza all’interno di un’emozione dolorosa, un complesso di sensazioni struggenti che definiscono l’angoscia dell’autonomia e della solitudine.
Orazio, dopo aver ricalcato nella prima parte dell’ode la metafora del poeta greco, la cerbiatta per l’appunto, si distacca nella seconda parte elaborando il conflitto di Cloe tra la dipendenza fisica e l’autonomia psichica, la connivenza tra l’innamoramento struggente e la timidezza adolescenziale, l’oscillazione tra l’agilità del corpo e la grazia delle movenze erotiche.
Questi sono temi umani presenti anche nelle poesie di Alceo e di Saffo, autori greci nati a Mitilene, vissuti tra il VII e il VI secolo avanti Cristo, poeti a cui Orazio ha spesso attinto a piene mani.
Il frammento 94 D di Alceo recita in questi termini:
“Innaffiati le viscere di vino.
E’ canicola, la stagione dura,
tutto brucia di sete nella vampa,
strepita la cicala nel fogliame,
e piace…
Fiorisce il cardo.
Le donne marciscono di voglia, il maschio è esausto.
Sirio gli snerva il capo e le ginocchia.”
Nel frammento 114 D Saffo, la decima Musa, esprime in due versi l’ambiguo rapporto tra madre e figlia e il naturale desiderio erotico di quest’ultima.
“Mamma cara, non posso più filare.
Ho voglia di un ragazzo.
L’amore è così tenero.”
Convergendo nell’ode di Orazio si rileva nella parte iniziale il quadro delicato e compiuto, uno spaccato lirico intessuto da un abile gioco di sensazioni e da un flusso tormentato di sentimenti: la natura, il fruscio, il soffio, la madre, la solitudine, il tremore, la paura.
Nella parte finale Orazio si distacca dalla vena morbida di Anacreonte e si esalta in maniera autentica nell’ammonimento, apparentemente ironico, di affidarsi a un uomo, un invito ispirato da una partecipazione ai sentimenti della fanciulla e dalla coscienza delle drastiche deliberazioni oggettive del tempo: Cloe è pronta per amare un uomo o forse meglio per concedersi sessualmente a un uomo.
Cloe appare in alcune odi con diversi attributi caratteriali; ora è una donna tenera e timida, ora è una donna superba e presuntuosa, sempre una donna eroticamente appetibile.
Il nome deriva dal greco e si traduce “erba verde” o “tenero germoglio”, un chiaro simbolo dell’adolescenza e della procacità femminile; la similitudine con la cerbiatta coglie i tratti psichici essenziali della fanciulla Cloe, la ritrosia e la timidezza.
L’ode scorre delicatamente nella mirabile sintesi poetica ed è corredata di termini puntuali e oltremodo significativi nella loro pacatezza anche quando evocano aggressività come nella simbologia del leone getulo e dell’atto violento di sbranare.
La spicciola filosofia esistenziale di Orazio non concepisce l’amore come fonte di tormento semplicemente perché il turbamento non si addice in alcun modo al saggio, l’amore deve tradursi in un puro diletto e in una gioiosa espansione dei sensi, il piacere e la consolazione della vita alla stessa stregua del sapore inebriante di una coppa di vino o del profumo intenso di un fiore.
I versi di Orazio non contengono il bisogno struggente di un bieco possesso della donna, ma sono la sintesi psicologica di tanti amori assaporati dal poeta all’insegna del “carpe diem” e possibilmente secondo le linee della “aurea medietà” dei sensi e dei sentimenti.
Orazio non conferisce spessore psicologico alle sue figure femminili perché la loro conoscenza secondo i canoni culturali della sua epoca si ferma ancor prima che possa dar luogo a qualcosa d’imprevisto e di pericoloso.
Delle sue donne restano i nomi: Lidia, Clori, Glicera, Leuconoe, Galatea, Cloe ed altri ancora, nomi a volte talmente letterari da giustificare il sospetto che non si riferiscono a persone reali.
Di queste figure femminili resta nel poeta il ricordo di una passione più o meno tempestosa della quale a volte si compiace di essersi liberato o Soratte,almeno così vuol far credere o nella quale è rimasto piacevolmente invischiato e della quale desidera nostalgicamente la riedizione.
Resta anche qualche rapida pennellata con la quale Orazio ci restituisce il ritratto stilizzato e prezioso di una di quelle fanciulle senza nome che riscaldavano il suo cuore magari mentre contemplava le nevi del monte Soratte.
La timida e tenera Cloe era probabilmente una giovane contadina della Sabina dai capelli biondi.
In quest’ode è associata al pavido cerbiatto che ha smarrito la madre, in altre viene presentata come esperta nel canto e nel suono della cetra, in altre odi ancora viene data come una donna arrogante e insopportabile con cui non vivere e non morire.
In questa ode fondamentalmente Cloe è matura per l’amore sensuale e per concedersi eroticamente a un uomo in base ai gusti culturali del tempo che vedevano nell’adolescenza femminile la fase erotica più attraente e la fascia seduttiva più struggente.
Orazio non vuole spaventarla di certo, ma tenta con pacatezza nella sintesi dei versi di convincerla ad abbandonarsi ai piaceri dell’erotismo secondo le note poetiche di una musica delicatissima fatta di sensazioni impercettibili.
Un tema convenzionale e possibilmente volgare, la seduzione erotica di una fanciulla popolana da parte di un uomo maturo negli anni e disincantato nella sua esperienza di vita, si sublima nobilmente in una breve lezione di arte amatoria.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2021

IMMERSA NEL SONNO DEI SENSI

dedicata alla mai abbastanza compianta Mara Eli
chiedendo aiuto a Orazio

La luce della consapevolezza è emersa dalle profondità
e tu,
mia bellissima donna,
sei ancora immersa nel sonno dei sensi.
Il maschile orgoglio è stanco di desiderarti
e senza il calore della passione attende fuori e al freddo,
si mostra
e si pavoneggia
in attesa che ti apri alla gioia dei sensi.
Abbandona questa indolente inerzia
e accorgiti di me e del mio desiderio
che attendiamo in questa strada
la rivelazione della tua bellezza.
Io non vivo
e non dormo
nell’attesa che tu ti sveli e ti riveli.
Tu sei fatta per il maschio e per il suo orgoglio,
per la passione e non per l’inerzia.
Il mio corpo sa trattenere il desiderio
in attesa che ti disponi
a ricevere quel mio fuoco nascosto
che aspetta
e che soltanto tu puoi spegnere.

Salvatore Vallone

pose dolente in Pieve di Soligo e nell’aprile del 2018

 

SCHIZZI MEMORABILI DEL PRINCIPE DI LAMPEDUSA

IL TERREMOTO DI MESSINA

La figura materna viene nuovamente richiamata e senza modificazioni qualitative di rilievo nella rievocazione del disastroso sisma che distrusse la città di Messina il giorno 28 del mese di dicembre dell’anno 1908.
L’emozione legata al ricordo del tragico terremoto è associata a un altro macabro simbolo di morte: il grande pendolo inglese del nonno ancora fermo all’ora del sisma, le fatali cinque e venti.
Segue ancora un’immagine di distacco affettivo e di separazione: il ricordo del pranzo solitario dei nonni, quasi a sottolineare il fatto che i cibi, simboli di affetto, non erano condivisi in famiglia.
Di poi viene presentata l’irruzione dello zio Ferdinando, il quale annuncia la tragedia familiare: tra le tante vittime del terremoto di Messina il buon Dio ha voluto con sé le anime aristocratiche della zia, sorella della madre, e del marito.
A questo punto della dolorosa rievocazione si stacca la figura del cugino, coetaneo e improvvisamente orfano; la solitudine non è un fatto di vita oggettiva e di presenza esteriore, ma una questione di vita interiore e di dimensione psichica.
L’orfano Tancredi nel “Gattopardo” sarà la degna riedizione di questo cugino, a testimonianza di quanto si possa essere colpiti durante l’infanzia da persone e fatti, che, non essendo adeguatamente rimossi o razionalizzati, si conservano nella psiche e spuntano senza coscienza al momento opportuno in altra sede e in altro contesto, una “Traslazione” che avviene sempre in maniera camuffata.

“Questo ricordo è visualmente assai meno vivace del primo, ma invece esso è dal punto di vista della “cosa avvenuta” assai più preciso.
Qualche giorno dopo giungeva da Messina mio cugino, che nel terremoto aveva perduto il padre e la madre…Rivedo anche il dolore di mia madre quando, parecchi giorni dopo, giunse notizia del ritrovamento dei cadaveri di sua sorella Lina e del cognato.
Vedo mia madre singhiozzare seduta in una grande poltrona del salone verde nella quale nessuno si sedeva mai, ricoperta di una sua corta mantellina di astrakan moirè.”
“Racconti”; “I luoghi della mia prima infanzia”, edizione citata, pagina 100).

Il dolore della madre viene presentato dal principe come un vissuto affettato e di maniera; esso non è l’autentica espressione di un forte sentire dell’animo e di un coatto vibrare del corpo.
C’è sempre un oggetto o una serie di oggetti che stemperano i sentimenti e le sensazioni secondo le linee di un freddo e oggettivo “Verismo psichico” che distrae dalle emozioni intense e le raffredda mentre procede con il ricordo alla loro rievocazione e rappresentazione: la ”grande poltrona del salone verde” e la “corta mantellina di astrakan moiré” fungono da alleati nello stemperare e possibilmente stornare l’autenticità del dolore e nel renderlo formale.
In effetti si tratta di un meccanismo di difesa dall’angoscia proprio del principe di fronte alla riedizione del “Fantasma di Morte”, oltre che dell’esibizione ulteriore di un’immagine materna anaffettiva, una donna che, almeno nei vissuti del figlio, non riusciva a lasciarsi andare neanche al sentimento del dolore e a comunicare attraverso i canali psichici dell’affidamento e della sicurezza affettiva.
Una madre, del resto, che ha delegato l’educazione del figlio al mestiere di figure femminili estranee, induce a riflettere sul fatto che l’esercizio dell’amore non si può delegare, ma è da vivere in prima persona: l’amore è in prima istanza una sensazione e di poi anche un sentimento fantasmizzato nel bene e nel male secondo abbondanza o penuria.
Si noti il particolare e non indifferente dato sulla “continentalità” delle donne di servizio: la cameriera è piemontese e la bambinaia è senese in ossequio a un ambiguo buon costume dell’aristocrazia isolana, sempre protesa tra un’Italia da conquistare e una Sicilia da dimenticare.
A questo punto il principe di Lampedusa offre un altro ricordo del padre: uno sprezzante ammiccamento sessuale, riferito ai poveri terremotati che erano stati ospitati nella città di Palermo, un’insinuazione maligna che il bambino di dodici anni capiva benissimo.

“Ricordo anche come si andasse dicendo che i profughi che erano alloggiati da per tutto e anche nei palchi dei teatri si conducevano tra di loro” in modo molto indecente” e mio padre che diceva sorridendo:” hanno il desiderio di rimpiazzare i morti”- allusione che comprendevo benissimo”:
(Ibidem; pagina 101).

Eros e Thanatos si distinguono e si fondono secondo cadenzati ritmi e armonici cicli: una costante da premiata ditta, dal momento che “Il Gattopardo” è ricco di questi meta-psico-fisici apparenti contrasti.
In questo spaccato mnestico sugli incresciosi postumi del terremoto, la “Vita e la Morte” si rincorrono nella carica sessuale di una dialettica pulsionale indefinita, moralisticamente “indecente” per il modo volgare in cui questi strumenti procreativi si mettono al servizio del “Genio della Specie” oltre che dei loro feudatari: un “Eros” poco divino e troppo carnale che non sarebbe piaciuto a Platone, un “Eros” privo di quell’aristocratico distacco dalla “Vita dei Sensi” che degnamente gli compete.
Il principe di Lampedusa rielaborerà nel “Gattopardo” questa ambigua e inquietante reminiscenza dell’infanzia, traslandola malignamente dalla povera gente terremotata alla sua stessa classe sociale, quell’Aristocrazia deprivata di “Eros” e votata ormai a “Thanatos”, una casta in netto degrado genetico e determinata positivisticamente all’estinzione.
Questo dato è una conferma non solo del materiale psicologico parzialmente rimosso nella dimensione inconscia e della struttura fantasmica che si esprime elettivamente nella sublimata produzione estetica, ma anche della riedizione masochistica e mortifera dei fantasmi inscritti nella psiche del giovane principe e mai estinti da una adeguata “Razionalizzazione”, vivi, quindi, e dominanti anche in una forma disposta a tralignare sotto la sferzante angoscia della “Fine”.

“…: in quegli anni la frequenza dei matrimoni fra cugini, dettati da pigrizia sessuale e da calcoli terrieri, la scarsezza di proteine nell’alimentazione aggravata dall’abbondanza di amidacei, la mancanza totale di aria fresca e di movimento, avevano riempito i salotti di una turba di ragazzine incredibilmente basse, inverosimilmente olivastre, insopportabilmente ciangottanti; esse passavano il tempo raggrumate tra loro, lanciando solo corali richiami ai giovanotti impauriti, destinate sembrava soltanto a far da sfondo alle tre o quattro belle creature che…passavano scivolando come cigni su uno stagno fitto di ranocchie.
Più le vedeva e più si irritava;…gli sembrava di essere il guardiano di un giardino zoologico posto a sorvegliare un centinaio di scimmiette: si aspettava di vederle a un tratto arrampicarsi sui lampadari e da lì, sospese per le code, dondolarsi esibendo i deretani e lanciando gusci di nocciola, stridori e digrignamenti sui pacifici visitatori.
Strano a dirsi fu una sensazione religiosa ad estraniarlo da quella visione zoologica: infatti dal gruppo delle bertucce crinolinate si alzava una monotona continua invocazione sacra: ”Maria! Maria!” esclamavano perpetuamente quelle povere figliole…Il nome della Vergine invocato da quel coro virgineo riempiva la galleria e di nuovo cambiava le scimmiette in donne…”:
(“Il Gattopardo”; edizione citata, pagine 291 e 292).

“Pigrizia sessuale” e “calcoli terrieri” sono condensati di anaffettività e di incapacità di amare, mentre “scarsezza di proteine”, ”abbondanza di amidacei, ”mancanza di aria fresca e di movimento” denotano un sentire deterministico di stampo bio-positivistico; è degna di nota, inoltre, la misoginia espressa nel bieco disprezzo delle scimmiette ciangottanti e crinolinate.
La figura maschile è connotata significativamente soltanto dalla paura: ”giovanotti impauriti”.
Lo stesso tema, sottilmente intrecciato a già noti motivi psico-esistenziali, si è presentato nel brano di “Lighea” con il titolo “Il solo esemplare superstite”.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 23, dicembre, 2002